Categoria: Articolo 36

Una scuola senza bidelli: 10 mila posti liberi, ma la riforma non parla di loro

Nella “buona scuola” il governo Renzi si è scordato il personale Ata. Il documento che anticipa i punti della riforma del sistema scolastico prevede infatti l’assunzione di 150mila docenti precari, ma non del personale ausiliario, tecnico e amministrativo senza il quale – secondo diverse sigle sindacali tra cui l’Anief e la Federazione Lavoratori della Conoscenza della Cgil – è difficile garantire l’ampliamento dell’offerta formativa e, più in generale, il corretto funzionamento della scuola. Gli Ata si dividono in quattro categorie: c’è il personale di segreteria (o assistente amministrativo), che tiene la contabilità della scuola e dà supporto al dirigente scolastico nelle varie pratiche burocratiche richieste dal Ministero; il personale tecnico che ha funzioni di supporto alla didattica di laboratorio; i collaboratori scolastici (i bidelli) che hanno varie funzioni tra cui sorveglianza e pulizia e il direttore dei servizi, il “braccio operativo” dei dirigenti scolastici.Pochi giorni dopo aver pubblicato il documento sulla “buona scuola”, il Governo ha ufficializzato l’assunzione di 34 mila persone, tra cui 4.599 Ata. Ma secondo Anna Maria Santoro, segretaria nazionale per la FLC Ggil, non ci sono comunque motivi per festeggiare. «Il personale appena assunto è quello previsto ogni anno dal ministero per coprire il turn over e cioè la quota di personale che va in pensione, ma si tratta di una misura tampone: il ministero dovrebbe coprire anche i 5500 posti rimasti liberi», dice ad Articolo 36.Negli anni il personale Ata è diminuito in modo piuttosto evidente: nell’anno scolastico 2007-2008, secondo i dati della relazione generale sulla situazione economica del Paese del 2012 (p. 11), erano 246mila, di cui 165mila a tempo indeterminato e 81mila a tempo determinato; nel 2011/2012 erano 204mila, di cui 188mila a tempo indeterminato e 16mila a tempo determinato (la diminuzione del personale a tempo determinato è dovuta principalmente a due fattori: la stabilizzazione dei precari e i tagli al personale a termine). Nel frattempo il numero di iscritti nelle scuole dell’obbligo è aumentato di 90 mila unità solo negli ultimi tre anni (dato Anief). E non è tutto: «I governi degli ultimi anni, compreso quello attuale, puntano sulla didattica laboratoriale, sulle innovazioni tecnologiche, ma nella scuola del primo ciclo non è prevista la figura dell’assistente tecnico», dice ancora Anna Santoro. «Cosi accade che le scuole del primo ciclo debbano “pescare” dalle scuole superiori pagando con finanziamenti propri, spesso forniti dalle famiglie».  Col Decreto Sviluppo del 2011 è stato avviato un piano triennale di assunzioni, grazie al quale il personale ATA a tempo indeterminato è aumentato di 37mila unità. Ma secondo la Flc Cgil, ci sono ancora 10 mila posti liberi. E cioè i 5.522 di cui si diceva prima e i quasi 5 mila posti aggiuntivi autorizzati ogni anno dal Ministero dell’Istruzione, senza dimenticare  l'elevato numero dei precari che aspettano da anni di essere stabilizzati. E che a breve potrebbero passare a tempo indeterminato grazie alla Corte di Giustizia Europea. L’uso prolungato di contratti a termine viola infatti la direttiva europea 70/1999, che stabilisce che  i contratti a tempo determinato non possano essere rinnovati per più di tre anni complessivi. «Il motivo per cui è stata creata questa regola è semplice», spiega Anna Santoro. «I contratti a tempo determinato servono a coprire esigenze limitate nel tempo: lo Stato invece li ha usati per sopperire a esigenze stabili dell’Amministrazione, ovvero garantire il regolare funzionamento della scuola». Su questa possibile infrazione, il tribunale di Napoli e la Corte Costituzionale hanno chiamato in causa la Corte di Giustizia Europea che potrebbe condannare l’Italia ad assumere a tempo indeterminato tutti i precari della scuola (docenti e ata, anche se sui docenti pare che il governo si sia mosso in anticipo) che hanno lavorato per più di tre anni con contratti a termine. La trafila degli Ata, infatti, non ha nulla da “invidiare” a quello dei docenti: 5-6 anni di attesa al nord, spesso di più al Sud, dove subiscono (più che altrove) la concorrenza dei Lavoratori Socialmente Utili, che dipendono da cooperative private. Secondo la Cgil, «dal 1999 la scuola ha impiegato 11mila 800 addetti alle pulizie e 600 assistenti amministrativi e tecnici provenienti dai Lavori socialmente Utili» togliendo quindi risorse per la stabilizzazione del personale Ata. E una dimostrazione di questo conflitto di competenze l’ha data recentemente il governo che ha destinato ai lavoratori socialmente utili oltre 400 milioni di euro, che serviranno per portare avanti le opere di piccola manutenzione previste dal filone “scuole belle” del piano di edilizia scolastica. Prima di entrare in ruolo, gli Ata devono presentare la domanda per essere immessi nelle graduatorie di istituto; di supplenza in supplenza, raggiungono i 24 mesi complessivi di lavoro, necessari per essere inseriti nella graduatorie permanenti. Dopo di che aspettano di essere chiamati dall’ufficio provinciale che gli affida un incarico annuale, che viene in genere rinnovato per anni di anno in anno. Fanno eccezione solo i Direttori dei servizi, che vengono selezionati con un concorso (l'ultimo risale a 14 anni fa). Tutta questa trafila porta almeno a uno stipendio dignitoso? Non proprio: un collaboratore scolastico appena entrato in ruolo guadagna 1242 euro lordi al mese (poco più di 900 netti al mese), che diventano 1618 a fine carriera; per gli assistenti tecnici e amministrativi le cifre sono leggermente più alte: il primo stipendio è di 1391 euro, l’ultimo di 1880. «Il personale Ata è il grande assente del Piano Renzi», conclude Anna Maria Santoro. «Purtroppo non si riconosce all’organizzazione della scuola la sufficiente importanza. Per quanto ci riguarda invece il lavoro è uno snodo importante per rendere sicure, accoglienti e funzionanti le scuole».

Articolo 18, ecco come funziona: l'Adapt fa chiarezza sulle norme sui licenziamenti

Il dibattito sull'articolo 18 sta cannibalizzando da settimane la discussione sul JobsAct. Sembra che sui giornali e in televisione non ci sia attività più importante che vivisezionare quella norma introdotta 44 anni fa nello Statuto dei lavoratori, che si intitola "Reintegrazione nel posto di lavoro" e che prevede che un giudice possa giudicare illegittimo un licenziamento e ordinare, in determinati casi, che le aziende con oltre 15 dipendenti siano obbligate a riprendere il lavoratore e rimetterlo al suo posto. Una norma sacrosanta o anacronistica? Eliminare l'articolo 18 ci renderebbe un paese più efficiente, come sostengono alcuni - come per esempio il sottosegretario al ministero delle Riforme Ivan Scalfarotto, dirigente delle Risorse umane per quasi un ventennio prima di darsi alla politica - oppure ci farebbe uscire dal novero dei paesi civili, come ha sostenuto per esempio l'ex premier Massimo D'Alema? Per fare un po' di chiarezza l'Adapt ha pubblicato ieri un paper intitolato Licenziamenti: quadro comparato, [scaricabile gratuitamente sul sito BollettinoAdapt] mettendo a confronto le norme in tema di licenziamenti in vigore in otto Paesi, alcuni dei quali molto vicini all'Italia: Danimarca, Francia, Germania,  Regno Unito, Spagna, Svizzera, Stati Uniti, Giappone e Cina. A capo del gruppo di lavoro che ha curato la pubblicazione c'è Paolo Tomassetti, 30 anni, assegnista di ricerca all'università di Modena e Reggio Emilia. Articolo 36 gli ha chiesto di tracciare una panoramica della situazione italiana. In Italia i licenziamenti possono afferire a una delle due grandi categorie: individuali e collettivi. Che caratteristiche devono avere quelli collettivi, e con quali modalità vengono eseguiti?I licenziamenti collettivi, come si evince dalla nozione stessa, coinvolgono una "collettività" di lavoratori in un contesto di riduzione, trasformazione o cessazione dell'attività. Si tratta di una procedura che interessa imprese con più di 15 dipendenti che intendano effettuare, per la medesima causa, almeno 5 licenziamenti nel periodo di tempo di 120 giorni, nell'ambito della stessa provincia. La legge 223/1991 agli articoli 4 e 24, prevede una procedura di informazione - comunicazione - e consultazione - esame congiunto - delle rappresentanze sindacali, all'esito della quale l'azienda può procedere al licenziamento collettivo.  I licenziamenti individuali invece si suddividono abitualmente in tre tipologie: quelli per motivi disciplinari, quelli per motivi economici e quelli discriminatori. Partiamo da questi ultimi, che sono i più odiosi. Conferma che sono totalmente illegittimi e che nessuna riforma ha mai cercato di "liberalizzarli"?Confermo: il licenziamento disposto per motivi discriminatori non solo è illegittimo, ma è nullo. Una sentenza che accerti la natura discriminatoria di un licenziamento, dispone contestualmente la nullità dell'atto e, conseguentemente, la reintegrazione del prestatore di lavoro e il risarcimento del danno, ripristinando le condizioni di impiego preesistenti, come se il lavoratore non fosse stato mai licenziato. Questa forma di tutela, definita “tutela reale” perché intesa a garantire al lavoratore la restituzione della "cosa" - “res” - ovvero il posto di lavoro, non è mai stata messa in discussione dal legislatore con riferimento alle ipotesi di licenziamento discriminatorio.  Quali sono le grandi aree di discriminazione tutelate dal legislatore italiano?Il principio di illegittimità del licenziamento discriminatorio affonda le radici nell'articolo 3 della Costituzione italiana: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Queste sono le grandi aree di potenziale discriminazione tutelate dal nostro ordinamento giuridico. Si tratta di aree che, peraltro, la giurisprudenza ha contribuito ad interpretare in chiave estensiva, anche alla luce dell'articolo 15 dello Statuto dei lavoratori per cui «è nullo qualsiasi patto od atto diretto a licenziare un lavoratore a causa della sua affiliazione o attività sindacale ovvero della sua partecipazione ad uno sciopero - ovvero - a fini di discriminazione politica, religiosa, razziale, di lingua o di sesso, di handicap, di età o basata sull'orientamento sessuale o sulle convinzioni personali». Con la riforma Fornero la disciplina di questi licenziamenti è cambiata? E con la bozza di riforma Renzi-Poletti, è previsto qualche mutamento?Sia nel caso della riforma Fornero, che nel caso dell'articolo 8 della Legge 148/2011 che abilita la contrattazione aziendale a derogare anche all'articolo 18 dello Statuto, è stato confermato il regime di protezione "hard" del lavoratore nella ipotesi di licenziamento discriminatorio, consistente nella reintegrazione nel posto di lavoro associata al risarcimento del danno. Si tratta di un punto fermo anche del Jobs Act.  Sarebbe auspicabile estendere la normativa sul reintegro in caso di licenziamenti discriminatori anche alle aziende al di sotto dei 15 dipendenti?La reintegrazione del lavoratore in caso di licenziamento discriminatorio in realtà è un principio disciplinato, prima ancora che dall'articolo 18 dello Statuto, dall'articolo 4 della legge 604/1966 e dall'articolo 3 della legge 108/1990: nelle aziende che hanno meno di 15 dipendenti, il licenziamento per motivi discriminatori rappresenta l'unico caso in cui il datore di lavoro è comunque obbligato alla reintegra del dipendente. Passiamo ai licenziamenti individuali per motivi economici. Qui le fattispecie più comuni sono la chiusura di un ramo di azienda o la riorganizzazione di un settore. Come funziona in questo caso?Il licenziamento per ragioni economiche riguarda la ipotesi di recesso unilaterale del datore di lavoro dal rapporto con il dipendente per motivi che che riguardano la riorganizzazione aziendale. Viene anche definito licenziamento per giustificato motivo oggettivo. In caso di contestazione, la legittimità di questo tipo di licenziamento viene accertata dal giudice in relazione alla oggettività della motivazione, alla impossibilità di assegnare il lavoratore a mansioni diverse rispetto a quelle per cui è stato assunto, e al rispetto delle norme di carattere procedurale e formale: comunicazione tramite atto scritto, motivazione e così via.Ha senso che sia un giudice a sostituirsi all'imprenditore nel decidere se c'è un motivo economico sufficientemente valido per licenziare?Ha senso nella misura in cui il motivo addotto dal datore di lavoro a supporto del licenziamento viene contestato dal lavoratore e si crea un contenzioso. In realtà, infatti, non è il giudice di sua spontanea volontà a decidere di sindacare la scelta dell'azienda; è il lavoratore che, ad esempio, contesta la impossibilità rinvenuta dal datore di lavoro ad essere adibito ad altra mansione, e impugna il licenziamento. Da questo punto di vista, rappresentano un valore gli strumenti stragiudiziali per la risoluzione delle controversie - per esempio il tentativo di conciliazione - e l'intermediazione sindacale per il presidio della correttezza e buona fede del datore di lavoro che licenzia.  Con la riforma Fornero la disciplina di questi licenziamenti è un po' cambiata: il reintegro è previsto solo in caso di manifesta insussistenza del fatto che ha determinato il licenziamento. Questo perimetro quali fattispecie comprende? Che vuol dire "manifesta"?Lo spazio per il contenzioso dovrebbe essere il più stretto possibile, per limitare i margini di discrezionalità del giudice nel dirimere la controversia. Questo obiettivo può essere raggiunto solo con una tipizzazione puntuale delle ragioni che possono legittimare il licenziamento. La contrattazione collettiva è una soluzione, ma non basta. Soprattutto se le leggi cambiano di anno in anno e le parti sociali sono costrette ad inseguire. La norma imperativa di legge, quando interviene, dovrebbe essere puntuale, e non lasciare spazio a questa o quella interpretazione. Il principale limite dell'articolo 18 così come riformato dalla legge Fornero, è dato dalla persistente genericità - concettuale - della norma, che prevede soltanto dei macro indicatori di illegittimità del licenziamento, che a loro volta contribuiscono a definire solo i confini di grandi contenitori entro cui i giudici possono continuare a muoversi con ampia discrezionalità. E con la bozza di riforma Renzi-Poletti, è previsto qualche mutamento?Purtroppo, al momento, i cambiamenti in discussione non sembrano andare nella direzione della chiarezza. Anzi, il rischio è che il punto di caduta del confronto politico sarà l'ennesima soluzione compromissoria che finirà per aggiungere complessità su complessità. Il ché, in automatico, significa scarsa effettività della norma e alto contenzioso.  Infine i licenziamenti disciplinari. Qui ci sono due sottoinsiemi: la motivazione di "giusta causa" e quella di "giustificato motivo". Partiamo dalla giusta causa: il legislatore prevede che si possano sanzionare con questo tipo di licenziamento individuale condotte di particolare gravità che pregiudicano definitivamente il rapporto di fiducia tra azienda e lavoratore, come per esempio il rifiuto di lavorare, l'insubordinazione, il furto in azienda.Esatto. Parliamo di condotte da parte del lavoratore tanto gravi da compromettere in modo irrimediabile il rapporto di fiducia col datore di lavoro; condotte tanto gravi da giustificare il licenziamento "in tronco", senza preavviso. Anche qui, la contrattazione collettiva svolge un ruolo strategico nella tipizzazione delle cause che giustificano questa fattispecie di licenziamento. Ma spesso non basta: anche... ...le declaratorie contrattuali hanno margini di incertezza e il fatto che non sono tassative, lascia comunque un ampio margine di discrezionalità per il giudice. Il secondo sottoinsieme di licenziamenti disciplinari è quello per "giustificato motivo soggettivo", che ricomprende cioè condotte meno gravi ma che rendono difficile la prosecuzione del rapporto di lavoro, come per esempio le violazioni disciplinari.Nel caso di licenziamento disciplinare, la condotta del lavoratore oggetto di contenzioso è meno grave. Il recesso del datore di lavoro avviene, normalmente, all'esito di una serie di provvedimenti disciplinari di tipo conservativo stabiliti dai contratti collettivi, a partire dal richiamo verbale, fino alla sospensione della retribuzione. Ciò che rileva in questo caso, ai fini della legittimità del licenziamento, è la reiterazione dei comportamenti del lavoratore. Il giudice, chiaramente, accerta anche il rispetto dei principi di gradualità e proporzionalità da parte del datore di lavoro.   Prima della riforma Fornero, quando il giudice riteneva che le circostanze addotte dall'imprenditore per motivare il licenziamento per "giusta causa" o per "giustificato motivo" non sussistessero, dichiarava l'illegittimità del licenziamento e ordinava il reintegro del dipendente. Dopo la riforma Fornero, il meccanismo non è più automatico: il datore di lavoro è obbligato a un risarcimento economico pari alla retribuzione da 15 a 24 mesi. Ma il reintegro è comunque una opzione possibile: se il giudice accerta che il dipendente non ha commesso il fatto che ha dato origine al licenziamento, può disporre il reintegro e un'indennità pari alla retribuzione dovuta dal momento del licenziamento. È questa possibilità che spaventa le aziende straniere dall'investire in Italia?La riforma Fornero interviene sull’impianto dell’articolo 18 con una rimodulazione e un ampliamento della varietà delle tutele connesse al licenziamento illegittimo. Non più quindi soltanto la reintegra a fronte del licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo, ma quattro diverse fattispecie di tutela. La relazione tra l'articolo 18 e il basso grado di attrattività di investimenti diretti esteri del nostro Paese è, per essere diplomatici, un assunto tutto da dimostrare. Volendo utilizzare categorie proprie dell'economia internazionale, le aziende scelgono di investire e produrre in altri Paesi principalmente per i seguenti motivi: vicinanza rispetto ai mercati di riferimento; presenza di reti infrastrutturali efficienti; basso costo dell'energia; certezza del diritto e, in alcuni settori ad alta intensità di manodopera, rapporto tra costo del lavoro e produttività. Quanto incide l'articolo 18 su queste determinanti? È accaduto, come anche Adapt ha ricordato, che dello strumento del reintegro si sia abusato: molti ricordano il caso dei facchini di Malpensa, scoperti a rubare nelle valige, licenziati e poi reintegrati dal giudice. Come possono essere accaduti questi "corto circuiti giudiziari"? Come può un giudice ordinare di reintegrare un dipendente ladro?Le valutazioni dei giudici tengono conto, come nel caso citato, anche e soprattutto di elementi procedurali e formali, oltreché della sostanza dei fatti. Una vicenda come quella di Malpensa può sembrare un'ingiustizia agli occhi dell'opinione pubblica, ma i formalismi giuridici sono garanzia di imparzialità del processo. Che è bene ricordare si articola in tre gradi di giudizio proprio per limitare i margini di errore dei singoli e/o le valutazioni simpatetiche che hanno a che fare con la dimensione dell'ideologia più che del diritto. Detto questo, è senz'altro un'anomalia che nel nostro Paese casi identici, siano giudicati in maniera differente a seconda del foro in cui viene svolto il processo.  Nella sua prima bozza, la riforma Renzi-Poletti avrebbe dovuto eliminare completamente la possibilità di reintegro, salvo i casi di licenziamento discriminatorio. Era una formulazione corretta?Se è proprio necessario intervenire sul simbolo, l'operazione di elisione deve essere netta: reintegra solo in caso di licenziamento discriminatorio, e il resto affidato alla contrattazione collettiva. A patto però che si cominci a parlare d'altro. Ad esempio, di politiche mirate ad intercettare e includere le fasce della popolazione che non solo non trovano lavoro, ma che hanno smesso di cercarlo. Il dato più preoccupante del mercato del lavoro in Italia continua ad essere, del resto, il basso tasso di occupazione regolare. Si tratta di una costante della nostra economia oramai da un ventennio. L’occupazione nel 2013 è scesa al 59,8%: circa 8 punti inferiore rispetto al resto d’Europa. E i più colpiti sono le donne e i giovani nella fascia di ingresso al lavoro, tra i 25 i 34 anni. I punti di partenza qui sono scuola e famiglie. Le parole chiave orientamento intensivo e vera alternanza scuola-lavoro. Le ultime modifiche del testo hanno portato a un passo avanti o a uno indietro?Un passo avanti o uno indietro per chi? E verso cosa? Nel dibattito politico e mediatico, oggi, il tema dell'articolo 18 è associato a quello della condizione di difficoltà oggettiva che i giovani vivono nella nostra società, prima ancora che nel mercato del lavoro. Questa associazione dà la dimensione di quanto il dibattito sia strumentalizzato. Sono anni che i giovani non vedono l'articolo 18 neppure col binocolo. I più fortunati, hanno un contratto di apprendistato che al termine del periodo formativo prevede un momento di libera recidibilità per il datore di lavoro. C'è poi il popolo dei precari a tempo determinato della pubblica amministrazione, delle partite iva, e dei co.co.pro., che non solo sono fuori dal campo di applicazione della tutela reale, ma che non hanno neppure diritto alla tutela obbligatoria in caso di licenziamento. Idem per l'esercito degli stagisti, che lavoratori non sono, ma spesso si ritrovano a farsi carico anche del lavoro dei "colleghi" coperti dall'articolo 18. Fuori dal mercato del lavoro, infine, ci sono i 20 milioni di giovani disoccupati e gli inattivi, quelli che hanno perso le speranze e hanno smesso di cercare lavoro, o che ne hanno trovato uno in nero. I senza contratto. I senza articolo 18. Appunto.

Disoccupazione in calo in tutto il mondo tranne che in Italia: ecco perché

Sono nere le previsioni del Cnel, il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, riguardo la condizione dell'occupazione in Italia. «Una discesa del tasso di disoccupazione ai livelli pre-crisi, ovvero intorno al 7%, sembra irrealizzabile». È quanto si legge nel Rapporto sul mercato del lavoro 2014, in cui è spiegato che per ottenere un risultato simile ci vorrebbe «la creazione da qui al 2020 di quasi due milioni di posti di lavoro, ovvero un incremento medio annuo dell’occupazione pari all’1,1 per cento». Per le condizioni in cui versa l'economia italiana, di fatto una chimera. A ben vedere - ed è questo il paradosso italiano - non sarebbe neppure così elevato il numero di occupati persi dal periodo pre-crisi (2008) a oggi. Secondo i dati raccolti, nel quinquennio che ci precede la diminuzione delle persone con un impiego è stata pari al 4%, meno ad esempio della stessa Danimarca (-5,5%). Senza contare poi i casi più estremi, come la Grecia (-23%) e la Spagna (-16%). Vale a dire che nel nostro Paese, al contrario che altrove, la perdita  di posti di lavoro è stata decisamente più contenuta: un milione, contro i tre della Spagna tanto per fare un esempio (pur tenendo conto che le cifre sono influenzate dalla forte incisività della Cassa integrazione in deroga, che ha in un primo momento sopperito al decifit occupazionale). Il problema tutto italiano resta quindi quello della stagnazione, dovuta all'incapacità di fornire al mercato gli input necessari a ripartire. In passato si sono addirittura adottate politiche che hanno contrastato l'occupazione, invece di stimolarla, azzarda il Cnel. Una su tutte la riforma delle pensioni targata Elsa Fornero. Il ragionamento è semplice: «L’ingresso di nuovi lavoratori nell’area dell’occupazione è frenato dal ridimensionamento della naturale evoluzione della domanda sostitutiva di lavoro, data la tendenza a rinviare l’uscita per pensionamento, anche per effetto delle riforme varate negli anni scorsi». Conseguenza: «Le coorti più giovani restano così ai margini del mercato, non trovando spazi per un ingresso. In alcuni casi restano nello stato di disoccupato, in altri casi rinunciano alla ricerca di nuove opportunità per scoraggiamento». Tanto che il segmento dei lavoratori over 60 si è guadagnato nell'ultimo biennio uno scatto nelle percentuali sull'occupazione di almeno tre punti, mentre di pari passo è scesa l'occupazione dei 25-34enni. I ventenni a casa e i sessantenni al lavoro dunque: l'immagine del Paese attuale. Ma i  nodi non si limitano a questi aspetti. Oltre a politiche controproducenti, ci sono anche quelle mai attuate. Osserva Stefano Scarpetta, direttore per le politiche del lavoro dell'Ocse, che la stessa Spagna ha ad esempio adottato un regime di riduzione dei salari «pari al 2%, una strategia molto costosa per i lavoratori ma tale da riuscire a mantenere posti di lavoro». Il sistema, spiega l'esperto, «non ha previsto l'abbassamento del salario orario, ma altre forme di compensazione», una su tutte sul cosiddetto overtime, gli straordinari. Una pratica adottata anche negli Stati Uniti e che ha di fatto bloccato l'emorragia occupazionale. Proprio negli Usa la disoccupazione ha raggiunto il suo picco intorno al 2009-2010 (circa il 10%), per poi invertire la tendenza arrivando a quota 6% negli ultimi dodici mesi, per di più con un trend calante.  Anche l'Europa sta facendo il suo giro di boa. Passati gli anni peggiori della crisi, dal 2013 in poi i tassi dei senza lavoro hanno cominciato a decrescere, mentre l'Italia continua a restare al palo e l'Istat sforna senza sosta statistiche negative (le più recenti quelle sulla disoccupazione giovanile, ormai al 44%). Certo è che in Italia intervenire su salari già congelati e tra i più bassi d'Europa potrebbe non essere la scelta più lungimirante. Su questo il Cnel è molto chiaro: «La caduta nei livelli occupazionali e la stagnazione dei salari reali hanno determinato una riduzione dei redditi disponibili familiari, dei quali i redditi da lavoro rappresentano una componente prevalente, e un generale impoverimento delle famiglie italiane» si legge nel rapporto. Per di più «tale effetto è stato più pronunciato nei percentili inferiori della distribuzione, ovvero per quei lavoratori che ricevono retribuzioni più basse», e dunque «la distribuzione dei redditi (netti) da lavoro è cambiata evidenziando l’aumento delle diseguaglianze». Una conseguenza da scongiurare sarebbe proprio quella di accentuare ancora di più le disuguaglianze che già caratterizzano l'Italia più degli altri Paesi. Ed è sempre su questo fronte che il Cnel interviene per sconfessare una delle credenze più comuni, e cioè che il costo del lavoro in Italia sia tra i più alti. Non è così. Dal confronto internazionale emerge un'altra realtà in cui l'Italia si piazza circa a metà della classifica dei 28 Paesi Ocse. Prendendo come base il costo orario nella manodopera dell'industria, il Belpaese si posizione al 14esimo posto, sotto Germania, Francia e Usa e appena sopra il Regno Unito. A dominare è invece nella classifica che riguarda il cuneo fiscale (al quinto posto dopo Grecia, Francia, Belgio e Austria). «Secondo il dato Ocse il cuneo fiscale per il lavoratore singolo era pari nel 2013 al 47,8%, contro una media dell’Europa a 27 paesi di 41,1 e una media Ocse ancora più contenuta, pari al 35,9%» è scritto nell'indagine. È qui che infatti il governo Renzi ha tentato di sferrare il colpo – tutt'altro che decisivo – degli 80 euro in più in busta paga, diminuendo di fatto per una fetta dei lavoratori l'incidenza dell'Irpef. Ma finora è stato troppo poco per il rilancio dei consumi. L'unica possibile efficacia si darebbe «nel caso in cui fosse reso permanente», sostengono dal Cnel: in quel caso «potrebbe avere effetti sul mercato del lavoro, dato che per una fetta non trascurabile della popolazione riduce il cuneo fiscale e modifica di fatto, e non poco, l’aliquota Irpef effettiva». Per ora tuttavia solo previsioni alimentate dalle speranze. «L’uscita del sistema dalla crisi non è agevole» afferma ancora il rapporto, considerati anche i margini «limitati di cui gode la nostra politica di bilancio». La sfida ora è tutta per il premier e il ministro dell'Economia.

Dall'idea all'impresa: tre bandi per chi vuole fare start-up

Andare alla ricerca di startupper o di aspiranti tali, aiutarli a validare la loro idea prima di metterla sul mercato, fornire servizi e consulenze che permettano loro di far crescere l'azienda. Temi comuni a tre bandi che dall'Emilia Romagna alla Sardegna, passando per il Friuli-Venezia Giulia, mirano ad aiutare i giovani che si vogliono cimentare in quella che in gergo si definisce "autoimprenditorialità".Nelle prime nove edizioni ha premiato 16 start-up, 15 delle quali ancora in attività, distribuendo fondi per 79mila euro. E le aziende che si sono classificate al primo posto oggi hanno in media un fatturato di 170mila euro, un tasso di crescita annuale composto del 40% e vedono crescere la forza lavoro del 20% l'anno. Con questo biglietto da visita si presenta il bando Innovami Start-up, promosso dall'omonimo incubatore d'impresa che ha sede ad Imola. Il concorso è aperto sia ad aziende già costituite che ad idee di impresa, purché abbiano un elevato contenuto innovativo e i suoi founder siano disponibili a localizzarsi all'interno di Innovami. Alla domanda di ammissione deve essere allegato un business plan, che verrà valutato in base all'innovatività e all'originalità del progetto, alla rapidità di sviluppo e alla realizzabilità tecnica, nonché alla composizione interna del team.In palio ci sono 8mila euro in denaro, oltre a forti sconti per la permanenza all'interno dell'incubatore: il 70% il primo anno, quindi il 40 il secondo ed il 15 il terzo. Riduzioni dal 25 al 75% anche su tutti i servizi erogati da Innovami, a cominciare da quelli di tutoring e di mentoring. Le domande di partecipazione vanno consegnate entro il 31 ottobre prossimo, i vincitori saranno annunciati entro la fine di dicembre 2014.È invece alla sua prima edizione “Dall'idea al business model” iniziativa voluta da Sardegna Ricerche con l'obiettivo di «creare un percorso che deve fare l'idea per diventare impresa, per evitare che un'azienda messa precocemente sul mercato finisca con un fallimento», spiega Sebastiano Baghino, responsabile dei programmi per la nascita e lo sviluppo delle start-up innovative del parco scientifico tecnologico che ha sede nel Sulcis. Sono 40 le idee che verranno selezionate per partecipare ad un percorso di validazione del progetto strutturato in una serie di workshop. Le dieci migliori accederanno ad una seconda fase, durante la quale saranno seguite nella definizione del modello di business e nel confezionamento di un preprototipo del prodotto. Percorso, quest'ultimo, finanziato con un voucher da 7mila euro messo a disposizione da Sardegna Ricerche. Inoltre avranno diritto di presentare domanda per accedere ai voucher start-up, ovvero contributi a fondo perduto che coprono l'85% degli investimenti sostenuti per una cifra massima di 50mila euro. «È un percorso abbastanza innovativo per un ente pubblico come il nostro, ma stiamo avendo dei riscontri molto interessanti», aggiunge Baghino, «questo è uno strumento che serve alle persone per capire se sono pronte a diventare startupper. Diciamo che, prima di incubare l'impresa, incubiamo l'imprenditore». Le domande vanno presentate esclusivamente on line, nell'apposita sezione del sito di Sardegna Ricerche, entro le 12 del prossimo 17 ottobre.Vuole permettere agli aspiranti imprenditori di verificare la sostenibilità del loro progetto anche StartupFVG, concorso aperto a startupper dai 18 ai 40 anni organizzato in Friuli Venezia Giulia da Unindustria Giovani, Ecosistema Startup e dalla Regione. L'iniziativa è aperta anche alle isrl e alle start-up attive da meno di 5 anni e con un fatturato inferiore ai 2 milioni di euro. Requisito comune quello di presentare un'innovazione di processo o di prodotto. Le prime tre aziende classificate si divideranno un montepremi del valore 100mila euro erogato attraverso servizi messi a disposizione dagli incubatori presenti sul territorio regionale.Tutte le imprese selezionate avranno la possibilità di accedere ai servizi di incubazione e a dei finanziamenti bancari agevolati. Ma soprattutto potranno incontrare i titolari di imprese mature e confrontarsi con loro, illustrando la propria idea. «Dalle aziende ci aspettiamo una grande attenzione», spiega Franco Scolari del Polo Tecnologico di Pordenone, uno degli incubatori coinvolti nel progetto, «soprattutto in termini di integrazione e accelerazione delle idee innovative delle start-up che valutino sinergiche con i loro piani di sviluppo». Il termine per presentare la domanda di candidatura è fissato per il prossimo 15 ottobre.Prenderà invece il via il 30 settembre la seconda edizione di "Startup Cgia. Imprenditori si diventa", un ciclo di cinque lezioni in programma il martedì dalle 17 alle 20. Il corso permetterà a chi voglia avviare un'impresa di conoscere tutti gli aspetti legali e finanziari necessari per guidare un'attività: dalle norme sulla sicurezza a quelle fiscali, dalle formule societarie alla stesura di un business plan. La prima edizione dell'iniziativa è stata lanciata la scorsa primavera grazie ad un finanziamento del Rotary Club Venezia-Mestre. «Abbiamo avuto così tante iscrizioni che abbiamo dovuto allestire due classi, ciascuna con 20 partecipanti», spiega Alberto Callegari della Cgia. L'associazione imprenditoriale si è fatta carico dei costi della seconda "sezione", così come del ciclo di lezioni che sta per aprirsi, tutti gestiti attraverso la società Veneform. L'iscrizione costa 50 euro, per informazioni è possibile inviare un'email all'indirizzo info@veneform.it.

«Freelance vessati dal fisco ed esclusi dai provvedimenti di Renzi», l'attacco di Acta

Si parla moltissimo in questi giorni di lavoro: di riforme, di lotta al precariato, e sopratutto di eliminazione dell'articolo 18. Ma c'è una categoria che l'articolo 18 non l'ha mai visto, così come tutte le tutele e le garanzie dei subordinati: e cioè i lavoratori autonomi, i cosiddetti freelance. L'associazione Acta da 10 anni si occupa di rappresentarne le istanze.Anna Soru, come presidente di Acta come giudica questi primi mesi di governo Renzi? Rilevate una attenzione maggiore verso l'universo dei freelance, rispetto ai governi precedenti?Direi proprio di no. Finora su tutti i principali provvedimenti siamo esclusi. Siamo esclusi dal Jobs Act, dagli 80 euro: finora tutti i provvedimenti sono tarati sul lavoro dipendente. Forse qualcosa ci potrebbe essere nella delega fiscale, ma è ancora presto per dirlo, siamo ancora alle bozze. Non mi sembra comunque che siamo nei pensieri del governo.Oggi molti freelance si avvalgono dei "regime dei minimi", molto conveniente a livello fiscale. Voi però ne denunciate l'inadeguatezza. In cosa consistono i vantaggi di questo regime e le vostre contestazioni? Noi contestiamo parecchie cose di questo "regime dei minimi". Innanzitutto il fatto che sia rivolto essenzialmente a chi avvia un'attività. Legare l'agevolazione soltanto all'avvio non ha molto senso anche perché, se aprire una impresa comporta solitamente importanti costi di avvio, per un lavoratore autonomo l'avvio dell'attività non comporta particolari investimenti, e poi il lavoro magari va a ondate, a seconda delle committenze che arrivano. A me sembrerebbe più utile, insomma, incentivare con continuità - e non solo in fase di avvio - una attività, quella autonoma, che è intrinsecamente più rischiosa rispetto a un'attività dipendente. Il secondo punto che contestiamo è l'applicazione, per il regime dei minimi, della aliquota secca, che paradossalmente risulta più vantaggiosa quanto più il reddito si avvicina al tetto massimo. Il che ovviamente disincentiva la crescita - perché se uno fa 30mila di reddito imponibile, non è incentivato a farne di più. Mi sembra assurdo, specialmente in un momento storico come questo, porre un freno alla crescita! So che nella delega fiscale è prevista la revisione del regime dei minimi, secondo alcune voci potrebbe passare a 60mila euro di reddito imponibile, in ossequio ad alcune normative europee. A quel punto il regime dei minimi potrebbe andare a interessare davvero una platea estesa di lavoratori autonomi. E certo non si può pensare a un'aliquota fissa del 5%, totalmente irrealistica. Proprio per evitare l'effetto scoraggiamento, si potrebbe pensare a una aliquota progressiva, che potrebbe essere molto bassa - anche meno del 5% - per chi ha redditi molto bassi: se una persona ha un reddito di 500 euro al mese dovrebbe essere esentata dal pagare tasse, punto e basta. L'aliquota dovrebbe progredire col progredire del reddito, fino ad avvicinarsi il più possibile all'aliquota poi in vigore al di sopra del tetto massimo. Questo, ripeto, anche per evitare che se un lavoratore autonomo è lì appena sotto, non si fermi per evitare di dover pagare di più. Avere un'aliquota proporzionale al reddito significherebbe avvicinarsi a quella che dovrebbe essere anche la ratio del nostro sistema fiscale.E della Costituzione, peraltro. Se il governo Renzi ascoltasse Acta, nella prossima legge sugli obblighi fiscali dei freelance quali punti dovrebbe tenere in considerazione?Sicuramente il fatto che noi abbiamo un carico fiscale eccessivo, sopratutto se unito a quello contributivo. Per noi che afferiamo alla gestione separata dell'Inps, ma anche per commercianti e artigiani, parliamo di una tassazione superiore al 50%. Si replica sempre che noi siamo evasori: questa presunzione di evasione è la cosa più antipatica e ingiusta.Anche se è complesso da capire, esistono delle differenze tra chi fa il freelance essendo iscritto a un Ordine professionale, e magari conseguentemente anche a una cassa professionale, e chi invece non è iscritto a nessun Ordine e utilizza come cassa la Gestione separata Inps. Come orientarsi in questo universo opaco? Voi vi occupate di rappresentare le istanze di entrambi questi sottogruppi? Noi siamo nati prevalentemente per chi è senza cassa professionale. La differenza vera che rimane tra noi e gli altri è il carico previdenziale, noi abbiamo il 27% che poi potrebbe arrivare nel 2015 al 30,72%. Invece i lavoratori autonomi iscritti agli Ordini pagano molto di meno, a seconda dell'Ordine si va dal 10% al 17%. Ultimamente gli avvocati si sono lamentati per l'aumento del loro carico contributivo: eppure, aumento compreso, continuano a pagare la metà di quello che paghiamo noi. Come associazione, Acta è comunque contraria a Ordini e albi: d'altra parte si è visto dall'esperienza di molti Ordini - come quello dei giornalisti, o degli psicologi, o degli architetti - che la loro esistenza non è sufficiente a garantire un mercato.Eppure, pochi contributi versati oggi non comporteranno il problema di una pensione troppo bassa domani?Questo in teoria. Il punto sostanziale è che noi riceveremo molto poco, domani, in confronto a quello che siamo obbligati a versare, oggi, alla gestione separata dell'Inps. Perché le aliquote di moltiplicazione sono troppo basse e per di più sono legate all'andamento del Pil che è fermo da più di 15 anni. Dunque voi chiedereste di essere esonerati dall'obbligo di pagare l'Inps, per poter provvedere ciascuno a suo modo, magari con l'investimento in pensioni private?No, questo sarebbe troppo. Personalmente sono anche convinta che la contribuzione pubblica sia necessaria, per obbligare tutti a preoccuparsi un minimo del proprio futuro e non gravare completamente un domani sulla collettività. Penso però che il carico debba essere sostenibile.Un'altra delle battaglie che Acta sta portando avanti è quella relativa all’utilizzo degli studi di settore. Perché non tutti sanno che questi studi oltre a colpire - spesse volte ingiustamente - le imprese, colpiscono spesso anche i freelance, cui non di rado vengono "automaticamente" chieste somme sanzionatorie a titolo di una ipotetica evasione fiscale, non provata ma solo appunto ipotizzata a seguito di una incongruenza tra dichiarazione dei redditi e parametri dello studio del settore corrispondente al ramo di attività. Voi chiedete che questi studi vengano utilizzati esclusivamente come strumenti indicativi. Questo però non equivarrebbe, nei fatti, ad abolire gli studi di settore come strumento fiscale?No, assolutamente. Nel momento in cui un lavoratore autonomo ha un basso reddito, noi accettiamo che debba comunque dare delle spiegazioni rispetto al suo basso reddito. Ma non accettiamo il presupposto per il quale l'autonomo è automaticamente un evasore: peraltro, con il sistema degli studi di settore ci si trova di fronte al paradosso per il quale nei settori dove è meno frequente l'evasione, chi ha un basso reddito è più esposto ad essere colpito da un provvedimento, perché gli studi sono compilati utilizzando i redditi medi di ciascuna categoria.  Acta denuncia che meno della metà dei soldi che ogni anno gli iscritti alla gestione separata dell'Inps versano per la voce "assistenza" poi viene redistribuito sotto forma di servizi. Che fine fa la metà non utilizzata?La parte non redistribuita va a finire nel buco nero dell'Inps. In teoria viene registrata come credito, ma chi lo sa quando e come questo credito verrà ridato? E comunque mentre per la pensione il versamento delle quote da parte di un contribuente avviene oggi per beneficiarne in futuro, per quanto riguarda l'assistenza il versamento delle quote avviene oggi con la prospettiva di poterne beneficiare anche oggi, se capita. E dunque non ha senso che l'Inps non usi appieno la somma versata per la voce "assistenza". Dovrebbe dunque aumentare, con quei fondi inutilizzati, i livelli di assistenza.State appoggiando lo sciopero contributivo di Daniela Fregosi, una freelance malata di tumore che ovviamente in questo periodo di malattia non riesce a lavorare. Come si crea questo cortocircuito per cui anche se un freelance non guadagna, lo stato le chiede di pagare?Accade perché lei qualcosa guadagna, perché comunque ha dovuto continuare un po' a lavorare anche se malata. Ha ovviamente però un reddito basso: e se da questo reddito basso si sottraggono i contributi, non le resta abbastanza per vivere. Per questo lei ha deciso di smettere di pagarli: tenuto conto che è ancora a rischio di mortalità, preferisce giustamente usare i pochi soldi che ha per garantirsi una qualità della vita adesso, invece che versarli all'Inps per una pensione che forse nemmeno arriverà mai a percepire.Che cosa rischia Daniela Fregosi con il suo sciopero? Cosa si può fare per sostenerla?Lei si accolla il rischio che prima o poi glieli chiedano, questi soldi. L'Inps non perdona, ci sono delle more e delle sanzioni molto alte. Con la raccolta fondi che noi abbiamo fatto abbiamo raggiunto quasi 3mila euro. Stiamo pensando di utilizzarli per rivolgerci a un avvocato e provare intentare una causa contro l'Inps. Lei alla fine non versando i suoi contributi non danneggia nessun altro. La legge non lo permette: però se questa norma ha un senso nel caso delle imprese, perché ovviamente è giusto che i lavoratori non debbano rischiare i loro contributi perché il loro datore di lavoro si ammala e non può più lavorare, questa stessa norma non ha senso nel caso in cui datore di lavoro e lavoratore coincidano: come appunto nel caso dei lavoratori autonomi. Noi faremo una manifestazione per sostenere Daniela Fregosi nel grossetano il 28 settembre: ovviamente ci rivolgiamo a tutti quelli che vivono in quella zona perché ci sostengano e partecipino.Una delle richieste che avanzate, rispetto alla battaglia dello sciopero contributivo, è che la copertura dei periodi di malattia dei freelance avvenga attraverso il versamento di contributi pensionistici figurativi. Avete calcolato, anche approssimativamente, quanti freelance potrebbero fare richiesta di questo servizio ogni anno, e dunque quanto potrebbe costare allo stato la copertura attraverso contributi figurativi di questi periodi?Noi abbiamo un problema: abbiamo una indennità ridicola in caso di malattia, che per di più dura al massimo 60 giorni. Nel passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo si è perso ogni carattere solidaristico del sistema previdenziale: tu adesso ti ritrovi a dover scontare tutte le tue sfighe. Bisognerebbe invece recuperare una dimensione solidaristica. Non abbiamo fatto un calcolo preciso dei numeri, ma attenzione: noi non chiediamo una copertura per tutti i tipi di malattia, non pretendiamo certo che siano coperti un raffreddore o un braccio rotto, per quelli ci arrangiamo. Escludiamo dunque tutte le malattie non gravi e e anche quelle croniche, nel senso che nemmeno per il diabete chiediamo la copertura. Vogliamo però una tutela in caso di malattie gravi, come un tumore, che non sono molto frequenti. Chiediamo un'indennità di malattia decente, e i contributi figurativi per il tempo necessario a curarsi.Alcune delle vostre richieste sembrano quasi ingenue da tanto sono profondamente giuste: come per esempio la proposta che un freelance che vinca un contenzioso con l’Agenzia delle Entrate venga rimborsato delle spese sostenute per difendersi. Persiste una asimmetria tra la forza dello stato e la debolezza del singolo cittadino, che difficilmente lo Stato accetterà di mitigare. C'è qualche rappresentante della politica e delle istituzioni che, su questo particolare punto, ha dimostrato di voler lavorare al fianco di Acta per una introduzione di questo principio?In teoria il sostegno ce lo propongono in tanti. E' difficile che, quando raccontiamo la nostra situazione, qualcuno ci dia torto: in linea generale sono tutti d'accordo con le nostre rivendicazioni. Poi però ci dicono anche, con sincerità, che non è facile portare avanti le nostre istanze. Non siamo appetibili, non abbiamo una rappresentanza come invece accade ai lavoratori dipendenti. Non diventiamo mai una priorità per nessuna forza politica, e in più in Italia abbiamo questa nomea di evasori che ovviamente ci danneggia. Poi siamo molto dispersi e non così disponibili all'aggregazione, siamo autonomi, siamo cani sciolti. Chi ha ottenuto, in passato e ancora oggi, si è organizzato per ottenere: noi ci stiamo provando.

La ristrutturazione a km zero: una start-up rilancia l'edilizia rendendola sostenibile

Dopo dieci anni trascorsi in Portogallo è tornata in Italia con l'obiettivo di rilanciare l'edilizia. Per realizzarlo ha creato Rkm0, una piattaforma che fa incontrare chi ha una casa da ristrutturare con progettisti e imprese. L'unico vincolo è quello di utilizzare materie prime sostenibili e a chilometro zero.Di questo si occupa la start-up lanciata ad aprile di quest'anno da Giulia La Face, architetto veronese di 33 anni. «Nel 2003 sono partita in Erasmus per Porto. Mi sono trovata così bene con l'università, che a differenza di quella italiana è molto incentrata sugli aspetti pratici, che ho chiesto ad un docente portoghese di accompagnarmi in tesi». Tornata in Italia solo per discuterla, è poi ripartita per il Portogallo. «Ho iniziato con uno stage semestrale alla Sovrintendenza ai beni culturali di Porto, che poi si è trasformato in un contratto a progetto di un anno». Nel 2007 ha frequentato a Venezia un master in conservazione del patrimonio architettonico che l'anno successivo le ha permesso di entrare nel team creato da Porto vivo sru, società municipalizzata nata con l'obiettivo di stilare un piano di gestione del centro storico della città attraversata dal fiume Douro. «Si trattava di analizzare, oltre agli aspetti architettonici, anche quelli sociali, misurare il coinvolgimento della popolazione, occuparsi della parte turistica ed elaborare un piano di marketing territoriale».È durante questa esperienza che ha avuto a che fare per la prima volta con la georeferenziazione, oggi parte fondamentale del suo progetto: su una mappa è infatti possibile localizzare gli edifici da ristrutturare ma anche le sedi degli studi di architettura e delle imprese edili che aderiscono al circuito. Nel 2013 «ho sentito una sorta di chiamata alle armi. Sono stata in Sicilia e ho visto la situazione di degrado del patrimonio architettonico e ho pensato che per me non aveva più senso stare in un Paese del secondo mondo se era proprio il mio ad avere bisogno». E così ha deciso di tornare per rilanciare l'edilizia. Un obiettivo ambizioso, ma che non spaventa la giovane architetto: «Bisogna proporre un paradigma diverso, se non cambi compierai sempre gli stessi errori. Io promuovo il riciclo, sensibilizzando i professionisti a fare con quel che trovano. Andiamo controcorrente rispetto alla globalizzazione, ma io sono fatta così». A settembre dello scorso anno ha cominciato a lavorare al sito, lanciato poi ad aprile 2014. Dal suo studio di Verona, dove opera come libera professionista, gestisce da sola il portale. Ancora non ha fondato una società, «uso la mia partita Iva per fatturare. Voglio strutturarmi in srl, ma prima voglio avere più “muscolo”». Ovvero un fatturato sufficiente a coprire le spese. «Diciamo che Rkm0 è il mio fiore all'occhiello, ma che in questo momento è complementare alla mia attività di architetto». Una professione che esercita secondo gli stessi principi che richiede a professionisti e imprese che vogliano entrare nel circuito. «Io non ho mai costruito un edificio ex novo, ho sempre lavorato alla ristrutturazione». L'idea per questa start-up «è nata come un eureka di Archimede. Ero a Porto e mi interrogavo su come dare risposte alla crisi dell'edilizia in Italia, sensibilizzando su tematiche importanti e facendo ripartire l'economia». La soluzione è la piattaforma per far incontrare domanda e offerta lanciata ad aprile. Sul sito i privati possono pubblicare gratuitamente un annuncio per cercare architetti e operai che ristrutturino la loro casa usando materiali a chilometro zero. Anche i semplici cittadini possono segnalare un immobile in stato di degrado. Tutto in maniera gratuita. A pagare sono i professionisti e le imprese che vogliono comparire sul sito. «Abbiamo un abbonamento business da 5 euro al mese e uno premium da 10, che consente oltre alla georeferenziazione anche la possibilità di pubblicare fino a 10 immagini dei progetti realizzati, il logo ed una descrizione dell'azienda». Così si sostiene la start-up. «Sto pensando anche di introdurre dei banner pubblicitari, ovviamente riservati a chi opera nel settore».Oltre ad aver vinto il Go to web talent di Latina ed essere arrivata tra i finalisti del premio per l'innovazione alla Smau di Padova, «competizioni che ti danno soprattutto visibilità», per lanciare il sito ha fatto ricorso al crowdfunding. E lo ha fatto nel 2013, mentre la Consob elaborava il regolamento per la certificazione delle piattaforme. La Face si è però rivolta ad Ulule, una piattaforma francese che le ha permesso di raccogliere i 3.400 euro necessari all'implementazione di Rkm0. Pagina web che oggi raduna una ventina tra professionisti e imprese e ha 330 privati che hanno “iscritto” un edificio da ristrutturare. Ancora nessun cantiere si è aperto: «Ho iniziato ad aprile, so che ci sono già stati dei contatti ma l'edilizia ha tempi lunghi», spiega. «Però il sito» aggiunge «ha circa 5mila visite al mese». Risultato raggiunto senza alcuna campagna di marketing. «Ci sto lavorando compatibilmente con le mie disponibilità». Ora l'obiettivo è allenare quel “muscolo” che possa permetterle di far crescere la sua start-up. «Come mi vedo tra cinque anni? Mi immagino in un bel capannone ristrutturato con del personale di back office assunto. Voglio assolutamente creare dei posti di lavoro».

Maternità, la guerra delle italiane precarie e squattrinate: ma i padri combattono o disertano?

Fare figli in Italia? Una battaglia quotidiana: prima, durante e dopo. Per questo il nuovo libro della giornalista Elisabetta Ambrosi - già autrice cinque anni fa, a quattro mani con Alessandro Rosina, del profetico "Non è un paese per giovani" - si intitola Guerriere. Sottotitolo: «La resistenza delle nuove mamme italiane». Dentro c'è tutto. La difficoltà di scegliere la maternità quando si è precarie, con tutti gli annessi e connessi di contratti che non offrono tutele, stipendi troppo bassi, sussidi spesso inesistenti. Ci sono le storie di chi è arrivata alla maternità attraverso la fecondazione assistita o l'adozione, con costi altissimi e in costante lotta con normative assurde. C'è il parto, l'allattamento, ci sono le voci di chi sceglie la via "naturale" e chi classifica l'esistenza del latte artificiale come "cultura". C'è il grande capitolo della gestione della casa e del trantran familiare: cucinare, pulire, avere o no degli aiuti (che nella maggior parte dei casi sono anche loro donne, anche loro madri), trovare posto al nido, e poi scegliere la scuola, gestire compiti a casa e malattie e viaggi e vacanze.«Questo libro è fatto di voci, di amiche e conoscenti, ma anche di donne con cui sono venuta in contatto casualmente attraverso il mio blog, suddivise in quattro parti che indagano il nostro quotidiano, le battaglie tra le mura domestiche e fuori casa» spiega l'autrice, a sua volta mamma di un quattrenne, nelle prime pagine: «Il posto di lavoro che c’è e a volte scompare, il corpo che cambia, l’organizzazione della giornata tutta da ripensare e i costi che rivoluzionano la vita».Mancano però le voci maschili. Il coro, è vero, è polifonico: ma tutto al femminile. Non ci sono i padri: drammaticamente, fin dalla prima pagina. Nell'introduzione la Ambrosi racconta una sua giornata tipo, scegliendo proprio - e certo non a caso - una giornata senza il marito, in trasferta per lavoro. E tutto il libro continua così: le donne parlano sempre al singolare, raccontano di come affrontano questo o quel problema, di quel che fanno e non fanno per il loro bambino. Sempre irrevocabilmente al femminile singolare. Gli uomini spuntano a volte, in una riga qua e là, come pallide figure di sfondo, e quasi sempre il ritratto è impietoso: «Quando Sabrina ci raccontava il suo allattamento complicato provavo rabbia verso suo marito. Di sicuro si sarà sentito impotente, in fondo i mariti non sono degli esperti di allattamento al seno» si legge nel capitolo dedicato alla depressione post-partum: «Certo, lavora in un’azienda di telecomunicazioni dove un giorno sì e l’altro pure annunciano esuberi di massa. Però niente mi toglie dalla mente che, anche se partorire non è come subire un incidente, lasciare una neomamma sola nella convinzione che in qualche modo se la caverà sia come lasciare un investito sul marciapiede, invitandolo a fare da sé». E la riflessione della Ambrosi si chiude con un rovesciamento della prospettiva: «Niente mi toglie dalla testa che dietro l’etichetta di depressione post partum ci sia molto altro: come la solitudine in cui sono lasciate le donne, a casa senza il proprio compagno, perché i congedi parentali non esistono e quando ci sono non vengono usati; l’assenza di un’ostetrica che sarebbe essenziale i primi giorni per insegnare i gesti di cura del bambino, innanzitutto l’allattamento, come previsto da altri Stati europei. Sono tutte cause che danneggiano sì l’umore della donna, ma dall’esterno»Padri assenti, e nessun incentivo da parte dello Stato per aiutarli ad esserci di più, sopratutto nei primi tempi: «Siamo il paese in cui il governo delle riforme per antonomasia degli ultimi anni, quello di Mario Monti, ha introdotto una rivoluzionaria riforma per rendere il congedo di paternità obbligatorio per i padri. Ventiquattro ore! Ventiquattro ore di congedo obbligatorio! Altro che repubblica delle banane!» dice un'altra delle voci protagoniste. E un impietoso confronto con la Germania, dove «il congedo per i padri è pagato quasi al 70 per cento, e se il padre prende almeno due mesi ha un generoso bonus», fa scrivere alla Ambrosi: «Mi chiedo se venga prima l’uovo o la gallina, e cioè se sia la nostra cultura arretrata a partorire leggi mostruose come il congedo simbolico – di un simbolismo che offende – oppure siano le (finte) riforme ad alimentare e confermare una cultura ferma a cinquant’anni, anzi cent’anni fa. Probabilmente, mi rispondo, entrambe, nel solito italianissimo circolo vizioso, che tocca anche a noi spezzare, lottando in casa». Per arrivare agli uomini bisogna attendere fino a pagina 138, e il capitolo a loro dedicato - piccolo piccolo, solo sei pagine su oltre 250 - già dal titolo è tutto un programma: «Padri (ancora) troppo lontani».  L'autrice si auto-utilizza come esempio: «Se passate per casa mia potreste pensare che la parità sia stata raggiunta e che i padri di oggi siano cambiati: lavano le orecchie dei bambini e li accompagnano a scuola. In realtà, però, le cose non stanno sempre così, anzi. Perché se di acqua ne è passata sotto i ponti da quando le donne stavano a casa e gli uomini al lavoro, di sicuro si tratta ancora di un fiumiciattolo, più che di un torrente in piena». E infatti poco più avanti aggiunge: «Anche nel mio caso, non posso fare a meno di constatare una diversità radicale tra me e mio marito. Quando va in ufficio, lui si scorda di essere padre fino al rientro o, meglio, sospende il suo ruolo. Io, invece, anche a distanza, mi destreggio tra ciò che faccio e il pensiero di Paolo, e organizzo al tempo stesso la mia giornata e quella di mio figlio».E allora il senso di questo libro forse sta in tre righe dell'introduzione firmata da Lia Celi, cinquantenne autrice satirica emiliana, a sua volta autrice - nel 2010 - del libro «Piccole donne rompono», sottotitolo «Diario di una mamma imperfetta».  La Celi denuncia che ogni donna avrebbe un «potenziale alleato prezioso», vale a dire appunto il padre del bambino, che però spesso «non combatte al suo fianco, ma si comporta come un osservatore Onu, testimone interessato, non coprotagonista, di un conflitto che non lo riguarda direttamente». Notando poche righe dopo che nel libro della Ambrosi «i padri dei bambini sono presenze evanescenti, figure sullo sfondo. Non lottano insieme alle loro donne per ottenere una società e un mondo del lavoro a misura di genitori e di bimbi, ma nei casi migliori comprendono, fiancheggiano, simpatizzano. Nemmeno i più progressisti si spingono a dire che madri e padri devono potersi dividere alla pari figli e lavoro. Al massimo, sostengono che le donne devono poter "conciliare"». Morale della favola? «Ora tocca a noi combattere casa per casa, a cominciare dalla nostra, sottraendoci ai ricatti affettivi e all’alibi di una pace famigliare basata sulla disparità» incalza la Celi: «Dicendo agli uomini (al nostro uomo) che non c’è alcuna buona ragione bioantropologica perché anche loro non debbano sforzarsi di conciliare lavoro e famiglia, o perché solo noi mamme dobbiamo litigare con i nostri datori di lavoro, rischiando di perderlo, e sbatterci fra palestre e piscine con la paura di non trovare aperto il supermercato. Dicendo agli uomini che, se vogliono la camicia sempre stirata, quello è il ferro e quella è l’asse da stiro o, in alternativa, quella è la polo». E lui se rifiuta sia il ferro che la polo? «Non dobbiamo arrenderci. Dobbiamo coinvolgerlo, a ogni costo, con la grinta e l’allegria di una femminista ventenne del 1976 con i capelli ricci e la sottana a fiori. Finché non ci sbattono il naso anche i maschi, sulle difficoltà di mettere insieme lavoro e doveri famigliari, non combatteranno mai insieme a noi per ottenere i servizi grazie ai quali i padri e le madri del Nord Europa hanno sempre tanti figli e un’aria affabile e rilassata, mentre gli omologhi italiani hanno un figlio solo e una perenne smorfia amara e rabbiosa».Perché se è vero, come sostiene Elisabetta Ambrosi, che «il mondo dovrebbe capire che tagliare i capelli a un ragazzino o aiutarlo a imparare il teorema di Pitagora è un gesto politico, altro che privato. Partoriamo, cresciamo, educhiamo i futuri cittadini di questo paese», è anche vero che - parto a parte - i figli nella maggior parte dei casi si fanno in due. Ed è a due genitori che si devono ascrivere oneri e onori. E bisogna dunque puntare a che il prossimo libro si intitoli in un altro modo: «Guerriere e guerrieri».

L'epoca dei pizzaioli: Italia o estero, il lavoro non manca

Si lavora in tutte le stagioni, nei giorni di festa, con un caldo a tratti insopportabile, senza sosta, fino a tarda notte. È il mestiere del pizzaiolo, tanto faticoso quanto ricercato, soprattutto da quei giovani pronti a fare sacrifici per guadagnare qualcosa e immettersi in tempi decisamente veloci nel mondo del lavoro. Secondo la Fipe, la Federazione italiana Pubblici esercizi, la domanda di lavoro non mancherebbe, basti pensare che nel 2013 in Italia servivano ben 6 mila pizzaioli qualificati. “Nel nostro Paese - dicono dalla Federazione - ci sono 25 mila pizzerie e altrettante sono quelle che sfornano pizza a taglio, generando un fatturato aggregato di circa 9 miliardi di euro. La difficoltà nel reperire personale esperto porta i gestori, almeno in un caso su cinque, ad accontentarsi di reclutare personale non qualificato a cui erogare (nel 40% dei casi) formazione adeguata. L’80% del fabbisogno di pizzaioli specialisti riguarda le piccole imprese e oltre l'assunzione su due tra quelle non stagionali è a tempo indeterminato". Bruno Collaro, responsabile marketing dell’Api, l’Associazione pizzerie italiane, dove ha sede la scuola più rinomata d’Italia, dice: «I numeri pubblicati dalla Fipe hanno fatto scalpore e un anno fa abbiamo ricevuto molte domande; in effetti la nostra scuola ha richieste continue e il mercato è molto fluido. Quello del pizzaiolo nasce come lavoro della tradizione, ma negli ultimi vent'anni si è sempre più qualificato: restiamo artigiani, ma a differenza del passato è necessario apprendere più nozioni tecniche. Non siamo più i "fratelli poveri" dei cuochi».  Rispetto al percorso per diventare cuochi, quello del pizzaiolo è certamente più agevole, ma ugualmente faticoso. La Scuola di Pizza dell’Api propone due tipologie di corsi: pizza al piatto e pizza al taglio. Il primo è quasi esclusivamente frequentato da uomini, mentre nel secondo la presenza femminile è in costante crescita. Ogni corso dura un mese più un altro di stage in pizzeria: un’ora di teoria e tre ore di pratica al giorno per quattro settimane. A ogni corso partecipa un massimo di 22 allievi. Il costo? 1.500 euro.  «Per preparare la nuova pizza italiana» spiega Collaro «più digeribile ed equilibrata sia nell’impasto che nella scelta degli ingredienti, occorre una buona dose di tecnica. Il pizzaiolo lavora su un elemento vivo, l’impasto, che deve essere tenuto sotto controllo, quasi coccolato. La Scuola fornisce un’istruzione di base soprattutto sulla lavorazione dell'impasto, insegnamenti che qualche anno fa si tramandavano da padre in figlio». Ogni anno la Scuola di Pizza accoglie 300 ragazzi; di questi, il 20% trova agevolmente un lavoro all’estero, soprattutto in Francia, Spagna e Scozia. Pochi di loro, però, decidono di restare. «Se in Italia fare il pizzaiolo è faticoso» dice Collaro «negli altri paesi lo è ancora di più e molti non vedono l'ora di tornare a casa».Il target degli studenti è variegato. La fascia d'età più rappresentata è quella che va dai 20 ai 30 anni, anche se fra gli iscritti c'è gente con qualche anno in più. «Si tratta solitamente di imprenditori» spiega Collaro «che sono titolari di un locale o stanno per aprirne uno. Il proprietario di una pizzeria, oltre a conoscere il prodotto che vende, deve saperlo cucinare. Se il pizzaiolo si ammala o si assenta, deve essere in grado di fare una pizza». I guadagni, pur non essendo equiparabili a quelli degli chef stellati, sono di tutto rispetto. «L'apprendista si mette in tasca 700-800 euro al mese, mentre un pizzaiolo esperto e qualificato può anche superare i 3 mila euro. Ovviamente il guadagno è proporzionato alla responsabilità: non è semplice preparare l'impasto nelle giuste dosi, non troppo, ma neppure poco. Il tutto assicurando una qualità sopra la media».La foto rettangolare è di Alan Levine in modalità CreativeCommonsLa foto quadrata è di KennySarmy in modalità CreativeCommons

Ora lo chef fa tendenza: l’esercito dei giovani che sognano un futuro in cucina

C'è chi sogna di indossare camice e "toque blanche", magari apparire in televisione e “impiattare” raffinatezze di tutti i tipi. Altri invece, i più realisti, firmerebbero per un semplice impiego sicuro da aiuto cuoco, con stipendio a fine mese. È l'esercito sempre più numeroso degli aspiranti cuochi: giovani che decidono di puntare sulla ristorazione per costruire il loro futuro lavorativo.Secondo un'analisi della Coldiretti, basata sui numeri forniti dal Ministero dell'Istruzione, nell'anno scolastico 2014/2015 quasi 50 mila ragazzi sceglieranno come scuola superiore un istituto professionale dedicato a enogastronomia e ospitalità alberghiera, all'incirca 1 studente su 10. Un trend che negli ultimi anni ha registrato una crescita esponenziale, dovuta a diversi fattori. In primis, il successo di alcuni programmi televisivi, come Masterchef o Hell's Kitchen, che trasformano i fornelli in set e gli chef in star del piccolo schermo. In secondo luogo, il nuovo slancio che sta vivendo la ristorazione italiana, con la riscoperta dei prodotti tipici e delle ricette tradizionali. Un settore su cui vale la pena di investire, o almeno così la pensa il 50% degli italiani che, secondo il sondaggio Coldiretti, ritiene che cuoco e agricoltore siano le professioni con la maggiore possibilità di lavoro. Infine, la convinzione che cucinare sia un mestiere "concreto", dove conta più la pratica che la teoria. La realtà però è diversa: per diventare un cuoco la strada da fare è lunga e servono più nozioni di quanto si possa immaginare. Il punto di partenza standard è l'iscrizione, dopo le scuole medie, ad un istituto professionale per i servizi alberghieri. Il percorso di studi prevede un biennio comune, la qualifica al terzo anno nel settore "Cucina", cui si aggiungono altri due anni per il conseguimento del diploma di maturità. L'alternativa sono i numerosi corsi professionali accreditati, pubblici e privati, che consentono di avvicinarsi gradualmente ai fornelli. Poi ci sono le scuole specializzate, spesso dirette da cuochi famosi, che rilasciano attestati spendibili sul campo ma che, in molti casi, hanno costi proibitivi: un "Corso superiore di cucina italiana" di dieci mesi alla scuola internazionale Alma di Colorno (in provincia di Parma), il cui rettore è il celebre chef Gualtiero Marchesi, costa più di 15 mila euro. Un passo importante è rappresentato poi dagli stage formativi, proposti dalle scuole o accorpati ai corsi: di durata variabile, si possono svolgere in ristoranti, hotel, navi da crociera, insomma dovunque ci sia un ristorante. Per riuscire in questa professione è necessario il talento e un'innata capacità di sperimentare, anche facendo esperienze all'estero, dove ci si confronta con sapori nuovi e si scoprono culture culinarie diverse.Il percorso, insomma, oltre ad essere lungo e tortuoso, richiede sacrificio e sforzi economici non indifferenti. «Non tutti possono diventare cuochi», ripetono gli chef più esperti, mettendo in guardia l'orda di giovani entusiasti e confortati dai dati sulle possibilità occupazionali. Secondo l'Istat, nel triennio 2011-2013, i cuochi impiegati in alberghi o ristoranti sono stati 207 mila: la maggior parte sono uomini (59%), con contratti da dipendenti (75%) e hanno dai 40 anni in su (60%). Anche le ultime previsioni sulle assunzioni, elaborate dal sistema informativo Excelsior di Unioncamere, confermano le numerose possibilità offerte dal settore della ristorazione (61 mila tra aprile e giugno), anche se in questo caso si tratta perlopiù di contratti di lavoro a tempo determinato, stipulati per la sola stagione estiva. Ad alimentare la ventata di grande ottimismo è lo studio della US Bureau of Labour Statistics, fra le più accreditate agenzie mondiali specializzate in statistiche ed economia del lavoro, secondo cui nei prossimi cinque anni il cuoco sarà il mestiere più richiesto in assoluto.Tutto rose e fiori quindi? Non proprio, Salvatore Bruno, segretario generale della Federazione italiana cuochi, racconta una realtà ben diversa: «L'alta ristorazione è un settore in crisi e i locali rinomati sono quasi tutti in perdita. Si tratta di un comparto assolutamente chiuso, esclusivo, non c'è spazio. Gli chef si mantengono grazie alle consulenze, ai corsi di formazione, certamente non attraverso il fatturato dei loro ristoranti che, anche se di grande qualità, fungono ormai solo da biglietti da visita». Il discorso cambia per la ristorazione senza luccichii. «Un mercato vario, che offre tante possibilità, ma guai a pensare che il cammino sia agevole. Le iscrizioni all'Istituto alberghiero o i corsi specialistici spopolano, ma è altrettanto vero che il tasso d'abbandono è alto: per lavorare in cucina servono passione e tanta pazienza, altrimenti si scappa via». Sul cuoco "mestiere del futuro" il segretario è prudente: «Non sottovaluterei il rischio saturazione: oggi il lavoro c'è, ma la situazione potrebbe cambiare fra qualche anno. Il segreto è provare a inventarsi forme differenti di ristorazione, ad esempio pensare alle tante persone che ogni giorno pranzano fuori casa: bar e tavole calde potrebbero offrire cibo fast, ma di qualità migliore».Ad attrarre i giovani verso il mondo della cucina sarebbero anche i lauti stipendi, ma anche in questo caso nulla è regalato: «Un executive chef può anche guadagnare 10 mila euro al mese, ma la mole di lavoro e le responsabilità sono molto pesanti. Il caso più comune è quello del capopartita, un terzo livello, che guadagna dai 1500 ai 2mila euro al mese. Attenzione però: si entra in cucina alle dieci del mattino e se ne esce all'una di notte, con tre ore di pausa. E i fine settimana li si passa tutti al ristorante». Gli aspiranti Carlicracchi sono avvertiti.

Al via il salario minimo in Germania, ma il rischio è che ci siano troppe eccezioni

All'inizio di luglio il Parlamento federale tedesco ha approvato il salario minimo, il Mindestlohn, con 535 voti favorevoli, 5 contrari e 61 astensioni. A metà luglio anche il Bundesrat, ovvero il Consiglio federale, ha dato il via libera alla legge, Tarifautonomiestärkungsgesetz, che introduce la retribuzione minima di 8 euro e 50 lordi all’ora. Questa è stata firmata dal Presidente Joachim Gauck lo scorso 11 agosto, è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale (Bundesgesetzblatt) il 15 ed è entrata ufficialmente in vigore dal giorno successivo. Il salario minimo, che si applicherà ai rapporti di lavoro dipendente e quindi non ai lavoratori autonomi, a partire dal primo gennaio 2015, varrà anche per gli stagisti: per un tirocinio “a tempo pieno”, di 40 ore settimanali, guadagneranno circa 1.360 mensili. Lo conferma ad Articolo 36 Reinhard Bispinck, esperto di politiche sociali, a capo dell'Istituto di Economia e scienze sociali Wirtschafts- und Sozialwissenschaftliches Institut della Hans Böckler Stiftung, fondazione di riferimento della Confederazione dei sindacati tedeschi, Deutscher Gewerkschaftsbund (DGB). Alla fine le eccezioni sono rimaste invariate rispetto a quelle contenute nel Gesetzentwurf ovvero nel disegno di legge?Oltre al disegno di legge, c’è anche una proposta di emendamento (Änderungsantrag) dei gruppi parlamentari della coalizione, del primo luglio, che tecnicamente assume e mette in atto l’accordo politico del compromesso del 27 giugno. A quanto vedo i punti della proposta di emendamento sono tutti contenuti nella legge definitiva.L’attuale commissario europeo per l’Occupazione, gli affari sociali e l’integrazione Lázló Andor è stato piuttosto critico in merito alle eccezioni. «La Commissione europea esorta gli stati membri ad introdurre un salario minimo che copra tutti i campi. Questo è particolarmente importante affinché le persone non si trovino in una situazione di povertà, malgrado il lavoro» aveva dichiarato al Die Welt prima del voto del Bundestag. La legge sul salario minimo prevede troppe eccezioni?Trovo questa esortazione molto positiva poiché richiede che in tutti gli Stati membri entri in vigore per legge un salario minimo, che sia generale e capillare, che valga per tutti i settori.Questa naturalmente come dichiarazione politica del commissario attuale è da accogliere con grande favore ma la domanda è se Andor farà ancora parte della nuova Commissione. Ha ragione nella sua critica, nel testo di legge ci sono troppe eccezioni e credo che quelle più problematiche riguardino i disoccupati da lungo tempo.Secondo la legge i disoccupati da lungo tempo potranno ricevere il salario minimo solo dopo i primi sei mesi. Che conseguenze può avere una misura di questo tipo?Il problema è che potrebbe darsi che i disoccupati da lungo tempo diventino fondamentalmente delle risorse umane flessibili.Bisogna temere che le aziende li utilizzino, li impieghino per sei mesi o anche per minor tempo e che poi per così dire ricomincino con nuovi disoccupati e che questi non ricevano mai il salario minimo. Ciò potrebbe determinare che la loro, in ogni caso molto difficile, integrazione nel mercato del lavoro, in questo modo diventi ancora più ardua. Noi sappiamo dalla ricerca che un’integrazione duratura di quei soggetti che da molto tempo sono senza occupazione deve essere accompagnata da alcuni provvedimenti, da provvedimenti di qualificazione o dall’elargizione alle imprese di sovvenzioni per i costi dei salari. Se tale deroga ora entrasse in vigore, sarebbero scavalcati tutti gli sforzi fatti finora per realizzare l’integrazione. Veniamo ai tirocini (Praktika): quali hanno diritto a ricevere il Mindestlohn?Fondamentalmente tutti quelli che non rientrano nelle eccezioni hanno diritto ad avere il salario minimo. Secondo la legge ci sono Pflichtpraktika, tirocini obbligatori, nell’ambito della scuola, della formazione professionale e dell’università. Se siamo in presenza di un tirocinio obbligatorio allora non si può rivendicare il diritto ad alcun salario minimo. Poi si può svolgere un tirocinio per orientarsi, Praktikum zur Orientierung, per capire se si è adatti ad una formazione professionale oppure all’università, prima di iniziare gli studi universitari o di cominciare la formazione o Ausbildung. In questo tipo di tirocini, di questi “Orientierungspraktika”, fino ai primi tre mesi non c’è alcun diritto a ricevere il Mindestlohn. Il terzo caso è un tirocinio che accompagna ad una formazione lavorativa o universitaria: anche questo non è obbligatorio, anche questo è volontario, il tirocinante però è già iscritto agli studi ma nel programma di studi non viene indicato nessun tirocinio obbligatorio. Anche qui, fino ai primi tre mesi, non si può aspirare al salario minimo, a meno che non si sia effettuato già precedentemente un tirocinio con la stessa azienda, con lo stesso museo, con la stessa istituzione. In questo caso allora, quando cioè già è stato svolto un tirocinio, si ha diritto al salario minimo.«La Generation Praktikum appartiene al passato», ha detto il ministro del lavoro Andrea Nahles. È davvero così?Questa è certamente la questione centrale, vale a dire la “Generazione Stage”. Penso che con queste eccezioni ci saranno ovviamente ancora molti tirocinanti che non riceveranno il salario minimo. Perciò ci saranno come prima anche tirocinanti malpagati o non pagati affatto. Questa normativa è un primo passo per limitare lo sfruttamento ma non lo eliminerà completamente. La “Generazione Stage”, se questa espressione è un sinonimo per indicare i tirocinanti pagati male o sfruttati, non scomparirà del tutto, eppure bisogna sperare che quantomeno il fenomeno si riduca nettamente. Il grande pericolo è che le aziende cercheranno di sviluppare alcune strategie per non pagare il salario minimo.Il Fondo monetario internazionale nel suo rapporto finale sulle consultazioni annuali con la Germania ha avvertito che il salario minimo uniforme minaccia di aggravare sia la disoccupazione nell'Est del Paese sia la situazione lavorativa delle donne. Il rischio è concreto?Da quando si è iniziato a discutere del salario minimo, si è sollevato l’argomento che nell’Est della Germania il Mindestlohn debba essere molto più basso ma io credo che possa essere tollerabile anche ad Est. Il salario minimo non deve neppure causare ulteriore disoccupazione. Una serie di aziende hanno un modello commerciale che funziona solo con salari bassi. Determinate aziende, se non trasformano il loro modello, se non sviluppano un altro piano aziendale, può darsi che non riusciranno a sopravvivere. Questo può accadere ma a livello di macroeconomia non deve necessariamente comportare un aumento della disoccupazione. Ciò che queste imprese non offrono più al mercato, verrà offerto da altre aziende con un modello commerciale più intelligente. Stessa cosa vale per le donne, dato che sono molto più rappresentate rispetto agli uomini in termini di stipendi bassi.  Si approfitterà della situazione ma ciò non significa automaticamente che la disoccupazione delle donne si innalzerà. Il salario minimo in Germania esordisce in modo relativamente moderato, in confronto ad altri Paesi europei non è particolarmente alto. La situazione in Germania, per ciò che riguarda la capacità produttiva delle aziende, è abbastanza alta da poter reggere 8 euro e 50 all’ora.Non tutti però riceveranno il salario minimo a partire dal primo gennaio 2015. Abbiamo alcuni settori dove ci sono dei contratti collettivi di lavoro che non raggiungeranno gli 8 euro e 50 entro il primo gennaio 2015 ma solo nel corso del 2015 o addirittura nel 2016. I settori che hanno concordato questi contratti collettivi hanno un certo periodo di transizione, hanno un po’ di tempo in più per prepararsi. Un classico esempio è quello dei parrucchieri: questi hanno già siglato un contratto collettivo verso la metà dello scorso anno e raggiungeranno il salario minimo nell’agosto 2015. Nel settore dell’industria delle carni il contratto collettivo arriverà a 8 euro e 60 ad ottobre del prossimo anno. I contratti che ora ricorrono a questo periodo di transizione possono naturalmente superare gli 8 euro e 50. Sopra la soglia del salario minimo tutto è concesso.La foto Mindestlohn è di Barockschloss- Flickr modalità Creative Commons