Categoria: Articolo 36

Ecco gli innovatori che hanno vinto il Premio Marzotto 2013

Più di 900 start-up partecipanti, Veneto (142) e Lombardia (136) le regioni più rappresentate mentre Sicilia e Puglia ne hanno portate oltre 60 ciascuna a testimoniare una crescita del fenomeno nel Sud Italia, pronte a contendersi un montepremi del valore complessivo di 800mila euro. Sono stati premiati la scorsa settimana i vincitori dell'edizione 2013 del Premio Gaetano Marzotto.Nata nel 2011, questa competizione si divide in diverse sezioni, tutte orientate nella ricerca di idee imprenditoriali non soltanto sostenibili sotto il profilo economico, ma anche in grado di generare benefici per il territorio italiano, a cominciare dalla creazione di nuovi posti di lavoro. Risponde a questi requisiti “Wearable robotics”, spin-off della Scuola superiore Sant'Anna di Pisa, premiata nella categoria “Impresa del futuro” con un finanziamento di 250mila euro ed un percorso di formazione offerto dalla Fondazione CUOA. Fondata da tre ingegneri meccanici, Basilio Lenzo (27), Alessandro Filippeschi (29) e Fabio Salsedo (52), l'azienda progetta esoscheletri indossabili che aiutano nei movimenti persone anziane o diversamente abili, consentendo loro di essere più indipendenti nelle attività quotidiane. L'elemento di innovazione associato a questo prodotto sta nel minor consumo energetico e nella semplificazione dei dispositivi di controllo dell'apparecchio.Il riconoscimento “Nuova impresa sociale e culturale”, che oltre alla formazione con la Fondazione CUOA offriva un contributo di 100mila euro, è andato invece a “Epinova biotech”, azienda nata all'interno della Scuola di medicina dell'Università del Piemonte Orientale di Novara. Il team formatao da due biologi, due medici ed un laureato in scienze dei materiali ha messo a punto dei polimeri in grado di sostituire i tessuti epiteliali, utili nella cura di ustioni e di ulcere non rimarginabili.Sono invece nove le start-up che hanno ottenuto il riconoscimento “Dall'idea all'impresa”, riservato agli under 35, che ha messo in palio programmi di incubazione per un valore complessivo di 300mila euro, erogati in servizi. Tra queste “Intoino” start-up torinese che ha realizzato un kit che permette anche a chi non abbia un background tecnico di costruire prodotti elettronici connessi ad Internet. Spin-off del Politecnico di Torino, questa impresa ha convinto due dei dieci incubatori pronti ad ospitare le aziende partecipanti al “Marzotto”, ovvero Boox ed H-Farm.Tra gli altri premiati “IVTech”, che si occupa di ricerca biologica in vitro, “Neuron guard”, che offre un sistema integrato di soccorso e trattamento del danno cerebrale in occasione di eventi traumatici, “CellDynamics”, società che ha elaborato un sistema che rende più rapide ed economiche le analisi di laboratorio sui prodotti farmaceutici, “Biogem.Fra”, azienda che ha sviluppato una tecnologia basata su coloni edi microbi che permettono di ridurre l'inquinamento di laghi e fiumi. Ancora, “Condomani”, social network che collega inquilini, amministratori e professionisti della manutenzione, “Bike intermodal”, bicicletta pieghevole a pedalata assistita, “Bio food corner”, che produce un chiosco per la somministrazione di frutta e verdura realizzato con materiali eco-compatibili e completamente autosufficiente sotto il profilo energetico, “Trippete”, portale web che mettere in contatto i turisti con piccole realtà locali.L'edizione 2013 ha visto aggiungersi alle tre storiche anche una quarta categoria il premio “Unicredit – Talento delle idee”, che ha messo in palio l'inserimento nel programma di accelerazione gestito dall'istituto bancario. Al quale potranno partecipare “Apx”, start-up che ha progettato uno scooter elettrico cabinato a tre ruote, “GPSeasyboat”, che realizza imbarcazioni pieghevoli per il tempo libero, “Plumestars”, una tecnologia che consente l'assunzione di antibiotici per inalazione, “Materiko”, azienda che ha realizzato un materiale innovativo che sostituisce i pellami pregiati, “Orange fiber”, società che realizza tessuti dagli scarti dell'industria agrumicola, “B10 mouse” un software che consente ai disabili fisici di interagire con un computer utilizzando la voce, il movimento della testa e gli occhi. Questi gli innovatori italiani premiati nel corso dell'edizione 2013 della manifestazione. Il bando per quella del prossimo anno sarà disponibile sul sito del Premio “Gaetano Marzotto” a partire dal prossimo mese di aprile.Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.it 

Stranieri che lavorano molto e guadagnano poco, frontiera della discriminazione

Tra i primi anni '90 e il 2011 il numero di cittadini stranieri residenti in Italia è passato da mezzo milione a oltre 4,5 milioni. L'Italia è uno dei pochi paesi tra quelli dell'Unione Europea in cui i cittadini stranieri residenti mostrano tassi di occupazione più elevati dei cittadini nazionali con caratteristiche simili. Ma a fronte di questa maggiore probabilità di occupazione, i lavoratori dipendenti stranieri tendono a concentrarsi in settori a più basso contenuto professionale, a svolgere mansioni meno qualificate e a ricoprire impieghi meno stabili. Secondo il quarto “Rapporto sulle diseguaglianze nei diritti e nelle condizioni di vita degli immigrati” pubblicato dalla Fondazione Gorrieri e curato da Chiara Saraceno, Honorary fellow al Collegio Carlo Alberto di Torino, dai sociologi Giuseppe Sciortino e Nicola Sartor, l'Italia si colloca fra i Paesi a maggior disuguaglianza in Europa, soprattutto in termini di lavoro. Ma che tipo di lavoro svolgono i residenti stranieri? Secondo i dati raccolti nell'indagine sulle forze di lavoro da parte dell'Istat, nel triennio 2006-2008 i lavoratori dipendenti stranieri (poco meno dell'8% sul totale della forza lavoro dipendente) rappresentavano circa il 14% tra operai e apprendisti, poco più del 1% degli impiegati, quadri e dirigenti e più della metà dei collaboratori domestici. Tra gli imprenditori invece costituivano solo l'1,5% del totale e il 5% dei lavoratori in proprio. Nel complesso, l'incidenza dei lavoratori stranieri superava il 13% nelle costruzioni e arrivava quasi al 12% nella ristorazione; superava il 7% nella trasformazione industriale e il 21% nel settore degli altri servizi pubblici sociali alle persone. Sulla base dell'indagine Eu-Silc di Eurostat, l'Italia sembra registrare i divari più ampi nella probabilità di occupazione qualificata: da un lato è molto meno probabile che gli stranieri svolgano professioni specialistiche impiegatizie rispetto ai cittadini, dall'altro è maggiore la probabilità che siano occupati in mansioni operaie. Giuseppe Sciortino pone l'accento sull'esistenza di una disuguaglianza permanente: «il miglioramento delle condizioni socio-economiche è come se si fermasse a un certo punto, rispetto ad altri paesi europei» dice ad Articolo36. Per gli immigrati l'ascensore sociale, cioè, si blocca a un certo piano. Secondo gli autori del rapporto, gli elementi del divario vanno ricercati sia dalla provenienza sociale del paese d'origine, che ha una sua struttura produttiva e anche nella durata di residenza dello straniero in Italia che incide sul processo di integrazione. Fattori che però non tengono davanti all'evidenza: la probabilità di perdere il lavoro dopo un anno è generalmente maggiore per gli stranieri e per le donne. «Le famiglie straniere soprattutto quelle di prima generazione, contribuiscono di più al bilancio pubblico, in proporzione, rispetto alle famiglie italiane, ricevendo meno in termini di servizi. E i redditi sono più bassi» continua il sociologo. «Non è questione di razzismo, ma il fatto è che la domanda di lavoro è meno qualificata». Ma se la prima generazione ha un effetto positivo sulla fiscalità, l'esito fiscale della seconda generazione dipenderà dal livello occupazionale: se non c'è mobilità i costi saranno più alti dei benefici. Le disuguaglianze poi ci sono anche nel settore in proprio. Il 7,4 % delle imprese attive italiane è composto da persone non nate in Italia. Anche questi imprenditori, come quelli italiani a tutti gli effetti, si concentrano su attività a basso contenuto di innovazione e bassa qualifica. Una causa è l'accesso al credito: si stima che il costo del credito per le ditte individuali costituite da extracomunitari è, a parità di caratteristiche d'imprenditorialità, superiore di circa 60 punti base a quello per le ditte italiane. La retribuzione è un altro elemento su cui è evidente la disparità: guardando ai dati dell'Inps 2004 (gli ultimi disponibili, incredibilmente) la retribuzione lorda settimanale dei dipendenti nati all'estero è in media più bassa del 22% (escludendo il settore agricolo e con differenze tra uomini e donne: quest'ultime arrivano al 32%) rispetto ai nati in Italia. Il divario è riconducibile alla concentrazione dei primi in settori con livelli retributivi inferiori alla media. Per il reddito individuale da lavoro la sostanza non cambia: i dati dell'indagine sui bilanci delle famiglie condotta dalla Banca d'Italia mostrano che il reddito disponibile delle famiglie con a capo una persona nata all'estero sia di oltre il 40% inferiore a quelle delle famiglie dei nati in Italia. Se si guarda la ricchezza immobiliare, il divario sale al 60%. Ciò si spiega anche con il fatto che nelle famiglie straniere spesso ci sono più inoccupati, giovani e numerosi, che incidono sul bilancio famigliare. Ma in termini di capacità di spesa il divario si fa sentire: -36% per le famiglie straniere. In generale, quindi, queste famiglie sono più povere di quelle italiane (56,8% per gli stranieri contro il 23,4% per gli italiani): la quota di reddito risparmiato non raggiunge il 4% (contro il 12% delle italiane). Le minori possibilità di risparmio rendono la famiglia straniera più vulnerabile e sull'orlo continuo della soglia di sussistenza.Una povertà che si riflette anche sui minori: un minorenne straniero su due rischia di cadere in condizione di povertà. Una prova, secondo i curatori del rapporto, che non sia vera la diceria – dal sapore vagamente xenofobo – per la quale gli immigrati approfitterebbero del welfare italiano. Nemmeno in termini di alloggi popolari: «L'offerta è così bassa» spiega di nuovo Giuseppe Sciortino «che non fa la differenza né fra la popolazione italiana, né fra i migranti». Anzi, se si guarda al numero di domande si scopre che sì, quelle provenienti da famiglie straniere sono maggiori, ma ottengono meno alloggi. Contando, perciò, che lo straniero di solito parte da una situazione di maggior svantaggio, la tendenza è addirittura invertita. «La difesa del nostro Stato non passa solo attraverso la giustizia sociale» ha puntualizzato a voce Chiara Saraceno durante la presentazione pubblica del rapporto. «Gli stranieri sono la esemplificazione estrema della scarsa mobilità sociale prodotta da diversi fattori, primi fra tutti la domanda di lavoro poco qualificato e l'origine famigliare. Insomma, l'origine sociale è tra i fattori più predittivi della futura collocazione dell'individuo nel perpetuarsi di meccanismi che riproducono le diseguaglianze».Maurizio Bongioanni

Inaccettabili pensioni d'oro, in Parlamento due proposte per tagliarle secondo giustizia

I giovani pensano poco alla questione della pensione. Quasi per niente, a dir la verità. Ma nel dibattito pubblico il tema è molto sentito, anche perché gli anziani sono la maggioranza degli iscritti al sindacato e, in un certo senso, anche la maggioranza dei votanti alle elezioni. Così come la riforma dell'età pensionabile attuata due anni fa dalla Fornero fece molto discutere, così periodicamente ritorna nelle aule del Parlamento e nei media il tema delle pensioni da tagliare. Ma quali pensioni vanno tagliate? Ieri sera Giorgia Meloni, già ministro della Gioventù nell'ultimo governo Berlusconi e oggi parlamentare di Fratelli d'Italia, ha riassunto la questione con un intervento molto efficace durante la trasmissione Ballarò. Prima commentando il provvedimento di "taglio alle pensioni d'oro" contenuto nella bozza della legge di stabilità: «A quelli che prendono una pensione che supera i 150mila euro l'anno chiediamo il 5% della parte che eccede i 150mila euro. Cioè: non il 5% di 150mila. Se prendo 160mila, il 5% di 10mila. Io considero che questo sia vergognoso». Secondo la deputata la classe politica dovrebbe avere il coraggio di dire «una volta per tutte che bisogna da una parte non toccare le pensioni della povera gente, che sono quelle che noi continuiamo a toccare sempre; e guarda un po' la Corte costituzionale - interamente composta, apro e chiudo parentesi, da pensionati d'oro - non dichiara mai incostituzionali i provvedimenti tipo il blocco delle indicizzazioni delle pensioni da 1.400 euro. E invece andare a stanare e comunque riequilibrare i diritti per chi ha avuto troppo in rapporto alle generazioni successive». Specificando che «col sistema retributivo c'erano alcuni meccanismi che hanno permesso ad alcune pensioni di essere totalmente al di fuori del consentito, anche per questo tempo, anche per le pensioni in essere. Noi abbiamo in Italia 200mila persone che prendono una pensione più alta di 10 volte la pensione minima. 300 persone che prendono una pensione che è più alta di 50 volte la minima e che da sole ci costano 115 milioni di euro». Dopo questa premessa la Meloni ha presentato la proposta del suo partito: «Oggi è arrivata in Commissione lavoro della Camera dei deputati la proposta di legge in materia di Fratelli d'Italia. Che cosa dice? Una cosa banale. Per le pensioni in essere, quindi anche per quelle che noi stiamo dando adesso, si calcola un tetto: dieci volte la pensione minima. Sono 5mila euro, non sono pochi. Fino a quel tetto non si tocca. Sopra, si calcolano i contributi. Li hai versati i contributi per prendere una pensione da 8mila, 10mila, 20mila, 90mila euro al mese? Se li hai versati i contributi sono soldi tuoi»: significa che il lavoratore li accantonati mese dopo mese con i versamenti previdenziali, e dunque è giusto che lo Stato glieli renda sotto forma di pensione. «Non li hai versati? La parte che eccede la taglio e vado ad aiutare le pensioni di invalidità, le pensioni minime, la povera gente». La Meloni si riferisce alle tante pensioni d'oro che, come il sistema retributivo permetteva, non sono basate sul calcolo delle quote contributive effettivamente versate. E lancia un guanto di sfida, durante la trasmissione di Floris, a due degli altri ospiti presenti, il 34enne Roberto Speranza del Pd e Paolo Romani, già ministro dello Sviluppo economico per il Pdl: «C'è qui il capogruppo democratico e un illustrissimo esponente del Popolo della libertà, insieme fanno la maggioranza del Parlamento. Io penso che sarebbe un bellissimo segnale se una volta tanto l'Italia da questo punto di vista facesse per una volta una legge considerata giusta: perché senza giustizia, senza la percezione di uno stato giusto, noi non possiamo restituire speranza. Questi due illustri esponenti del parlamento italiano sono disposti ad approvare insieme a Fratelli d'Italia la nostra proposta di legge che forse darebbe un segnale di giustizia in Italia?». In attesa di sapere se il Partito democratico e il Popolo delle libertà sceglieranno di appoggiarla o di osteggiarla, ecco i dettagli della proposta di legge "Disposizioni concernenti il calcolo del limite massimo dei trattamenti pensionistici", catalogata agli atti della Camera con il n° 1253, presentata lo scorso 21 giugno con Meloni come prima firmataria. Un unico articolo suddiviso in tre commi con il quale si prevede, al comma 1, che «I trattamenti pensionistici obbligatori, integrativi e complementari, i trattamenti erogati da forme pensionistiche che garantiscono prestazioni definite in aggiunta o ad integrazione del trattamento pensionistico obbligatorio, […] nonché i trattamenti che assicurano prestazioni definite per i dipendenti delle regioni a statuto speciale e degli enti […] con esclusione delle prestazioni di tipo assistenziale, degli assegni straordinari di sostegno del reddito, delle pensioni erogate alle vittime del terrorismo e delle rendite erogate dall’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, i cui importi, alla data di entrata in vigore della presente legge, risultino superare complessivamente, anche in caso di cumulo di più trattamenti pensionistici, dieci volte l’integrazione al trattamento minimo dell’Inps, sono ricalcolati e corrisposti secondo il sistema contributivo». Utilizzando i risparmi così ottenuti per sostenere le pensioni minime e di invalidità.Una proposta straordinariamente affine a quella elaborata da Pietro Ichino, Giuliano Cazzola e Irene Tinagli qualche mese fa. I tre parlamentari di Scelta Civica l'avevano presentata poco prima di Ferragosto attraverso una lettera di Ichino al Corriere della Sera: «Nei giorni scorsi il Corriere ha dato conto dettagliatamente di alcuni trattamenti pensionistici davvero impressionanti: molte decine di migliaia di euro al mese». Entrando subito nello specifico: «La realtà è che ci sono “pensioni d’oro” di due tipi, molto diversi tra loro. Se non mettiamo a fuoco la differenza tra i due tipi, la nostra battaglia contro le rendite indebite è destinata a nuove sconfitte, come quella subita ultimamente davanti alla Corte costituzionale: la quale ha ritenuto incostituzionale il “contributo straordinario” del cinque per cento che il Governo Monti aveva imposto sulle pensioni superiori a 90.000 euro annui (dieci per cento su quelle superiori ai 150.000)». La differenza sta proprio lì dove anche Giorgia Meloni la colloca: «Il primo caso è quello di chi percepisce una pensione molto elevata perché per tutta la propria vita lavorativa ha percepito retribuzioni molto elevate, e ha versato contributi previdenziali in proporzione. In questo caso, la “pensione d’oro” non è altro che una porzione, differita nel tempo, della “retribuzione d’oro” che l’ha generata». Ichino fa l'esempio di un ipotetico signor Rossi che per tutta la sua vitalavorativa abbia guadagnato un milione di euro all'anno, versando 3-400mila euro all'anno di contributi. E poi descrive il secondo caso, totalmente diverso: «Il discorso cambia radicalmente se il sig. Rossi ha avuto la retribuzione di un milione di euro soltanto negli ultimi dieci della sua vita lavorativa, ma la sua pensione è stata calcolata per intero in proporzione alla retribuzione e contribuzione di quell’ultimo decennio. In questo caso, il sig. Rossi si è effettivamente guadagnato soltanto un terzo o un quarto della pensione d’oro che gli viene erogata, mentre la parte restante è sostanzialmente regalata. Questo si chiama “sistema retributivo” di calcolo della pensione; ed è quello che è stato in vigore fino alla riforma Monti-Fornero del dicembre 2011, per tutti i fortunati che hanno incominciato a lavorare e versare contributi previdenziali prima del 1978 (cioè per la generazione di quelli che oggi hanno cinquanta o sessant’anni). Oggi la maggior parte delle pensioni d’oro nasce proprio dall’applicazione di questo vecchio e sbagliatissimo metodo di calcolo: il sig. Rossi incomincia a guadagnare il super-reddito soltanto nell’ultimo periodo della sua vita lavorativa, ma si vede poi calcolata la pensione per intero in riferimento a quell’ultimo periodo». Ichino spiega che «questa è la parte della pensione non effettivamente guadagnata: la differenza tra la pensione calcolata in proporzione alle ultime retribuzioni e quella calcolata in stretta proporzione ai contributi versati nel corso di tutta la vita lavorativa».Se le premesse sono uguali, la differenza delle due proposte sta nel cosa fare della porzione di pensione «regalata»: Fratelli d'Italia propone di tagliarla di netto, Scelta Civica opta per una soluzione intermedia, quella di applicarvi un consistente   «contributo straordinario». Ichino, Cazzola e Tinagli, forti anche delle loro competenze accademiche, spiegano che questa modalità neutralizzerebbe eventuali annullamenti da parte della Corte costituzionale: «Se il contributo straordinario sarà riferito soltanto a questa differenza, la Corte non potrà non approvarlo, poiché esso non creerà una disparità di trattamento, bensì al contrario ridurrà un privilegio indebito, in un momento di straordinaria necessità».Insomma, i pensionati d'oro in Italia non sono quelli che percepiscono pensioni alte perché nella loro vita lavorativa hanno versato tanti contributi; bensì quelli che, pur avendo versato contributi in maniera modesta, per qualche meccanismo estremamente favorevole si ritrovano con un trattamento pensionistico (o più trattamenti cumulati) stellare, completamente slegato dai contributi versati. Queste "regalie di Stato" vanno contrastate; che sia con la soluzione radicale di Giorgia Meloni o con quella più morbida di Pietro Ichino, è comunque urgente agire per riequilibrare la situazione che, in un momento di crisi come questo, risulta ancor più insopportabile sia ai pensionati "normali" che prendono poche centinaia di euro al mese, sia ancor di più alla folta schiera di disoccupati. Senza parlare delle centinaia di migliaia di giovani iper-precari che spesso non arrivano a guadagnare nemmeno quei mille euro al mese che sono la base minima per poter sopravvivere senza dover pesare sulle spalle delle famiglie d'origine.

CellDynamics, la start-up col 95% di vittorie ai bandi: «Rimaniamo in Italia»

«Ci piace stare qui innanzitutto perché in Italia si sta bene. È un campo molto fertile per le start-up, specie in zone come il Piemonte, la Lombardia e l'Emilia-Romagna: qui a Mirandola c'è uno dei più importanti poli biomedicali d'Europa, che si sta riprendendo dopo il terremoto. Se possiamo, diamo una mano, siamo qui anche per questo». Ma i finanziamenti? «È vero che non ci sono soldi, almeno non così tanti come in California. Ma si fa quel che si può». È per tutte queste ragioni che il cervello di Ilaria Vigliotta (26 anni) rimane in Italia, insieme a quello di Daniele Gazzola (37), Simone Pasqua (27) e Federico Zambelli (23), i suoi soci in CellDynamics, start-up che si occupa dello sviluppo di una linea di dispositivi per l'analisi cellulare. Un apparecchio che potrebbe avere diverse applicazioni: «intanto può accelerare lo sviluppo di nuovi farmaci. In futuro, ma ci arriveremo tra cinque o dieci anni, si potrà pensare alla personalizzazione delle terapie. Se poi riusciremo nei nostri obiettivi e otterremo le certificazioni necessarie, ci piacerebbe operare anche nel campo della procreazione medicalmente assistita». Ma come funziona questo dispositivo? «Diciamo che è un po' come il Grande Fratello», risponde Vigliotta. Il celebre format televisivo «permette di osservare degli individui nell'intero arco delle 24 ore, coinvolgendoli in sfide giornaliere e verificando le loro risposte agli stimoli esterni». Tutto questo «non rappresenta uno studio sociologico, ma offre grandi informazioni sul comportamento umano. Ecco, noi facciamo lo stesso con le cellule». In questo caso, gli stimoli esterni sono rappresentati da farmaci, virus e batteri. «Il nostro primo mercato sarà rappresentato dalle aziende che producono farmaci biotech. Noi permetteremo loro di avere una sorta di anteprima di come le cellule reagiscono alla medicina, spendendo peraltro molto poco». L'idea di fondo, che ha guidato la ricerca di Gazzola negli ultimi dieci anni e che poi ha coinvolto Vigliotta e gli altri soci, è quella di «mettere a disposizione dei dispositivi innovativi che rendessero le cose semplici e a basso costo». Un'idea che sembra avere un discreto potenziale sul mercato.Da febbraio 2013, cioè da quando i quattro startupper hanno cominciato a lavorare a tempo pieno alla loro “creatura”, «abbiamo partecipato a 45 bandi, sia per ottenere finanziamenti che per aumentare la nostra visibilità e avere accesso alle fiere. Abbiamo una percentuale di vittoria del 95 per cento». Gli ultimi in ordine di tempo sono il programma Spinner della Regione Emilia-Romagna, che fino a dicembre offrirà ai tre ricercatori [Zambetti si sta laureando in Economia, ndr] una borsa mensile da 1.300 euro lordi e ha garantito servizi e consulenze per 3mila euro. E lo Startup Focus Program promosso da PoliHub e da Sap, grazie al quale Vigliotta e soci potranno essere incubati per sei mesi al Politecnico di Milano, dove entreranno a far parte del programma di empowerment imprenditoriale. In più, avranno 800 ore di formazione sui software gestionali prodotti dalla multinazionale tedesca.È grazie ai concorsi rivolti alle start-up che i “cervelli” di questi quattro startupper restano in Italia e riescono a mantenersi. «Il concetto legato alla scelta di rimanere è che, va bene, qui non ci sono tanti soldi. Ma se vai in California, dove lo spirito è fantastico e chiunque ci vada torni migliorato, c'è una competizione devastante. Se io che sto bene in Italia posso dare qualcosa, ben venga». Intanto i prossimi mesi serviranno a dare una forma giuridica alla società. Non solo: «Siamo già nella fase dello sviluppo dei prototipi e abbiamo già un primo cliente che ci aiuterà nello sviluppo dei prototipi». Il passo successivo è il mercato.Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.it

Allarme MiniAspi, mesi d'attesa per ricevere l'indennità

«Buongiorno, vorrei un’informazione: quali sono i tempi d’attesa per ottenere la MiniAspi? So che si possono attendere anche alcuni mesi...». Sono le 9.30 di un lunedì mattina presso l’ufficio per i servizi all’utenza dell’Inps di Milano, in via Pola 9. Nell’ampia stanza attendono decine di persone per le ragioni più svariate: c’è chi ha bisogno di chiarimenti sulla pensione, chi deve fare domanda per un servizio di sostegno al reddito. «Per la MiniAspi noi cerchiamo di fare tutto entro 30 giorni», risponde l’addetta Inps. «Poi i tempi per sbrigare le pratiche possono variare in base alla sede di competenza. A gennaio c’è spesso un aumento del carico di lavoro, quindi i tempi possono essere un po’ più lunghi. Deve informarsi all’ufficio nella sua area di residenza», aggiunge. «Non abbiamo la sfera di cristallo».La posizione ufficiale dell’Inps è proprio questa. Per ottenere la MiniAspi, l’indennità di disoccupazione a requisiti ridotti per i lavoratori subordinati che abbiano perduto involontariamente il lavoro, bisogna aspettare più o meno un mese. E 30 giorni era anche il limite temporale entro il quale l’ente previdenziale si impegnava a versare il vecchio assegno di disoccupazione. Ma la realtà che emerge dai commenti e dalle reazioni degli aventi diritto dinanzi alla nuova MiniAspi è ben diversa. Basta cercare tra forum e commenti sui blog per trovare numerosi esempi di lavoratori disoccupati che hanno dovuto aspettare due, tre, anche quattro mesi prima di vedersi accreditare l’assegno. A maggio una ragazza scriveva sul forum di Orizzontescuola: «Ragazzi non posso crederci dopo mesi di attesa anche la mia situazione sembra che si stia sbloccando! Stamane ho trovato nel mio fascicolo previdenziale che hanno acquisito la domanda miniaspi 2012 e poi mi dice completata. Ma non leggo nessuna cifra e non c'è scritto accoglimento! Quanto bisogna aspettare ancora? C'è scritto solo completata! E' da gennaio che ho fatto domanda, assurdo! Tutto questo tempo». Tempo di attesa dichiarato: cinque mesi. Stessa situazione per un’altra utente: «Io ho presentato la mini aspi 2012 il 29 gennaio e oggi [il 17 maggio, ndR] mi è arrivato un messaggio su postacertificata.gov che la mia domanda è stata accolta ed è stato disposto un pagamento». I ritardi colpiscono disoccupati provenienti da tutta Italia. Disperati i toni di un lettore nei commenti a un articolo dell’Eco del cittadino: «Salve sono passati 3 mesi e 5 giorni dalla data della mia domanda di indennità, ancora non si vedono i soldi, vivo a Roma (Inps Casilino). Qualcuno sa per caso dirmi qualcosa sui tempi. Non riesco più ad andare avanti. Agli sportelli dell'Inps non sono in grado di darmi spiegazioni». Gli fa eco un'altra giovane: «Ciao, io sono circa tre mesi che sto aspettando, ma ancora niente, dal 6 febbraio ho fatto la domanda e ho saputo che hanno accettato il miniaspi più assegni per i figli, la domanda è ma quanto devo aspettare per i soldi?? Grazie».Insomma, i mesi passano e molti aventi diritto non ricevono l’assegno. Altro che 30 giorni. Una situazione insostenibile per chi è senza lavoro, privo di reddito, e deve pagare affitto, mutuo, bollette, spese quotidiane della famiglia. Al danno si aggiunge la beffa, ovvero l’amara consapevolezza di avere diritto alla prestazione, ma di dover attendere un periodo di tempo del tutto aleatorio prima di poterne usufruire. Ci sono ovviamente anche i casi virtuosi, gli uffici dell’Istituto che erogano l’indennità con efficienza e in tempi rapidi, ma la contraddizione non fa che evidenziare la disparità di trattamento dei cittadini sul territorio.Un riscontro arriva dai sindacati, che confermano il disagio dei cittadini. Secondo Nicola Marongiu, responsabile area welfare della Cgil nazionale, «Il problema non sta certo nell’assenza di fondi, perchè le indennità sono finanziate attraverso la contribuzione aggiuntiva, ma piuttosto nella lavorazione della pratica. L’Inps versa in condizioni difficili in molte realtà sul territorio, con dotazioni organiche carenti e un surplus di attività determinato dalla crisi».Luigina de Santis, del patronato Inca Nazionale, commenta così la situazione ad Articolo 36: «Prima dell’Aspi e della Miniaspi, i patronati avevano stipulato delle intese formali con l’Inps, che si impegnava a pagare l’indennità ordinaria o con requisiti ridotti entro 30 giorni dalla data di presentazione della domanda. Tutto filava liscio come l’olio. Oggi anche noi riceviamo segnalazioni di lavoratori disoccupati che devono aspettare due mesi o più per ottenere l’Aspi o la MiniAspi, anche se in linea di massima non si arriva a 5 o 6 mesi».Le nuove indennità hanno sconvolto i meccanismi di calcolo, rallentando i tempi di accettazione. Secondo de Santis, c’è un problema a monte. «La professionalità dell’Inps si è molto ridotta. I funzionari si affidano alle macchine, ai pc, e non sono più in grado di fare i conteggi a mano per verificare se sussistano i requisiti per Aspi e MiniAspi. Più volte è capitato che una sede territoriale rispondesse a un utente: non posso erogarti una prestazione perchè mi manca la procedura per calcolarla. Ma non si può negare un diritto con la scusa della mancanza di un algoritmo. In qualche modo chi ha i requisiti per una prestazione previdenziale o a sostegno del reddito deve ottenerla».In questa situazione, le prestazioni erogate dall’Inps variano di ufficio in ufficio, con risultati disomogenei sul territorio. «Gli uffici con più personale riescono a smaltire le richieste di Aspi e MiniAspi. Gli altri sono in difficoltà, e i ritardi si accumulano», commenta la responsabile. Stando agli ultimi dati di bilancio Inps, nel solo mese di luglio 2013 sono state presentate 192.311 domande di Aspi e 33.200 domande di MiniAspi, oltre a 373 domande di disoccupazione edile ordinaria e speciale, 13.477 domande di mobilità, e 624 richieste di disoccupazione ordinaria ai lavoratori sospesi. In totale, dal gennaio al luglio 2013, sono state presentate 1.084.694 domande, in aumento del 20% circa rispetto alle 900mila domande dello stesso periodo del 2012.Per finire, c’è un ultimo problema, relativo all’acquisizione dei contributi. «L’Inps deve essere sicura che l’azienda di ultima occupazione abbia versato i contributi per il dipendente con l’Uni-Emens: una procedura di versamento mensile. Il datore di lavoro, però, in genere versa i contributi a fine mese, insieme a quelli di tutti gli altri lavoratori. Se lavoro per i primi 15 giorni, e poi perdo l’impiego, l’Inps dovrà comunque attendere l’accredito di contribuzione prima di verificare i requisiti per la MiniAspi. Ci sono quindi dei tempi fisiologici di attesa, che però possono giustificare un ritardo di un mese o due, non certo di 5 mesi nell’erogazione delle prestazioni», conclude de Santis.Insomma, dietro ai ritardi dell’Inps si nasconde il solito insieme di ritardi burocratici e meccanismi amministrativi farraginosi. Ma intanto chi ha diritto a un sostegno al reddito è costretto in qualche modo a tirare la cinghia sperando di essere finito nell’ufficio territoriale migliore e più rapido. E a volte la prestazione arriva dopo mesi, magari quando il lavoratore ha trovato un altro impiego – e paradossalmente non ne ha più bisogno.

Ecosistema start-up: una mappa serve davvero?

Una mappa dell'ecosistema dell'innovazione italiana, che tenga il conto delle start-up innovative iscritte nel registro delle imprese. Ma che dia conto anche della presenza di quelle che si potrebbero definire le infrastrutture di supporto: fondi di venture capital, business angels, incubatori, parchi tecnologici e spazi di coworking.A disegnare questa cartina geografica ci ha pensato l'associazione Italia Startup insieme agli Osservatori del Politecnico di Milano e a Smau, fiera milanese dell'innovazione, con il supporto tecnico del ministero dello Sviluppo economico. Un progetto disponibile in rete - e che sarà distribuito nei padiglioni di Fieramilanocity tra il 23 ed il 25 ottobre in formato cartaceo - nato con l'obiettivo di «presentare sia al sistema politico-economico nazionale sia agli interlocutori internazionali una fotografia continuamente aggiornata dei principali attori dell'ecosistema delle start-up nel nostro Paese», si legge in una nota.Ma è davvero necessario uno strumento di questo genere? Uno dei primi a porre il problema del controllo sull'evoluzione dell'ecosistema è stato Antonio Lupetti, blogger da sempre molto critico sulle normative e sulle iniziative messe in campo dal governo. «Il paradosso delle imprese in liquidazione registrate come start-up innovative» è il titolo di un post pubblicato sul suo Woorkup lo scorso 25 settembre. Possibile una situazione del genere? In effetti sì. Al 23 settembre erano 1148 le aziende iscritte nella sezione dedicata del registro imprese tenuto dalle Camere di commercio. Quattro di queste risultano però essere in liquidazione. Non sarà allora che il decreto Passera abbia spianato «la strada a una serie di agevolazioni fiscali, a vantaggiose deroghe al diritto societario e a una particolare disciplina dei rapporti di lavoro che oggi, rispetto a quelli che potevano essere i propositi iniziali, trovano un'impropria applicazione?», la domanda che il blogger lancia all'ecosistema. Il sospetto, in altre parole, è che qualcuno stia cercando di approfittare degli incentivi messi a disposizione dalla normativa. Ora, tra le start-up che risultano in liquidazione c'è anche Appeatit, società impegnata nello sviluppo di un'applicazione che permetta di prenotare un posto al ristorante e di ordinare il pasto direttamente dall'ufficio, così da rendere meno caotica e frenetica la pausa pranzo. Startupper ne aveva raccontato la storia qualche settimana fa. Ma ora che succede?«Abbiamo liquidato la società perché due soci dovevano uscire visto che non erano più interessati a seguire il progetto», spiega l'amministratore delegato Damiano Congedo. A questo si aggiunge la necessità di inserire «i 3 ragazzi che collaborano con noi da un anno» con una formula simile al work for equity. Ovvero non sono pagati, ma sono state promesse loro quote della società. «La soluzione più economica era liquidare e ripartire da zero».Una decisione comunque «sofferta» e che comporterà dei costi per la nuova registrazione. Ancora più complicati da sostenere «perché non abbiamo ancora ricevuto finanziamenti». L'obiettivo, comunque, è quello di ripartire, «spero già il mese prossimo». Polemiche a parte, il caso di Appeatit è un esempio della “liquidità” dell'ecosistema start-up. A cercare di dare una dimensione solida arriva dunque la mappa proposta da Italia Startup. Il funzionamento è semplice: entro l'11 ottobre tutti i soggetti interessati possono registrarsi online. Una volta definita la mappatura, l'obiettivo è quello di aggiornarla di anno in anno per tenere sotto controllo l'evoluzione delle imprese innovative e della loro rete di sostegno.«Prendendo spunto da iniziative analoghe avviate in altri Paesi, vogliamo fornire un quadro che identifichi tutti gli attori principali attivi in Italia, suddivisi per aree territoriali, ritraendo in tempo reale lo stato complessivo del nostro ecosistema», spiega in una nota Andrea Rangone, consigliere di Italia Startup e responsabile degli Osservatori del Politecnico di Milano. Che sia questo lo strumento adatto per evitare i rischi evidenziati da Lupetti lo dirà il tempo. Certo un monitoraggio costante dell'ecosistema può permettere di valutarne l'evoluzione in tempo reale e, in caso, introdurre correttivi.Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.it

Ma i soldi per lo stage, chi te li dà? La borsetta di mammà

Chiara ha ventiquattro anni. Ogni mattina si sveglia alle sei meno un quarto, esce e fa un'ora di strada per arrivare in ufficio. Alle sei di sera si rimette in viaggio e riattraversa la città;  cena, si fa la doccia e si mette a letto, perché il giorno dopo la sveglia suonerà di nuovo prima dell’alba. Chiara è di Rieti. Mi racconta la sua storia via email, dopo aver pubblicato un post molto arrabbiato su Facebook. Ha studiato a Perugia e si è laureata in Comunicazione pubblicitaria con 110 e lode. Poi, come tutti i neolaureati, ha cominciato a visitare i siti di annunci e a mandare cv. Quando una nota azienda di comunicazione del settore food & beverage la convoca per un colloquio, fa i salti di gioia. La selezione va bene e lei si trasferisce a Roma, entrando con la funzione di junior account: l’«interfaccia» tra l'azienda e chi compra le campagne pubblicitarie, con il compito di trovare e seguire i potenziali investitori, preparare preventivi e proposte. In più Chiara fa anche la segretaria, spedisce pacchi, accoglie clienti, invia decine di email al giorno. Teoricamente è "in formazione", ma in realtà in ufficio nessuno le fa da guida: i suoi superiori (cioè tutti) le assegnano dei compiti pretendendo che lei li sbrighi in fretta, senza seccare per chiedere come si fa. La trattano come se fosse una dipendente, richiedendo efficienza e velocità. Ufficialmente però Chiara non sta lavorando: è solo in stage. Questo vuol dire che non ha un contratto, o il diritto a una retribuzione, men che meno ai contributi previdenziali. Eppure di qualche soldo avrebbe bisogno: la stanza in affitto le costa 350 euro mensili a cui bisogna aggiungere le spese per vitto, trasporti, vita quotidiana. L'azienda di comunicazione, pur vantandosi di essere "leader di mercato", le elargisce soltanto 250 euro al mese. Così sua madre e suo padre devono continuare a mantenerla. Lei operaia in una ditta di pulizie, lui impiegato comunale: tirare fuori ogni mese 500 euro è un sacrificio, ma la speranza è che questa esperienza possa servire alla figlia a trovare lavoro. I genitori – quelli di questa storia, insieme a milioni di altri – sperano sempre: ma in realtà solo uno stagista su dieci viene contrattualizzato. Così l’Italia continua a maltrattare i suoi giovani, e a spremere le famiglie come limoni.A luglio di quest'anno la Regione Lazio ha approvato una normativa regionale sui tirocini extracurriculari, quelli svolti – come ha fatto Chiara – al di fuori di un percorso formativo. La nuova legge prevede l'obbligo di corrispondere almeno 400 euro mensili agli stagisti, pena una multa variabile da mille a 6mila euro. Ovviamente non è retroattiva, ma se Chiara  cominciasse il suo stage oggi, l'azienda di comunicazione dovrebbe darle un compenso più alto, permettendole quantomeno di pagarsi l'alloggio da sola. Come il Lazio, quasi tutte le Regioni italiane si stanno in questi mesi adeguando, introducendo nuove leggi che stabiliscono un minimo di garanzie a favore degli stagisti: il risultato di anni di pressioni affinché lo strumento dello stage fosse regolamentato meglio, per evitare gli abusi e garantire ai tirocinanti qualche diritto. Certo, non è ancora abbastanza. Ma è un passo avanti nella tutela dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro.Eleonora Voltolina leggi altre storie di Incontri ravvicinati del Terzo Stato

Rivoluzione digitale: i tre nodi che vengono al pettine

Senza ombra di dubbio la crisi non ha risparmiato neppure il mercato delle comunicazioni. Nel 2012 la diminuzione più marcata dei ricavi si è avuta nel settore delle TLC con un bilancio di 2,6 miliardi in meno rispetto al 2011 mentre la flessione più consistente ha colpito i media, ovvero radio-tv, editoria e Internet, con una perdita di fatturato di 1,4 miliardi di euro e un tasso di decrescita pari all’8%. Infine anche per i servizi postali l’anno scorso si è chiuso con una contrazione superiore al 2%. Questi sono i dati della relazione annuale dell’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), presentata ai primi di luglio, che hanno più impressionato.La difficoltà del settore, a fronte della recessione generale, è ovviamente preoccupante ma non coglie certo di sorpresa. L’aspetto più interessante riguarda invece, ancora una volta, il web e la sua presenza pervasiva, registrata dal rapporto, in tutti i comparti del macrosettore. Ciò che colpisce ancora di più è quanto dichiara con fiducia l’Agcom in merito all’impatto economico di Internet: «Quello che oggi è visto come fattore di crisi dell’economia dei media tradizionali e delle telecomunicazioni può, anche con il contributo di un’adeguata regolazione incentivante, rappresentare l’effettivo motore di sviluppo dell’intero settore». Gli esiti finali dell’indagine sono un punto di partenza, e consegnano diversi spunti di riflessione per mettere sotto la lente d’ingrandimento il fenomeno e considerare i suoi effetti più importanti: la “rivoluzione digitale” del mondo della comunicazione è una prospettiva per la crescita del settore ma sembra porre almeno tre ordini principali di problematiche da affrontare. La prima riguarda il mondo della stampa e dell’editoria. Questi sono i settori che più degli altri, secondo Agcom, sono stati cambiati dalla rete nella modalità della diffusione delle notizie, con la nascita di nuove applicazioni che propongono contenuti informativi e di testate giornalistiche esclusivamente online, a cui si adeguano anche le riviste cartacee con la propria versione sul web.L’editoria digitale è in espansione certo, ma l’informazione stenta a trovare adeguate forme di monetizzazione che possano aiutarla a sostenere il declino: la pubblicità in Internet è così appetibile che solo nell’ultimo anno si calcola un incremento del fatturato pari al 10% ma questo non è sufficiente a poter tenere in vita intere testate e a pagare i giornalisti. «Cresce molto, come noto, l’adv online ma la sua forma, che si limita a banner e spot prima dei video, è assolutamente inadatta ed inefficace» spiega Pier Luca Santoro, esperto di marketing e comunicazione, collaboratore dell’Ejo (European journalism observatory) e autore, dal 2008, del blog Il Giornalaio: «La pubblicità online non è, e mai sarà, risorsa sufficiente per l’editoria. Il vecchio binomio vendite-pubblicità è sorpassato e vanno ricercate nuove forme di ricavo specifiche per ciascuna testata. Non esiste più un modello di ricavi unico». Occorre dunque incentivare la crescita del settore trovando nuove misure e nuove soluzioni per alimentare l’organizzazione che sta dietro a ciascuna offerta d’informazione.La seconda questione chiama in causa i “comunicatori professionali”: tra questi, con l’avvento della rete, si sono aggiunti nuovi soggetti con competenze specialistiche che necessitano di un riconoscimento adeguato. In Italia è stato già fatto qualche importante passo in avanti per quanto riguarda la categoria in generale: lo scorso gennaio è stata pubblicata la legge 4/13 sulle professioni non organizzate in ordini o collegi e all’inizio di marzo è entrata in vigore la norma Uni (Ente nazionale italiano di unificazione) che definisce i vari profili del comunicatore professionale, alcuni dei quali operanti sul web, come il comunicatore testuale (blogger, technical writer, ghost writer..) e il comunicatore tecnologico (amministratore di rete, web analyst..). «Quando è stata pubblicata la legge, il gruppo di lavoro, costituito da AssoProCom presso Uni, aveva già redatto il testo della norma» racconta ad Articolo 36 Sabina Addamiano, presidente del comitato tecnico-scientifico di AssoProCom, l’associazione professionale dei comunicatori, nata nel 2010 per promuovere l’affermazione della comunicazione nelle istituzioni pubbliche e negli enti economici. «La numerosità e varietà dei profili e dei compiti degli operatori della comunicazione ha reso sinora estremamente difficile una loro mappatura, che l’applicazione della legge e della norma Uni dovrebbero facilitare» aggiunge Addamiano: «A questa mappatura si lega la messa a punto dei meccanismi di tutela contrattuale, retributiva e previdenziale, che pure dovranno svilupparsi».La norma dà un contributo rilevante ma ci vorrà probabilmente molto tempo perché possa essere recepita, per diverse ragioni: per esempio, «la convinzione diffusa che comunicare sia facile, e che tutti siamo in grado di farlo. Questo è vero, ma non per la comunicazione che deve costruire e diffondere il valore creato dalle organizzazioni: qui c’è bisogno di conoscenze, competenze e abilità» puntualizza Federico Fioravanti, vice presidente di AssoProCom.Infine, la terza e ultima questione riguarda il presente e soprattutto il futuro. Il testo dell’Agcom è molto netto: «Il processo di digitalizzazione dell’economia è pertanto un fattore centrale per la crescita e la ripresa anche del nostro Paese, dove però si continua a registrare un ritardo nell’affermazione dell’economia digitale rispetto al resto del mondo». E aggiunge «In soli due anni si è registrata una crescita pari a 3,4 milioni di persone che giornalmente si collegano al web, numeri che comunque si collocano ancora in ritardo rispetto al resto d’Europa».Dunque il punto è che alla diffusione di Internet non si accompagna una risposta adeguata in termini di provvedimenti. Elisa Manna, responsabile politiche culturali del Censis e fra i promotori dell’iniziativa Alleanza per Internet, ribadisce questa urgenza ad Articolo 36: «Le nuove reti stentano a svilupparsi, in Italia ancor più che in Europa. È ormai improcrastinabile creare un ambiente favorevole allo sviluppo delle infrastrutture e alla diversificazione del mix di utilizzo delle tecnologie. Ne va del mantenimento di posizioni, ma anche della creazione di nuovi posti di lavoro, un'opzione che diventa ormai necessità».L’Italia è in ritardo ma dovrà fare comunque i conti con il perseguimento degli obiettivi di crescita definiti dalla strategia "Europa 2020", anche se il percorso si prospetta tutt’altro che pacifico. L’articolo 10 del decreto del fare prevedeva la liberalizzazione del wi-fi ma con l’obbligo di garantire la tracciabilità mediante l'identificativo del dispositivo utilizzato: in seguito alle numerose polemiche, poi, è stato accolto l’emendamento secondo cui l’accesso ad Internet «non richiede l'identificazione personale degli utilizzatori quando l'offerta di accesso non costituisce l'attività commerciale prevalente del gestore del servizio». L’approvazione di un altro emendamento al nono comma dell’articolo 18 ha invece dato il via libera al finanziamento di reti wifi nei piccoli comuni al di sotto dei 5000 abitanti. Il decreto inoltre ha inferto un bel colpo all’Agenda digitale, con tagli di 20 milioni ai fondi per il Piano nazionale banda larga, destinato ad annullare il digital divide tra le regioni. Per il futuro dunque la diffusione del wireless e del mobile possono sicuramente aiutare ma il problema forse è più profondo e ha radici culturali nel nostro contesto nazionale, lo stesso che Agcom definisce «strutturalmente ancora poco sensibile all’innovazione».

Rai, proteste per 35 assunzioni a chiamata per «emergenza estiva»

In Italia le scuole di giornalismo riconosciute dall’Ordine sono 12 e tutte si occupano di formare i propri allievi per lavorare in redazioni di emittenti radio-televisive, oltre che di periodici cartacei e online e di agenzie di stampa. Eppure quando c’è un posto vacante la Rai ha un'abitudine ricorrente: quella di servirsi, con assunzioni a chiamata, dei cronisti provenienti dalla scuola di Perugia. Che sono dunque primi inter pares: escono da una struttura teoricamente uguale alle altre, ma poi hanno una corsia preferenziale per entrare in uno dei più grandi gruppi editoriali del nostro Paese.Una pratica consolidata di cui si parla anche nel testo dell’ultimo accordo raggiunto dall’azienda con l’Usigrai a fine giugno per l’uscita anticipata di 600 persone, la regolarizzazione dei precari e nuove assunzioni, che Articolo 36 ha raccontato nei giorni scorsi. Queste ultime dovrebbero avvenire in buona parte attraverso «un’iniziativa di selezione pubblica» che la Rai «avvierà entro il prossimo mese di settembre», nel rispetto dei principi di «trasparenza, imparzialità e pubblicità». Eppure, poche righe più sotto, si fa riferimento anche a quella procedura a chiamata, prevedendo di «utilizzare n. 35 nuove risorse qualificate provenienti dalle Scuole di giornalismo, secondo prassi aziendale». Qui si parla di "scuole di giornalismo" al plurale, ma il direttore generale della Rai Luigi Gubitosi, in una dichiarazione riportata sul sito dell’azienda, circoscrive l'opportunità professionale agli ex allievi di una sola: «Assumeremo 75 giornalisti, tra scuola di giornalismo di Perugia [35, ndr] e concorso nazionale per i precari e per quelli con i contratti atipici [40, ndr]». Parole che hanno generato un vortice di proteste da parte di scuole di giornalismo e giovani redattori in attesa del concorso. Nella missiva inviata al presidente del Consiglio nazionale dell’OdG Enzo Iacopino, Giannetto Sabbatini Rossetti, direttore dei corsi e delle testate della scuola di Urbino, scrive: «Secondo prassi aziendale, si scrive “Scuole di giornalismo”, ma si legge “Scuola di giornalismo di Perugia”». I 35 fortunati, per adesso assunti a tempo determinato, sono già al lavoro: «Già in queste settimane», prosegue Sabbatini Rossetti «nelle redazioni regionali stanno arrivando, su chiamata diretta, giovani colleghi tutti provenienti dalla Scuola di Perugia. Ad Ancona, ad esempio, sono stati fatti tre contratti ad altrettanti ex allievi di Perugia. I tanti praticanti che in questi anni si sono alternati negli stage, ottenendo anche apprezzamenti e riconoscimenti ufficiali, sono rimasti tutti al palo. A coloro che hanno presentato curriculum per eventuali chiamate per sostituzioni o cambi ferie è stato risposto che la Rai ha bloccato le “nuove utilizzazioni”». Un’abitudine di lungo corso, quella della Rai, confermata dallo stesso segretario dell’Usigrai Vittorio Di Trapani, proveniente anche lui da Perugia e promotore dell’associazione degli ex allievi della scuola: «Esiste in azienda da vent’anni, è uno dei canali di accesso insieme alle pubbliche selezioni. Non vedo dove stia il problema se la Rai, in attesa dei giornalisti che verranno scelti con il concorso, si riserva di chiamare persone provenienti da una scuola su cui investe da anni». Ma non tutti hanno preso la questione con la stessa positività. Quella postilla finale definisce in sostanza la struttura perugina come “scuola aziendale”, mettendo così in difficoltà l’Ordine dei giornalisti. Il cui presidente Iacopino infatti, sentendo quelle tre parole, è saltato sulla sedia: «Il 2 luglio ho avvertito Di Trapani, spiegandogli che le scuole aziendali sono escluse dal Quadro di indirizzi sottoscritto anche da Perugia e dalle altre scuole di giornalismo». Una scuola aziendale è assolutamente legittima, è il concetto, ma non può essere riconosciuta dall’Ordine come struttura in cui effettuare il praticantato giornalistico. Iacopino è in attesa di incontrare Gubitosi: «Il 22 luglio ho sentito il direttore generale, che si è dimostrato molto interessato alle mie proteste: ha detto che non sapeva niente delle nostre regole, e mi ha chiesto di incontrarci». Se dal vertice di viale Mazzini non arriveranno riscontri, «decideremo insieme al Consiglio e all’esecutivo dell’Ordine». La conseguenza estrema, che Iacopino per il momento non vuole neanche nominare, potrebbe essere il ritiro del riconoscimento come “erogatore” del praticantato alla struttura di Perugia. Diverse scuole di giornalismo sono sulle barricate: oltre a quella di Sabbatini Rossetti, Iacopino ha ricevuto una lettera congiunta dei cinque direttori dei master delle università Statale, Cattolica e Iulm di Milano, di quello dell’ateneo torinese e della scuola di giornalismo Luiss di Roma, oltre a una missiva dal master dell’università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Due i punti contestati: lo status di “scuola aziendale” attribuito alla scuola di Perugia, che la legherebbe a doppio filo all'azienda di radiotelevisione pubblica, e la mancanza di trasparenza e meritocrazia nelle selezioni. «Il Quadro d’indirizzi del Cnog vieta espressamente le scuole aziendali, che non possono essere riconosciute dall’Ordine, mentre quest’accordo configura palesemente la SGRT [Scuola di giornalismo radiotelevisivo, ndr] di Perugia come una pura scuola aziendale», si legge nella lettera congiunta dei cinque direttori. C’è poi la questione di merito delle vie di accesso al posto di lavoro: «Nonostante tutto, continuiamo a ritenere che la Rai sia e debba essere un’azienda editoriale di servizio pubblico. Questa sua peculiarità impone, con tutta evidenza, che pubbliche e universali siano le procedure di selezione del personale, a maggior ragione quando si faccia la scelta meritoria di assumere soltanto giornalisti formati nelle strutture riconosciute. Dunque perché 35 assunzioni da una Scuola e la preclusione di tutte le altre?», si chiedono ancora i responsabili delle cinque strutture formative. E in questi giorni, ai vertici Rai, Usigrai, Fnsi e Cnog sta arrivando una lettera firmata da un gruppo di giovani giornalisti professionisti riuniti sotto lo slogan “35 come loro” - anche se le adesioni non sono più solo 35, anzi hanno già superato quota 150: «Chiediamo che le assunzioni avvengano solo per concorso. Vogliamo poter concorrere alla pari per un numero di posti che non sia lo scarto residuo delle chiamate dirette. È inconcepibile che i sindacati si siano seduti al tavolo con l’azienda per firmare un accordo che prevedeva, ancora una volta, chiamate dirette. Ci appelliamo per questo all’Ordine Nazionale che si faccia garante per noi della meritocrazia di cui spesso si parla».Il segretario generale dell’Fnsi Franco Siddi, che ha sottoscritto l’accordo Rai-Usigrai, cerca di minimizzare: «Non estremizzerei il problema. Capisco le proteste delle altre scuole, che hanno tutte pari dignità, ma nello specifico bisogna riconoscere che qui c’è una struttura che conferisce agli allievi una qualificazione specifica nel settore radio-televisivo. L’Ordine fa il suo mestiere e verificherà che venga rispettato il disciplinare formativo» dice ad Articolo 36. Per Siddi le 35 assunzioni a chiamata «rientrano in una parentesi di urgenza. È chiaro che, chiusa questa fase, tutte le assunzioni avverranno tramite concorsi, come stabilisce l’accordo». Anche Di Trapani parla di una procedura utilizzata «in un periodo di emergenza» per riempire i posti lasciati vuoti dai colleghi in ferie, ma sul futuro della «prassi aziendale» smentisce Siddi: «Noi siamo per la trasparenza, e infatti dal 2008 siamo riusciti a ottenere pubbliche selezioni, ma questa è una prassi che dura da vent’anni, e rimane uno dei canali di accesso».Veronica Ulivieri

Nuove assunzioni in Rai, tra apprendistato e strane selezioni

La Rai torna ad assumere e punta sui giovani. È questo il messaggio del verbale firmato a fine luglio tra l’emittente pubblica e le sigle sindacali con cui si dà seguito a un precedente accordo sottoscritto a inizio mese. Saranno 150 i giovani assunti con contratti di apprendistato professionalizzante grazie a una sorta di cambio della guardia tra vecchie e nuove risorse e 75 i nuovi ingressi di giornalisti. Ringiovanimento in azienda che sta molto a cuore al direttore generale Luigi Gubitosi che già a inizio luglio, durante il convegno «Una nuova carta d’identità per la Rai» al Cnel, aveva annunciato il suo piano industriale con l’uscita di scena di 600 persone e «un risparmio per il triennio 2013-2015 di 60 - 70 milioni di euro» oltre a nuove assunzioni.Alla fine l’accordo con i sindacati si è trovato su 150 giovani da inserire con l’apprendistato professionalizzante, che permette a chi ha tra i 18 e i 29 anni di acquisire competenze direttamente in azienda. Puntando quindi su quel netto ricambio generazionale a cui si riferiva la nota del sindacato lavoratori della comunicazione della Cgil nel primo protocollo d’intesa firmato a inizio luglio, annunciando «l’uscita di circa 100 dipendenti con i requisiti per la pensione a fronte dell’assunzione di 150 giovani in apprendistato» e «la regolazione di un mercato del lavoro che in Rai ha vissuto condizioni di deregolazione esponenziale» con il dilagare di precarietà contrattuale e salariale. I giovani apprendisti sono però rimasti in forse fino al 31 luglio quando, numeri alla mano, alla firma del documento con le parti sociali si è visto che la cifra di quanti avevano aderito all’iniziativa di incentivazione all’esodo «prevista dall’articolo 4 della legge 28 giugno 2012 n. 92», cioè la riforma Fornero, era tale da permettere il ricambio. «Avevamo stabilito un meccanismo legato al rapporto tra entrate e uscite in azienda» spiega ad Articolo 36 Alessio De Luca, coordinatore del dipartimento dell’emittenza pubblica Slc della Cgil, «e deciso che 75 persone sarebbero state assunte subito dopo la selezione. Poi, abbiamo appurato di aver raggiunto altre 100 richieste di uscita per cui, molto probabilmente, a settembre potremo ratificare il numero complessivo di 150 lavoratori in apprendistato». I primi 75 saranno selezionati per i profili di tecnico della produzione, tecnico, specializzato della produzione, ma le modalità saranno stabilite il prossimo 9 settembre quando «le parti si incontreranno per un confronto». Insomma solo a fine settembre una nuova verifica confermerà il via anche degli altri 75 contratti di apprendistato. È quindi troppo presto per conoscere i tempi: «È probabile che sarà fatta un’unica selezione pubblica per tutti i 150 lavoratori nell’ambito delle diverse figure professionali» spiega De Luca: «Le aree più interessate saranno quelle tecniche e produttive perché hanno visto il maggior numero di uscite e dovremo capire anche quali saranno le modalità selettive. Ci sarà comunque una prova scritta e una orale». Per la retribuzione «l’apprendistato prevede fino a due livelli inferiori rispetto alla categoria spettante, ma dire la cifra è difficile perché parliamo di 11 livelli e 40 posizioni diverse. Dipende quindi dalla figura professionale, per cui la retribuzione varia tra i 900 e mille euro».  L’apprendistato dovrebbe insomma diventare il nuovo metodo di inserimento in azienda, e mettere all'angolo la miriade di contratti a termine usati e abusati negli anni passati: questi lavoratori precari, grazie ad accordi sindacali, dovrebbero essere riassorbiti entro il 2018-2019. «Questa è l’ampiezza del fenomeno dei contratti a tempo determinato: per questo nel rinnovo contrattuale sottoscritto a febbraio 2013 abbiamo inserito l’apprendistato professionalizzante» continua De Luca: «Dobbiamo definire il periodo, tra i 30 e i 36 mesi a seconda della preparazione, ma abbiamo previsto una stabilizzazione all’80% dei lavoratori in forze con l’apprendistato, che diventerà il principale contratto con cui assumere». Selezione è quindi la parola d’ordine per eliminare gli altri meccanismi che hanno riempito i bacini A e B dei lavoratori a tempo determinato ancora in attesa di assunzione, in parte anticipata in base all’accordo firmato il 4 luglio. Da questo bacino la Rai assumerà fino a marzo 2014, spiega De Luca, tra le 500 e le 600 persone e puntando anche alla regolazione dei contratti in partita Iva. Il punto dolente per il contratto di apprendistato resta l’età, massimo 29 anni, «perché per alcune figure sono più importanti altre caratteristiche. In sede di rinnovo del contratto avevamo chiesto che potessero rientrarvi anche i lavoratori in mobilità, come previsto dalla riforma. Avremmo potuto limitare l’età, visto che il direttore generale punta al ricambio generazionale» conclude De Luca: «ma alla fine l’azienda non ha accettato e con l’apprendistato potremo reclutare solo gli under 29». Se questa selezione farà discutere per gli elementi restrittivi sull’età, ce n’è un’altra che ha già sollevato parecchie polemiche: è quella per i 75 giornalisti decisa con un accordo sottoscritto tra Rai e Usigrai. Anche in questo caso si parla di uscita anticipata per chi ha i requisiti per la pensione, di stabilizzazione dei giornalisti a tempo determinato e di una nuova selezione pubblica da avviare entro settembre. Il patto con i sindacati prevede però anche l’assunzione di 35 giornalisti attraverso un canale privilegiato, la scuola di giornalismo di Perugia, come già dichiarava il direttore Gubitosi durante un convegno al Cnel. Proprio su questo si sono già levate le prime critiche dei molti giornalisti, professionisti e con anni di precariato alle spalle, che rimarrebbero fuori perché non ex allievi della scuola umbra. In effetti questa scuola è definita «l’istituto di formazione dei giornalisti Rai»: eppure in più sedi è stato ripetuto che le scuole aziendali sono escluse dal quadro di indirizzi sottoscritto con l’Ordine dei giornalisti. Il patto prevede anche una selezione pubblica, aperta agli esterni: «Ma in realtà» conferma De Luca «non hanno mai quantificato i numeri né individuato le modalità selettive».Queste assunzioni in atto non piacciono nemmeno a due consiglieri nazionali dell’ordine dei giornalisti - Vincenzo Cimino, anche vice presidente della Commissione giuridica, e Cosimo Santimone - che hanno scritto una lettera aperta in cui evidenziano come, di nuovo, il criterio di ingaggio attraverso la scuola di Perugia andrà a discapito di tanti altri professionisti da anni nelle liste di mobilità. Cimino e Santimone osservano per esempio che i colleghi del Tg3 Molise stanno lasciando la regione «per tornare nelle loro rispettive regioni di residenza nonostante avessero sottoscritto un impegno quinquennale di permanenza nella sede di prima nomina» e con la loro partenza arriveranno «otto nuovi giornalisti professionisti appena usciti dalla scuola di Perugia. Alla faccia dei disoccupati molisani, del manuale Cencelli e della tutela che dovrebbero essere alla base del diritto al lavoro». Il punto messo in luce dai due consiglieri è lo stesso alla base della lettera firmata da un gruppo di giovani giornalisti professionisti sotto lo slogan «Noi, 35 come loro!» che denuncia la disparità di trattamento e la mancanza di un concorso pubblico.Due selezioni, per l’apprendistato e per i giornalisti, che hanno il pregio encomiabile di ringiovanire la categoria di dipendenti presenti in Rai, ma presentano alcuni limiti che rischiano di far passare in secondo piano il significativo messaggio di cambiamento dell’emittenza pubblica. In entrambi i casi la questione è rimandata a settembre, quando dovrebbero essere pubblicati i bandi e si metteranno nero su bianco requisiti e limiti delle selezioni. Marianna Lepore