Categoria: Articolo 36

Bonus 80 euro, ecco chi ne ha diritto e chi resta escluso

Superato il fatidico 27 maggio, per la platea dei potenziali beneficiari del bonus da 80 euro promesso da Renzi a marzo è arrivata finalmente la certezza: l'aumento del salario (o meglio il 'credito di imposta') esiste davvero, certificato nero su bianco in busta paga, dopo mesi di annunci e perplessità. Fino a oggi si sono però rincorsi i dubbi su chi avesse diritto al contributo mensile, visto il variegato panorama contrattuale italiano. E tuttora molti nodi restano da sciogliere, soprattutto per quanto riguarda il futuro della misura messa a punto dal nuovo esecutivo. Articolo36 ha cercato di tirare le fila del discorso con la consulenza di Giuseppe Buscema, esperto della Fondazione consulenti del lavoro. Che spiega: «Al bonus hanno diritto coloro che percepiscano nel 2014 redditi da lavoro dipendente o assimilato, fatta eccezione per i pensionati». Un primo aspetto su cui non esiste margine di interpretazione in quanto «espressamente previsto dalla norma». La soglia massima di entrate annuali – sempre considerata in termini lordi – è di 26mila euro che, calcolando una tassazione media intorno al 30% tra Irpef e contributi, spalmata indicativamente su quattordici mensilità, riguarda chi può contare su uno stipendio medio di circa 1300 euro mensili netti (va da sé che la cifra sarebbe maggiore qualora le mensilità corrisposte fossero ad esempio dodici). Esiste però anche una tetto minimo, quello dei cosiddetti incapienti, «cioè coloro che non versano tasse per mancanza di reddito sufficiente»: circa 8mila euro annuali. Detta in termini più specifici significa che è necessaria «la presenza di un debito di imposta al netto di sconti fiscali per lavoro dipendente di almeno di un euro» precisa Buscema, altrimenti addio bonus. Qui però occorre un'ulteriore precisazione: gli 80 euro – esentasse nello stipendio – saranno destinati per intero ai contribuenti che guadagnano tra gli 8mila e i 24mila euro annuali, mentre superata questa fascia e fino ai 26mila euro il credito «viene proporzionalmente ridotto fino a azzerarsi», chiarisce ancora l'esperto. A dire quindi che a chi si colloca nello scalino più alto non andranno per intero gli 80 euro ma cifre di volta in volta più piccole. La difficoltà principale sta nel capire quanto effettivamente si percepisca ogni anno. Spesso gli stessi dipendenti fanno fatica a saperlo con esattezza, perché talvolta «il lordo si raddoppia rispetto a quanto realmente percepito» e, oltretutto, la percentuale di tassazione a cui si è esposti mensilmente non è sempre cristallina. Tuttavia, ragionando a spanne, e sempre al netto delle eventuali variazioni degli importi a seconda che si considerino dodici o più mensilità, si può dire che rientrano in questo gruppo i lavoratori a circa 1200 euro netti al mese. In questo senso è indifferente che si percepiscano 800 o 1200 euro mensili: gli 80 restano invariati. A tutti loro «spettano 640 euro di reddito complessivo in più di qui alla fine dell'anno, quindi per altri otto mesi». Rispetto alle famose slide girate in rete con l'hashtag #lasvoltabuona, con cui il premier presentò il progetto all'indomani dell'insediamento dell'esecutivo, la cifra appare di poco inferiore: lì si parlava di mille euro all'anno in più, ma il calcolo faceva riferimento a un intero anno solare e non agli otto mesi del 2014 per cui il bonus è – a oggi – assicurato. Per ora infatti i destinatari dovranno accontentarsi di riceverlo fino alla fine del 2014, perché per il 2015 «l'auspicio è che i soldi ci siano, ma per ora non si sa nulla», dice Buscema. Altro punto spinoso sono le categorie contrattuali a cui il bonus sarà riconosciuto. Fermo restando che potranno aggiudicarselo i lavoratori dipendenti, quindi a tempo indeterminato, il primo quesito riguarda i lavoratori a tempo determinato. Ne hanno diritto? «Sì» commenta lo studioso, e sempre sotto la stessa soglia reddituale. Però quei 640 euro andranno «regolati, nel caso di rapporto iniziati o cessati nell'anno, a seconda del numero di mesi lavorati». Ossia: «Chi lavora sei mesi non ha diritto al totale dei 640 euro ma alla metà, e così via». Il calcolo si ottiene dividendo i 640 euro mensili per dodici e poi moltiplicando il risultato per il numero di mesi di assunzione.  Infine i precari, in quanto redditi da lavoro assimilato, hanno diritto al bonus «sia i contratti a progetto, quindi i cocopro, che i contratti di collaborazione continuativa, ovvero i cococo, e anche i soci collaboratori di cooperativa. Perfino gli stagisti, qualora raggiungano rimborsi spese maggiori agli 8mila euro annui» sottolinea il consulente. Secondo alcune stime si tratterebbe di un folto gruppo di più di dieci milioni di persone, tra cui peraltro rientrano, secondo l'ultima circolare dell'Agenzia delle entrate in materia, sia i cassaintegrati che i titolari di indennità di disoccupazione o i lavoratori in mobilità. Ne restano fuori però proprio i meno tutelati: non solo i pensionati (per cui Renzi ha promesso di rimediare nel 2015), ma tutto l'esercito dei lavoratori autonomi composto da partite Iva (un fenomeno in esplosione: nel solo 2013 le iscrizioni sono state 520mila, e a febbraio 2014 già erano 50mila), ritenute d'acconto, cessioni di diritto d'autore.  A loro – gli autonomi – nonostante l'assenza di tutele previdenziali, di tredicesime e quattordicesime, di ferie e maternità pagate, neppure un centesimo. «Quello degli 80 euro è un provvedimento positivo per l'economia sotto il profilo dei consumi: queste somme avranno certamente delle ricadute» commenta Buscema, poco convinto che l'esclusione dei freelance sia stata una scelta saggia: nei loro confronti l'iniquità è netta, basti pensare che questi soggetti «non sono come i dipendenti tutelati di fronte alle crisi aziendali». Due pesi e due misure dunque: chi perde il lavoro ma aveva firmato un contratto di lavoro dipendente o parasubordinato avrà gli 80 euro, a differenza di chi resta a spasso essendo stato inquadrato finta partita Iva. Insomma, per migliorare questo provvedimento «occorre agire su una riduzione generalizzata del carico fiscale» suggerisce la Fondazione consulenti del lavoro «anche per soggetti come partita iva e assimilati». Speriamo si provveda al più presto. 

Diritto alla retribuzione: continua la battaglia degli specializzandi di area sanitaria

È il 2005 l’anno del cambiamento: con un decreto ministeriale si riorganizzano le scuole di specializzazione e si stabiliscono per tutte le discipline dell’area non medica – farmacisti, biologi, fisici, chimici – gli obiettivi che devono essere raggiunti e le ore che devono essere svolte in ospedale. Con una differenza, non di poco conto, rispetto ai colleghi medici: l’assenza di una retribuzione. Lo spiega bene Roberto Langella, 27 anni, avellinese, studente prima alla Federico II di Napoli e oggi al primo anno di specializzazione in farmacia ospedaliera all’università statale di Milano, tra i membri del Coordinamento italiano specializzandi di area sanitaria che vuole promuovere l’equiparazione dello status contrattuale ed economico dello specializzando “non medico” a quello medico. La conseguenza del riordino delle scuole di specializzazione Langella la spiega chiaramente ad Articolo 36: «Facciamo l’esempio di un farmacista ospedaliero che farà la specializzazione affianco a un medico con gli stessi obiettivi e gli stessi impegni orari, ma con la differenza di non avere una retribuzione. Prendiamo la mia esperienza», continua lo specializzando «che è di circa 1065 ore annuali distribuite su 10-11 mesi, quindi all’incirca 22 ore settimanali che si inseriscono in un contesto di vero e proprio lavoro part time. Se aggiungiamo l’impegno orario dei corsi da seguire e quello per studiare e preparare gli esami, è impossibile integrare un lavoro part time per pagarsi le spese. Quindi chi segue questa specializzazione ed ormai non è più un 18enne ma una persona adulta, potrà farlo solo se è ricco o ha una famiglia che paga. La classica contraddizione del sistema scolastico italiano». Sì perché se lo specializzando non medico prende zero euro per ventidue ore settimanali, al suo fianco a condividere le responsabilità c'è invece lo specializzando medico che, secondo il contratto di formazione specialistica, guadagna 1.650 euro netti mensili (che dal terzo anno salgono a 1.750) per 38 ore settimanali. Eppure non parliamo di un ruolo di secondo piano all’interno degli ospedali: «senza la farmacia ospedaliera un nosocomio non va avanti e senza gli specializzandi in questo settore ci sono delle voragini a livello lavorativo nella struttura del dipartimento». Il problema è che anche in questo caso, come spesso capita per molti stagisti, lo specializzando viene utilizzato come tappabuchi, per coprire «le assunzioni che lo Stato non va a colmare» denuncia Langella. Così chi presta ore di lavoro senza essere pagato ha anche oneri al pari di chi al suo fianco svolge lo stesso lavoro ma retribuito: «All’interno delle farmacie ospedaliere ci vorrebbero 10 farmacisti e di solito ce ne sono 3-4. Prendiamo il San Carlo Borromeo di Milano dove lavoro: è un ospedale grandissimo e ad oggi ci sono quattro farmacisti strutturati e poi tre specializzandi, quindi un rapporto di 1 a 1». Il tutto con una crescente diminuzione delle borse di studio disponibili: «A Milano su venti specializzandi annuali sono bandite quattro borse annuali assegnate sia per meritocrazia, quindi per la posizione in graduatoria, sia per reddito personale, non familiare, che non deve essere superiore a 7mila euro». I criteri cambiano da ateneo ad ateneo e si è arrivati anche a casi, come quelli di Bologna e Padova, in cui si è ridotto drasticamente il numero degli iscritti per garantire una borsa a tutti. Il caso più eclatante è quello del capoluogo emiliano in cui «è stato ridotto il numero degli specializzandi per garantire a tutti gli iscritti una borsa di 25mila euro l’anno, uguale a quella data ai medici grazie ai contratti di formazione». Negli altri casi, però, questa borsa non c’è e quindi uno specializzando in farmacia ospedaliera si trova a dover pagare solo di tasse annuali all’università 2.600 euro, per un totale di oltre 10mila euro per i quattro anni di studio. Ci sono poi tutte le spese accessorie, «Il vitto, ad esempio, per chi come me viene dalla Campania e studia a Milano, la mensa, i trasporti». Una situazione, quella della specializzazione non retribuita, che è comune a tutti i professionisti dell’area sanitaria non medica come biologi, fisici, chimici: «Probabilmente è un problema culturale» osserva Langella «perché da un punto di vista professionale siamo tutte figure necessarie. Il medico clinico ha quel tipo di lavoro e obblighi, il farmacista ne ha altri, il biologo altri, ma se levi anche solo una di queste figure l’ospedale non funziona. Ci sono addirittura docenti medici che non conoscono il ruolo del farmacista ospedaliero che è importantissimo: siamo noi a monitorare l’appropriatezza terapeutica nelle prescrizioni antibiotiche che è uno dei problemi maggiori all’interno degli ospedali». Un’ignoranza diffusa che Langella giustifica per il cittadino comune che non ha dimestichezza del settore medico, ma non per i politici e i rappresentanti dello Stato che «continuano a non riconoscere il nostro ruolo e si proteggono dietro la frase molto banale, per giunta senza argomentarla, che “non ci sono soldi”». Qualche politico ha preso a cuore la questione, tra questi spicca l’onorevole del pd Francesco Sanna che nel 2013 aveva presentato una proposta di legge per equiparare la situazione di tutti gli specializzandi dell’area sanitaria a quella dei medici, proposta che aveva provato a presentare tre anni prima al Senato. E recentemente era stata presentata un’altra proposta di legge per la riduzione degli anni di specializzazione che avrebbe riguardato sia medici sia non medici, ma che non ha fatto in tempo ad essere discussa a causa dei vari cambi di governo. Anche su questo punto Langella è diretto: «Aver cambiato tre governi negli ultimi anni non ha aiutato. Per effettuare delle riforme serie sia per le specializzazioni sia per il sistema sanitario nazionale serve una stabilità almeno di un quinquennio per poter avere tempo e risorse per distribuirle».Nel silenzio della politica il lavoro del coordinamento però va avanti sotto la guida del presidente Francesco Corrente, biologo iscritto alla scuola di specializzazione in Biochimica clinica presso la Cattolica di Roma. L’obiettivo è «fare fronte comune per chiedere che i propri diritti vengano rispettati e ottenere il riconoscimento del proprio ruolo», seguendo l’esperienza dei medici specializzandi che nel lontano ormai 1991 sono riusciti ad ottenere i contratti di formazione «perché sono stati uniti, erano una sola testa e voce che è stata ascoltata», spiega Langella. Il coordinamento è nato da poco ma porta già a casa degli ottimi risultati grazie alle pressioni fatte su ordini e Regioni per cercare di trovare dei fondi per le borse di specializzazione. Ad esempio in Campania con la delibera di giunta del 7 febbraio di quest’anno si è stabilito di destinare 10milioni di euro dei fondi sociali europei per l’erogazione di borse di studio per gli specializzandi di area sanitaria. Stesso percorso, quello dell’utilizzo dei fondi europei, che si sta tentando in Puglia, in Sicilia, nel Lazio e che si è concluso positivamente anche in Sardegna già nel 2013 con ben 29 borse di studio stanziate. Il trattamento economico è però solo il primo dei tanti traguardi che il coordinamento si è posto. C’è poi la partecipazione attiva, ancora troppo scarsa, da parte di tutti gli specializzandi di area sanitaria non medica perché, spiega Langella «se siamo in pochi i passi si compiono lo stesso ma sono molto lenti». C’è la questione previdenziale, gestita dall’Enpaf, l’ente nazionale di previdenza e assistenza farmacisti, che deve essere pagato da tutti anche se disoccupati e per i primi cinque anni può essere ridotta a soli 88 euro, in caso di disoccupazione, ma dopo non si ha più diritto a questo sconto e si deve pagare un’aliquota del 50% sul massimale per un totale di oltre 2mila euro. E non è tutto, «Se un ragazzo ha la partita iva e lavora in farmacia guadagnando 10-12mila euro lordi l’anno, ne deve versare all’Enpaf 4.300. E se ha una borsa di studio che non contempla la contribuzione inps nel bando, come spesso capita, il giovane specializzando si trova a pagare il massimale. Con la contraddizione che la stessa quota fissa verrà pagata allo stesso modo da un borsista di 12mila euro l’anno, da un farmacista titolare di 40mila euro l’anno, da un cococo e da un cocopro. È un problema all’interno della nostra categoria che tutti conoscono benissimo ma che probabilmente nessuno vuole risolvere». L’obiettivo principale dei prossimi mesi sarà poi la presenza continua sul territorio e la sensibilizzazione su queste tematiche, cercando di portare avanti i traguardi già raggiunti e di rafforzare un gruppo coeso che possa curare le istanze degli specializzandi di area sanitaria. Su un punto Langella è deciso: «Tornassi indietro farei la stessa scelta di specializzazione. Mi sono iscritto conoscendo già bene le problematiche. E penso che se si ha un obiettivo nella vita bisogna proseguire fino a che non è stato realizzato. Perché penso che il passaggio tra il disagio individuale e la risoluzione dei problemi che lo causano sta nell’unire questi “disagi” e fare fronte comune per risolverli».

Il lavoro si trova sulla mappa, ultima innovazione del matching tra domanda e offerta

Marco è un autotrasportatore disoccupato e vive a Limbiate, un piccolo comune alle porte di Monza. A pochi chilometri da casa sua, a Milano, ci sono tre aziende di trasporti che negli ultimi anni hanno assunto personale in modo costante e a cui potrebbe interessare un profilo come il suo. Insomma, non resta che farli incontrare – ma le cose non sono così semplici. Pur avendo a disposizione dati e informazioni molto dettagliati, infatti, i centri per l’impiego non hanno strumenti per intersecarli e indirizzare i propri utenti dove hanno più probabilità di trovare lavoro.  Francesco Giubileo, sociologo ed esperto di valutazione dei servizi pubblici per l'impiego, ha ideato un sistema, basato su delle "mappe di densità", che potrebbe aiutare i centri per l'impiego a offrire un sevizio più mirato ed efficiente (qui il progetto completo). Le mappe sono costruite per rispondere a due domande: quali aziende hanno assunto personale in un certo anno (in questo caso il 2012)? E quante persone, nello stesso anno, si sono rivolte ai centri per l’impiego per trovare un’occupazione? Il territorio di riferimento è la provincia di Monza e Brianza, che è stata la prima amministrazione pubblica a far partire la sperimentazione. La prima mappa è stata realizzata con i dati messi a disposizione dal Ministero del Lavoro, al quale dal 2007 – per legge – le aziende devono inviare tutte le comunicazioni sui rapporti di lavoro (nuove assunzioni, proroghe dei contratti, cessazioni...). La seconda si basa invece sui dati delle persone che, rivolgendosi ai centri per l’impiego per trovare un’occupazione, si dichiarano “disponibili al lavoro”. In entrambi i casi le informazioni sono molto dettagliate: «Attraverso questa tecnica è possibile conoscere il nome, il quartiere, la via e il numero civico delle aziende che assumono, così come il nome, il cognome, l’età e il percorso professionale delle persone in cerca di lavoro», spiega ad Articolo 36 Francesco Giubileo: «Nel caso delle aziende poi riusciamo ad attribuire un rating, una sorta di patente di affidabilità, in base al numero di assunzioni. Difficilmente tra le aziende “affidabili”, per esempio, gli utenti troveranno un centro commerciale, che spesso assume molto personale soltanto all’inizio della sua attività e poi basta». L'incrocio di queste due mappe potrebbe rivoluzionare le politiche del lavoro: un centro per l’impiego, per esempio, potrebbe sfruttare la prima mappa per mettere in contatto i propri utenti (lavoratori disoccupati o studenti appena diplomati) con le aziende che cercano personale; le aziende potrebbero avviare attività di scouting in modo più mirato, filtrando i lavoratori per età, luogo di residenza, mansioni svolte nelle occupazioni precedenti, ecc. Per un’amministrazione pubblica, poi, sapere quali sono i territori più colpiti dalla disoccupazione o dove le aziende faticano ad assumere può essere di aiuto per attuare politiche per l’occupazione in modo più oculato, diminuendo sprechi e inefficienze. «Ad esempio nel comune di Limbiate, si segnalano alcuni quartieri dove il livello di concentrazione dei disoccupati è rilevante rispetto alla popolazione residente», aggiunge Giubileo, «e rappresentano dunque un possibile indicatore di “criticità” del territorio». Le mappe di densità hanno diversi vantaggi. Sono praticamente a costo zero: «Si tratterebbe soltanto di aumentare il capitale umano di alcune figure già presenti nei servizi informativi del ministero del lavoro, per dare loro le competenze necessarie per realizzare le mappe di densità», dice Giubileo. E poi sono replicabili sul territorio, a più livelli: comunale, provinciale, regionale, nazionale e comunitario. Il comune di Arcore, che fa parte della provincia di Monza e Brianza, ha deciso per esempio di usare le mappe all’interno dei propri confini; e c’è già una lunga lista di amministrazioni pubbliche a cui è stato proposto il progetto e che in futuro potrebbero adottare il sistema ideato da Giubileo: le province di Lucca, Pisa, Salerno e Torino, le amministrazioni regionali di Lombardia e Toscana. Naturalmente in questo sistema non mancano alcune criticità. I dati su cui vengono costruite le mappe sono riferiti agli anni precedenti quello della ricerca. Se Marco oggi si rivolgesse a un centro per l’impiego che usa questo sistema, l’operatore sarebbe in grado di selezionare e contattare le aziende che hanno assunto personale nel 2013 e negli anni precedenti, ma non quelle che stanno assumendo in quel momento. Secondo Giubileo, comunque, si tratta di un falso problema: «I nostri test hanno dimostrato che è possibile fare delle previsioni accurate in base ai dati riferiti agli anni precedenti. È molto probabile, quindi, che un’azienda che ha assunto per tre, quattro anni consecutivi continui a cercare personale anche in quello in corso.  In ogni caso, grazie al confronto con Luigi Olivieri, dirigente dei Servizi alla persona di Verona e collaboratore de LaVoce.info, è stato possibile sottoporre al governo una proposta per superare questo problema: invitare le aziende a inserire le offerte di lavoro sul portale del ministero del lavoro, con almeno 48 ore di anticipo rispetto all’inizio delle selezioni. In questo modo potremmo indicare con certezza chi cerca personale e chi no». Il fatto che – per il momento – i dati siano riferiti agli anni passati crea però anche un altro  problema: non si tiene conto dell’apertura di start up e dell’eventuale fallimento delle aziende. Anche in questo caso, spiega Giubileo, si tratta certamente di un’informazione persa dal sistema, ma senza troppe conseguenze: «Nel caso delle start up, in genere, si tratta di aziende che hanno pochi “dipendenti”. Noi cerchiamo sempre di considerare aziende che hanno una media di almeno 10, 15 dipendenti. Per quanto riguarda i fallimenti, certo, non possiamo prevederlo. Si può intuire qual è la tendenza osservando il suo andamento nel corso del tempo. Io stimo in ogni caso che abbiamo un margine di errore del 5, 6%. Quello che ho imparato è che le mappe sono relativamente stabili: i grandi protagonisti di un anno sono gli stessi dell’anno successivo».L’occasione per applicare il sistema su larga scala sarebbe potuta essere quella del programma “Garanzia giovani”,  promosso dall'Unione europea per favorire l'inserimento nel mercato del lavoro dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni, che ha preso ufficialmente avvio la settimana scorsa. Il piano italiano in estrema sintesi prevede tre step: bisogna registrarsi al programma attraverso il sito www.garanziaperigiovani.it, il portale Cliclavoro o i servizi per l'impiego regionali; si accede poi a un colloquio, in cui viene definito un progetto individuale di formazione e lavoro; infine, per i giovani che hanno i requisiti, è previsto un'offerta di lavoro, di apprendistato, o di tirocinio, o di un corso di formazione. L’uso delle mappe di Giubileo avrebbe potuto molto probabilmente aiutare i centri per l’impiego a migliorare la qualità del matching fra giovani e aziende. Peccato che questa occasione di sperimentazione sia andata perduta. La foto del centro per l'impiego è di Zic photo in modalità Creative Commons

Campania, partono gli orali del concorso per guide turistiche: ma con ricorso al Tar pendente

Alla fine il giorno è stato fissato: a cinque mesi dalla pubblicazione dell’elenco degli ammessi all’orale per la selezione per guide turistiche in Campania, il 7 maggio cominceranno anche le prove orali che consentiranno di assegnare i patentini per esercitare la professione. Nel contempo però il Tar ha ritenuto fondati i profili di illegittimità che alcuni non ammessi alla seconda prova hanno presentato attraverso l’avvocato Antonio Ausiello, chiedendo l’annullamento della procedura concorsuale e l’indizione di una nuova selezione. L’udienza pubblica è stata fissata per il 3 dicembre 2014 e nelle prossime settimane il Formez, che ha gestito la prova scritta, dovrà consentire l’accesso agli atti ai ricorrenti per verificare la competenza degli esaminatori ed eventualmente aggiungere altri motivi al ricorso principale. Di fatto il Tar non ha però sospeso il concorso, così come pure era stato richiesto - e l’avvocato Ausiello, intervistato da Articolo 36 prima che diventassero pubbliche le date degli orali, si diceva dubbioso sul fatto che si concludesse il procedimento per l’abilitazione prima di una decisione del tribunale amministrativo. Certo la Regione non è in questo caso contro legge ma «si esporrebbe notevolmente e nel caso del ricorso accolto a dicembre, sarebbe comunque tutto annullato» spiegava il legale. Adesso, però, le date degli orali cominciano ad essere pubbliche: in tanti stanno condividendo sulla pagina Facebook dedicata all’esame la notizia che sono partite le prime raccomandate per le convocazioni dei colloqui che al momento sembrano essere fissati per le date del 7, 8, 15, 22 e 23 maggio. La comunicazione è arrivata per il momento solo a chi ha un cognome che inizia con la lettera D, che è quella sorteggiata per l’inizio della prova, ma non tutti sono stati ancora convocati perché la Regione non è riuscita a risolvere il problema della commissione di lingue per il francese. Così chi come lingua aveva scelto inglese e spagnolo ha ricevuto la lettera, gli altri saranno probabilmente convocati più avanti.Certezze però non ce ne sono, perché non esiste un calendario pubblico. «Certo, sarebbe stato molto meglio se ci fosse stato un calendario con le date» commenta ad Articolo 36 Gianvincenzo Nicodemo, amministratore della pagina Facebook che in questi lunghi mesi ha aggiornato i candidati sugli sviluppi delle prove: «Penso che il problema sia che la Regione non è in grado di gestire un calendario nel lungo periodo. Se mi dicessero che devo fare l’esame il 27 luglio, metto una data a caso, potrebbe succedere che quel giorno l’esame salti per altri impegni. Così non conoscendo ancora le disponibilità delle date, anche per i commissari, e per evitare di fare degli spostamenti di calendario, preferiscono convocare poche persone alla volta. Gestire un esame con 1700 persone non credo sia facile». Per giunta la Regione vorrà comprensibilmente essere molto cauta, dopo che il Formez è stato criticato da più parti per i tantissimi errori presenti nell’organizzazione della prova scritta. Gli esami cominceranno, quindi, tra una decina di giorni ma, dopo tanti anni tra pubblicazione del bando ed esame orale, la gente comincia a essere spazientita e c’è chi sui social network minaccia, forse provocatoriamente, che farà ricorso perché non ha ancora ricevuto la convocazione. Su questo punto però Nicodemo è chiaro: «Se la raccomandata non arrivasse in tempo utile possono tranquillamente non presentarsi, il bando è chiaro sotto questo punto di vista: deve arrivare 20 giorni prima. Se non succede dovranno spostarlo in un’altra data. Non hanno alternativa: ti metteranno in coda. Almeno secondo il mio punto di vista. Poi tutto può succedere».Quello che è certo sono i tempi: lunghissimi. Gli ammessi all’orale sono 1659 e fino a questo momento l’andamento delle convocazioni per le prime quattro settimane è di 50 persone una settimana e 25 un’altra. «C’è un altro aspetto da considerare: in questa sessione ci sono le estensioni linguistiche di chi ha già il patentino da guida turistica ottenuto nelle sessioni precedenti, e l’abilitazione territoriale di chi già lavora, ma in un’altra regione; per un totale più o meno di 100-150 persone» dice Nicodemo «Quindi è evidente che sarà una cosa lunghissima». Non ci sta però a sparare addosso, come fanno altri, alla gestione dell’abilitazione. «Il vero problema è che l’ultimo esame è stato fatto dodici anni fa. Quindi se noi ci mettiamo dieci mesi e se fanno uscire, come sembra, i patentini progressivamente, il nostro esame è iniziato nel 2012 e finirà nel 2015. Solo tre anni: l’ultima volta è durato cinque. Insomma, la complessità organizzativa è conseguenza del fatto che l’esame non viene fatto ogni tre anni, come prescritto dalla legge. Se fosse così non arriveremmo a fare lo scritto con migliaia di persone. Penso però che i dieci mesi siano un tempo congruo anche per evitare che si producano nuovi ricorsi». Certo, dichiararsi soddisfatti che un processo di abilitazione duri “solo” tre anni è un segnale evidente che qualcosa nei meccanismi di selezione in Italia non funziona: a tal punto che una tempistica di ben tre anni viene recepita come tutto sommato accettabile.Le perplessità sullo scritto, che in tanti hanno avanzato e che sono anche al centro del ricorso al Tar degli esclusi, Nicodemo però non le appoggia per niente. «Si può discutere cosa selezionava, magari non le guide migliori ma chi imparava a memoria le risposte dei quiz negli ultimi 20 giorni, ma se ci fosse stato uno scritto normale con un tema o con domanda e risposta aperta ci sarebbe stato un margine di discrezionalità. È vero, forse ci sarebbe stata una selezione migliore, ma nella realtà dei fatti siamo pur sempre in Campania e il sospetto che il compito a risposta aperta venga segnalato e valutato in maniera difforme nessuno può togliertelo dalla testa». Certo, tutto questo sistema ha facilitato, come osserva Nicodemo, soprattutto chi impara a memoria facilmente andando contro, invece, a chi ha la competenza da guida turistica ma non l’abilità mnemonica «e la guida continuerà a farla da abusivo».  Sull’eventualità che il Tar annulli il concorso, come ipotizza l’avvocato Ausiello, Nicodemo è molto scettico: «Può essere plausibile che singoli candidati discutano che i loro compiti sono stati valutati in maniera sbagliata e che vengano rivalutati singoli compiti, ma mi sembra molto improbabile che venga annullato tutto». Ed è convinto che sia giusto continuare le selezioni anche con un ricorso al Tar pendente. «Sarebbe impensabile che il mondo si bloccasse perché una persona fa ricorso. E sinceramente se la Regione avesse aspettato per questo motivo, mi sarebbe sembrato assolutamente criticabile». Finalmente insomma, in capo a un anno o poco più, le oltre 1.600 persone che negli ultimi quattro mesi avevano quasi perso le speranze di concludere la propria abilitazione potranno ottenere l’ambito patentino da guida turistica. Il che beninteso non garantisce un posto di lavoro, ma permette di esercitare la professione in maniera non abusiva. Restano e resteranno però sul tavolo i problemi: non solo per quelli che attendono una decisione del Tar, ma anche per i tanti altri che aspirano a fare questo mestiere e hanno a che fare con una normativa poco chiara e con enti che gestiscono le selezioni in maniera talvolta discutibile.

Crollo delle specializzazioni: anche il medico diventa precario

Test di ammissione, sei anni di studio, l'abilitazione: e poi? Precariato o emigrazione. Anche per i laureati in medicina, una delle lauree col più alto tasso di occupazione, il futuro sta diventando un'incognita:  terminati gli studi, la maggior parte di laureati partecipa a un concorso per entrare in una delle 54 scuole di specializzazione medica presenti in Italia. Ma i posti sono sempre troppo pochi rispetto al numero di candidati.Dal 2003 a oggi, infatti, i posti disponibili per l’accesso alla facoltà Medicina - benchè sempre a numero chiuso - sono aumentati; però nello stesso arco di tempo lo Stato ha finanziato sempre meno percorsi di specializzazione. E questo ha avuto un impatto negativo sulle prospettive occupazionali dei laureati; e potrebbe averlo sulla sostenibilità del nostro sistema sanitario nazionale. L’11 marzo scorso il Consiglio universitario nazionale, in cui siedono i rettori di diverse università, ha inviato una lettera al ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, per chiedere di aumentare il finanziamento dei contratti di specializzazione (un aumento definito «ineludibile»). Nella stessa lettera il Cun sottolinea che «la condizione di migliaia di studenti e neolaureati di Medicina e chirurgia costituisce un'emergenza» e che «una ulteriore diminuzione del numero di contratti di specializzazione medica potrà determinare ripercussioni negative sulle prospettive del sistema sanitario pubblico».  Un altro appello alle maggiori cariche istituzionali del paese è partito da due gruppi di studenti di Medicina, il “Coordinamento Nazionale Studenti in Medicina per la ri-formazione” e il “Comitato aspiranti specializzandi”, che hanno avviato una raccolta firme, supportata da importanti personalità del mondo scientifico ed universitario, che ha già superato 40 mila sottoscrizioni. Le richieste degli studenti sono principalmente due: finanziare almeno  6mila contratti di specializzazione all’anno, dal 2014 in poi; e creare degli strumenti per la programmazione del fabbisogno di medici e professionisti sanitari. Il grafico in basso aiuta a capire come si è arrivati a questa situazione. Il divario tra il numero di matricole e i contratti di specializzazione è sempre stato molto alto (parliamo di migliaia di unità), ma dal 2008 in poi è aumentato progressivamente, fino al picco raggiunto nel 2013/2014: per l’anno accademico in corso, infatti, il miur aveva messo a disposizione quasi 10 mila posti, ma le iniquità generate dall’abolizione (inaspettata) del cosiddetto “bonus maturità” hanno spinto il ministero ad ammettere circa 1800 studenti in sovrannumero.  Secondo alcune stime, al concorso per le scuole di specializzazione, in programma a ottobre, si presenteranno 9 mila candidati – 6500 neolaureati e 2500 laureati degli anni precedenti – ma i posti disponibili saranno meno di 4500: 3500 finanziati dallo Stato, mille in meno rispetto all’anno precedente, e 900 dalle regioni. Nella migliore delle ipotesi, quindi, un candidato su due resterà fuori. Dal 2011 al 2014, poi, i contratti di specializzazione finanziati sono stati 13 mila (il dato varierebbe di poco anche se i contratti di quest’anno dovessero aumentare) contro i 17203 richiesti dalle Regioni e dalle province autonome.Per Walter Ricciardi, direttore del Dipartimento di sanità pubblica dell'università Cattolica Policlinico Gemelli di Roma e presidente dell’ Eupha (European Public Health Association), «il rischio concreto è che in futuro si possa determinare un fenomeno di emigrazione di massa, con gravi conseguenze per il nostro sistema di assistenza». Secondo uno suo studio, presentato lo scorso anno, dal 2009 al 2013 oltre 5mila medici italiani sono emigrati all’estero, in particolar modo Germania, Francia, Svizzera e Gran Bretagna, attratti da migliori opportunità lavorative. «Dalle università italiane escono, ogni anno, circa 8mila medici» dice ancora Ricciardi. «Di questi solo una minima parte riesce ad accedere alle scuole di specializzazione. Ciò vuol dire che ci sono migliaia di medici, ogni anno, che non sanno cosa sarà del loro futuro».  Se si guarda ai dati Almalaurea il rischio non sembra essere tanto quello della disoccupazione, quanto quello del precariato: a un anno dalla laurea dice di essere disoccupato il 15,6% degli intervistati; a tre anni, la percentuale si riduce allo 0,8%; a 5 anni allo 0,7. In teoria, un medico abilitato, ma senza specializzazione, può svolgere attività specialistica – eccenzion fatta per radiologia, anestesia e cardiologia – e partecipare ai concorsi pubblici. Ma nella pratica, la specializzazione è necessaria: sia perché un medico specializzato, con uno studio privato, è considerato più “affidabile” di un medico non specializzato; sia perché chi ha una specializzazione, e quindi dai 4 ai 5 anni di formazione in più rispetto a un medico abilitato, ha anche maggiori possibilità di superare i concorsi. Per i medici abilitati, ma non specializzati, le opportunità di lavoro non mancano: guardie mediche, sostituzioni di medicina generale e di pediatria di base. Ma si tratta – appunto – di lavori precari, ben lontani dal posto fisso che solo un concorso pubblico può offrire. Oltre al risvolto occupazionale, la riduzione dei contratti di specializzazione ha un effetto negativo anche sul sistema sanitario nazionale, e cioè su ciascun cittadino.  Secondo uno studio del sindacato ospedaliero italiano “Anaao Assomed”, riportato dal Censis, tra il 2012 e il 2021 andranno in pensione 61mila medici che saranno rimpiazzati da 50mila colleghi più giovani, di cui il 30% deciderà di lavorare nel privato e altri 5 mila diventeranno medici di famiglia e non andranno in corsia. Naturalmente si tratta di stime, ma a detta di Walter Ricciardi ci sono già dei settori in difficoltà: «anestesiologia, nefrologia, l’otorino-laringoiatria, l’igiene come disciplina di direzione sanitaria hanno già una carenza di medici».Inoltre secondo Walter Mazzucco, presidente dei Giovani Medici, «limitare il discorso soltanto ai posti messi a disposizione dalle facoltà di medicina o al post lauream rischia di essere riduttivo. Il problema non riguarda soltanto la quantità di medici specializzati, ma anche la tipologia di specializzazione. Una popolazione che invecchia, per esempio, sarà più incline a malattie croniche e quindi avrà maggiore bisogno di alcune tipologie di specializzazione, piuttosto che di altre. L’unica soluzione è avviare una seria programmazione del fabbisogno di medici, legata a una serie di parametri sulla salute della popolazione. Siamo uno dei pochi paesi europei a non programmare le risorse umane della sanità: nel Regno Unito c’è addirittura un’agenzia, finanziata dallo Stato, dedicata soltanto alla pianificazione del fabbisogno. In Italia invece finora si è navigato a vista».L'immagine quadrata è di Sweet Carolina Photography in modalità creative commons

Jobs Act: ampio margine di miglioramento su contratto unico e salario minimo

Finalmente il testo c'è. Nei giorni scorsi il governo ha depositato il testo del disegno di legge, titolo ufficiale: «Delega al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino dei rapporti di lavoro e di sostegno alla maternità ed alla conciliazione». Il Jobs Act insomma. Si sapeva che la strada da percorrere non sarebbe stata facile, sopratutto perché al governo ci sono Renzi e Alfano, una maggioranza formata da due partiti contrapposti, con posizioni politiche diametralmente opposte su molti temi, tra cui anche il lavoro. Pd-Ncd, l'accordo sul lavoro impossibile. Già a gennaio-febbraio si era capito che le impostazioni di Pd e Ndc sul tema del Jobs Act sarebbero state difficilmente conciliabili. Nella bozza di Jobs Act di inizio gennaio Matteo Renzi aveva presentato una lista di punti che partendo dalla «semplificazione delle norme» citava espressamente un «codice del lavoro che racchiuda e semplifichi tutte le regole attualmente esistenti e sia ben comprensibile anche all’estero», la «riduzione delle varie forme contrattuali» e l'avvio di un «processo verso un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti». Quanto di più distante dalla premessa del Jobs Act degli alfaniani, che recitava testualmente «a chi propone la logica antistorica del contratto unico, rigidamente valido per tutte le aziende e tutti i settori produttivi, rispondiamo che il dinamismo e pluralismo del mercato del lavoro richiede soluzioni su misura adeguate alle condizioni da regolare e nel rispetto di un nucleo inderogabile e limitato di diritti universali». La strategia proposta da Sacconi, presidente della Commissione Lavoro del Senato e decisore delle politiche sul lavoro del Nuovo Centro Destra, è dunque quella di partire dai bisogni delle aziende, perché «sono gli imprenditori a fare il lavoro e ne vanno ascoltate le ragioni». Aziende condizionate «dall’incertezza del futuro, dall’impossibilità di predeterminare rigidamente gli andamenti di mercato e quindi i costi fissi in base ai quali competere, di definire schematicamente le mansioni, di adattare gli orari ai tempi e alle quantità degli ordini» e che hanno dunque bisogno di estrema flessibilità sia nel poter assumere personale con contratti temporanei, sia nel poter licenziare senza troppe difficoltà un «lavoratore ritenuto inidoneo o in esubero». Il compromesso del disegno di legge. Da queste premesse era altamente probabile che uscisse una proposta di compromesso. Infatti così è stato. Il cuore del disegno di legge delega sta nell'articolo 4, e riporta infatti pienamente le contraddizioni della maggioranza di governo, ben poco coesa sul tema e soprattutto sulle modifiche più efficaci da apportare alla normativa per rilanciare il mercato dell'occupazione in Italia. L'articolo 4 si intitola «Delega al Governo in materia di riordino delle forme contrattuali» e si pone come obiettivo, nelle prime righe dell'articolo 1, quello di «rafforzare le opportunità di ingresso nel mondo del lavoro da parte di coloro che sono in cerca di occupazione, nonché di riordinare i contratti di lavoro vigenti per renderli maggiormente coerenti con le attuali esigenze del contesto occupazionale e produttivo». L'orizzonte temporale entro cui il governo si impegna a fare questo è «sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge», il piano operativo - cioè il "come" - è descritto attraverso la stesura di «uno o più decreti legislativi recanti misure per il riordino e la semplificazione delle tipologie contrattuali esistenti». Contratto unico, solo un'ipotesi. Tale lavoro, promette il governo, verrà svolto tenendo conto anche «degli obiettivi indicati dagli orientamenti annuali dell’Unione europea in materia di occupabilità» e dovrà rispettare alcuni «criteri direttivi», che vengono suddivisi in cinque lettere. La lettera a prescrive di «individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale, anche in funzione di eventuali interventi di semplificazione delle medesime tipologie contrattuali». Una ricognizione dunque: un lavoro preventivo di studio dell'esistente, in cui la semplificazione resta sullo sfondo, come una possibilità solo «eventuale». La lettera b disegna il passo successivo, e cioè la «redazione di un testo organico di disciplina delle tipologie contrattuali dei rapporti di lavoro, semplificate secondo quanto indicato alla lettera a), che possa anche prevedere la introduzione, eventualmente in via sperimentale, di ulteriori tipologie contrattuali espressamente volte a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro, con tutele crescenti per i lavoratori coinvolti». E qui bisogna stare attenti, soppesare le parole. Renzi aveva promesso «la «riduzione delle varie forme contrattuali» e l'avvio di un «processo verso un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti». Ora invece il suo governo scrive le parole «possa» e «anche», facendo diventare l'idea del contratto unico un orizzonte molto lontano, eventuale, certamente non al centro dell'azione politica e normativa. Come se non bastasse, c'è l'inciso che recita «eventualmente in via sperimentale» e diminuisce ancor di più la già scarsa forza del progetto. E infine la mazzata finale: il testo parla di «ulteriori tipologie contrattuali con tutele crescenti». Qui bisogna notare la desinenza. Se prima Renzi parlava di «un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti», al singolare, ora il testo del disegno di legge preannuncia «ulteriori tipologie contrattuali con tutele crescenti». Al plurale. A quanto pare insomma il contratto unico, se mai vedrà la luce, si moltiplicherà in più contratti (a quel punto, si può facilmente dedurre, ben poco unici). E ciliegina sulla torta, la modalità sarà quella di aggiungere al bouquet di contratti già esistenti: quell'aggettivo, «ulteriori», sta lì proprio per dire che non necessariamente il contratto unico ne sostituirà altri. La pluralità verrà mantenuta anzi forse addirittura ampliata: così come chiedeva Alfano.E spunta il salario minimo. Proseguendo nella lettura del testo del disegno di legge si incontra, alla lettera c, la proposta di «introduzione, eventualmente anche in via sperimentale, del compenso orario minimo, applicabile a tutti i rapporti aventi ad oggetto una prestazione di lavoro subordinato, previa consultazione delle parti sociali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale». Insomma, il salario minimo: una legge che la Repubblica degli Stagisti sostiene e propugna da mesi, e che sarebbe molto utile a limitare il gravissimo problema - molto diffuso in Italia - dei lavori sottoretribuiti e di conseguenza dei working poors, le persone che pur lavorando a tempo pieno non riescono a guadagnare una somma sufficiente a mantenersi decentemente. Eppure, anche qui, una lettura più approfondita delle parole utilizzate nel testo rischia di spegnere gli entusiasmi. A parte il solito inciso, «eventualmente in via sperimentale», che depotenzia l'assunto riducendolo al rango di una sperimentazione (dunque con tutta probabilità con un raggio ridotto), e a parte la scelta di non utilizzare la terminologia tecnica solitamente utilizzata dagli addetti ai lavori - «salario minimo» - preferendo il sinonimo «compenso», è nella platea individuata dal disegno di legge che sta il problema maggiore. «Applicabile a tutti i rapporti aventi ad oggetto una prestazione di lavoro subordinato» dice il testo. Che cosa? Il lavoro subordinato, salvo rarissimi casi, è già blindato dal punto di vista salariale. Quando si assume qualcuno con contratto subordinato, infatti, si fa riferimento a uno degli oltre 500 contratti nazionali di lavoro vigenti. Nel contratto dunque viene riportata tutta la regolamentazione concordata tra le parti, compresa quella dei minimi salariali, degli scatti di anzianità, di tutte le garanzie di cui il lavoratore subordinato gode - dalle ferie retribuite ai permessi retribuiti, alle festività, ai congedi. È esattamente per questo motivo che l'Italia, a differenza dei due terzi degli altri Paesi europei, non ha avuto fino alla fine degli anni Novanta bisogno di una legge sul salario minimo: perché l'attività di contrattazione sindacale bastava a tutelare i lavoratori, creando tanti salari minimi quanti erano i ccnl. Ma il discorso è radicalmente cambiato quando la modalità principale se non unica di assunzione ha cessato di essere quella del contratto subordinato, e sono entrate in gioco - con il pacchetto Treu e la legge Biagi - tutte le nuove modalità contrattuali di tipologia autonoma, o "parasubordinata", come i cococo e i cocopro. Il paradosso dei parasubordinati esclusi dal compenso minimo. La proposta di legge del governo Renzi dunque propone di applicare il compenso minimo ai lavoratori subordinati, che nel 99% dei casi già ce l'hanno. Cioè si propone di "salvare" quelle poche migliaia di contratti subordinati che ogni anno vengono attivati al di fuori dei ccnl, anziché mirare al grosso dello sfruttamento, che sta nelle decine di migliaia di contratti di lavoro di tipologia parasubordinata, le cosiddette «collaborazioni». Quelle che prevedono una copertura previdenziale molto più bassa (dunque, tra trent'anni, pensioni molto più misere), e sopratutto un bouquet di diritti ridotto all'osso - niente tfr, niente straordinari, niente ferie o permessi pagati. Ma sopratutto nessuna tutela dal punto di vista della retribuzione, che è slegata dai ccnl e completamente lasciata alla contrattazione tra le parti. Con il risultato che, a fronte di un professionista forte che riesce a imporre al committente la sua "tariffa" e dunque a concordare un compenso adeguato, ve ne sono dieci deboli che devono accettare quel che viene proposto e farselo bastare, fosse anche un finto cocopro a 800 euro al mese per il quale viene però richiesta la presenza quotidiana in ufficio, vincoli gerarchici e svolgimento di mansioni ripetitive e/o meramente esecutive. Ecco dunque il paradosso del disegno di legge: che propone l'istituzione di un provvedimento giusto, il salario - o compenso che dir si voglia - minimo, ma sbagliando completamente la platea.La parola al Parlamento. Con questo disegno di legge in pratica il governo chiede la delega al Parlamento a poter legiferare in materia di lavoro. La si potrebbe paragonare a una piccola richiesta di "fiducia", nel senso politico del termine: Renzi ha tracciato le linee guida dei contenuti che promette di inserire in questa legge, e chiede al Parlamento di permettere al governo di andare avanti su questa strada elaborando i decreti necessari a mettere in atto questa riforma del lavoro. La speranza è che il Parlamento, prima di dare il suo vialibera, intervenga sul decreto andando a correggere almeno questi due punti salienti: in questo caso anche una parola, un singolare al posto del plurale, la soppressione di un inciso, può essere fondamentale per mutare il corso degli eventi, e poter sperare in un Jobs Act più incisivo e più coerente con ciò che Renzi aveva promesso nei mesi scorsi.

Salario minimo, non è la bacchetta magica ma evita gli stipendi da fame

L'altroieri sul quotidiano Il Foglio un articolo intitolato “Perché il salario minimo non fa gola ai nostri sindacati ingessati” ha rimesso al centro del dibattito sul Jobs Act la necessità di dotare anche l'Italia di una legge – a costo zero per lo Stato – che imponga una soglia di retribuzione minima sotto la quale nessun datore di lavoro possa andare nel remunerare i lavoratori. Una misura che il premier Matteo Renzi ha annunciato di voler inserire nella sua riforma del lavoro, senza però entrare nei dettagli. L'autore dell'articolo in questione è Andrea Garnero, piemontese classe 1986, che da anni studia il tema del salario minimo. Recentemente tornato al suo ruolo di Ph.D student alla Paris School of Economics dopo aver fatto parte, per la breve esperienza del governo Letta, dello staff della Presidenza del Consiglio, Garnero è anche autore insieme a Simona Milio del libro L'Unione divisa, uscito due mesi fa per le edizioni Il Mulino.  Dunque se l'Italia non ha ancora un salario minimo la responsabilità è dei sindacati?L’Italia non è il far west, non esiste un salario minimo nazionale come in Francia o Spagna ma comunque abbiamo diversi salari minimi negoziati a livello settoriale. Storicamente la contrattazione collettiva da noi è sempre stata piuttosto forte e finché il lavoro ero quello “standard”, cioè dipendente a tempo pieno e durata indeterminata, funzionava anche bene e garantiva standard salariali superiori a quelli di un minimo nazionale. Però da quando il mercato del lavoro si è parcellizzato e segmentato tra protetti e non protetti il sistema di contrattazione collettiva ha cominciato a mostrare crepe non secondarie. E infatti nello studio che abbiamo condotto mostriamo come circa il 13% dei lavoratori dipendenti italiani sia pagato meno del minimo contrattuale.L'idea di far valere il salario minimo solo in caso il lavoratore non rientri in nessun contratto nazionale non avrebbe il pregio di evitare lo scontro diretto con il sindacato? Del resto perfino Landini ha fatto nel suo ultimo libro una apertura al salario minimo…Ho avuto modo di parlarne anche con il direttivo della Cgil, presenti anche Camusso e Landini. La soluzione dei sindacati italiani è estendere maggiormente la copertura dei contratti collettivi, anche a chi ora ne è escluso. È una delle opzioni, ma non so quanto realistica. Un’altra è prevedere una soglia minima inderogabile, che copra anche chi è scoperto. Le due soluzioni comunque non sono incompatibili. Rimarrebbero comunque fuori i nuovi lavori, i parasubordinati. Anche con un salario minimo perfettamente rispettato queste figure, sempre più numerose, sarebbero escluse. In questo caso il problema è più complicato e la soluzione passa per forme di equo compenso o sistema di costi di riferimento. Oltre a Landini, mi pare che i giovani della Cgil siano molto attenti alla questione. Anche in questo caso forse è necessario un cambio generazionale.Landini peraltro sostiene che in realtà moltissimi contratti hanno minimi troppo bassi, quasi da fame: come si concilia questo con il dato che i minimi definiti nella contrattazione collettiva in Italia in proporzione al salario mediano sono i più elevati in Europa?È vero. Il problema è che il salario mediano, cioè il salario della persona che si trova esattamente a metà della distribuzione - cioè metà del resto della popolazione guadagna più di lui e metà meno - è basso in Italia. E quindi il rapporto è “artificialmente” alto. Ma per alzare i salari, minimi e mediani, bisogna aumentare la produttività. La crescita e il benessere passano solo attraverso un aumento della produttività. Non si può pensare di migliorare gli standard di vita, e nemmeno rilanciare la domanda interna, a colpi di salario minimo.Anche la Germania per decenni non ha avuto una legge sul salario minimo. Perché? Perché anche in Germania la contrattazione collettiva la faceva da padrona. Ancora più che in Italia dove la divisione in tre o più sindacati confederali rischia a volte di indebolire le istanze dei lavoratori, in Germania in alcuni settori i sindacati sono fortissimi. Si pensi alla famosa IG Metall, sindacato unico dei metalmeccanici. I contratti collettivi, quindi, garantivano meglio i lavoratori tedeschi e permettevano anche maggiore flessibilità di aumentare i salari in tempi di vacche grasse e ridurli in tempi di vacche magre.E come mai poi l'anno scorso la questione salario minimo si è sbloccata, portando alla decisione di fissare a 8,50 euro all'ora?Perché in altri settori, ad esempio nella ristorazione o nel settore commerciale, la contrattazione collettiva è diventata sempre più debole negli scorsi vent’anni e il numero di lavoratori poveri è aumentato incredibilmente. La Germania è il paese europeo in cui la povertà al lavoro, cioè il numero di persone che pur lavorando sono povere, è aumentata di più negli scorsi anni. Questo ha portato a un graduale ripensamento. Poi la Spd [il partito socialdemocratico tedesco, di matrice socialista, ndr] ne ha fatto il tema principale di campagna ed è riuscito ad imporlo nel contratto di coalizione nonostante lo scetticismo della Cdu [il partito dell'Unione cristiano democratica, di centro-destra, il cui maggior esponente dell'ultimo decennio è la cancelliera Angela Merkel ndr].Una questione molto delicata, specialmente nei Paesi che hanno sul proprio territorio zone più avanzate e benestanti e zone più arretrate e povere, è quella di un salario minimo nazionale uguale dappertutto. Anche in Germania c'è stato un forte dibattito su questo tema, poi però la decisione è stata quella di fissare il salario minimo con una cifra uguale per tutti i land. Come si gestisce questa problematica?In Germania è andato tutto molto in fretta, forse troppo in fretta. La Spd è stata molto abile a imporlo come tema di campagna e nel contratto di coalizione, ma le modalità esatte avrebbero forse dovuto essere discusse più nel dettaglio. Salari minimi differenziati esistono in altri paesi, come la Finlandia, o a livello di contratti collettivi, differenze tra Germania est e ovest. Esistono anche salari differenziati a seconda dell’età, per non disincentivare il lavoro dei giovani e di qualifiche, per non danneggiare i lavoratori senza qualifiche. Nel bene e nel male la decisione tedesca di un minimo nazionale uguale per tutte le regioni rappresenterà un esperimento da valutare con grande attenzione per tirarne le giuste lezioni.In Svizzera chi è contrario al risultato del referendum dello scorso febbraio (l'iniziativa popolare «Contro l'immigrazione di massa») sta pensando di “contrattaccare” riproponendo un altro referendum sull'introduzione del salario minimo, già effettuato qualche anno fa e rigettato dalla maggioranza degli svizzeri per timore che facesse scendere i salari. Ma adesso la situazione è cambiata e la risposta degli elvetici potrebbe essere diversa. Una strategia del genere potrebbe funzionare?Ovviamente un salario minimo pone un limite alla discesa dei salari e risponde alle ansie di chi si sente più fragile nei confronti della globalizzazione, ma non so se risolverebbe le gravi preoccupazioni degli svizzeri che hanno votato sì per la disoccupazione in aumento, i treni sovraffollati e l'aumento degli affitti. Non credo il salario minimo sia lo strumento giusto per le guerre fra poveri. Anzi le guerre fra poveri non hanno mai portato a nessun risultato significativo.Come in Svizzera, anche in Italia molti detrattori del salario minimo temono che esso spingerebbe giù i salari medi. È una preoccupazione fondata?È il timore dei sindacati che preferiscono avere un controllo più forte con i contratti collettivi. Forse non è infondato, ma non ne ho le prove empiriche. In ogni caso, se si fissa un valore troppo elevato o gli imprenditori riducono le assunzioni oppure ricorrono ad altri stratagemmi come i parasubordinati. La coperta è corta. Al salario minimo possiamo chiedere di fare solo e solamente il minimo assoluto. Per migliorare gli standard di vita del resto della distribuzione salariale possiamo solo aumentare la produttività e ridurre le tasse che gravano sul lavoro. In Italia avremmo, oltre ai sindacati, il problema di un salario minimo che se stabilito troppo alto potrebbe essere controproducente per le regioni economicamente più depresse, penso al Meridione; o che se stabilito troppo alto potrebbe essere inutile per le regioni più avanzate, come la Lombardia. Sarebbe più saggio trovare una quadra con un salario mediano, o con un salario differenziato territorialmente?Uno degli argomenti per la contrattazione decentrata è proprio differenziare i salari per renderli più legati alla produttività locale e aziendale. Credo che non sarebbe scandaloso pensare a un salario minimo differenziato territorialmente in Italia.Un terzo problema, accennato già poco sopra, è quello che l'Italia ha una percentuale di lavoratori autonomi - per finta o per davvero - molto alta. Cococo, cocopro, collaboratori a partita Iva: negli altri Paesi questi lavoratori sono esclusi o inclusi dalla legge sul salario minimo?Sì, sicuramente questo è un problema rilevante. In maniera diversa il boom dei mini-jobs è uno dei fattori che ha portato la Germania a passare a un salario minimo nazionale. Il problema dei “falsi autonomi” è presente anche in Francia. Garantire i diritti anche di questa fascia crescente di lavoratori è la grande sfida per il sindacato del futuro. Una sfida francamente molto impegnativa.Come si potrebbe gestire in Italia questo ulteriore problema, e cioè la definizione di un salario minimo che proteggesse anche i cosiddetti "parasubordinati"?Sicuramente non demonizzando le partite Iva come negli scorsi anni abbiamo fatto. Ormai un numero crescente di persone, soprattutto nel terziario avanzato, è una vera partita Iva anche se in posizione debole. Qui la protezione salariale passa attraverso forme di equo compenso o sistema di costi di riferimento. Acta propone tariffe di riferimento, ovvero tariffe per alcune prestazioni "tipiche" da individuare per ogni attività professionale, da decidere all'interno della comunità di appartenenza, che rappresentino un riferimento (quindi non vincolanti, in modo da non essere in contrasto con le leggi comunitarie) sia per i professionisti sia per chi acquista i servizi. Il settore pubblico potrebbe cominciare a dare il buon esempio, come fatto da Obama negli Usa.Questo per le partite Iva. Ma per il lavoro cosiddetto “parasubordinato”? Per tutti quei cococo e cocopro che non forniscono singole prestazioni a un committente, ma vanno a lavorare 8 ore al giorno in un ufficio svolgendo mansioni spesso identiche al collega di scrivania assunto qualche anno prima con un contratto di tipologia subordinata? A loro il salario minimo dovrebbe essere esteso o no? E se sì, come?Beh, in teoria nel contratto a progetto «il corrispettivo economico non può essere inferiore ai minimi contrattuali previsti per mansioni equiparabili a quelle svolte dal collaboratore e calcolate sulla media dei contratti collettivi di riferimento». O sbaglio? Quindi basterebbe applicare la legge. Mi pare di capire che molti contratti subordinati facciano riferimento al contratto dei metalmeccanici che è uno con i salari più bassi. Il genio italico per contornare le leggi è molto avanzato. Ma anche volendo applicare la legge in pieno potrebbe essere molto complicato sapere a quale contratto collettivo fare riferimento tra le centinaia in vigore. Un salario minimo davvero di base farebbe chiarezza e sarebbe più difficile da non rispettare. Però non garantirebbe ancora che il corrispettivo sia proporzionato al lavoro svolto e quindi potresti continuare ad essere pagato come un metalmeccanico anche se sei un bravissimo ingegnere. Ma almeno eviterebbe stipendi da fame, che, ripeto, è l’unico risultato che si può chiedere a un salario minimo.Facendo l'avvocato del diavolo: come si potrebbe evitare che, entrata in vigore la legge, molti datori di lavoro si affrettassero a far dichiarare "part-time" i loro dipendenti per pagarli sulla base di 20 ore a settimana anziché 40?Fatta la legge si troverà sempre un inganno. Come fare anche ad evitare che piuttosto di pagare il minimo il contratto subordinato sia trasformato in parasubordinato? Da una parte quindi si risponde con più controlli, ma soprattutto con incentivi migliori per contratti a tempo indeterminato e a tempo pieno. Significa concentrare il taglio del cuneo fiscale su questo tipo di contratti e privilegiare la protezione economica rispetto a una protezione giuridica che vale ben poco per un lavoratore atomizzato e senza rete di salvataggio. Il salario minimo deve rappresentare solo una soglia davvero minima e consentire rinegoziazioni al rialzo a livello aziendale e settoriale. Nei panni di Renzi: a quanto bisognerebbe ragionevolmente fissare il salario minimo in Italia? Gli 8,50 euro all'ora della Germania sono troppo alti? I salari minimi negli altri paesi sono fissati da una commissione che fa un lavoro di mesi per arrivare alla giusta cifra che tenga conto degli andamenti dell’inflazione, delle diversità territoriali e settoriali e di quanto serve per garantire un’esistenza dignitosa. Non posso quindi dare la cifra giusta per l’Italia così su due piedi, ma sicuramente dovrà essere più bassa di quella fissata in Germania, magari intorno ai 7 euro.Ultima domanda: la prospettiva di un salario unico europeo è percorribile?È una discussione in corso. Il candidato dei Partito popolare europeo, cioè il centrodestra, Jean Claude Juncker, lo propone da anni. Di fatto vorrebbe mostrare il volto buono dell’Europa dopo anni di volto austero. Il Pse, centrosinistra, ha inserito un riferimento nel suo manifesto per le elezioni europee. Io sono un po’ più freddo. Un salario minimo europeo non rifletterebbe la complessità dei sistemi nazionali e comunque come si diceva trova l’opposizione non solo dei sindacati italiani ma anche di quelli scandinavi. In ogni caso dovrebbe essere molto differenziato da uno Stato all’altro. Non aspettiamoci lo stesso minimo in Bulgaria e in Germania. Dato che l’Europa non ha competenze dirette su questo tema io comincerei da un’azione molto più forte di moral suasion per garantire salari decenti e inclusivi. Che si facciano attraverso un salario minimo nazionale, un equo compenso o contratti collettivi. Ma che ogni Stato trovi il modo di garantire effettivamente una protezione di ultima istanza. Poi se gli Stati decidono di cedere all’Ue la competenza su questi temi allora l’Europa potrebbe agire anche più direttamente garantendo dei minimi base, stabiliti almeno in riferimento al salario medio nazionale.Intervista di Eleonora Voltolina

Cosa penso del Jobs Act? Che spero di vederlo presto, e che contenga le cose giuste

«Cosa pensi del Jobs Act?» mi chiedono tutti. Non posso pensare nulla, rispondo, perché di fatto non c'è ancora nessun Jobs Act. L'unica cosa che c'è è un decreto legge che riguarda alcuni aspetti significativi, ma tutto sommato marginali, della regolamentazione del contratto di apprendistato e del contratto a tempo determinato. Un po' poco per chiamarlo Jobs Act; tanto che infatti autorevoli commentatori - come per esempio Marco Leonardi, docente di economia politica all'università Statale di Milano - si affrettano ad assicurare che si tratta solo di una prima fase, e che la seconda sarà molto più interessante ed incisiva. «A chi non condivide questo primo decreto del governo, è bene ricordare che c’è tutto il tempo per recuperare il primo tempo con un meraviglioso secondo tempo della partita. Tuttavia il problema è che i due tempi della partita potrebbero essere di durata molto diversa. Il decreto infatti è immediato, la delega al governo può richiedere diversi mesi, se non anni; per esempio la delega per la discussione e implementazione della legge Biagi prese quasi tre anni di iter parlamentare» ha scritto infatti nel suo ultimo post sul blog de Linkiesta. Io spero fortemente che Leonardi abbia ragione nella sostanza e torto nella tempistica. Auspico che nel capo nel giro di poche settimane il Jobs Act venga alla luce e le promesse che il premier Matteo Renzi ha fatto in queste settimane vengano mantenute. Sembra quasi pleonastico dirlo, ma non c'è davvero più tempo da perdere: l'occupazione, specialmente quella giovanile, è l'emergenza numero 1 del nostro Paese.Tre sono gli aspetti fondamentali che mi aspetto di trovare nel Jobs Act. Il primo è il contratto unico. Che sia però davvero un contratto unico: non dunque l'ennesima tipologia da aggiungere alle altre venti già esistenti, ma un contratto solidamente inquadrato nella logica di una riforma complessiva del diritto del lavoro, sulla falsariga del progetto di semplificazione teorizzato da Pietro Ichino. È assolutamente indispensabile che il numero delle tipologie contrattuali attualmente esistenti in Italia venga sensibilmente ridotto. Sì al contratto unico dunque, ma sperando che la politica non provi a propinarcene una versione annacquata: io spero davvero che il governo Renzi proponga una visione - e una versione - di contratto unico che possa davvero incidere nella semplificazione del diritto del lavoro italiano.Secondo aspetto, il salario minimo. Qui su Articolo 36 stiamo facendo ormai da mesi una vera e propria battaglia per l'introduzione di una legge che stabilisca un salario minimo per tutti lavoratori. Matteo Renzi ha dichiarato ieri in un'intervista al Corriere della Sera che introdurrà questa misura. Bene. La attendiamo fortemente, e speriamo anche qui che possa essere una versione incisiva e non annacquata. Se salario minimo sarà, dunque, che non ci siano deroghe, entrate in vigore ritardate, eccezioni: questa misura è efficace solo se la sua portata è universale.Terzo aspetto, strettissimamente legato a questo secondo, è la tutela dei lavoratori che non hanno una tipologia di contratto subordinata. Le differenze tra i contratti di tipo subordinato e quelli di tipo autonomo - i cosiddetti "parasubordinati" - sono enormi: qui su Articolo 36 abbiamo già chiarito quanto, pur nella precarietà della durata limitata di un contratto, la tipologia subordinata garantisca ai lavoratori un bouquet di tutele, garanzie e vantaggi incredibilmente superiore a quello che invece offrono le tipologie di contratto "parasubordinato". Ecco allora che diventa fondamentale che se in Italia verrà introdotto, come auspichiamo, il salario minimo, esso comprenda inderogabilmente anche gli autonomi - quantomeno chi viene contrattualizzato con contratti di collaborazione continuativa, i cococo, oppure con contratti a progetto, i cocopro. Prevedendo anche un serio giro di vite sui controlli rispetto agli abusi di queste tipologie contrattuali, così come delle false partite Iva, e una ineludibile revisione dei "diritti" correlati al lavoro autonomo e parasubordinato, a cominciare dalla previdenza. Questo è ciò che al momento posso dire rispetto al Jobs Act, nell'attesa che finalmente arrivi il vero documento - la vera proposta normativa del governo Renzi rispetto a questo tema così cruciale per la ripartenza dell'Italia.

Editoria, contrattacco dei precari sfruttati: con le richieste di risarcimento «cash'n'crash»

«Quando tutto sembra perduto, chiedi indietro i tuoi soldi». Quello della Rete dei redattori precari è molto più di uno slogan: solo lo scorso anno a Milano 15 lavoratori si sono rivolti ai legali di Re.re.pre. dopo che il loro contratto era scaduto e non era stato rinnovato. Risultati? Un'assunzione e parecchi indennizzi.In gergo giuridico si chiama conciliazione economica, una sorta di valorizzazione del capitale umano. Anche se «noi preferiamo l'espressione Cash'n'crash», spiega Massimo Laratro, uno dei legali della Rete dei redattori precari. «È un concetto che abbiamo coniato negli anni: siccome ci troviamo di fronte ad un'organizzazione del lavoro che non è più permanente, la monetizzazione del rapporto è uno dei modi attraverso i quali una persona sfruttata ed impiegata in maniera legittima va a recuperare quella forma di welfare che non è garantita dallo Stato».Detto in altre parole: ai collaboratori esterni, quale che sia la formula contrattuale, non vengono versati i contributi nella stessa misura in cui vengono versati ai dipendenti assunti. E magari anche la retribuzione è minore. Così che quando il contratto si interrompe, questa l'idea di Re.re.pre., bisogna «chiedere indietro i soldi». Ovvero dar vita ad una battaglia legale: se si dimostra che, di fatto, l'attività svolta non era diversa da quella delle persone assunte, allora un giudice può ordinare l'inserimento a tempo indeterminato oppure le parti possono concordare il versamento della differenza retributiva e contributiva. In altre parole, «è una sorta di welfare fai da te».Solo lo scorso anno sono 15 i collaboratori editoriali che hanno sposato la filosofia del “Cash'n'crash”. Persone, 13 donne e due uomini, «che hanno tra i 30 e i 50 anni. E che magari ha lavorato per più di un decennio nel settore dell'editoria, acquisendo così una professionalità. Fino a che non viene sputata fuori». Mondadori, Rcs e Gems: queste le aziende nei confronti delle quali è stato avviato il meccanismo di conciliazione economica. Una persona è arrivata all'assunzione, due hanno la vertenza ancora in corso, dodici hanno ottenuto un indennizzo pari a circa 20 mensilità.Ora, non esistono regole fisse: «se si arriva all'accordo, lo si fa in via stragiudiziale», ovvero prima di andare a processo. «I canoni di interpretazione sono vari, non esiste una norma che stabilisca un risarcimento». Ma qual è l'interesse delle aziende nel trovare un accordo economico invece di andare di fronte a un giudice? «Perdendo la causa, si troverebbero con un tempo indeterminato in più in organico, un costo per un numero indefinito di anni», spiega Laratro, «ma soprattutto si creerebbe un precedente: se il lavoratore in questione rientrasse, anche gli altri precari capirebbero che il loro contratto è illegittimo». E questo andrebbe a generare due diversi tipi di problemi per la società: «intanto ci sarebbe una cattiva pubblicità. E poi rischierebbero una vera e propria emorragia di cause». L'interesse del lavoratore a trovare un accordo stragiudiziale «c'è se il valore economico della buonuscita è sufficiente a garantire almeno un anno di tranquillità». Anche perché «per arrivare a una sentenza a Milano ci vogliono tra i sei e i dieci mesi. E durante questo periodo, a meno che non abbia trovato un'altra occupazione, il lavoratore non vede una lira». Secondo una stima del collettivo San Precario, prosegue il legale, «a Milano tra Rcs e Mondadori sono circa 300 i lavoratori precari oggetto di espulsione negli ultimi tre anni, persone che sono state costrette a trovare un'altra occupazione oppure ad aprire una partita Iva dopo la scadenza del contratto a progetto». Ma una volta avviata la conciliazione, è possibile trovare lavoro nell'editoria? «Diciamo intanto che stiamo parlando di un settore in profonda crisi, quindi è difficile. Ma il pregiudizio verso chi ha fatto causa è localizzato». Nel senso che «se l'azione è rivolta verso una determinata casa editrice, difficilmente si troverà un impiego nella stessa azienda. Per quanto si tratta di realtà talmente grandi che magari si può lavorare come collaboratore esterno per un'altra realtà dello stesso gruppo. Se invece si va in un'azienda totalmente diversa, non c'è problema». Tutti motivi, sostiene Laratro, per i quali vale la pena di «chiedere indietro i soldi».L'immagine quadrata è di Andy Ciordia in modalità Creative Commons

Contratti a termine, pregi e difetti della svolta annunciata da Renzi

A leggere le trenta pagine del documento "La svolta buona", il programma presentato da Matteo Renzi l'altroieri, non ci si mette molto tempo. Ciascuna pagina è, come molti hanno già scritto, più simile a una locandina pubblicitaria che non a un documento programmatico: indica un titolo (i copywriter lo chiamerebbero headline), talvolta un sottotitolo che spiega quale azione verrà messa in atto per raggiungere l'obiettivo, e in alcuni casi una data che dà il timing dell'azione. Ciò non vuol dire che il documento vada sottovalutato. I suoi contenuti, e ancor più le parole che ha detto Renzi nel presentarli, sono molto importanti per capire che direzione prenderà il governo. Le pagine sul lavoro - quelle che stanno più a cuore a chi scrive e a questa testata giornalistica - si trovano in coda al documento, nel capitoletto "Il lavoro svolta"; precisamente da pagina 27 a pagina 31. Per ora voglio concentrarmi su un passaggio piccolissimo dell'ultima di queste pagine, quella che chiude il documento. La pagina si intitola «Le nuove regole del lavoro» e al primo punto annuncia la «semplificazione dell'apprendistato» e sotto, più in piccolo, «contratti a termine più facili».  Per presentarla, al minuto 42 della conferenza stampa di presentazione, Renzi ha detto che «c'è una immediata misura che noi abbiamo proposto e approvato con decreto legge, che è la semplificazione rispetto a due strumenti della Fornero che vengono sostanzialmente non dico smontati ma molto semplificati - subito, segnale importantissimo: il contratto a termine può valere al massimo per tre anni ed è applicabile senza causale con il limite del massimo 20% sul totale dei lavoratori, e il tema dell'apprendistato».La questione del contratto a termine é abbastanza complessa. Innanzitutto bisogna premettere subito che un contratto di questo tipo, che tecnicamente si configura come lavoro subordinato a tempo determinato, è vantaggioso e preferito dai datori di lavoro perché è una delle alternative al contratto a tempo indeterminato rispetto al quale - come è facile intuire - impegna di meno sul medio-lungo periodo. Il contratto a termine cioè ha tra i suoi pregi dal punto di vista "datoriale" quello di non rendere necessario il licenziamento: in caso sopraggiunga la volontà o la necessità di non proseguire la collaborazione, basta non rinnovare il contratto al momento della sua scadenza, evitando la possibilità di lunghi e complessi contenziosi o l'onerosità di buonuscite concordate. Come costi e computo dei diritti e doveri, però, è sostanzialmente identico a quello a tempo indeterminato.Per questa ragione il contratto a termine è sempre preferibile anche dal punto di vista del lavoratore, in linea di principio, a qualsiasi contratto di tipologia "parasubordinata", cioè tecnicamente “autonoma” - come sono per esempio i contratti a progetto oppure i cococo, cioè le collaborazioni coordinate e continuative, oppure ancora le collaborazioni a partita Iva. Nel caso del contratto di tipologia subordinata infatti al lavoratore viene garantita tutta una serie di diritti preclusi invece a chi é inquadrato come collaboratore.Innanzitutto la questione salariale: un contratto di tipologia subordinata aggancia la retribuzione del dipendente - seppure temporaneo - ai minimi salariali indicati nel contratto nazionale di categoria a cui  l'azienda fa riferimento. Sarà difficile quindi sottopagare il lavoratore, cosa che invece accade molto spesso nel caso delle collaborazioni, i cosiddetti cococo e cocopro, e ancora più spesso nel caso delle finte partite Iva. Altro diritto garantito ai dipendenti con contratto subordinato è la 13esima e, qualora sia presente nel contratto nazionale corrispondente, anche la 14esima: ciò significa da una a due mensilità in più in busta paga ogni anno, percepite anche da chi ha contratti temporanei sotto forma di “ratei”. C'è poi la quota di TFR, il trattamento di fine rapporto, inesistente nel caso di collaboratori autonomi.Infine, un altro dei vantaggi più rilevanti sta nella miglior prospettiva pensionistica: nel fatto cioé che per il lavoratore subordinato i contributi sono congrui e per massima parte a carico del datore di lavoro - cosa molto diversa da quella che succede ai parasubordinati, che si devono pagare in tutto o in gran parte i contributi di tasca propria.Dunque l'incentivo dell'utilizzo di contratti di tipologia subordinata, seppur a termine, è certamente da guardare con favore. Resta però una grande perplessità rispetto alle semplificazioni che Renzi ha annunciato di voler apportare alla regolamentazione di questo contratto: più di tutto spaventa l'idea che si possano fare nell'arco di 36 mesi un numero imprecisato di contratti a termine tra lo stesso lavoratore e la stessa azienda. Tralascio volutamente invece il discorso sull'abolizione dell'obbligo della causale, perché in effetti questa non ha mai scoraggiato le imprese che volevano agire truffaldinamente - riducendosi semplicemente a una modalità un po' ipocrita per fingere di vietare il contratto di lavoro temporaneo ove non ve ne fosse davvero una necessità specifica. É invece senz'altro un grande problema la reiterabilità senza limiti del contratto a termine. Il vantaggio per un datore con pochi scrupoli di poter assumere una persona per un tempo molto limitato è duplice. In primo luogo gli si permette in questo modo di poter fare contratti brevissimi, anche di durata di poche settimane, sottoponendo il rapporto di lavoro ad una continua verifica (che a lungo andare diventa francamente eccessiva) e a una continua possibilità di essere concluso improvvisamente. Per questo infatti alcuni esperti hanno sintetizzato questa misura  parlando - in maniera a mio avviso un po' imprecisa, ma decisamente efficace - di «estensione a 36 mesi del periodo di prova». In secondo luogo, la possibilità di fare molti contratti di lavoro molto corti uno dietro l'altro da parte dello stesso datore allo stesso lavoratore mette quest'ultimo in una condizione di subalternità inaccettabile, continuamente ricattato da quella che Ascanio Celestini definiva «la bomba a orologeria sotto la sedia» cioè la data di scadenza del proprio contratto di lavoro, col terrore che esso non venga rinnovato. È indubbio infatti che il lavoratore, pur temporaneo, che si trova a firmare un contratto di un anno o di due anni abbia una fiducia maggiore e possa fare una programmazione della sua vita più serena rispetto a chi invece sul contratto di lavoro ha un orizzonte molto stretto, fino al limite esagerato di poche settimane. Il Corriere della Sera e altri rappresentavano ieri il paradosso della possibilità di fare 36 contratti di lavoro della durata di un mese allo stesso lavoratore: questa prospettiva appare agghiacciante.Dunque il mio auspicio è che su questo tema il governo Renzi faccia un surplus di riflessione: perché se è vero che si devono usare tutti gli strumenti possibili e immaginabili per incentivare le imprese a ricominciare ad assumere, è vero anche che bisogna incentivare un buon utilizzo delle assunzioni e limitare il più possibile la precarizzazione selvaggia del mercato del lavoro. Dunque dare la possibilità ai datori di lavoro di poter assumere anche temporaneamente senza doversi giustificare con una causa specifica è secondo me corretto, ma concedere loro l'“onnipotenza” di fare contratti anche brevissimi e reiterati nel tempo é invece una eventualità non solo poco utile ma probabilmente dannosa.PS. mentre impaginavo questo pezzo ho visto sulla timeline di Facebook molti dei miei contatti condividere un articolo appena pubblicato su La Voce da Tito Boeri, docente di Economia alla Bocconi, intitolato «Per favore, cambiate quel decreto!». Nel breve articolo Boeri sostanzialmente fa ragionamenti analoghi ai miei rispetto alle modifiche della normativa sui contratti temporanei previste nel piano presentato da Matteo Renzi l'altroieri. Mi unisco allora all'appello del professor Boeri: anche secondo me ci deve essere da parte del governo un ripensamento del provvedimento annunciato, affinché non si riveli un boomerang. Rispetto alla riflessione di Boeri non sono però pienamente d'accordo su timore che questa modalità semplificata di contratto di lavoro subordinato a tempo determinato possa diventare concorrente sleale rispetto all'apprendistato e ai contratti di lavoro somministrato intermediati dalle agenzie interinali. Nel caso dell'apprendistato penso infatti siano molto forti due elementi "a favore" (sempre nell'ottica datoriale media), il fattore anagrafico e quello dell'abbattimento della contribuzione, e un elemento "contro", la componente di formazione. Tre peculiarità che lo differenziano rispetto a un “normale” contratto temporaneo. E comunque il concorrente sleale dell'apprendistato negli ultimi dieci anni é indubitabilmente stato, e continua ad essere, lo stage. Rispetto invece al contratto di lavoro somministrato, tendo a pensare che il vantaggio percepito dalle aziende che utilizzano questo servizio - peraltro piuttosto costoso e di nicchia - non stia tanto nella  reiterabilità del contratto settimana dopo settimana o mese dopo mese, ma in altri vantaggi: primo fra tutti il fatto che non è l'azienda in prima persona ad assumere ma l'agenzia per il lavoro - dunque sollevando l'azienda stessa da qualsiasi anche remotissimo rischio di venir chiamata in giudizio dal lavoratore per essere assunto maniera stabile.  Ma questi sono dettagli. Il fulcro del discorso è che sul tema del lavoro temporaneo è bene che il governo Renzi prenda provvedimenti ponderando bene pro e contro ed evitando che, nella rincorsa al rilancio del mercato del lavoro, si finisca per cadere nel tranello già molte volte visto di incentivare i contratti iper-corti e per questa ragione iper-precari.