Categoria: Articolo 36

Cessione diritto d'autore, croce o delizia per i giornalisti?

La cessione del diritto d'autore è un tipo di contratto in cui il lavoratore «negozia la propria opera dell’ingegno consentendone lo sfruttamento in cambio di un corrispettivo». A spiegarlo ad Articolo 36 è Pasquale Staropoli, avvocato della Fondazione Consulenti del Lavoro. Un modello diverso dalla prestazione occasionale, con cui potrebbe essere confuso, perché questa è «resa in completa autonomia, senza subordinazione, inserimento o coordinamento, e la sua esecuzione si connota per la istantaneità ed episodicità, non essendo programmata». Simile a questa però sul fronte della non obbligatorietà di sottoscrizione di alcun contratto: «L’incarico di svolgere una prestazione su cessione di diritto d’autore può essere affidato anche verbalmente», conferma il legale, pur riconoscendo che «una formalizzazione scritta è preferibile ai fini della certezza dei rispettivi obblighi e con funzione di garanzia nella eventualità di inadempimenti». Anche i vantaggi fiscali non sono da poco: «La base imponibile è del 75%» riferisce Staropoli, percentuale che scende al 60% per gli under 35». Infine, trattandosi di «utilizzazione economica dell’opera dell’ingegno dell’autore, non immediatamente riconducibile alla prestazione lavorativa» il contratto non soggiace neppure alla soglia dei 5mila euro annuali prevista per il lavoro occasionale (per effetto del decreto legislativo 276/2003). Quella della cessione del diritto d'autore è una tipologia contrattuale in sostanza molto versatile e che riguarda trasversalmente il settore dell'editoria: può interessare traduttori, scrittori, autori televisivi, editor, copywriter, e naturalmente giornalisti. In quest'ultimo segmento, nel 2013 in Italia risultano 1078 quelli inquadrati così. I dati, forniti dall'Inpgi 2 - la cassa di previdenza dei giornalisti privi di contratto stabile – indicano che si tratta di un microscopico 1% rispetto al totale dei giornalisti italiani registrati all'Ordine nel 2011, che sono 110mila tra professionisti e pubblicisti - di cui però solo la metà, circa 58mila, risulta aver versato regolarmente i contributi previdenziali. Dunque è quest'ultimo il numero su cui fare maggiore affidamento - perché significa che tutti gli altri, pur appartenendo ancora all'Ordine, hanno magari optato per qualche altra strada professionale (senza contare poi il sommerso). Dunque le prestazioni con cessione di diritto d'autore riguardano una piccola fetta del giornalismo italiano. Tale inquadramento, va subito detto, conviene a entrambe le parti: sia per le agevolazioni fiscali che la cessione del diritto d'autore consente, sia per la libertà del rapporto instaurato, che non vincola nessuna delle due parti a obblighi particolari e in special modo non obbliga il giornalista a nulla - né alla presenza fisica in un dato ufficio, né a prestare la propria opera in orari predefiniti, bensì solo alla trasmissione del frutto del proprio lavoro intellettuale. E allora dov'è il problema? In realtà qualche nodo c'è, primo tra tutti quello degli abusi. Per esempio tra quegli editori che si fanno scudo di questa modalità contrattuale per aggirare le tutele di cui gode il giornalista autonomo (seppur già ridotte all'osso).  Una di queste è il riconoscimento del 2% - su un'aliquota contributiva complessiva del 12% - che il freelance è tenuto a versare. L'editore potrebbe approfittare «dell'insussistenza di un vincolo di tipo lavorativo con il giornalista, e corrispondere esclusivamente il compenso pattuito, senza soggiacere agli oneri contributivi e fiscali conseguenti al riconoscimento di una prestazione lavorativa» ragiona Staropoli. Se il rischio è questo, e cioè l'aggiramento delle norme contributive, «allora anch'io mi dico contrario alla cessione del diritto d'autore» tuona ad Articolo 36 Enza Iacopino, rieletto di recente presidente dell'Ordine dei giornalisti. Il pericolo è infatti in quei casi che quel due per cento dovuto venga negato al giornalista, per cui «se l'editore deve darti 102, ti dà 100 e ti fa scalare da lì l'aliquota dovuta». È lì quindi che si deve agire, magari introducendo sanzioni e controlli. E andando sopratutto a stanare i casi in cui dietro contratti di questo tipo, così come per le partite Iva, si nasconde lavoro dipendente con tutti i crismi, con orari impiegatizi e la richiesta di un impegno quotidiano. Però, al netto di queste storture, se il giornalista freelance è adeguatamente pagato, gode di agevolazioni sul piano fiscale e si vede riconosciuti dall'editore committente i contributi previdenziali, perché preoccuparsi della modalità contrattuale con cui lavora? Sorprende che la guerra all'utilizzo della cessione del diritto di autore in campo giornalistico la facciano sopratutto alcune correnti sindacali. Come l'Associazione stampa romana, che storcendo il naso giustifica la propria posizione sulla base dell'evenienza che gli editori possano utilizzare il bene ceduto a proprio piacimento: «Il rapporto di lavoro vero e proprio qui non si verifica, come invece accade nei cocopro, nelle collaborazioni coordinate, in quelle occasionali e nelle partite Iva» sostiene ad Articolo 36 Paolo Buzzonetti, fiscalista e commercialista dell'Asr, puntando il dito contro la scarsità di tutele offerte dalla cessione del diritto d'autore - che è innegabile, ma che è anche una condizione implicita nel lavoro del freelance. A rincarare la dose la giornalista Moira Di Mario, esponente del sindacato, per cui chi cede all'editore i diritti del suo articolo «gli trasmette di fatto la sua proprietà», rischiando in questo modo che l'editore lo riutilizzi magari più volte pagando però il giornalista per un'unica prestazione. Un rischio reale? E sopratutto, un rischio legato solo a questo tipo di contratto? Così non sembra a Iacopino, che anzi denuncia che quella del 'riciclo' degli articoli è in realtà una prassi adottata da diverse testate nazionali. In pratica il giornalista scrive per un giornale, ma il contenuto dei suoi articoli viene poi riprodotto anche da altre parti. E in questi casi «non gli va in tasca un compenso moltiplicato per ogni singolo uso dell'articolo», bensì solo una maggiorazione a forfait. Funziona così per esempio al Mattino, assicura il presidente, che ripubblica integralmente la parte nazionale edita dal quotidiano romano Il Messaggero. Non sarebbe dunque una prerogativa della cessione del diritto d'autore quella di sottrarre il dovuto riconoscimento economico al giornalista in caso di utilizzi plurimi del contenuto dei suoi pezzi. Tirando le somme insomma,  questioni abnormi che giustifichino la diffidenza verso questa tipologia di collaborazione non ce ne sono: il compenso viene corrisposto su una base imponibile più vantaggiosa per il lavoratore e il datore di lavoro, non esistono tetti massimi di reddito che espongano a sanzioni in caso di sforamento e, se si crede conveniente e si vogliono maggiori garanzie, può sempre essere sottoscritto un contratto che certifichi il rapporto tra le parti.Eppure tempo fa, a un seminario sull'equo compenso presso la sede dell'Associazione stampa romana, si era addirittura paventata l'estromissione della cessione del diritto d'autore dalla rosa dei beneficiari della legge sul tariffario minimo per i giornalisti autonomi, spesso vessati con trattamenti economici al di sotto della soglia di dignità (fino alle soglie ridicole di 3-5 euro ad articolo). Ma Giovanni Rossi, presidente Fnsi, assicura che l'idea di stralciare la cessione del diritto d'autore dall'equo compenso è del tutto campata in aria: «È una tesi che al momento non trova applicazione: si tratta di lavoro autonomo giornalistico e come tale sottoposto al prelievo Inpgi2. Finché non cambierà questo è chiaro che vi rientra». Ribandendo: «La legge sull'equo compenso [per cui mancano ancora riferimenti sull'entità dei minimi, ndr] tutela il lavoro autonomo in sé a prescindere dalle modalità contrattuali. E anzi dovrà tenere conto anche delle spese che sostiene chi si autoproduce nel calcolo del tariffario minimo». E la tesi di Rossi viene pienamente confermata anche dal presidente Iacopino: «Basta leggere la legge per capirlo. Altro discorso è che tentino di tutto per interpretarla come conviene».Ilaria Mariotti

Specializzazioni sanitarie, l'apartheid dei “non medici” senza contratto e retribuzione

Sulla carta avrebbero diritto allo stesso contratto di formazione e alla stessa retribuzione degli specializzandi medici, di cui condividono in toto il percorso post lauream. Nei fatti non solo non percepiscono alcun compenso ma devono anche pagare di tasca propria la tassa di iscrizione annuale. Gli specializzandi sanitari “non medici” sono tornati alla carica per chiedere la fine di una «discriminazione» ingiustificata, con una lettera aperta inviata al presidente Napolitano, al premier Letta e ai ministri Carrozza, Lorenzin e Giovannini. Ogni anno in diverse università italiane vengono banditi concorsi per l'accesso a scuole di specializzazione sanitaria aperte anche a biologi, chimici, fisici, farmacisti, veterinari, psicologi, odontoiatri: biochimica clinica, patologia clinica, microbiologia e virologia, genetica medica, scienze dell'alimentazione, farmacologia medica, fisica medica, statistica sanitaria e biometria, solo per citarne alcune. Secondo le stime di Cristiano Alicino, presidente di Federspecializzandi, sono circa 2.500 i “non medici” iscritti a queste scuole. Al pari dei colleghi laureati in medicina, viene richiesto loro un impegno a tempo pieno, uguale a quello previsto per il personale del SSN, e la partecipazione alla totalità delle attività delle strutture cliniche che spesso, senza di loro, non riuscirebbe a soddisfare il diritto alla salute garantito dalla Costituzione. Come i diretti interessati scrivono nella lettera, in tutti gli ospedali italiani si assiste a un vero e proprio «sfruttamento degli specializzandi non medici sanitari, che li vedono nei laboratori diagnostici e nelle attività assistenziali, coprire orari e giornate spettanti a quello che dovrebbe essere il personale universitario e delle aziende sanitarie, avente contratto. Arrivano a timbrare il badge o a dover firmare l'orario di ingresso e di uscita, vengono inibite spesso agli specializzandi eventuali attività alternative svolte allo scopo di autosostenersi, così come vengono fatti loro problemi per giornate di ferie, trasferimenti a università più vicine alla loro residenza e, nel caso delle ragazze, anche per la maternità».Mentre i colleghi dottori hanno diritto ad un contratto di formazione per tutta la durata del corso (da 4 a 6 anni a seconda della specialità), uno stipendio mensile di circa 1.800 euro mensili, la copertura previdenziale, la maternità e la malattia, i laureati “di serie B” ne sono totalmente esclusi. E con la riforma Gelmini per i medici l’ultimo anno di specializzazione "vale" come primo anno di dottorato, per loro no. Eppure gli uni e gli altri affrontano esattamente lo stesso percorso formativo e lavorano fianco a fianco nelle strutture ospedaliere. Anche per i non medici, dal 1992 (con il decreto legge 502/1992), il possesso del titolo di specializzazione è indispensabile per la partecipazione ai concorsi per ricoprire ruoli dirigenziali nel Ssn. E infatti gli specializzandi non medici avrebbero diritto allo stesso trattamento dei loro colleghi camici bianchi. Lo conferma ad Articolo 36 Luisa Begnozzi, presidente dell'Associazione italiana di Fisica medica: «Gli assegni di formazione per tutti gli specializzandi sanitari sono previsti da una specifica disposizione normativa, ma non sono mai stati stanziati ed erogati». Perché? «La questione irrisolta è legata al fatto che per la legge che prevede i contratti di formazione e la stima del fabbisogno formativo è stata prevista all’origine la copertura finanziaria solamente per le specializzazioni dei medici». Tutto è cominciato quando nel 1999, il legislatore italiano ha recepito una direttiva europea che garantiva (solo sulla carta, perché la norma iniziò a essere applicata dal 2006) agli specializzandi dell'area sanitaria il diritto a un contratto di formazione specialistica. Tuttavia, senza delega del legislatore comunitario, in Italia tale legge fu limitata esclusivamente agli specializzandi medici, creando così un'insostenibile asimmetria nel diritto. Questa discriminazione in atto appare ancor più evidente se si considera l’uniformità di disciplina sancita dall’art. 8 della legge 401/2000: «Il numero di laureati appartenenti alle categorie dei veterinari, odontoiatri, farmacisti, biologi, chimici, fisici, psicologi iscrivibili alle scuole di specializzazione post-laurea è determinato ogni tre anni secondo le medesime modalità previste per i medici dall’articolo 35 del Dl 368/1999, ferma restando la rilevazione annuale del fabbisogno anche ai fini della ripartizione annuale delle borse di studio nell’ambito delle risorse già previste». Che anche queste categorie abbiano diritto a un compenso è stato poi ancor più esplicitamente ribadito dal  Consiglio di Stato nel 2002: «La frequenza delle scuole di specializzazione, per l'impegno a tempo pieno che comporta e le incompatibilità con ogni altra attività lavorativa, è attività necessariamente retributiva e, conseguentemente, non possono essere ammessi a frequentare le scuole di specializzazioni laureati che non godono di (...) contratto annuale di formazione-lavoro».  Invece, oltre a non ricevere alcuna retribuzione, agli specializzandi spesso è espressamente vietato svolgere altre attività, giudicate incompatibili con il loro impegno a tempo pieno, e devono pagare di tasca propria le tasse annuali, come spiega Francesco Corrente, biologo iscritto alla scuola di specializzazione in Biochimica clinica presso la Cattolica di Roma: «Pago 2.650 euro all’anno. L'importo varia da ateneo ad ateneo, ma non è comunque inferiore ai mille euro l'anno. Il nostro è un percorso di alta formazione che ci permette di acquisire le competenze necessarie per poter effettuare analisi cliniche specialistiche essenziali per la diagnosi medica. La mancata retribuzione, la frequenza giornaliera a tempo pieno e le onerose tasse annuali rendono il percorso formativo estremamente difficoltoso e a volte impossibile da portare a termine». La stortura del sistema è evidente: il non medico, non essendo tutelato da un contratto e non percependo retribuzione, ha enormi difficoltà a conciliare la propria specializzazione professionale con la necessità di provvedere alla propria sussistenza. Com'è possibile che un laureato sia occupato per ben 4-6 anni a tempo pieno, svolgendo attività spesso essenziali per il regolare funzionamento dei laboratori, senza percepire un euro? Come può mantenersi? «Nella grande maggioranza dei casi, grazie al sostegno totale dei genitori. Talvolta noi specializzandi riusciamo a ottenere delle  borse  regionali o su progetti, o dei contratti di collaborazione con le strutture sanitarie dove svolgiamo il tirocinio, ma purtroppo questi introiti non sono sempre garantiti con continuità», risponde Francesco Corrente.Inutile dire che la specializzazione sta diventando un “lusso” destinato solo a chi può godere del supporto economico della famiglia. «Non è l’unico pericolo: si rischia addirittura che queste figure professionali altamente specializzate spariscano dalla sanità pubblica italiana», denuncia ad Articolo 36 Ermanno Calcatelli, Presidente dell’Ordine Nazionale dei Biologi. Non è un'iperbole la sua ma un’ipotesi concreta: poiché i tribunali italiani hanno riconosciuto importanti indennizzi ai medici che, specializzatisi prima del 2006, non godevano dell’attuale contratto di formazione, per timore di essere in futuro obbligate a rimborsare anche i non medici diversi atenei hanno preferito non far partire i corsi delle scuole di specializzazione. «È una grande sconfitta per le università, che rinunciano al loro ruolo formativo, per la sanità italiana, che tra qualche anno si troverà sprovvista delle figure professionali di cui ha bisogno, e naturalmente anche per gli aspiranti specializzandi, che sono costretti a rivolgersi ad altri atenei, spesso lontani da casa: ai costi della formazione, allora, dovranno aggiungere anche i costi per la vita fuori sede», afferma Calcatelli.Di fronte a un quadro così drammatico, cosa si può fare? «È stata assegnata alle commissioni riunite Cultura e affari sociali della Camera in 
sede referente la proposta di legge presentata il 25 marzo dal deputato Pd Francesco Sanna che punta proprio a equiparare lo status giuridico ed economico di tutti gli specializzandi sanitari. Non è la prima volta che la questione entra nelle aule parlamentari: lo stesso Sanna aveva presentato al Senato un disegno di legge nel settembre 2010, rimasto purtroppo lettera morta. Per questo l’Ordine dei biologi qualche mese fa si è rivolto direttamente al Commissario europeo alla Salute, Tonio Borg, per chiedere che le istituzioni comunitarie invitino l’Italia a sanare questa situazione» afferma Calcatelli. «Intendiamo far valere i diritti della nostra categoria e superare questa 
discriminazione indecorosa per un Paese che voglia dirsi veramente democratico».Anna Guida

Quanto costa assumere un giovane, quanto pesano gli incentivi: ecco tutta la verità

Oggi la Repubblica degli Stagisti fa una simulazione. Si mette nei panni di un datore di lavoro che ha bisogno di assumere un giovane, e deve decidere come farlo. Si tratta di un signore informato, che legge i giornali, e che sa che il governo ha messo a punto una manovra che incentiva il lavoro giovanile dando un bonus alle aziende che assumono. Sa anche che ormai da anni il ministero del Lavoro invita le imprese ad assumere gli under 30 con una speciale tipologia contrattuale, chiamata «apprendistato», che prevede sgravi molto appetibili per le aziende, anche se comporta l’onere di attivare un percorso di formazione per il giovane assunto.Per fare questa simulazione abbiamo immaginato che il datore di lavoro si avvalga della consulenza di una professionista d’eccezione: Annamaria Giacomin, tesoriere dell’Ordine nazionale dei consulenti del lavoro e ovviamente grande esperta di contrattualistica e costo del lavoro. A lei il nostro imprenditore dice: intendo pagare il neoassunto all’incirca 1.300 euro netti al mese, quanto mi costerà fare questa assunzione?«Mi pare che la cosa più semplice sia fare un contratto a progetto» attacca l’imprenditore. Sicuramente una fra le più convenienti: nella nostra simulazione poniamo che sia possibile delineare un progetto vero (o quantomeno verosimile) per l'inquadramento della risorsa con questa particolare tipologia contrattuale. Con il cocopro al datore di lavoro spetta una mole ridotta di oneri. Deve pagare al collaboratore la retribuzione, che nel nostro calcolo è pari a 21mila 840 euro lordi annui. Ciò equivale più o meno a 1.820 euro lordi al mese, che nelle tasche del lavoratore diventano 1.321 euro netti per 12 mesi. A questo costo vanno aggiunti  circa 5.120 euro di contributi a carico del datore di lavoro. Il lavoratore dovrà poi pagare di tasca propria la sua quota contributiva (intorno ai 1.200 euro annui). È tutto. Sì, è tutto. Al datore non è chiesto nient’altro: il contratto a progetto non prevede accantonamento del tfr – il trattamento di fine rapporto – nè ferie, permessi o straordinari retribuiti. In caso di malattia o gravidanza del collaboratore a progetto, il datore non anticipa alcuna indennità e non deve pagare integrazioni. Dunque per assumere la nuova risorsa di cui ha bisogno con questa modalità, l'imprenditore sborserebbe ogni anno circa 27mila euro: 26.959 per la precisione. C'è da aggiungere che la retribuzione del cocopro è da intendersi come forfait, per cui la cifra erogata mensilmente dal datore non è uno "stipendio mensile" ma un "rateo" della retribuzione concordata per il progetto, proporzionata alla durata stabilita per la realizzazione del progetto - per esempio, 12 ratei nel caso di un contratto a progetto di durata annuale. Va ricordato anche che il cocopro, a differenza del contratto di lavoro subordinato, non implica l'obbligo tassativo per il collaboratore di rispettare orari nè di recarsi quotidianamente sul luogo di lavoro: permette però al datore di lavoro di richiedere una presenza assidua, per esempio per l'utilizzo di strumenti messi a disposizione (computer, telefono etc) presso la sua sede. Riassumendo: il costo totale per un periodo ipotizzato di tre anni per assumere il giovane con questa tipologia contrattuale ammonta per il datore di lavoro a 80mila 877 euro.«Ma il ragazzo che lei vorrebbe assumere non ha meno di trent’anni?» chiede la consulente del lavoro. «Perché in questo caso si può pensare di attivare un contratto di apprendistato». L’imprenditore la ascolta. «Qui si entra nel novero dei contratti di tipo subordinato,  correlati ai contratti collettivi nazionali: nel suo caso, quello del commercio. Per le mansioni che vuole affidargli, possiamo ipotizzare un inquadramento al terzo livello: il neoassunto verrebbe così a prendere più o meno la stessa retribuzione netta mensile che abbiamo ipotizzato col cocopro». La retribuzione annua lorda infatti è quasi uguale, 20mila 240 euro – pari a 1.098 euro netti per il primo anno, 1.132 per il secondo, 1.165 per il terzo – spalmata su 14 mensilità. Ciò significa, per il lavoratore, che a giugno e a dicembre lo stipendio sarà doppio, perché questo contratto prevede, indipendentemente dalla performance del lavoratore e dal fatturato dell’azienda, il diritto a percepire due mensilità aggiuntive, la tredicesima e la quattordicesima. Per le microimprese al di sotto dei 10 dipendenti vi è un abbattimento quasi totale della contribuzione a carico del datore di lavoro, che viene a pagare all’incirca 330 euro all’anno (invece la quota a carico dell’apprendista è simile a quella del cocopro, intorno ai 1.200 euro all’anno). Se invece si tratta di un’azienda con oltre 10 dipendenti, la contribuzione a carico del datore (comunque significativamente ridotta) è pari all’11,61%: dunque circa 2.350 per il primo anno, 2.440 per il secondo e 2.520 per il terzo. Vi è poi il tfr, una somma annuale pari a circa una mensilità all’anno che il datore di lavoro è tenuto ad accantonare e che dovrà poi erogare al lavoratore in caso il contratto si interrompa, sia per licenziamento sia per dimissioni. Per il primo anno tale cifra è di circa 1.500 euro; per il secondo anno sale a 1.555, e per il terzo arriva a 1.608 euro. «Beh, messa così mi pare che questo contratto sia molto competitivo con il contratto a progetto» esulta il datore di lavoro. «È certamente un contratto vantaggioso per i datori» conferma la consulente. E per il lavoratore che gode di molti diritti negati a chi viene inquadrato come cocopro: la tutela previdenziale ed assistenziale, dato che agli apprendisti spetta la copertura assicurativa per gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, le malattie, l’invalidità e la vecchiaia, la maternità, l’assegno familiare. Oltre che, dal 1° gennaio di quest’anno, anche l’Aspi, la nuova assicurazione sociale per l'impiego introdotta dalla riforma Fornero, per avere un sussidio di disoccupazione in caso di licenziamento. Ma per correttezza la consulente spiega al suo cliente anche i punti di svantaggio rispetto al cocopro. L’apprendista, al pari di un lavoratore a tempo indeterminato, ha diritto a un certo numero di ore di permesso retribuito. Tale numero è 88 all'anno: 32 per le quattro «festività abolite», più altre 56. In caso l’azienda abbia più di 15 dipendenti, poi, ve ne sono 16 aggiuntive. Vuol dire che nel corso dell’anno il datore pagherà il suo apprendista per 11 giorni nei quali l’apprendista non sarà operativo in azienda. «In più delle ferie?» chiede l’imprenditore. «Esatto, in più delle 173 ore, cioè 26 giorni, di ferie retribuite che gli spettano». In sostanza, cioè, sulle circa 2mila ore di lavoro di cui è composto un anno, ve ne sono 261 (pari al 13%) in cui il lavoratore non lavora ma viene pagato. Non è tutto. L’azienda che assume un apprendista deve per legge fargli svolgere un tot numero di ore di formazione: parte di essa può avvenire all’interno dell’azienda, on the job, ma un’altra parte va obbligatoriamente svolta al di fuori. Il numero esatto di ore viene stabilito da ciascuna Regione, ma raramente si va sotto le 40 ore di formazione esterna annuale. «Dunque un’altra intera settimana in cui io dovrò retribuire il neoassunto ma non lo avrò a disposizione in azienda» riflette l’imprenditore. Per il datore di lavoro però vi sono incentivi normativi ed economici, e anche fiscali: le spese sostenute per la formazione dell’apprendista per esempio sono escluse dalla base di computo dell’Irap. Non si tratta di grandi cifre, ma sono sempre piccoli aiuti. In totale dunque questo contratto costa a un’azienda con meno di 10 dipendenti poco più di 22mila euro il primo anno, circa 22.900 il secondo anno e 23.665 il terzo anno; se l’azienda ha più 10 dipendenti il costo lievita un po’ e si attesta a poco più di 24mila euro per il primo anno, 25mila per il secondo anno e 25mila 837 euro per il terzo.  «E a proposito di incentivi: se volessi usufruire di questi milioni di euro che il ministro Giovannini ha annunciato di aver messo a disposizione per aiutare le imprese ad assumere giovani?» chiede l’imprenditore. «Questo incentivo viene erogato solo per le aziende che assumono subito a tempo indeterminato» chiarisce la consulente del lavoro. «L’incentivo è pari ad 1/3 dell’imponibile previdenziale mensile, fino ad un massimo di 650 euro mensili per lavoratore, e spetta per 18 mesi. Verrà corrisposto dall’Inps previa presentazione di una domanda telematica, tramite conguaglio con i contributi previdenziali mensili». A questo punto non resta che fare i calcoli per paragonare i costi di questa tipologia contrattuale, comprensivi ovviamente dei benefici dell’incentivo, ai costi delle due precedenti tipologie. Il contratto a tempo indeterminato con un inquadramento identico a quello dell’apprendistato, dunque ccnl commercio terzo livello, prevede una retribuzione annua lorda di 23mila 914 euro: ciò nella busta paga del neoassunto significa 1.226 euro netti al mese per 14 mensilità. La contribuzione poi a carico del datore è di 8.343 euro annui, significativamente più alta che nel caso dell'apprendistato, cui poi il lavoratore dovrà aggiungere di tasca propria la quota di poco meno di 2.200 euro. Il tfr è pari a 1.652 euro all'anno. Il numero di ore di ferie e permessi retribuiti è identico a quello degli apprendisti, dunque 173 ore annue di ferie più 88 ore di permessi nelle aziende che impiegano fino a 15 dipendenti, 104 ore di permessi nelle aziende con oltre 15 dipendenti. «Insomma di nuovo il discorso che pagherò il mio dipendente per 33 giorni lavorativi nei quali lui invece non lavorerà». Esatto. «Ma almeno c’è l’incentivo!». Certo: il datore di lavoro percepirà, per effetto del decreto legge 76/2013, la cifra di 6.970 euro a titolo di incentivo. Dunque il costo totale per l’azienda sarà di poco meno di 34mila, ma grazie all’incentivo scenderà a 26mila 939. Per il primo anno. Per il secondo l’incentivo è già dimezzato, dato che esso dura solo 18 mesi: dunque all’azienda il lavoratore costerà sempre 34mila euro, ma lo Stato gliene ridarà solamente 3.485. Costo totale azienda per il secondo anno di assunzione del giovane: 30mila 424 euro. Per il terzo anno, niente incentivo: dunque l’azienda dovrà sostenere in toto, e senza aiuti,  il costo di 34mila euro.Ricapitolando: per assumere per tre anni un giovane con un contratto a progetto l'imprenditore verrebbe a pagare 80mila 877 euro. Assumerlo per lo stesso periodo di tempo con contratto di apprendistato gli costerebbe 68mila 630 euro nel caso di una impresa fino a 9 dipendenti, e poco meno di 75mila euro per una con più di 9. Mentre assumerlo con il contratto a tempo indeterminato, con tutti gli incentivi Letta-Giovannini già conteggiati, verrebbe a costare 91mila 272 euro.L’imprenditore guarda incredulo la sua consulente del lavoro. «Vuol dire che con tutti gli incentivi del governo, assumere con questa modalità resta la scelta più antieconomica?». Purtroppo sì. «Le assunzioni effettuate, per poter beneficiare degli incentivi, dovranno comportare un incremento occupazionale netto. Questo determina un difficile accesso all’incentivo da parte delle imprese» è la riflessione che Annamaria Giacomin affida ad Articolo 36: «L’incentivo verrà corrisposto dall’Inps ma la procedura, non ancora definita,  è un un difficile punto di partenza, sia per l’ulteriore adempimento tecnico sia per l’incertezza applicativa della norma». Un’altra possibile falla del provvedimento, oltre al fatto che  il costo per l’assunzione di un lavoratore a tempo indeterminato con gli incentivi è paradossalmente meno conveniente rispetto all’assunzione mediante  contratto di apprendistato o di una collaborazione a progetto. «Bisogna ricordare però che queste ultime due tipologie hanno maggiori criticità» ricorda Giacomin: «L’apprendistato comporta un notevole impegno per la formazione da parte del datore di lavoro e il cocopro è maggiormente rischioso per la sua facile riconducibilità al lavoro subordinato», in caso cioè un lavoratore decidesse di fare vertenza. Ma allora come bisognerebbe fare per realizzare maggiore occupazione? «Oltre allo sgravio contributivo, che io giudico "minimo" ma che almeno c’è, già previsto dal decreto legge 76/2013, sarebbe fondamentale anche lo sgravio fiscale a favore dei lavoratori almeno per lo stesso periodo. E nel contempo penso che sarebbe utile eliminare gli ostacoli previsti per la successione dei contratti a termine».Eleonora Voltolina

Precari, occhio ai vostri contributi: a volte si perdono, ecco come recuperarli

All'inizio di giugno la Cgil ha lanciato una nuova iniziativa destinata ai lavoratori precari. Stavolta sotto la lente di ingrandimento sono finiti i loro contributi: perché al problema che sono estremamente bassi e spesso non continuativi - il che comporterà di conseguenza trattamenti pensionistici molto avari tra trenta o quarant'anni - se ne aggiunge un altro: e cioè che talvolta questi contributi si "perdono". «La campagna “Sei precario e ti scappano i contributi?” prende il via da una vicenda gravissima» si legge sul sito del sindacato: «Molte lavoratrici e lavoratori iscritti alla gestione separata Inps, tra cui assegnisti di ricerca, collaboratori e dottorandi, nell'estratto conto Inps si ritrovano privi di buona parte dei contributi previdenziali versati». Che fare dunque se si pensa di aver subito la stessa sorte? Ad Articolo 36 lo spiega Luigina De Santis, già segretaria generale dal 1999 al 2006 della Federazione europea dei sindacati dei pensionati (Ferpa), nell'ambito della Confederazione europea dei  sindacati, e oggi componente del Collegio di presidenza dell'Inca nazionale. La campagna nasce dalle segnalazioni di alcuni dipendenti pubblici, in special modo ricercatori universitari. Quali sono le università coinvolte?Le prime segnalazioni risalgono al 2007 e investivano diversi ricercatori e assegnisti dell'ateneo Federico II di Napoli, per i quali l'Inca ha ottenuto la correzione delle posizioni assicurative da parte dell'Inps. Successivamente la vicenda dei contributi scomparsi ha interessato l'università di Pavia, dove sono ancora in corso gli accertamenti, ma già oggi possiamo dire che l'Inps sta correggendo gli estratti conto individuali per i quali il patronato della Cgil locale ha indicato alcune registrazioni scorrette. Ed è  anche sull'onda di queste segnalazioni che abbiamo deciso di avviare la campagna coinvolgendo lavoratrici e lavoratori impegnati nei principali atenei italiani, dove presumibilmente potrebbero esserci stati errori nell'operazione di accreditamento dei contributi previdenziali. Si tratta, ad esempio, degli atenei della Sapienza di Roma, di Cagliari, Modena, L’Aquila, Sassari, Brescia e Palermo. È utile sottolineare che ad essere coinvolti non sono solo gli assegnisti e ricercatori universitari, ma anche lavoratrici e lavoratori precari con contratti cocopro e cococo della pubblica amministrazione: Ministeri, Comuni tra i quali segnaliamo Napoli e Livorno, interessati dalla campagna aperta all’inizio di giugno.Il problema riguarda solo gli enti pubblici, o anche dipendenti precari di imprese private?Riteniamo che la vicenda dei contributi scomparsi possa riguardare tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori precari sia privati che pubblici. Per questa ragione è importante rivolgersi all'Inca per  verificare la correttezza dei versamenti accreditati, tanto  più che i contributi dopo cinque anni “si prescrivono”: vale a dire che, decorso tale termine, non sarà più possibile rivendicarne il versamento da parte del committente, cioè l’azienda o la pubblica amministrazione per la quale si lavora. I lavoratori coinvolti rischiano dunque di vedersi pregiudicare anche le loro aspettative pensionistiche. La stessa cosa accade per i lavoratori impegnati con aziende private, che sono più soggette all’evasione contributiva. È accaduto che, pur avendo operato sul reddito del lavoratore  la trattenuta di un terzo dell’ammontare dei contributi, l’azienda non li abbia versati all’Inps. Si tratta di una carenza a più gradi di quella compiuta dalle pubbliche amministrazioni, che hanno sbagliato nel versare ma i contributi li hanno versati nella stragrande maggioranza dei casi.Come fa materialmente un precario ad accorgersi di questi buchi guardando la sua busta paga? Dove si devono scovare i campanelli d'allarme?La verifica più efficace è controllare l’estratto conto dei lavoratori parasubordinati. Tale documento può essere acquisito online direttamente dal lavoratore interessato o dal patronato delegato, collegandosi al sito internet dell’Inps. Nell’estratto vengono elencati i nominativi dei committenti, il reddito  percepito per ciascun contratto di collaborazione  e i relativi contributi. Teniamo conto che le università in alcuni casi hanno provveduto al versamento cumulativo  dei contributi  dovuti per i loro assegnisti, ma non hanno indicato correttamente l’importo contributivo da destinare a ciascuno di essi. In alcuni casi  sono stati versati contributi senza indicare i nominativi dei lavoratori a cui vanno attributi. L’Inps già da qualche anno ha modificato la procedura che si utilizza per i versamenti proprio per porre fine a queste confusioni: da qui  il nostro invito a verificare il proprio estratto contributivo Inps. Ci si può rivolgere all'Inca, presso l'ufficio più vicino alla propria residenza, dove operatori  del patronato competenti e disponibili potranno controllare le posizioni individuali e chiedere all’Inps di correggere eventuali errori.Nella vostra pagina si legge che «i contributi di moltissimi lavoratori iscritti alla gestione separata potrebbero non essere stati registrati correttamente dal sistema, nonostante le amministrazioni li abbiano versati». Ma la vostra campagna si occupa anche di buchi previdenziali relativi a contributi non pagati? Se sì, in che modo agirete in questo caso?Nel caso in cui i contributi non siano stati pagati, ci troviamo di fronte ad una vera e propria evasione contributiva. Il patronato può inviare  all’Inps copia del contratto sottoscritto dal lavoratore e dal committente, chiedendo all’Inps di obbligarlo al pagamento dei contributi. Ciò può avvenire quando i contributi si riferiscano ad un arco di tempo non superiore a cinque anni; per questo il patronato Inca insiste con gli interessati affinché controllino al più presto. Che risposta avete avuto dall'Inps a sei mesi dalla vostra richiesta?Già dalle prime segnalazioni abbiamo avuto risposte positive dall'Inps, che ha provveduto alle relative correzioni. Inoltre quando la vicenda si è estesa ad altre realtà, abbiamo avuto diversi incontri con la Direzione dell'Istituto, che hanno dato  risultati positivi. Infatti l'Inps dopo aver cambiato le procedure si sta preparando ad una verifica analitica di tutte le posizioni di lavoratrici e lavoratori iscritti alla Gestione separata. Inoltre con l’Istituto abbiamo convenuto che, in caso di errore nel versamento, non si porrà il problema della prescrizione nei cinque anni: si tratta di errori materiali nei versamenti, non di evasione contributiva. L’Istituto, su nostra richiesta, si è detto disponibile a riesaminare anche domande di prestazioni temporanea, in primis per l’indennità di maternità, che siano state rifiutate per carenza di contribuzione. Chiediamo dunque a tutti coloro che hanno avuto risposte negative da parte dell’Inps di farle riesaminare dal patronato, dopo la regolarizzazione del loro estratto contributivo.. Il fenomeno riguarda anche le gestioni separate delle casse previdenziali di categoria? Vi occuperete anche di queste nella vostra campagna?La nostra attività di assistenza e consulenza riguarda tutte le casse previdenziali. È nella nostra mission istituzionale occuparci a tutto campo del settore previdenziale, senza distinzione alcuna. I lavoratori e le lavoratrici iscritti alle diverse casse previdenziali potranno rivolgersi con fiducia all'Inca che agirà fornendo tutte le informazioni, nonché consigli per eventuali azioni da intraprendere affinché i diritti sociali, sanciti per legge, siano essi previdenziali o assistenziali, siano effettivamente esigibili.   Intervista di Eleonora Voltolina  

I nuovi lavori del web: poco riconoscibili, sottovalutati e dunque sottopagati

Il web è il futuro, il web è la speranza. Anche dal punto di vista occupazionale. Ma è davvero così? In teoria forse sì, in pratica un po’ meno. Con l’iniziativa Agenda digitale europea, all’interno della strategia Europa 2020, la Commissione europea ha lanciato ai paesi membri la sfida di sfruttare al meglio il potenziale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict), per favorire il progresso e moltiplicare le opportunità d’impiego. Anche il Report del 2012 di Assintel (l’associazione delle imprese Ict di Confcommercio) guarda con fiducia all’impatto di Internet sulla crescita economica: «L’Italia parte dal 16esimo posto del ranking 2010, ma il contributo di Internet all’economia del nostro paese dovrebbe crescere più velocemente che in Francia e in Brasile e farci raggiungere il 14esimo posto nel 2016». Se da una parte dunque ci sono propositi incoraggianti, dall’altra il bilancio ufficiale del 2012 stride con l’entusiasmo generale. L’anno passato si è chiuso con retribuzioni in calo per i lavoratori delle 132mila imprese dell’Ict, stando ai dati aggiornati al 2012 dell’Osservatorio delle competenze nell’Ict, a cura di Assintel. Negli ultimi quattro anni, nel 44% dei casi, gli stipendi in Italia sono cresciuti appena oltre l’uno per cento e in media sono stati sempre inferiori a quelli delle altre aree aziendali. Invece, in quasi un terzo dei casi, sono precipitati e con percentuali mai inferiori al 4%. Passando in rassegna le schede relative ai profili retributivi delle professioni del web e incrociando la classificazione Assintel con quella dell’Iwa (l’associazione internazionale per la professionalità nel web), sorprende anzitutto che un settore che dovrebbe valorizzare i giovani sembra piuttosto penalizzarli. In primo luogo gli stipendi crescono con l’età, una tendenza che siamo abituati a percepire come la norma ma che non lo è. A maggior ragione nell’universo digitale dove i giovani potrebbero dare un contributo decisivo, perché in materia di tecnologie sono più aggiornati e spesso anche più creativi. Per fare un esempio: nel 2012 la retribuzione annua lorda di un impiegato inquadrato come Responsabile help desk (o Community manager secondo la definizione Iwa) è stata di poco più di 21mila euro nella fascia di età inferiore a 24 anni, pari a circa 1250 euro netti al mese; di quasi 25mila nella fascia 24-30 anni e di 29mila, cioè 1700 euro netti al mese, tra i 31 e i 40 anni. Inoltre un Key account manager o un Responsabile commerciale non possono aspirare alla qualifica di “quadro” se non nella fascia d’età tra 31 e i 40 anni. Perché, dunque, un settore così presente nella nostra quotidianità e in continua evoluzione stenta a decollare nel mercato del lavoro? Come sono considerate queste nuove professioni dalle aziende? Giulio Xhaet, fondatore di Appluego e docente presso la Business school del Sole 24 Ore, risponde così alla Repubblica degli Stagisti: «Manca uno standard di riferimento, soprattutto in Italia. Molto è in mano alla capacità dell'azienda o agenzia stessa, in particolare il top management, nel vedere e ottimizzare le opportunità di quello che mi piace definire "codice umanistico": se considero la comunicazione e l'advertising digitale alla stregua di strumenti alla moda che "chiunque può gestire" e che si possono usare "perché sono gratis o comunque costano meno", è ovvio che i professionisti verranno sottopagati e sottostimati». In un certo senso la democrazia della rete viene confusa con la banalizzazione delle competenze e con l’improvvisazione, mentre la paga si alza laddove le mansioni sono considerate più complesse e più specifiche. «Le aziende cominciano ad assumere proporzionalmente al ritorno sugli investimenti che vedono nel breve-medio termine e tendenzialmente, a parità di seniority, le professioni più "tecniche" come quella del Seo, il search engine optimizer ovvero l’ottimizzatore della visibilità in rete, del web analyst o dell’e-Reputation manager sono meglio retribuite». Il problema principale sembra essere quindi il rapporto direttamente proporzionale tra credibilità e retribuzione perché i nuovi lavori del web sono ancora poco riconoscibili e hanno urgente bisogno di standard di riferimento affinché gli addetti siano chiamati con i loro nomi, in base alle relative competenze. Ma quali sono, in concreto, Le nuove professioni del Web? In un libro che si intitola proprio così, pubblicato da Hoepli l’anno scorso e correlato all’omonimo sito, Xhaet propone un suo inventario delle otto professionalità attive su Internet (Community manager, Transmedia web editor, Digital pr, All-line advertiser, e-Reputation manager, Web analyst, Seo, Content curator). Ma attenzione, nemmeno le classificazioni degli addetti ai lavori collimano perfettamente: soltanto due dei profili tracciati da Xhaet, quello del Community manager e quello del Reputation manager, sono comuni alla classificazione pubblicata lo scorso febbraio dall’Iwa, sul modello delle e-competences europee E-CF. L’Iwa ha portato il numero delle figure professionali dalle 17 del 2010 a 21, ed è in cantiere la nuova versione del documento, da pubblicare entro febbraio 2014. L’aggiornamento costante ha un riflesso diretto sulla migliore riconoscibilità dei ruoli e di conseguenza sulle condizioni di lavoro, in termini di diritti e di doveri. «La sottoretribuzione è legata direttamente all’identificazione delle competenze: le aziende, quando cercano un professionista web, cercano spesso il tuttologo, mentre oggi è necessario che le aziende comprendano la necessità di sviluppare team specifici di dipendenti o di affiancare agli stessi dei consulenti, in base alle dimensioni aziendali» spiega ad Articolo 36 Roberto Scano, presidente dell’Iwa: «La classificazione, inoltre, consentirà ai singoli individui di poter ottenere certificazioni professionali per rendere riconoscibili i soggetti che effettivamente hanno dimostrato competenze specifiche». Accanto all’attività di standardizzazione l’Iwa ha messo in primo piano la tutela dell’occupazione, siglando un accordo con Networkers.it, il primo sindacato online dei professionisti dell’Ict che si occupa di garantire anche le figure che sono slegate da uffici o aziende: un popolo di freelance e autonomi che lavorano da casa o per committenti, la parte più consistente dei professionisti del web, difficile da “stanare”. Occorrono pertanto nuove forme di iniziativa e di politica del lavoro: «Offriamo uno sportello sindacale di consulenza online e nelle sedi sul territorio; servizi d'incontro tra domanda e offerta di lavoro nell'ambito Ict per i quali a breve nascerà un portale appositamente dedicato; la Borsa delle professioni che quota in tempo reale il valore di ogni singola professione, attraverso una selezione periodica degli annunci di lavoro» racconta Giuseppe De Paoli, content manager del Sindacato-Networkers, un sito, che attivo dal 2011, conta più di ottocento registrazioni: «Sulla base di questi servizi predisporremo nei prossimi mesi un servizio di formazione per il settore, con corsi specifici rivolti in particolare alle nuove professioni come quelle legate al mobile e al cloud, tutte professioni in evoluzione molto rapida per le quali la formazione è particolarmente utile». C’è insomma ancora una lunga strada da fare ma la direzione è chiara. Il prossimo bilancio è previsto per ottobre, quando sarà presentato il nuovo Report Assintel 2013.Marta Latini

Redditi a picco e niente welfare: giovani avvocati, “schiavi della partita Iva”

In Italia è boom di avvocati: sono ben 247mila, circa il doppio dei colleghi francesi, e continuano a crescere al ritmo di 14mila nuovi ingressi annuali. La professione esercita ancora un forte appeal tra le nuove generazioni, sebbene il mito del “principe del foro” sia ormai oscurato dalla triste verità dei numeri. I dati della Cassa forense parlano chiaro: se per il 2011 il reddito medio della categoria è di 47mila euro l’anno, i professionisti under 29 non raggiungono i 14mila, quelli nella fascia 30-34 anni si fermano a 20mila, mentre i 60-64enni toccano quota 92mila. E questi numeri non tengono in considerazione la fascia più povera della categoria, quei circa 60mila avvocati che nel 2011 risultavano iscritti all’Albo ma non alla Cassa forense perché il loro reddito era inferiore alla soglia minima di 10.300 euro. Non è difficile immaginare che si tratti soprattutto di nuove leve. La forbice reddituale che coinvolge le diverse generazioni di legali italiani è ben superiore a quella - già molto significativa - evidenziata dall'Adepp (Associazione degli enti previdenziali privati) per tutti gli iscritti alle casse private: il reddito medio dei professionisti italiani under 40 risulta inferiore del 48,4% rispetto a quello degli over 40. Avvocati e architetti, sottolinea l'Adepp, le due categorie più colpite da questa tendenza alla polarizzazione.«Il percorso professionale dei giovani che si affacciano alla carriera forense è divenuto negli ultimi anni particolarmente difficile», ammette Paolo Giuggioli, presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano. «Le ragioni sono variegate. Senza dubbio è un fenomeno ampio che, per via della crisi che ormai da oltre un quinquennio condiziona pesantemente lo sviluppo del nostro Paese, riguarda non solo questo settore professionale ma tutte le attività economiche. Tuttavia, rispetto ad altre categorie, l’avvocatura sta pagando il prezzo di un lungo periodo nel quale il numero degli iscritti è cresciuto enormemente. Dal 2000 ad oggi sono più che raddoppiati. Solo l’Ordine di Milano conta quasi 17.500 avvocati, mentre allora erano 8.300. Purtroppo non si può registrare un corrispondente innalzamento del reddito complessivamente prodotto». Come dire: i commensali raddoppiano, ma la torta da spartire rimane grosso modo la stessa.Ancora una volta, a rimanere a bocca asciutta sono soprattutto i giovani. Giovanissimi, poi, molti di loro non lo sono più. Se fino a qualche anno fa la piaga del lavoro sottopagato coinvolgeva principalmente i praticanti e i ragazzi in attesa di abilitarsi, oggi l’asticella della miseria si è spostata sempre più su fino a raggiungere anche coloro che hanno 10 o 15 anni di esperienza. Perché l'amara gavetta legale non finisce con l'agognata firma del dominus sul certificato di compiuta pratica. Come racconta Krizia, 26 anni, tra i promotori della ricerca sul praticantato i cui desolanti risultati sono stati ripresi da Articolo 36 qualche settimana fa: «Dopo quella firma inizia un periodo di limbo che, per i più fortunati, dura circa un anno: è il tempo che intercorre tra la fine della pratica e l'esame orale dell'esame di Stato, per chi lo passa subito. Io sto ancora aspettando l’esito dello scritto di dicembre; se tutto va bene, sosterrò l’orale in autunno. In caso contrario, il mio “purgatorio” durerà almeno un altro anno». Come vivono gli aspiranti avvocati in questo periodo in cui non sono più praticanti ma non sono ancora abilitati? «Molti restano nello studio in cui hanno svolto la pratica e percepiscono lo stesso “stipendio” di prima. Nel mio caso, 300 euro al mese. Ma sono fortunata: ho persino ottenuto due settimane di “pausa” pre-esame, ovviamente non retribuite», spiega Krizia. «A me non è stato concesso», racconta ad Articolo 36 Francesco, 26 anni, anche lui tra i promotori della ricerca. «Allora ho deciso di “licenziarmi” e dopo lo scritto di dicembre sono approdato in uno studio piuttosto grande, dove lavoro 10 ore al giorno e non ricevo nessun compenso. Ma sono abbastanza contento perché qui ho l’impressione di imparare il mestiere, mentre prima svolgevo quasi solo lavoro di segreteria».Forse allora sarà l’abilitazione il momento in cui si potrà finalmente “cambiare musica”? «Purtroppo no! Nel mio studio lavorano anche giovani abilitati e la loro situazione non è molto migliore. Guadagnano 800 o mille euro, i loro compensi crescono molto lentamente. A 33 anni portare a casa 1.200 euro, a fronte di 12 ore di impegno al giorno a ritmi piuttosto stressanti, non è una grande vittoria. Anche perché si lavora a partita Iva e da questa somma vanno tolti i contributi alla Cassa forense, le tasse, la polizza professionale, le spese del commercialista, i costi per l’aggiornamento professionale», risponde Francesco. E la situazione è destinata a peggiorare per gli avvocati a bassissimo reddito: la riforma forense approvata a dicembre 2012 e in vigore da febbraio ha posto come obbligatoria l'iscrizione alla cassa di categoria per tutti gli avvocati, indipendentemente da quanto guadagnano. Pena: la cancellazione dall'Albo. L'articolo 21 della legge ha affidato alla Cassa Forense il compito di emanare entro un anno un regolamento che determini i contributi dovuti per i circa 60mila avvocati con reddito inferiore ai parametri "minimi". Allo studio della commissione creata ad hoc ci sono diverse ipotesi, da quella di prevedere il versamento posticipato dei contributi a quella di tenere il minimo contributivo sotto i mille euro, fino alla previsione di un regime di esenzione per i primi anni di attività. Certo è che se le misure non saranno "morbide" e realmente proporzionate ai redditi, migliaia di avvocati rischieranno di uscire dall'Albo. La tipologia di avvocato a partita Iva ma di fatto alle "dipendenze" di un dominus, resa famosa qualche anno fa dal libro Studio illegale, è la più diffusa tra i giovani legali italiani. Ottenuta l’abilitazione, ogni neoprofessionista si trova davanti a una scelta: rimanere nello studio di un avvocato più esperto e già avviato, aprirne uno proprio, associarsi con altri colleghi. Ma la concorrenza è agguerrita, i clienti sono sempre meno, i costi di gestione sono notevoli. Dunque per la maggioranza di loro la scelta è obbligata: aprire partita Iva e fornire la propria collaborazione a uno studio, coordinandosi con il dominus, spesso in regime di monocommittenza. Sono liberi professionisti “meno liberi” degli altri: formalmente autonomi, devono rispettare procedure, formalità e policy nel rapporto con clienti, devono concordare con il titolare le ferie, che spesso non sono retribuite. «Questa categoria vive in una vera e propria “terra di nessuno” priva di qualsiasi garanzia: non sono pochi i casi di avvocati 35enni o 40enni licenziati dalla sera alla mattina senza alcun paracadute, Tfr o ammortizzatore sociale», ha denunciato qualche mese fa sulla Repubblica degli Stagisti Dario Greco, presidente dell’Aiga, l’associazione dei giovani avvocati. Ma l’Ordine non li tutela in nessun modo? «L’Ordine è attento alla questione disciplinare in merito agli abusi che possono verificarsi nei confronti di giovani avvocati che prestano la propria attività professionale come collaboratori di studi legali», spiega Giuggioli. «Tuttavia è essenziale la segnalazione di tali circostanze affinché risulti possibile un’efficace iniziativa da parte nostra».Tuttavia nel mondo legale evitare gli abusi è più difficile che altrove perché qui le partite Iva non sono mai considerate “false” e non possono essere trasformate in rapporto di lavoro dipendente. Perché per l'ordinamento italiano l'avvocato non può essere un lavoratore subordinato. «Un'assunzione – ha più volte spiegato l’Oua, Organismo unitario avvocatura italiana – è del tutto incompatibile con l'indipendenza della libera professione legale, proprio a garanzia della clientela». Eppure in Francia, Spagna, Gran Bretagna e Germania, negli studi medio-grandi, l'inquadramento contrattuale degli avvocati è una modalità di esercizio consentita e ben regolamentata. In Italia invece la riforma forense  – la legge 247/2012 approvata a dicembre - ha trascurato del tutto questo aspetto. E la riforma Fornero ha volutamente escluso dalla cosiddetta “stretta sulle false partite Iva” tutte le professioni ordinistiche. Tutto regolare, dunque, se per un giovane avvocato il rapporto con lo studio legale in cui lavora da anni si interrompe dall'oggi al domani, per mancanza di clienti, per parcelle non pagate o, semplicemente, per una gravidanza. «Ho visto parecchie donne mandate via dagli studi dopo il parto semplicemente perché volevano allentare un po' i ritmi di lavoro nei primi mesi», racconta Francesco. «Ne ho visto altre andare in udienza il venerdì, partorire la domenica, tornare in tribunale il mercoledì. Non si fermano mai per paura di perdere il lavoro». È perfettamente legale, perché la natura del lavoro autonomo ha portato il legislatore a non prevedere per la maternità l’astensione obbligatoria. Le libere professioniste possono continuare a lavorare e, contemporaneamente, percepire dalla Cassa forense l’indennità di maternità: l’80% del reddito netto professionale mensile prodotto ai fini Irpef nel secondo anno antecedente il parto, per cinque mesi. Certamente molte donne avvocato considerano positivamente questo trattamento, ma non mancano i segnali d'allarme: stando ai dati forniti dalla Cassa forense, la fascia d’età in cui le gravidanze sono più numerose è quella tra i 35 e i 39 anni. Le donne rimandano la maternità per molto tempo, complici la paura di perdere la propria scrivania e la preoccupazione legata a un reddito insufficiente. Anche perché le statistiche ci consegnano l’immagine di un’avvocatura in rosa sempre più numerosa ma decisamente più povera: nella fascia d’età 35-39 anni un uomo guadagna in media 35mila euro, mentre la sua collega donna 21mila, con un divario del 40%. I dati dunque evidenziano che l'avvocatura italiana è sempre più ricca di giovani e di donne, ma non sembra né culturalmente pronta né attrezzata – a partire dagli strumenti di welfare – per accoglierli e dare loro opportunità di crescita. «La professione forense si sta progressivamente ringiovanendo e femminilizzando, una trasformazione che non possiamo ignorare», conferma il presidente della Cassa forense Alberto Bagnoli. Che, a margine dell'VIII Congresso giuridico-forense per l'aggiornamento professionale, ha annunciato i suoi propositi per rendere l'avvocatura un mondo meno ostile alle nuove generazioni: «Dobbiamo creare nuovi interventi di natura assistenziale, investire nella formazione dei giovani professionisti e agevolare il loro ingresso nel mondo del lavoro. Si tratta di interventi che vanno nell'ottica di costruire un welfare avanzato che non sia solo previdenza ma anche assistenza». In concreto? La Cassa forense ha messo a disposizione 50 milioni di euro da investire nel 2013 in misure assistenziali, in particolare per le fasce più deboli della categoria: interventi di microcredito a favore dei giovani iscritti, bonus bebè, ulteriori forme assicurative, benefit per intraprendere la professione in modo autonomo. Nella stessa direzione va anche l’Ordine di Milano, come spiega ad Articolo 36 il presidente Giuggioli: «Abbiamo ritenuto importante attivare convenzioni con istituti bancari e confidi per mettere a disposizione dei nostri iscritti vari strumenti finanziari a condizioni agevolate, eventualmente sorretti da garanzie collettive, diretti a facilitare l’avvio di nuovi studi professionali o a consentire anticipazioni su parcelle relative a prestazioni professionali nell’ambito del patrocinio a spese dello Stato, che scontano i tempi lunghissimi con cui la Pubblica Amministrazione salda i propri debiti». Tutti interventi lodevoli, ma destinati a incentivare e supportare i giovani che vogliano intraprendere la professione in modo realmente libero e autonomo, in un mercato peraltro sempre più saturo. Restano tagliati fuori, ancora una volta, i cosiddetti “schiavi della partita Iva”, sul cui lavoro sottopagato si basa il volume d’affari milionario di moltissimi studi, piccoli e grandi, in tutta Italia.Anna Guida

Macché 15-24enni, la vera disoccupazione giovanile è quella dei trentenni

Le dichiarazioni dei politici sulla disoccupazione giovanile sono ormai quotidiane. C'è preoccupazione, c'è allarme, bisogna agire, la situazione non è più accettabile... Tante parole.  Ma il problema é davvero grave: troppo grave per farlo mangiare dalla retorica e dalla imprecisione. «Il 38% di disoccupazione giovanile è inaccettabile» ha detto il  premier Letta, «Ci concentreremo sul piano giovani» gli ha fatto eco il ministro del Lavoro Giovannini.Tutto giusto, ma il problema non è quello. Non è la disoccupazione giovanile. O meglio, non é quella che tecnicamente viene definita, a livello statistico e secondo standard europei, «disoccupazione giovanile»: cioè l'insieme dei giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni che hanno finito (o smesso) di studiare e che cercano attivamente lavoro. Il fulcro della questione, signori della politica e del sindacato e colleghi dei media, sta altrove. Sì, il numero é impressionante, dire «c'è il 40% di giovani disoccupati» fa sempre un certo effetto, va bene per le prime pagine dei giornali. Ma non è assolutamente quello il problema dell'Italia.Semplicemente per una questione di numeri e di proporzioni. Su 6 milioni di italiani in quella fascia di età, quelli che cercano lavoro e non lo trovano sono numericamente pochi: all'incirca mezzo milione. Perché, come ha spiegato anche Assolombarda, in quella fascia di età «la grande maggioranza è impegnata nello studio» e dunque «la popolazione attiva», l'unica che va conteggiata nelle statistiche sulla disoccupazione,  «è di soli 1 milione e 660mila individui, contro i quasi 4 milioni e mezzo di ‘inattivi’ da un punto di vista lavorativo». Dunque «l'emergenza disoccupazione giovanile» si concretizza in mezzo milione di quindicenni - ventiquattrenni che cercano lavoro e non lo trovano. Tanti, da un certo punto di vista. Ma per come è strutturata la società italiana, non è poi così insopportabile che un giovane tra i 15 e i 24 anni non abbia ancora un lavoro che gli permette di mantenersi, e viva a carico - parziale o totale - dei genitori. Non è un dramma.In altri Paesi lo è: le famiglie sono abituate a "lasciar andare" i figli molto presto per la loro strada, a sostenerli fintanto che studiano ma poi a smettere immediatamente di pagare le loro spese una volta diplomati o laureati. In quei Paesi, va detto, vigono sistemi di welfare molto più attenti ai giovani del nostro, e dunque il giovane ha a sua disposizione una serie di aiuti e incentivi dallo Stato che lo supportano nel momento di transizione dalla vita "da piccolo" nell'ecosistema familiare alla vita "da grande", fino alla conquista della piena autonomia.Ma non divaghiamo. Il punto è la fascia di età che ci interessa. Che non è quella stabilita a livello europeo per misurare la disoccupazione giovanile. 15-24 é una fascia di età che non rappresenta nulla, in Italia. É buona solo per produrre le statistiche ufficiali nel rispetto dei parametri Eurostat, adatte alle comparazioni con altri Paesi UE, omogenee. 15-24 é una forbice significativa per Paesi in cui i ragazzi fanno un anno di superiori e due anni di università meno di noi italiani. Paesi in cui un 17enne spesso ha finito di studiare alle superiori, un 20enne all'università, e vuole entrare nel mercato del lavoro. Da noi ciò accade raramente.La vera emergenza in Italia sono i 25-34enni. Quella é la vera, drammatica, insopportabile «disoccupazione giovanile». Non per le statistiche, ma per chiunque viva e osservi il mercato del lavoro italiano. Il disastro sono i milioni di 25-34enni disoccupati (cioè che hanno perso il lavoro e ne stanno cercando un altro), inoccupati (che non ne hanno mai avuto uno) o addirittura neet (che sono rassegnati e non lo cercano).Su questa fascia di età vanno concentrati tutti gli sforzi. Sono i 25-34enni il futuro prossimo dell'Italia. Io li chiamo "giovani anzianotti", perchè non sono più giovanissimi ma nella cultura italiana vengono considerati e sopratutto trattati - sia da famiglie iperprotettive sia da datori di lavoro irresponsabili - come tali: sono loro che vanno aiutati a trovare un lavoro, agevolando le aziende ad assumerli. Sono loro che non hanno più l'età per vivere con i genitori e mantenersi grazie alla mancetta dei nonni. Sono loro che devono essere valorizzati, dopo tutto quello che hanno studiato: e pagati con stipendi decenti, in modo da poter uscire di casa, farsi un proprio nucleo, magari mettere su famiglia. Perché per fare figli non si può aspettare, come fanno le donne italiane, di essere vicine alla quarantina: lungi dall'essere un problema "privato", quello delle primipare attempate è invece un dramma che ha effetti sulla demografia e in ultima analisi sull'intera società italiana, sempre più povera di bambini e dunque sempre meno attrezzata per sostenere, tra trenta-quarant'anni, il peso del welfare per le pensioni. È dunque sulla fascia di età 25-34, composta secondo gli ultimi dati Istat da oltre 7 milioni di persone, che la politica e il sindacato devono impegnarsi se vogliono davvero fermare il declino italiano. Perché solo 4 milioni e mezzo di questi 7 milioni hanno un impiego: questa fascia ha infatti un tasso di disoccupazione del 14,9% (dato 2012), altissimo considerando che i 25-34enni dovrebbero essere quelli più attivi e dinamici nel mercato del lavoro. In numeri "brutali" vuol dire che in questa classe anagrafica ci sono all'incirca un milione e 100mila disoccupati. Viceversa, ovviamente, il tasso occupazione è molto basso, un po' inferiore al 64%. E c'è un numero mostruoso di inattivi: 1 milione e 800mila.Il timore invece é che il governo abbia in mente altro. Una operazione cosmetica, fatta più per l'Europa che per l'Italia. Un'azione concentrata sulla fascia sbagliata - quei 15-24enni in cerca di impiego che in Italia sono pochi e sostanzialmente meno disperati dei fratelli maggiori - per raggiungere l'obiettivo, come ha dichiarato Enrico Letta qualche giorno fa, di «un piano nazionale sull'occupazione con l'obiettivo di far scendere la disoccupazione giovanile nei prossimi anni, possibilmente sotto il 30%», per dare «speranza per il futuro». Peccato che quello sia l'obiettivo sbagliato: la «speranza per il futuro» va data prima ai giovani adulti, e poi ai giovanissimi. Pensare gli interventi prossimi venturi di incentivo alle assunzioni in ottica 15-24 è utile solo nell'ottica di fare bella figura, tra 12 o 18 mesi, portando a Bruxelles il risultato di aver abbassato una disoccupazione giovanile che in Italia coinvolge a malapena mezzo milione di giovanissimi. Dimenticando i veri giovani "anzianotti" drammaticamente senza lavoro: i 25-34enni.Eleonora Voltolina

Chi nasce in Italia sia italiano da subito: ma sono ancora tanti gli ostacoli alla legge

Il dibattito si è riacceso di recente dopo le dichiarazioni della neo ministra per l'Integrazione Cécile Kyenge, la «ministra nera», come si è autodefinita di fronte ai media, generalmente avidi di ritratti nitidi. 49 anni, medico di origini congolesi, italiana - anzi emiliana, come ama ricordare - perché moglie di un italiano, all'indomani della sua elezione tra le fila del governo Letta la deputata Pd ha annunciato l'intenzione di stilare subito un ddl che riconosca in Italia lo ius soli, il diritto per i figli di immigrati ad avere la cittadinanza del Paese in cui nascono, indipendentemente da quella dei propri genitori. Le polemiche non si sono fatte attendere, scuotendo il già precario equilibrio politico su cui si basa l'allenza di governo. Ultimo in ordine cronologico il duello a distanza su RaiTre, nella trasmissione Che tempo che fa di ieri sera, tra il vicepremier Angelino Alfano che ha argomentato (alquanto arditamente, a dir la verità) che in Italia lo ius soli esisterebbe già, «perchè chi è nato qui, al compimento della maggiore età può già fare richiesta per la cittadinanza», e lo scrittore Roberto Saviano, che poco dopo si è schierato apertamente a favore di un'immediata legge che dichiari automaticamente italiani tutti coloro che nascono sul territorio italiano.I rappresentanti delle cosiddette "seconde generazioni" sono più di 850mila ogni anno, su una popolazione complessiva di 60 milioni di persone. Nascono in ospedali italiani, crescono con cibo italiano, frequentano scuole italiane, parlano e pensano (anche) in italiano. Lavorano, o lavoreranno, contribuendo all'economia del Paese; fanno figli a loro volta. I bambini che nascono oggi da genitori immigrati se tutto va bene riceveranno la cittadinanza italiana, e i diritti annessi, dopo il 2031, dopo cioè aver superato i 18 anni e una sfibrante trafila burocratica. Il presidente Napolitano, a dispetto della sua consueta sobrietà espressiva, tempo fa la definì una «follia». Seconde generazioni, seconda serie - cittadini di "serie B": questo sembra essere il paradigma. A smontarlo ci ha provato - e probabilmente ora a maggior ragione ci proverà - più d'uno. Tra questi c'è Anna Granata, 31enne psicologa e dottoressa di ricerca in Pedagogia interculturale alla Cattolica, autrice di Sono qui da una vita, sottotitolo «Dialogo con le seconde generazioni» (Carocci, 166 pagine, 16 euro). Un libro, nato proprio della sua ricerca di dottorato, che dà la parola va direttamente a loro: ai figli di immigrati rappresentati da un campione di giovani di origine straniera tra i 18 e i 27 anni che vivono a Milano. Per poter affermare - di fronte al mondo della scuola, del lavoro, di fronte alle loro famiglie e comunità, all'intera società  -  il diritto ad una doppia appartenenza, ad essere ciascuno due "interi", e non due "metà": italiani e stranieri allo stesso tempo, senza dover necessariamente sacrificare un pezzo della propria identità a favore di un altro.«Mi sento come una noce di cocco, nera fuori e bianca dentro» scrive una ragazza di origini etiopi sul forum della Rete G2 - punto di riferimento web per le seconde generazioni: nera per etnicità ma bianca, italiana, per cultura. Senza contrapposizioni. Le fa eco Abdallah Kabakebbji, tra i fondatori dell'associazione Giovani musulmani d'Italia: «per cortesia non chiedetemi se mi sento più occidentale o più musulmano: sarebbe come chiedere se vuoi più bene al papà o alla mamma!». Mentre Akram racconta divertito di quando suo padre, sudanese, rispose per le rime ad una "sciura" un po' pettegola, in perfetto dialetto milanese («gelo nella sala, ma poi disgelo» ricorda). Rassmea invece, nata da genitori arabi, racconta dell'imbarazzo nel presentarsi in classe all'indomani dell'11 settembre, con il peso di chi sente di  dovere delle spiegazioni che non ha. Perché Rassmea, "araba" cresciuta in Italia, del fondamentalismo islamico allora non ne sapeva tanto di più dei suoi compagni di classe (poi ha recuperato).  Molti di questi ragazzi e ragazze, italiani di fatto, hanno iniziato solo da poco il cammino per ottenere la cittadinanza italiana, impigliati nelle maglie arrugginite della legge 91/1992, che disciplina la materia e che adesso la ministra Kyenge sta cercando di riformare, seppur conscia della difficoltà di trovare i numeri. «L'Italia ha uno statuto giuridico fortemente basato sui legami di sangue» nota l'autrice della ricerca Anna Granata. «È sufficiente avere un nonno italiano, pur senza conoscere la lingua e la situazione del nostro paese, per  essere chiamati a partecipare alla scelta di chi deve governare». In diritto si chiama ius sanguinis, diritto di sangue, trasmesso per eredità; dalla parte opposta c'è appunto lo ius soli: un principio quasi sconosciuto in Europa, e di casa solo in Usa, Canada, Brasile. Ottenere la cittadinanza ovviamente non è solo un fatto simbolico, il che da solo basterebbe. Il caso di Sima, raccontato qualche tempo fa dalla Repubblica degli Stagisti, è esemplare: 24enne di origini indiane, in Italia da quando aveva un anno e italiana a tutti gli effetti, da quando si è laureata vive con l'incubo di essere espulsa dal suo Paese, scaduto ormai il visto provvisorio per motivi di studio. Ma, al di là dei casi estremi, vedersi riconosciuto formalmente il diritto di cittadinanza determina anche la possibilità di partecipare ad un concorso pubblico, o di votare: «non potremo diventare gli Obama italiani» scrive un giovane sul forum G2 «ma nemmeno insegnanti, avvocati, magistrati, ingegneri, architetti, poliziotti e qualsiasi altra attività che preveda l'accesso alla professione attraverso concorso pubblico». Un insensato spreco di energie. «La società è posta di fronte a un bivio» scrive l'autrice «scegliere di tutelare il proprio passato o immaginare un percorso insieme a chi compone effettivamente, oggi, la società e può contribuire a garantirne un futuro». Secondo le stime nel 2015 un bambino su tre avrà almeno uno dei due genitori stranieri e che il 17% degli alunni delle scuole primarie sarà figlio di immigrati. Sono cifre, tra tante altre, che di fronte al bivio "auto preservazione" o "interculturalità" lasciano pochi dubbi su quale sia bene intraprendere per il bene dell'Italia di oggi e di domani. Annalisa Di Palo

L'Italia ha il 5% del patrimonio Unesco mondiale: eppure gli archeologi fanno la fame

I luoghi archeologici italiani – tra siti, monumenti e musei – sono più di 2.500. Il flusso di visitatori generato ogni anno è di oltre 15 milioni di persone. Su 911 siti tutelati dall’Unesco in tutto il mondo, ben 44 – il 5 per cento – sono italiani. Nessun altro paese ne ha così tanti: lo dice l'Indagine sullo stato di manutenzione dei siti archeologici svolta due anni fa da Cristina Zuccheretti e Valeria Chiarotti per la Corte dei conti.Eppure in Italia gli archeologi attivi sono solo 5mila. Faticano a trovare lavoro, quando lo trovano di solito si tratta di un inquadramento precario e sottopagato. Sempre più spesso abbandonano la professione per esasperazione o per bisogno di un reddito più sicuro, o per tutte e due le motivazioni.Sabato pomeriggio un drappello di archeologi ha fatto un flash mob a Castel Sant’Angelo, dove hanno sede il Museo Nazionale di Castel Sant'Angelo e la Soprintendenza speciale per il patrimonio storico artistico ed etnoantropologico e per il Polo museale della città di Roma. Obiettivo: lanciare un messaggio al neo-sottosegretario Ilaria Borletti Buitoni, che nei giorni scorsi ha rilasciato dichiarazioni poco rassicuranti sulle prospettive occupazionali del comparto: «In questo contesto è assolutamente impossibile che lo stato abbia risorse sufficienti per ampliare l’offerta culturale senza ricorrere anche al sostegno dei volontari».La questione è spinosa. Le persone che prestano gratuitamente il proprio servizio come atto di volontariato sono preziose per tantissime attività, specialmente quelle culturali e di assistenza sociale che possono contare su fondi statali molto scarsi. Ma il problema salta subito all’occhio: confondere professionisti e volontari è pericolosissimo. Infatti durante il flash mob, promosso dalla Confederazione italiana archeologi, i partecipanti tenevano in mano un cartoncino colorato con su scritto il proprio nome e la frase «Volontario a chi?». «In Italia sono attivi ventotto corsi di laurea specialistica in Archeologia, quindici scuole di specializzazione post lauream e diverse scuole di dottorato» spiega alla Repubblica degli Stagisti Salvo Barrano, presidente dell'Associazione nazionale archeologi: «Fino al 2005 si laureavano più o meno 3mila studenti all'anno. Ora la situazione è sicuramente diversa: secondo i nostri calcoli dovremmo essere scesi a 1500-2mila, ma non esistono indagini recenti». Del resto le prospettive occupazionali sono sconfortanti: «Negli ultimi anni molti archeologi hanno abbandonato la professione», sostiene Barrano, «a causa delle cattive condizioni di lavoro e della crisi economica, che ha avuto forti ripercussioni sul settore dell'edilizia, cui la professione è in parte legata». Il Mibac ha recentemente dato un segno positivo assumendo 30 archeologi - e con questo portando a 350 l'organico interno dei funzionari archeologi - ma il problema è strutturale. Gli archeologi servirebbero certamente all'interno degli uffici tecnici degli enti territoriali, dei musei locali e civici: «Ma tutte queste strutture spesso non sono in grado di assicurare lavoro con continuità» nota Barrano. Secondo i dati del II° censimento nazionale condotto dall'Ana, infatti, gli archeologi assunti nella pubblica amministrazione sono soltanto il 6%; quelli assunti nel settore privato con contratti di tipo subordinato privato l'8%. Per la maggior parte gli archeologi lavorano con tipologie contrattuali autonome, paraautonome o parasubordinate (74%). Più in dettaglio, oltre un quarto lavora a partita Iva, uno su cinque con contratto a progetto, poco più di uno su sei con contratti di collaborazione occasionale mentre il 9% del campione intervistato è titolare di una società. Rimane un 5% che non lavora. Dati deprimenti anche per quanto riguarda le retribuzioni. Il 72% degli archeologi italiani guadagna meno di 20mila euro lordi all'anno, e di questi solo il 10% riesce a guadagnare tra i 15mila e 20mila, mentre  il resto sta sotto i 15mila. 20mila euro lordi vuol dire grossomodo mille euro netti in tasca al mese. 15mila vuol dire 750 al mese. Il reddito di un archeologo. In Italia. Che ha il 5% del patrimonio mondiale Unesco. 2.500 siti archeologici. La culla della cultura, dell'arte, dell'archeologia. 750 euro al mese. «Esiste però un piccolo segmento dei professionisti, un 6%, che sono quelli più affermati, che riesce a stare sopra i 25mila euro lordi all'anno» aggiunge Barrano. E meno male.In questa situazione, le dichiarazioni della Borletti Buitoni sono pesate come macigni. Perché il rischio che i volontari vengano utilizzati dalle realtà museali e archeologiche per sostituire normali dipendenti è dietro l'angolo. E bisogna agire con grandissima attenzione perché i volontari non siano percepiti come "ladri di lavoro" non solo per gli archeologi ma anche per gli storici dell'arte, restauratori e tutti i professionisti di questo ramo. «Il contributo dei volontari per iniziative straordinarie, come l'apertura dei musei e dei siti in occasioni particolari, è un fatto positivo e i volontari vanno ringraziati per la loro generosità: mettono al servizio degli altri tempo e passione» ammette Barrano. A patto però che ai volontari vengano affidate «mansioni comuni, che non presuppongono alte qualificazioni. Quello che temiamo è che le parole del sottosegretario Borletti Buitoni inaugurino la pratica di ricorrere ai volontari in via ordinaria, per sopperire alle carenze di personale. Insomma che i volontari diventino le toppe per nascondere i buchi nella macchina dello Stato». Non certo una prospettiva fantascientifica, nel Paese che ha il 5% del patrimonio Unesco eccetera eccetera ma anche ministri che soavemente dichiarano che «con la cultura non si mangia». Non è il caso della Borletti, certo. Ma ora al ministero la signora della Milano bene, già presidente del Fai, riveste un ruolo chiave, e le sue parole non vengono prese alla leggera dal presidente dell'Ana: «Sarebbe ancor più grave se lo Stato decidesse di estendere questa pratica alle mansioni più qualificate legate ai beni culturali, come il restauro di un bene o lo scavo di un sito. In questo modo si rischia di esporre il nostro patrimonio al dilettantismo e all'improvvisazione di chi non ha competenze e qualificazione, mortificando al contempo la professionalità di migliaia di giovani che hanno investito in una formazione specifica». Insomma, gira e rigira il problema è lì: «Non si può correre il rischio di mettere in concorrenza il volontario con il professionista. Quindi chiediamo al sottosegretario o al ministro di chiarire la posizione in merito al rapporto tra volontariato e professionismo».E dal punto di vista degli archeologi, come dovrebbe essere regolato il rapporto tra lavoratori qualificati, contrattualizzati e stipendiati, e i volontari negli enti museali? «Nei paesi civili i volontari sono una risorsa irrinunciabile per dare un valore aggiunto alle iniziative ma nessuno può pensare di sostituire i professionisti con i volontari, in particolar modo per le attività che necessitano di qualificazione. Altrimenti sarebbe una becera forma di concorrenza sleale tra prestazione gratuita non qualificata e prestazione retribuita qualificata» spiega Barrano: «In parole povere, chi si farebbe fare un'otturazione a un dente da un volontario della domenica? Il patrimonio culturale del nostro paese è una cosa seria, è la nostra storia, è la nostra più grande ricchezza, come sancisce la nostra Costituzione. Chi è chiamato a prendersene cura» - qui Barrano si  riferisce alla tutela, al restauro, alla diagnostica, alla ricerca e allo scavo - «deve essere dotato di adeguata professionalità. Sarebbe davvero irresponsabile da parte dei policy makers approfittare dell'assenza - scandalosa - di riconoscimento giuridico di questi professionisti per "risparmiare" sulla pelle del nostro patrimonio culturale e dei professionisti che se ne prendono cura».Insomma. Gli archeologi attivi in Italia sono solo 5mila. Abitano in un Paese che ha una fetta enorme del patrimonio tutelato dall'Unesco, dove sorgono ben 2.500 siti archeologici, con una media di oltre 100 a Regione. Eppure non trovano lavoro. Quando lo trovano, nella maggior parte dei casi guadagnano pochi spiccioli - meno di mille euro al mese. E alle alte sfere del ministero dei Beni culturali, ministero tragicamente senza portafogli, si pensa al volontariato come panacea per riuscire a tenere aperti musei e monumenti senza avere bisogno di assumere e pagare chi ha studiato e acquisito professionalità specifiche. Nel frattempo basta fare un viaggio all'estero per sentirsi piccini picciò. A parte quel che riescono a fare in Francia in termini di fatturato turistico per lo Stato e di indotto su ciascun loro bene culturale. Perfino negli Stati Uniti, dove - siti pellerossa a parte - la cosa più vecchia che hanno risale al Seicento (mille-e-seicento), su qualsiasi luogo di minimo interesse storico-culturale vi è un'attività di cura, promozione e attrazione turistica che noi ci sogniamo. I nostri 5mila archeologi, preferiamo mortificarli a 750 euro al mese e prospettare musei e siti pieni di volontari.Eleonora Voltolina