Categoria: Articolo 36

Riforme sbagliate e pochi investimenti, ecco perché in Italia non c'è lavoro

Non è difficile spiegare perché in Italia non c'è lavoro, più complicato proporre la ricetta giusta sul "come si può fare per crearlo". Ci prova Romano Benini nel suo ambizioso "Nella tela del ragno", un libro che oltre a interrogarsi sul fallimento delle politiche italiane in tema di economia e lavoro, prova a proporre le possibili vie d'uscita. Grazie al punto di vista privilegiato dell'autore, direttore del master in Management dei servizi per il lavoro della Link Campus University di Roma e consulente delle maggiori istituzioni e agenzie per il lavoro italiane, è più facile capire quali siano state le cause che hanno portato il Paese al collasso.Per prima cosa, una serie di riforme inefficaci, che non hanno seguito la direzione e le strategie tracciate nel 2000, a Lisbona, dai capi di stato europei. «Era chiaro già allora» spiega Benini «che bisognava mettere al primo posto le competenze delle persone. La proposta condivisa era stata quella di investire sul capitale umano e sulla riqualificazione del lavoro: a differenza di altre nazioni, l’Italia non l’ha fatto e purtroppo oggi ne paghiamo le conseguenze. Le nostre riforme si sono rivelate fallimentari: a che servono gli interventi sulla flessibilità se non ci si occupa del mercato del lavoro?». Procedendo a ritroso nel tempo l'autore si sofferma sul Rinascimento italiano, «il primo a definire e a diffondere in Occidente un'idea di benessere e di sviluppo legata al lavoro, alla conoscenza e alla solidarietà». Le stesse peculiarità che servono oggi per rilanciare il Paese. «C’è bisogno di un nuovo Rinascimento» aggiunge l'autore «ma per attuarlo è necessaria rompere con il passato, con le burocrazie medievali che imperversano. Il lavoro, e non più la rendita, deve tornare al centro del sistema». Parte del libro è dedicata al confronto con alcuni stati europei, alla capacità che questi paesi, a differenza dell'Italia, hanno avuto nell'investire sulle persone.Nel decennio 2003-2013, ad esempio, la Germania ha scalato posizioni nella classifica delle Nazioni Unite che tiene conto dell'indice dello sviluppo umano (welfare, sanità, formazione, lavoro), passando dal 25° al 5° posto. Nello stesso periodo l'Italia è scesa dal 18° al 26° posto. E la situazione peggiora se si confrontano gli investimenti sul lavoro. «Sui Centri per l’impiego» spiega l'autore «l’Italia impiega 600 milioni di euro, in Francia 6 miliardi, ben 9 miliardi in Germania, sono differenze pazzesche. Per l’inserimento di un disoccupato, con l’attivazione di servizi che mirano a fare incontrare domanda e offerta di lavoro, l’Italia spende 70 euro all’anno, contro i 1400 euro della Francia e i 1700 della Germania. Si è investito pochissimo anche sull'accompagnamento al lavoro, vale a dire tirocini, e intermediazione, mentre ai corsi formativi, numerosi e in molti casi assolutamente inutili, lo Stato ha destinato milioni di euro». Quando i paesi europei raddoppiavano gli investimenti in formazione, mercato del lavoro e interventi a favore dei giovani, l'Italia li dimezzava, dimostrando ben poca lungimiranza. A rallentare in qualche modo il patatrac nostrano, è stato l'enorme risparmio privato, di gran lunga superiore rispetto a Francia e Germania. «Ma il fieno in cascina prima o poi finirà e, forse, solo allora le cose cambieranno». A metà del libro l'autore cambia registro. Trapelano fievoli spiragli di luce, è la ricetta del "come ne usciamo" proposta da Benini, che individua in quattordici parole chiave «gli indicatori per misurare cosa abbiamo e cosa serve per creare lavoro e sviluppo». Dalla capacità alle competenze, dall'orientamento alla progettazione. Serve una strategia concreta che metta al centro il capitale umano. Quello che hanno fatto alcune aziende italiane, mosche bianche che in tempo di crisi sono riuscite a ritagliarsi uno spazio di mercato importante, magari puntando sull'export «perché in giro per il mondo c'è tanta voglia di Made in Italy».Nelle pagine finali, l'autore propone il decalogo delle "cose da fare subito”: dal corretto utilizzo dei fondi europei al riordino istituzionale, che definisca un sistema nazionale del lavoro capace di andare oltre le divisioni regionali imposte dal Titolo V della Costituzione. Serve uniformare il sistema dei servizi per il lavoro, con la creazione di un modello nazionale condiviso; promuovere un piano per l'apprendimento delle arti e dei mestieri del Made in Italy, in collaborazione con regioni e organizzazioni d'impresa. E ancora, rafforzare gli strumenti di accesso al credito e ridurre l'Iva e le imposte, che gravano sul costo del lavoro. Un'impresa titanica, ma essenziale per cambiare passo. «L'ostacolo più grande è scardinare le lobby che hanno tarpato le ali a un paese capace ma inerte. Quindi, occorre invertire la tendenza all'autocommiserazione e ritrovare il buon umore che ci ha sempre contraddistinto». La chiosa è dedicata al governo Renzi: «Mi auguro che questo esecutivo possa attuare riforme sul lavoro efficaci, i primi segnali sono positivi, ma servirà del tempo prima di ottenere qualche buon risultato».

Fuggire sì, ma dove? Ecco i Paesi migliori per trovare lavoro all'estero

Quello dell'emigrazione degli italiani in cerca di lavoro e fortuna è un tema che non passa mai di moda. A scriverne è anche Claudio Bosaia in Dove Scappo, da poco pubblicato dalla casa editrice Iacobelli: una sorta di guida all'espatrio con tanto di classifiche e numeri utili sulle migliori destinazioni nel mondo. A questo punto la domanda è d'obbligo. Fuggire sì, ma dove? Una classifica relativa al 2013 dell'Aire, l'anagrafe degli italiani all'estero, a cui fa riferimento il libro afferma che i cinque paesi del mondo con il più alto tasso di concentrazione di italiani sono Argentina, Germania, Svizzera, Francia e Brasile. A seguire Belgio, Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia. Così, dopo i capitoli dedicati al vademecum per chi si appresta a partire (come «predisporre un curriculum in lingua inglese, possibilmente senza errori e inviarlo alle società che avete selezionato oppure a una delle molteplici agenzie locali che pubblicano offerte di lavoro»), Bosaia passa al dunque. E oltre a riportare minuziosamente tutte le classifiche più prestigiose al mondo sui migliori posti in cui vivere e lavorare in base a criteri economici e sociali (ma anche culinari o secondo le percentuali di abitanti che si dichiarano felici), ne produce una tutta sua, frutto della fusione e dello studio accurato dei dati raccolti. Risultato: il podio della top ten spetta alla Norvegia, seguita dall'Australia e dalla Spagna. Seguono nell'ordine Paesi Bassi, Stati Uniti, Danimarca, Svizzera, Canada, Messico, Francia. Tuttavia lo stesso Bosaia si professa in disaccordo con la prima posizione: la Norvegia, afferma, vince nonostante «l’assenza di punteggi nelle categorie relative al life style (cibo, cultura, paesaggi, clima) e nonostante sia stata decurtata dei punti relativi ai suicidi». Evidentemente però, «l’accumulo di valutazioni positive relative ai parametri economici (reddito, Pil, welfare) era talmente mastodontico da prevalere rispetto a qualunque altro criterio di giudizio». Il perché di questo primato è presto spiegabile anche al netto dei giudizi sul clima (la temperatura media varia dai -7 ai 21 gradi) e il costo medio della vita un po' più alto che in Italia. Il salario medio netto è di 3400 euro mensili (in Italia sono duemila euro in meno, 1450).  Qualcosa di simile all'Australia, dove il tasso di disoccupazione è peraltro del solo 5%, e di quasi tutti gli altri Paesi indicati come papabili: quasi ovunque la situazione reddituale è migliore della nostra. In base a questi parametri sarebbe però meno giustificato il terzo posto della Spagna, considerata la disoccupazione al 25% e il salario medio addirittura più basso dell'italiano con 1400 euro mensili. Una spiegazione plausibile sulla Spagna la offre Claudia Cucchiarato, autrice del libro di successo sulla stessa tematica, Vivo Altrove, uscito qualche anno fa per Mondadori: «Si pensa che i nostri giovani vadano a perdere il tempo trasferendosi dove la crisi è ufficialmente più grave. Invece in Spagna l'immigrazione è diminuita moltissimo negli ultimi cinque anni e c'è solo una nazionalità in forte costante aumento»: gli italiani ovviamente, che «sono di nuovo gli stranieri più numerosi qui». E questo perché non ce ne andiamo solo per problemi lavorativi, bensì culturali e di mentalità» prosegue la Cucchiarato, a sua volta residente a Barcellona. «È nelle piccole cose che si vive la stanchezza di essere nati nel posto più bello e sbagliato del mondo: nelle beghe burocratiche, nella corruzione quotidiana piccolo-borghese, nel razzismo, nell'omofobia, nel ribrezzo che provoca una società basata quasi esclusivamente sulla parentela, il favore, la raccomandazione e la gerontocrazia» lamenta la scrittrice. «In tutto questo l'Italia purtroppo è ancora imbattibile». Ed è anche ciò che toglie la voglia di tornare. «Con il passare degli anni si diventa più nostalgici, ma di conseguenza meno disposti a farsi prendere in giro» spiega, motivo per cui «ancora non sono maturi i tempi per un ritorno di emigrati o per un arrivo massivo di stranieri interessati a lavorare (e soprattutto a vivere bene) nel nostro Paese». Attenzione però a prendere decisioni affrettate. Secondo Aldo Mencaraglia di Italiansinfuga, un blog che assiste gli italiani negli espatri specie oltre oceano, la meta ideale restano sì i Paesi nordici, dove «la qualità della vita è molto alta come riportato dalle classifiche sulla vivibilità». Ma non tutto è scontato. «Non è assolutamente garantito che un trasferimento all'estero si traduca in un'esperienza positiva. Bisogna offrire quello che il mercato del lavoro locale richiede altrimenti si fa altrettanta fatica se non di più». Un avvertimento condiviso anche da Bosaia: «Molti italiani, convinti dell’ineluttabilità di un crudele destino, decidono che non ci sia null’altro da fare se non trasferirsi in quei Paesi che la sorte ha baciato» scrive. Oggi «ci stiamo accorgendo che bisogna agire per cambiare le nostre prospettive di vita». Ma nel frattempo ce ne stiamo immobili «in attesa che il fato si muova per primo e sistemi la situazione». E sprecando, forse, la fortuna di essere nati italiani. «Da sempre ci diciamo che l’Italia è il Paese più bello del mondo, con le caratteristiche naturali più affascinanti, con la varietà paesaggistica e climatica più completa, è il Paese che contiene la stragrande maggioranza dei beni artistici» scrive Bosaia nell'introduzione. Chiedendosi dunque in modo retorico: «Pensavamo veramente che un Paese così esclusivo potesse dare cittadinanza a 60 milioni di abitanti senza chiedere nulla in cambio?». Un punto di vista inedito e foriero di nuove riflessioni, quasi a suggerire ai lettori che tanta bellezza toccata in sorte non può essere gratis. «Caro giovane neo-laureato, caro disoccupato, caro aspirante lavoratore, vuoi guidare una Ferrari?» scrive l'autore associando metaforicamente la fuoriclasse al Belpaese. «Prima dovrai guadagnarti abbastanza soldi da potertene comprare una» è il suo consiglio, «ma poiché nel nostro Paese non si assume più, dovrai arrangiarti diversamente, magari andando all’estero». Poi, accumulato «un bel gruzzolo di denaro», l'auspicato ritorno in patria. Gli italiani all'estero sono tantissimi, «il 7% della popolazione», assicura Bosaia. Ma il dato più sconcertante è che dei 60mila giovani espatriati il 70% è laureato. È come se si rimettesse a posto una Alfa d'epoca, ipotizza l'autore ricorrendo di nuovo a una metafora automobilistica, e «un giorno mentre siete lì a contemplare il risultato finale arriva uno sconosciuto, vi sfila le chiavi di mano, sale sulla vostra stupenda automobile e sgommando se la porta via». Allo Stato italiano succede praticamente lo stesso, con uno spreco che Bosaia calcola – incrociando i dati sulla spesa per l'istruzione e quello sul numero dei giovani laureati – pari a «cinque miliardi e 292 milioni all'anno». Che spreco.   

More and better jobs: chimera o possibile traguardo per l’Italia?

Nuovi processi e nuove contraddizioni. Le trasformazioni del lavoro di Serafino Negrelli, docente di sociologia del lavoro all’università di Milano-Bicocca, è una fotografia delle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro. Un’immagine non particolarmente nitida, ma con un punto fermo importante: il passaggio progressivo dal «saper fare», inteso come abilità soprattutto pratiche, al «saper essere», ossia un insieme di abilità cognitive e creative sempre più importanti per ogni lavoratore. La forte richiesta del mercato del lavoro di spiccate qualità anche relazionali è un fenomeno che però si fonda nel nostro Paese su una serie di paradossi.  Un sistema che chiede lavoratori maggiormente qualificati rispetto al passato «parla» a un paese con un numero di diplomati e laureati basso rispetto alla media Ocse. Con il risultato che chi è più di altri in possesso del «saper essere» e quindi maggiormente in grado di produrre ricchezza è in Italia in minoranza rispetto ad altri paesi. E anche i pochi che ci sono fanno fatica a inserirsi nelle nostre aziende. L’autore del libro lo spiega chiaramente: «il vero paradosso si rivela nella grande difficoltà dei nostri laureati, che pure sono pochi, a essere assorbiti dalle imprese. È purtroppo il prezzo dei...ritardi del sistema economico e produttivo italiano», dice ad Articolo 36. «Il più basso sviluppo del capitale umano nel nostro paese, ovvero meno laureati e diplomati rispetto alla media dei paesi OCSE e soprattutto ancor meno rispetto ai paesi anglosassoni e del centro-nord Europa, è collegato proprio alla minor presenza in Italia di lavoro non manuale altamente qualificato che è di fatto la categoria maggiormente in grado di sviluppare il saper essere sul lavoro.  Qui emerge la maggiore penalizzazione dell’Italia, poiché rispetto a quasi un lavoratore su due che appartiene a tale categoria in quei paesi, da noi se ne registra poco più di uno su tre». Se c’è chi fa fatica a trovare un’occupazione, gli occupati spesso rientrano nel cosiddetto lavoro parasubordinato o «collezionano» contratti temporanei: «L’erosione dei cosiddetti mercati interni del lavoro, ovvero di quelli che garantivano il posto fisso, a tempo pieno e indeterminato, pienamente tutelato dai diritti sindacali e dalla contrattazione collettiva, è cresciuta. Ciò è avvenuto proprio per effetto di alcuni processi di ristrutturazione economica che hanno provocato una certa "fuga dal diritto del lavoro" soprattutto nelle realtà caratterizzate da una minor capacità di regolazione sociale. Anche da noi sono cresciute quelle forme più instabili e precarie e anche poco produttive di ricchezza, delle false partite Iva o del lavoro autonomo economicamente dipendente, che risultano fuori controllo del diritto del lavoro e che richiederebbero un immediato intervento riformatore», spiega Negrelli. Contratti precari, stipendi spesso da fame e scarse tutele previdenziali non fanno che aumentare l’insoddisfazione del lavoratore: l’obiettivo del more and better jobs delineato dalla strategia di Lisbona sembra lontano. Dov’è la chiave di volta allora? Innanzitutto bisognerebbe a parlare seriamente di qualità del lavoro. Secondo Negrelli «qualsiasi riforma si intenda fare deve mettere al centro della propria strategia questo obiettivo. Tra gli operatori economici, politici e sociali la consapevolezza di tale questione è ancora poco diffusa».Un esempio da seguire potrebbe essere quello di paesi come la Germania, differenti dal nostro su temi come inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, politiche di welfare e formazione del lavoratore. Un punto, quest’ultimo, dibattuto e regolamentato in Italia sulla carta, ma finora poco attuato, come conclude l’autore del libro: «in Italia è dalla legge Treu del 1997 che è stata introdotta la forma dell’apprendistato alta, ossia percorsi di formazione e lavoro abbinati ai livelli di istruzione più alti e per i lavori più qualificati. Si tratta di una forma ormai sviluppata da tempo non solo in Germania, ma anche in Francia e nel Regno Unito. Sembrava un’ottima idea di politica attiva del lavoro che ci metteva in linea con i paesi più virtuosi. E in effetti lo era e lo è ancora. Ma a oggi ben poche esperienze sono state fatte in tal senso. Eppure la strada giusta resta quella: spostarsi dalle politiche passive del lavoro, che nel nostro paese formano i tre quarti della spesa delle politiche del lavoro, alle politiche attive, ovvero ai servizi per l’impiego, alla formazione e alla riqualificazione, alle quali si destinano le quote più basse rispetto alla stessa media Ue».

Morire di non lavoro, quando la crisi porta al suicidio

Di non lavoro ci si può ammalare, perfino morire. E il suicidio, in certi casi, diventa la scelta estrema di chi non ce la fa più. Colpa della crisi economica, che ha impatti devastanti sulla salute psico-fisica delle persone, alcune delle quali si ritrovano all'improvviso senza un impiego, in un’età in cui è quasi impossibile rimettersi in gioco. In "Morire di non lavoro", pubblicato nel 2013 dalla casa editrice Ediesse, la giornalista Elena Marisol Brandolini, già sindacalista Cgil e dirigente nella pubblica amministrazione, si rivolge soprattutto a loro, il popolo dei cinquantenni che hanno perso il lavoro: non più così giovani da reinventare un mestiere, ma neppure così vicini alla pensione. E, vista l'età, spesso senza neppure l'appoggio della famiglia, che invece resta un porto sicuro per i ragazzi. Attraverso la tecnica del focus group, l'autrice esplora gli effetti della congiuntura economica in Italia e Spagna, in particolare la Catalogna, tra i paesi europei più colpiti dalla crisi. «Ho cercato di raccontare quello che vedevo intorno a me, nei due paesi in cui vivo e che conosco. L'intento non era dare risposte, ma far conoscere delle storie». Storie di donne e uomini che si ritrovano senza un'occupazione e quindi senza reddito. Disperati, combattono con tutte le loro forze e provano a resistere. Alcuni non ce la fanno, e quando il peso dell'umiliazione diventa insostenibile, decidono di farla finita. «I suicidi sono un fenomeno soprattutto italiano, localizzato nelle regioni del nord. A togliersi la vita sono perlopiù gli uomini, mentre le donne disoccupate tornano, seppur malvolentieri, al loro ruolo tradizionale di casalinghe. In Spagna, e lo stesso vale per il sud Italia e per gli immigrati, la memoria della povertà è più vicina, e la capacità di adattamento è maggiore. Ciò non toglie che la tendenza sia comunque in aumento: basti pensare che tra il 2011 e il 2012, nella sola Barcellona, si è registrato un aumento dei suicidi del 58%». Sono pochi i giovani che decidono di togliersi la vita, ma la loro esistenza è piena d’incertezze; ragionano senza programmare il futuro, vivono un eterno presente, annaspando alla ricerca di un appiglio sicuro, senza avere neppure il tempo di pensare al cambiamento. Sia gli italiani che gli spagnoli, quando perdono il lavoro, provano un forte senso di disagio e vergogna sociale, accentuato se l'età è vicina ai 50 anni. Ma la Spagna è meno depressa del nostro Paese: l'organizzazione democratica prevede una partecipazione territoriale costruita dal basso e questo, in qualche modo, tampona il dispiacere. In entrambi i paesi il ruolo della famiglia risulta fondamentale. «Esistono casi in cui, sotto lo stesso tetto, si sono ritrovate a vivere tre generazioni: il papà che perde il lavoro e torna, insieme a moglie e figli, dai genitori anziani». «Pur non essenso la perdita del lavoro la causa unica di un raptus suicida» spiega Vincenzo Rubino, psicoterapeuta sistemico-relazionale «in determinati tipi di personalità può risultare un fattore scatenante non indifferente. Rimanere senza un impiego è un trauma significativo, che distrugge le basi sulle quali si era costruita la propria quotidianità; ed è in questi casi che vengono fuori i lati più fragili del carattere. Il suicidio altro non è che un meccanismo di fuga estremo, che evita al soggetto di affrontare la realtà del momento. È necessario agire in tempo con un lavoro di rete sull'individuo e sulla sua famiglia; ciò solitamente avviene con l'attivazione dei servizi sociali». L'autrice non dà risposte, ma individua le cause del malessere. «La colpa di questa crisi è da attribuire alle scelte degli governi e dell'Unione europea, che hanno speso fiumi di parole sullo spread dando poca importanza al disagio sociale, che intanto cresceva sotto i loro occhi. Mentre in Italia chiudevano le aziende e gli imprenditori si ammazzavano, in Spagna si assisteva all'aumento degli sfratti, con alcuni casi di persone disperate che si lanciavano dalla finestra. La politica è rimasta immobile, incapace di proporre contromisure adeguate. Sono state applicate ricette neo-liberiste che hanno favorito i poteri forti come le banche, mentre le persone sono state abbandonate al loro destino. Basti pensare che nel momento di maggiore emergenza, i governi di Italia e Spagna hanno tagliato la spesa sul sociale». Per uscire dall'impasse, bisogna prima di tutto puntare con decisione sull'occupazione, proponendo contratti meno precari e riformando il sistema previdenziale. «La mia generazione - conclude Marisol Brandolini - non ha vissuto la guerra, ma questa crisi non è da meno: un conflitto forse meno rumoroso, che però sta generando povertà e disperazione».  

Retribuzioni troppo basse e tutele inesistenti, per i precari i problemi sono sempre quelli

La precarietà in Italia, invece di essere ricompensata con stipendi più sostanziosi, è meno retribuita. «Faccio un esempio: se compro un biglietto aereo con date prefissate pago un prezzo che automaticamente salirebbe se scegliessi l'opzione di cambiare il rientro. Il perché è semplice: è il costo della flessibilità»: come mai questa regola del mercato non vale da noi? A chiederselo è Andrea Dili, portavoce dell'Associazione 20 maggio, alla presentazione romana di 'Storie precarie' (Ediesse, 10 euro), un volume curato da un gruppo di ricercatori Istat e Sapienza e incentrato sulla vita di una fetta di lavoratori italiani tra i 20 e i 50 anni senza posto fisso, che viaggiano tra un'occupazione e l'altra, cambiando continuamente mansioni e colleghi. Quella porzione di precariato vero, radicatissimo, in cui alcuni dichiarano perfino di trovarsi bene - considerandolo una scelta - ma che per tutti significa soprattutto rinunce, talvolta a diritti essenziali come la maternità. Sono «parole, vissuti e diritti negati della generazione senza», come si legge in copertina, su cui – senza pretese di scientificità (il libro è frutto di un questionario somministrato a 470 soggetti, con la collaborazione della rivista Internazionale) – l'indagine promossa da Cgil e Smile fa luce, fotografando chi galleggia ai margini del mercato del lavoro. Il problema essenziale sembra essere uno: come tirare a campare con stipendi tiratissimi e zero tutele. Si tratta «soprattutto di lavoratori della conoscenza, con un titolo di studio che cercano di spendere» spiega una delle responsabili della ricerca, Francesca Della Ratta. Il dato più evidente è che i gruppi sono due: «Chi pur nell'assenza di diritti si è comunque costruito un'identità solida come professionista e chiede per lo più diritti di cittadinanza al pari delle generazioni precedenti» riassume la studiosa, e poi «soggetti dal percorso più fragile, discontinuo, che sono passati da un impiego all'altro». Questa frangia è la più debole: «Nel questionario è una minoranza ma i dati ci dicono che nella realtà siano invece la maggioranza». L'intervista si apriva con una domanda aperta sulla storia personale di ciascuno, «e questo ha scoraggiato più di uno», chiarisce Della Ratta. Spesso queste persone «non hanno il tempo e la lucidità per rivendicare diritti, restano legati ai bisogni della sussistenza quotidiana. Sono quelle che vorrebbero tutele universalistiche e nuovo welfare». A fine libro è riportata una selezione di racconti. Un paio di stralci ribadiscono come all'interno del mercato del lavoro non ci sia solo una suddivisione tra garantiti e non, ma come anche nel precariato i mondi siano due. «Precarietà è ansia, è privazione della libertà di scelta, è mancanza e senso di vuoto» scrive un'insegnante 31enne del nord. «Diventa precaria la vita perché non sai fino a quando potrai pagare l'affitto, non sai fino a quando potrai fare a meno di accettare l'aiuto dei tuoi genitori» è il suo sfogo: «Precarie diventano le possibilità di fare una vacanza, anche low cost: chi è precario non accumula ferie, non riesce a organizzarsi a lungo termine». Di tutt'altro genere lo spaccato di una giornalista freelance, nella stessa fascia d'età: «La soluzione non è l'assunzione a vita: per me sarebbe la morte professionale. Ho un bel lavoro, me lo sono scelto e me lo coccolo. Sto molto bene. Ma va meno bene che non mi paghino per mesi, che mi diano due lire, che non sappia quando ricomincerò a lavorare. La mia preoccupazione» continua «è invecchiare perdendo lavori». È questa dunque la verità dietro i numeri delle statistiche, secondo cui i precari in Italia sarebbero il 13% del totale, una cifra tutto sommato «non così lontana dalle percentuali tedesche» come osserva Patrizio Di Nicola, altro curatore dello studio. Ma la stortura italiana è tutta nella condizione di vita che accomuna l'universo dei precari, ai margini della società perché sottopagati e senza tutele, sia quando il lavoro autonomo rappresenta una loro scelta, sia quando è invece un percorso obbligato. Alla presentazione del libro si è discusso anche di soluzioni a un sistema così strutturato. E a proporne è stato anche Stefano Fassina, ex viceministro dell'Economia in quota Pd, che mette subito in guardia: «Non ci sarà a breve un aumento dell'occupazione né dal punto di vista qualitativo né quantitativo. Stiamo alimentando una guerra tra poveri, che proseguirà finché non affronteremo le questioni di fondo» afferma, ovvero quella di «un paese che non cresce». In questo senso non funzionerà neppure, a suo dire, la riforma messa in piedi da Poletti («Mi metterò a contare uno a uno quanti contratti a tempo determinato diventeranno fissi, perché temo sarà il contrario», spiega ancora). Anche perché sono le leggi macroeconomiche a dettare e regole: «Se l'offerta di lavoro è massiccia, si possono scrivere tutte le riforme che vuoi ma saranno la domanda e le condizioni a svalutarsi». Va escluso il ritocco dell'articolo 18, che ha dimostrato di non essere il problema: «Si abbassa solo il livello per tutti: se la disuaguaglianza sociale è cresciuta a dismisura e la ricchezza si è concentrata nelle mani dell'uno percento della popolazione mondiale, questa non è di certo quella composta dai tempi indeterminati» sintetizza Fassina. Alcuni possibili correttivi potranno riguardare invece l'abbattimento degli incentivi fiscali agli straordinari, che è «una misura inammissibile quando l'occupazione è ferma». E poi un altro passo potrebbe essere «il prepensionamento flessibile, o tenere le aliquote della Gestione separata Inps al 27% senza farle arrivare al 33 come voluto dalla Fornero». Per questo «ci stamo battendo finanziaria dopo finanziaria» assicura Fassina.  Dili invoca invece lo stop all'introduzione del salario minimo - al vaglio di chi sta preparando la riforma del lavoro - che sarebbe solo un viatico per «abbassare ancora di più le retribuzioni, facendole uscire dalle griglie della contrattazione collettiva». «Una segretaria che prende 11 euro l'ora potrebbe arrivare a 4 o 5 con la nuova riforma» ipotizza. I precari nel frattempo puntano solo a un confronto, spiega Della Ratta: «Conoscono le difficoltà degli imprenditori e vorrebbero solo dire basta al risparmio sempre e solo sul costo del lavoro». E poi, altro aspetto, «va fatto presente a chi dà lavoro che precarietà e produttività non coincidono: se mi scade il contratto penso a quello che farò quando perderò il lavoro: è una lotta al ribasso». E ai precari almeno l'ascolto andrebbe riconosciuto visto che quella delle generazioni precedenti, che avevano detto «studiate e starete meglio di noi», afferma Di Nicola, «è stata una promessa mancata». E una società che non mantiene le promesse, conclude, «è una società che mostra la propria decadenza».  

«Il futuro è a colori, se si sanno sfruttare le opportunità»: la deputata Irene Tinagli sprona a reinventarsi

In un mercato del lavoro in cui i giovani fin dall’inizio temono di non poter entrare, rincorrendo magari per anni lo stesso lavoro senza guardare alle altre opportunità che hanno intorno, Irene Tinagli invita a osare: uscire da casa, incontrare gente, viaggiare e sbagliare. Per provare a costruire il proprio futuro. Nel libro «Un futuro a colori – scoprire nuove opportunità di lavoro e vivere felici» racconta la sua storia, da un paesino di provincia fino al Parlamento: passando per la Bocconi, poi una specializzazione negli Stati Uniti, la cattedra all’Università Carlos III di Madrid e la candidatura, due anni fa, nella lista di Scelta civica. Oggi la neoquarantenne Tinagli racconta le storie di chi ce l'ha fatta: Articolo 36 ha deciso di fare una "radiografia" del suo ottimismo.Partiamo dal sottotitolo, «Scoprire nuove opportunità di lavoro e vivere felici»: la sua visione sul mondo del lavoro è positiva?Lo è se uno guarda le dinamiche che si sono create negli ultimi anni grazie all’emergenza di nuovi settori e di innovazioni tecnologiche, e allora si vedono le opportunità che si aprono. Poi è chiaro che ci sono ambiti che stanno soffrendo e probabilmente dovranno ancora attraversare periodi di crisi. Sono tante le definizioni, da «bamboccioni» a «choosy», date ai giovani incapaci di staccarsi dalla famiglia di origine.Penso siano state affrettate: non hanno saputo cogliere i cambiamenti strutturali che erano alla base di questi fenomeni e le loro cause. Il fatto che questo fosse la manifestazione delle difficoltà oggettive delle nuove generazioni a cogliere le opportunità nel mondo del lavoro. Ci sono poi anche fenomeni giornalistici che magari ci costruiscono sopra dei casi e colgono la definizione che funziona meglio per suscitare un dibattito. Scrive che la scuola continua a insegnare sempre le stesse cose mentre il mondo cambia: parte della colpa della crisi economica italiana è da ricercare anche in questo?Penso di sì, nella scuola e nella società italiana che non ha saputo coltivarla come una leva di crescita. Abbiamo la forza lavoro meno qualificata di tutto il mondo occidentale, un tasso di istruzione, non solo di laurea, tra i più bassi persino nelle fasce più giovani. Questo secondo me ha fortemente condizionato la capacità dell’Italia di cogliere le opportunità legate alle nuove tecnologie, ai nuovi settori emergenti, alle competenze innovative. Le abbiamo colte peggio perché avevamo una società e un sistema delle imprese in ritardo sul fronte dell’istruzione e delle competenze tecniche e scientifiche.Perché in Italia si investe così poco nell’istruzione? Ci sono vari elementi e uno di questi è connesso alla nostra struttura economico produttiva. Da sempre legata al manifatturiero tradizionale e in quel tipo di struttura probabilmente le competenze legate all’istruzione, scientifiche e culturali, sono state meno valorizzate, sia dal mondo dell’economia sia dagli stessi politici che hanno sottovalutato l’importanza e l’impatto dell’istruzione nello sviluppo economico. Oggi nel ruolo di parlamentare, cosa pensa dovrebbe fare il Governo per rilanciare istruzione e cultura? Operare su due binari: una riforma profonda di come funziona la scuola a tutti i livelli e un’attenzione maggiore alle politiche economiche che determinano i modelli e le traiettorie di sviluppo del nostro sistema produttivo. L’istruzione per troppo tempo ha giocato in difesa. E parliamo delle basi più profonde su cui si regge: programmi, valutazione, merito, autonomia scolastica, capacità di adeguarsi nelle strutture e nei contenuti. Questi sono i veri nodi su cui non abbiamo fatto progressi: il modo di insegnare i programmi sono gli stessi da 50 anni. Bisogna intervenire ma cambiare anche il modello di sviluppo economico del nostro paese. Le due cose sono collegate. Se non rendiamo il settore economico più moderno sarà difficile creare una sinergia positiva tra istruzione e mondo del lavoro. Parla di asimmetrie informative che non consentono a tutti i giovani di vedere le opportunità che hanno di fronte: di chi dovrebbe essere il compito di ridurle? La scuola stessa potrebbe avere un ruolo importante nel rendere i giovani più consapevoli delle scelte che devono fare. Può farlo se supportata da un sistema pubblico che agevola la realizzazione di questi servizi di orientamento. Poi ci sono anche interventi normativi che possono aiutare. Faccio un esempio banale: se tutte le università per qualsiasi corso di laurea fossero costrette a pubblicare le statistiche sulle probabilità dei loro laureati di trovare lavoro a uno - due anni e le probabilità di carriera, sarebbero informazioni importanti per aiutare i giovani a scegliere. Sarebbe un segnale di trasparenza per ridurre questa asimmetria informativa: chiunque potrebbe accedere a quel tipo di informazione. Poi andrebbero diffuse le dinamiche economiche e occupazionali. Ci potrebbe essere una bella collaborazione potenziale tra ministero del lavoro e dell’istruzione per fare in modo che alle scuole arrivino delle informazioni precise su quali sono i settori che crescono di più. Si possono fare tantissimi interventi perché al momento attuale su questo fronte c’è una tabula rasa. Scrive che qualcosa nel mondo politico sta cambiando, con parlamento e premier tra i più giovani di sempre. È un cambiamento di facciata, lontano dall’Italia reale?  Mi auguro di no, questo ricambio che oggettivamente c’è stato dovrà anche calarsi in azioni concrete. Chiaramente è una cosa che ha bisogno di tempo perché possa realizzarsi. Certo, le cose devono essere accompagnate anche da elementi qualitativi di merito. Così come non basta una laurea presa ovunque per essere competenti e bravi, non basta essere giovani per avere la capacità di cambiare il Paese. In questo ricambio generazionale un trentenne può garantire una maggior volontà di cambiare le cose e credo che sia già un gran passo avanti. Fino ad oggi abbiamo avuto dei limiti proprio di volontà con una classe politica molto autoreferenziale. Già il fatto che ci sia voglia di un ricambio generazionale è positivo, ma non sarà sufficiente perché servono competenze forti, preparazione, voglia di valorizzare il merito delle cose in tutti i settori.Ritorna più volte il tema della cultura del fallimento: perché manca in Italia e cosa fare per svilupparla?  È difficile dirlo, probabilmente ha retaggi culturali profondi. Siamo abituati a guardare in bianco e nero: o sei un genio come Michelangelo o sbagli e sei un cretino. Non ci sono vie di mezzo, non si ammette il fatto che uno possa reinventarsi e che ci possa essere un percorso fatto di ostacoli e ricadute. Fa parte del nostro modo di intendere il talento: pensiamo sia una cosa innata. Ma anche il talento va coltivato. Penso che si possa cambiare questa cultura e si debba partire dalla scuola, se fin da bambini si cambia il modo di imparare e competere con gli altri, in modo che non sia un confronto sull’ultimo risultato finale ma sul percorso che si fa, sulla capacità di imparare dagli errori e capire che il talento non è una caratteristica fissa dell’individuo ma una cosa che si può e si deve migliorare. Andrebbero coinvolti anche i media, nel modo di presentare le storie di successo e di insuccesso. Si passa dall’osannare il personaggio pubblico a linciarlo due mesi dopo perché ha sbagliato qualcosa. Sono tutti meccanismi che andrebbero cambiati per aiutarci a vivere gli errori come una parte del percorso di crescita individuale e professionale. Dal libro si capisce che non crede alla generalizzazione della “fuga dei cervelli” … Sono andata all’estero e ho visto che tutti i Paesi si lamentano perché le persone più istruite se ne vanno come se fosse un danno, ma fa parte dell’evoluzione della società e del mercato del lavoro. Le competenze circolano, ma è bene che succeda: come possiamo pensare di crescere e ammodernare i nostri sistemi se le persone non si formano anche così, conoscendo altri paesi, sviluppando le proprie potenzialità dove è meglio. Se confrontiamo la mobilità fisica delle persone, anche di quelle più qualificate, con quella delle merci, la prima è minima rispetto alla seconda. Sicuramente la mobilità delle persone crescerà, ma non è una cosa che deve spaventare: è un’opportunità per migliorare le nostre competenze. Poi è chiaro: ci sarà una competizione tra Paesi su chi è capace di attrarre talenti stranieri. Però non è un problema della persona che se ne va, ma del Paese che dovrebbe essere accogliente verso i cervelli. Nel libro suggerisce di costruire ponti, approfittando di tutte le occasioni per conoscere gente nuova e trovare l’occasione della vita. Lo studio serve solo fino a un certo punto? Lo studio serve, perché se ti crei dei canali con delle persone ma sei un incompetente, allora quelle impareranno solo questo e non ti daranno delle opportunità. Se però sei una persona bravissima, ma non esci mai di casa, non parli con gli altri, nessuno sa quello di cui sei capace, chiaramente diventa molto più difficile scovare queste opportunità e farsi apprezzare. È un binomio che va coltivato, competenza e capacità, ma hanno bisogno anche di un po’ di megafono. Incita i giovani a provarci, sbagliare, crederci, ma mai abbattersi. È questo il punto di discrimine per raggiungere i propri obiettivi? Direi che questo è davvero un punto cruciale: chi ha la determinazione di non buttarsi giù, di reinventarsi, alla fine trova la sua strada. Se una persona invece si lascia abbattere dalla convinzione che tutto è molto difficile, raramente riuscirà. Anche perché tutta l’energia che ha la butta in pensieri negativi. E si preclude l’opportunità di scoprire nuove strade. Pensando già da prima che non ci sono. Poi ovvio ci sono tante variabili, non voglio scaricare tutto sull’individuo, ma uno può cambiarle. Le leve che abbiamo a disposizione sono tante e spesso non le usiamo tutte.Lei scrive che Marissa Mayer, ad di Yahoo a 37 anni, dichiarò che il miglior consiglio mai ricevuto fosse “Trova il tuo ritmo”. Il miglior consiglio che, invece, lei hai ricevuto e darebbe ai giovani qual è? “Ricordati che la tua vita e la tua carriera non sono uno sprint ma una maratona e non devi guardare alle persone che hai vicino, se hanno fatto un metro in più”. Bisogna immaginarsi in un orizzonte lungo, senza farsi abbattere. Pensare che se questi 100 metri non si fanno al meglio, magari nei prossimi le proprie capacità verranno fuori. Guardare sempre alla visione complessiva delle cose perché è l’unico modo per superare la negatività del momento. La carriera non si esaurisce nell’oggi, ma è un percorso: il lungo respiro è il modo che ti aiuta ad affrontare le difficoltà temporanee.

800 iscritti a UniCredit StartLab: tutti under 40 ma non solo digitale

Sono 783 le start-up che hanno preso parte ad UniCredit Start Lab, programma di accelerazione per start-up che mette in palio un finanziamento a fondo perduto da 10mila euro per i 4 vincitori. Oltre alla possibilità di essere selezionati da UniCredit per un prestito da 250mila euro.Aperta nel febbraio scorso, l'edizione 2014 del progetto che l'istituto di credito rivolge alle nuove aziende è stato presentato nel corso di 15 eventi in altrettante città italiane, coinvolgendo 150 tra università, incubatori, investitori, mentor e aziende. Delle quasi 800 domande di partecipazione inviate, il 57% è arrivato da imprese già costituite. Il requisito è che fossero operative da meno di tre anni. Mentre il restante 43% è composto da idee di start-up, ancora tutte da concretizzare.È la Lombardia, con 211 domande, a fare la parte del leone. Buon risultato anche per la Sicilia, che ha visto arrivare 54 progetti. Più in generale, la geografia della partecipazione al bando UniCredit Start Lab vede una forte partecipazione delle regioni del Nord-Ovest, con ben 273 candidature, seguita dal centro Italia con 265 applicazioni. Staccati il Nord-Est con 101 progetti presentati e il Sud, da dove sono arrivate solo 86 proposte, la maggior parte delle quali come detto dalla Sicilia.Da segnalare altri due dati. Il primo riguarda l'età dei partecipanti: il 66% di chi ha deciso di partecipare al bando ha tra i 22 e i 40 anni, mentre il 33% ha tra i 18 ed i 22 anni. Gli over 40 rappresentano appena l'1% degli iscritti a questa competizione. Segnale del fatto che lo start-up d'impresa è materia per giovani, anche se la legge 221/2012 non pone l'età tra i requisiti per la definizione di start-up innovativa. E del resto non è alla normativa che UniCredit ha scelto di rifarsi per individuare le aziende da sostenere. «Intendiamo start-up in un'accezione più ampia di quella fissata dalla norma», spiega Paola Garibotti, responsabile dell'ufficio Country Development Plans dell'istituto bancario, «oltre all'innovazione di prodotto, a noi interessano anche quella di processo e di modello di business». Inoltre, mentre per l'iscrizione alla sezione speciale del registro imprese le aziende devono essere operative da meno di cinque anni, in questo caso il limite viene abbassato a tre.L'altro dato interessante che emerge leggendo i nomi dei partecipanti riguarda il settore di attività, numeri dal quale emerge che le start-up non sono solo digitali. È vero, il settore dedicato all'Ict ha registrato il 41% delle domande, ma non è il primo. Il 42% delle domande, infatti, ha riguardato la sezione Innovative made in Italy, services & industrial, cappello sotto il quale rientrano la moda, i materiali innovativi, le nano tecnologie e la robotica. Sanità e prodotti medicali seguono con il 9%, chiude il settore delle energie rinnovabili con l'8%. Tutte le candidature sono ora all'esame di una giuria, che indicherà i quattro vincitori per l'inizio di ottobre.Ciascuna riceverà un contributo a fondo perduto da 10mila euro, potrà partecipare alla Startup Academy promossa da UniCredit e avrà accesso al programma di mentoring promosso dall'istituto bancario. Ma non sono questi i premi più significativi messi in palio. Il progetto è infatti promosso in collaborazione con alcuni incubatori di impresa, come H-Farm, M31, Lventure Group, TTVenture, Digital Magics e Como Next. E ognuna di queste realtà avrà un proprio rappresentante in giuria chiamato, oltre che a stabilire i vincitori, anche a scovare le idee più interessanti e maggiormente in grado di affrontare il mercato. A loro sarà proposto un finanziamento da 250mila euro, sostenuto da UniCredit e dai singoli incubatori. Non si tratterà di un contributo a fondo perduto ma, spiega Garibotti, «di un prestito convertibile, rimborsabile in un'unica soluzione dopo 7 anni». A ottobre le 783 realtà partecipanti sapranno se la giuria crede nel loro futuro. E se vuole sostenerlo concretamente.Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.it

Con Spillover imparare la scienza è un (video)gioco da ragazzi

Insegnare la scienza ai ragazzi attraverso un videogioco. Di questo si occupa Spillover, ultima creatura di Selene Biffi. Nata 32 anni fa a Monza, si è laureata alla Bocconi di Milano ed ha conseguito un master tra lo University College di Dublino e l'Universidad de Deusto, in Spagna. Ha lavorato sia in India che in Afghanistan, diventando un punto di riferimento per tutto l'ecosistema. Tanto che l'allora ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera la volle nella task force che elaborò il dossier Restart Italia!, dal quale è nata la legge 221/12. Spillover è la quinta azienda fondata da Biffi. La prima fu nel 2005 YAC, piattaforma di elearning che forniva corsi online gratuiti per i giovani di 130 Paesi del mondo, quindi venne Forgotten Diaries, portale di citizen journalism per raccontare i conflitti dimenticati. Dopo essere stata in Afghanistan per conto delle Nazioni Unite, nel 2010 ha fondato Plain Ink, organizzazione attiva in Italia e in India che racconta, tramite fumetti e libri per bambini, strategie di lotta alla povertà. Lo scorso anno ha aperto a Kabul The Qessa Academy, scuola che insegna ai ragazzi disoccupati il mestiere di cantastorie. E sempre lo scorso anno ha lanciato Spillover.Se c'è un filo conduttore in questa biografia così densa è la diffusione della conoscenza. «Ho sempre lavorato in contesti nei quali l'istruzione è difficile e ho toccato con mano la differenza che può fare. Io cerco di sopperire a quei bisogni che non vengono colmati dalla scuola», racconta via Skype dalla Singularity University, in Silicon Valley, dove è impegnata in un programma di formazione di dieci settimane. Al quale partecipa grazie ad un premio ottenuto dalla sua ultima start-up. «In realtà è un'idea che avevo in mente da due anni, continuo sul fil rouge del mio lavoro negli ultimi dodici: l'istruzione non formale, tutto quello che non è scolastico». Nata a settembre 2013, il mese successivo è stata presentata allo Smau di Milano. Anche se il primo videogioco è stato lanciato ad aprile del 2014: protagonista della storia un agente segreto che deve ritrovare alcuni scienziati per riuscire a sconfiggere l'Ombra. Giocando i ragazzi - il videogame è pensato per i bimbi dagli 8 anni in su - imparano alcuni principi scientifici. Il modello è quello freemium: un'anteprima gratuita e la versione completa in vendita a 3,59 euro.Disponibile al momento solo per iPad: «abbiamo già ottenuto risultati interessanti in termini di download, ma non facciamo disclosure». Così come resta top secret, ma questa volta per contratto, l'importo del finanziamento seed che questa start-up ha ottenuto da AngelLab Ventures. «Posso dire che questi fondi mi hanno permesso di creare un team di otto persone e di uscire con un primo videogioco nel giro di sei mesi». La squadra di Spillover conta alcune figure full time, come il programmatore, altri in collaborazione, come gli illustratori. Iscritta nel registro delle start-up innovative come azienda a vocazione sociale, i prossimi passi di questa realtà sono la pubblicazione di nuove storie e la creazione di una versione per il web e di una per gli smartphone, visto che ad oggi è utilizzabile solo da chi usa i tablet di casa Apple.A Selene Biffi però è impossibile non chiedere come giudichi l'impatto della legge sulle start-up che ha contribuito a scrivere: «Credo che i frutti siano sotto gli occhi di tutti» afferma: «siamo i primi in Europa ad avere una legge sul crowdfunding, poi ci sono gli sgravi fiscali, la riduzione del costo del lavoro, gli incentivi per l'investitore. Ed anche la certificazione per gli incubatori, che specifica tutti i servizi che queste realtà devono fornire». Eppure c'è chi dice, come il presidente della Fondazione Mind the Bridge Alberto Onetti, che quella delle start-up è una bolla che preso esploderà. «Sono d'accordo, c'è stato un boom sia in termini di nuove aziende che di concorsi e competizioni dedicate». E se questo fermento è positivo, «il problema è a monte ed è di tipo culturale: mancano la formazione e la mentalità. Quando dico queste cose divento impopolare: tutti possono fare start-up, ma non nel tempo libero. Si tratta di lavorare 15 ore al giorno, senza guadagnare dei soldi, per cercare di creare un prodotto che forse funziona e forse no». E allora l'idea di diventare imprenditore in un Paese dove la disoccupazione giovanile è al 36% è appetibile. Ma «il discrimine tra chi lo fa davvero e chi cerca lo status sono i sacrifici che si fanno per tirar fuori la propria idea».Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.it

JobPricing, il portale che dice se lo stipendio è giusto

Siete sicuri che il vostro stipendio sia in linea con il mercato? Avete ricevuto un’offerta di lavoro e non riuscite a valutare se è il caso di cambiare? Pensate di aver diritto a un aumento, ma volete averne conferma? Nel complesso mondo delle retribuzioni spesso aziende e lavoratori fanno fatica a orientarsi, e a capire se gli stipendi siano adeguati alle capacità e alle mansioni dei dipendenti. Per fornire loro un punto di riferimento  è nato JobPricing, un nuovo portale che fornisce risposte a queste e altre domande. Per i privati il servizio è gratuito: inserendo alcuni dati all’interno del calcolatore del sito, il lavoratore potrà verificare se la sua retribuzione è sullo stesso livello di quella percepita dai colleghi che lavorano nel suo stesso settore. L’idea di lanciare JobPricing, che è partito a giugno e ha già ricevuto oltre 100mila visite, è venuta a Mario Vavassori, esperto di retribuzioni e  autore, insieme al giornalista Walter Passerini, del libro “Senza soldi” (Chiarelettere 2013), che attraverso un’analisi dei dati sugli stipendi del settore privato ha fornito un quadro preciso del depauperamento dei salari negli ultimi dieci anni. Vavassori ha fondato, nel mese di aprile 2014, la società di consulenza HrPros, che gestisce il portale JobPricing e fornisce altri servizi di consulenza nell'ambito delle risorse umane.«Nel nostro portale», spiega, «disponiamo di informazioni su oltre un migliaio di mestieri, tutti codificati e descritti in modo sintetico: così ogni lavoratore può riconoscersi nell'attività che svolge». Una volta selezionata la tipologia di lavoro, l’interessato deve poi «aggiungere alcuni elementi, come la dimensione dell’azienda e la città, che contribuiscono a completare il suo profilo. Dopo aver inserito tutti i suoi dati, il lavoratore può verificare lo scostamento tra la sua retribuzione e il benchmark di riferimento per quella posizione. La banca dati viene aggiornata periodicamente». Il sito, sottolinea il fondatore, «è in grado di rilevare e calcolare anche le differenze tra le buste paga di un lavoratore dipendente e di un altro lavoratore inquadrato con un contratto di tipo diverso».Il servizio si riferisce ai lavoratori del settore privato: «Gli stipendi del settore pubblico vengono calcolati in base a meccanismi sulla carta trasparenti», commenta Vavassori. «Questo non toglie che un dipendente pubblico possa comunque rivolgersi al nostro portale per confrontare le retribuzioni, perché esistono mestieri comparabili nel settore pubblico e in quello privato». Ad esempio, aggiunge il fondatore di JobPricing, «di recente abbiamo effettuato una comparazione tra gli stipendi di alcuni dipendenti della Camera dei Deputati, come elettricisti e sistemisti, con i salari applicati per le stesse qualifiche da un’azienda medio-grande, paragonabile per numero di dipendenti a Montecitorio». I risultati sono stati sorprendenti: «L’entità della retribuzione dei dipendenti della Camera non è maggiore della media: il problema è che quasi tutti sono inquadrati al livello massimo della scala retributiva. Se nel settore privato il 90% dei dipendenti è nella fascia medio-bassa, nel pubblico avviene il contrario: sono quasi tutti nella fascia più elevata». Usando il portale, il lavoratore è in grado di comprendere se viene pagato il giusto grazie a un servizio particolare. «Mettiamo in risalto quali sono le imprese che pagano meglio: dopo che il lavoratore ha inserito il nome della sua azienda, il nostro algoritmo mette in evidenza un elenco delle cinque aziende nelle quali la sua posizione viene retribuita meglio. Normalmente si tratta di multinazionali, quelle che si posizionano nella fascia più alta delle retribuzioni. In questo modo JobPricing non "dice" al lavoratore che forse è il caso di cercare altrove, ma glielo fa capire», sottolinea il fondatore del portale.Anche per le aziende JobPricing può rappresentare uno strumento utile, per verificare ed eventualmente rivedere le proprie politiche retributive. «Mentre per i lavoratori il servizio è gratuito, per le aziende prevediamo di introdurre, a partire dai primi di settembre, un tariffario in base al tipo di servizio richiesto. Per un prodotto standard la tariffa base partirà da 19 euro, come un’app», fa sapere Vavassori. «Il nostro modello di business è questo: raccogliamo informazioni, le organizziamo, le “puliamo” e ne ricaviamo indagini sul mercato del lavoro. Le nostre sono informazioni utili per capire come si comportano le aziende nei confronti del personale». Comparare le retribuzioni dei propri dipendenti con quelle praticate da un concorrente può essere importante per definire l’approccio da adottare nei confronti del personale. «Noi forniamo alle aziende il benchmark di riferimento sul quale calibrare le proprie politiche retributive. Se l’impresa paga poco i suoi dipendenti, rischia di perderli; se invece vuole trattenere una persona, deve pagarla bene, ma anche investire sulla sua motivazione», spiega Vavassori. L’intento di JobPricing è rendere il mercato del lavoro più trasparente. «Le informazioni che i lavoratori ci forniscono gratuitamente sono preziose, e vengono usate per migliorare le condizioni di lavoro di tutte le persone che svolgono la stessa attività. Ci ispiriamo a esperienze come quelle dei portali americani Salary.com o Payscale.com, che coprono un mercato ben più ampio di quello italiano», racconta il fondatore del portale. «Per il futuro il nostro obiettivo è estenderci anche ad altri Paesi europei, a partire da Francia, Spagna, Germania e Inghilterra, che contiamo di raggiungere nell’arco di un anno. La nostra piattaforma è già predisposta per un utilizzo multilingua». JobPricing debutta in Italia in un momento particolare, in cui la crisi fa sì che chi ha un lavoro difficilmente pensi a cambiarlo, anche se non è ben retribuito: «Di questi tempi, i lavoratori cercano di tenersi stretto il lavoro che hanno, indipendentemente dal livello retributivo», conferma Vavassori. «Tuttavia da da qualche mese a questa parte abbiamo rilevato una tendenza: sempre più persone hanno ricominciato a fare ricerche per capire se ci sono opportunità migliori altrove. Non è ancora un fenomeno evidente, ma abbiamo raccolto segnali in questo senso».

Vuoi fare l'editore indipendente? La strada è in salita, ma non impossibile

Una semplice domanda, «ma tu che lavoro fai?», ha negli ultimi tempi mandato in crisi una generazione - quella alle prese con lavori precari, spesso a progetto, rinnovati, con nomi diversi. Per alcune professioni poi quella domanda è quasi una condanna: schiere di musicisti, scrittori, designer e in generale quasi tutti i professionisti dell'arte e della cultura si sono sentiti ribattere innumerevoli volte «Sì, ma di mestiere?». A fare un po' di chiarezza rispetto al mondo dell'editoria adesso ci pensa un libro, «Ma tu che lavoro fai?» ne è appunto il titolo, scritto da Luana Lupo e Stefano Nicosia per le Edizioni di Passaggio. «Abbiamo scelto di parlare di questo lavoro arginando, per una volta, tutte le discussioni relative alla crisi dell’editoria per far emergere proprio le storie e il lavoro vero di chi fa i libri» spiega ad Articolo 36 Luana Lupo. «La volontà era quella di raccontare questo mestiere non solo ai colleghi ma anche a un pubblico di non addetti ai lavori». Obiettivo centrato, visto che a comprare il libro sono stati finora per la maggior parte persone esterne al mondo editoriale, che durante le manifestazioni e le fiere si sono incuriosite vedendo il libro e hanno deciso di approfondire l’argomento. Il lavoro dell’editore nel testo viene raccontato come una “storia collettiva”, riportando le dichiarazioni di tutti i mestieri che ne entrano in relazione, e restituendo la giusta coralità. «Abbiamo scelto istintivamente gli editori che ci piacciono perché amiamo i loro libri e a partire da questi abbiamo incontrato i vari protagonisti, quindi anche librai e scrittori, per dare voce a tutti» spiega l’autrice «Poi abbiamo effettuato una sorta di montaggio. Attraverso le loro parole, le mie e quelle di Stefano abbiamo costruito un racconto. Non volevamo fare un manuale, ma un racconto. Quindi il nostro testo doveva riuscire a montare bene le varie storie per offrire a nostra volta un punto di vista». L’obiettivo del libro è «testare a che punto è questo settore professionale» affrontando alcuni dei problemi “interni” come quello della distribuzione. Il quadro che affiora è quello di un’editoria che si trova a un punto cruciale: «È difficile fare previsioni. Quello che è certo è che è giunto il momento di reinventarsi. Magari imparando da quello che molte piccole librerie stanno facendo, ad esempio non vendendo solo libri» spiega l’autrice ad Articolo 36 «Ma cercando di capire che cosa può accompagnarli per riuscire a sopravvivere in un periodo di contingenza così difficile». Nel libro sono tante le parole usate per cercare di descrivere quello che l’editore fa, non fa o dovrebbe fare e per sintetizzarlo Lupo usa una parola: «filtro». Perché l’editore è colui che fa filtro, anche culturale. «L’editore indipendente ha un progetto dietro, non pubblica libri, ma è i libri che pubblica. Perciò deve svolgere questo ruolo di selezione e responsabilità». La stessa parola usata in «Ma tu che lavoro fai?» anche da Claudia Tarolo e Marco Cassini, rispettivamente della Marcos y Marcos e della Minimum Fax, entrambi convinti che il compito dell’editore contemporaneo sia quello di assumersi delle responsabilità e decidere cosa far conoscere. «Già nel momento in cui l’editore sceglie la propria linea editoriale sceglie una strada che deve seguire con coerenza nel corso degli anni con i libri che pubblica. Sceglie una via e un certo tipo di lettori. La strada scelta sarà un faro che i lettori seguiranno: così si creerà un rapporto di fiducia». Uno dei tratti che più di tutti fuoriesce dal testo è l’entusiasmo e la passione di chi vive di questo mestiere. Stessi elementi che permettono di superare i momenti bui e reinventarsi per continuare a fare questo lavoro. «Le difficoltà però restano» racconta Lupo ad Articolo 36, «come quella di spiegare ai propri genitori, come scrive Giorgio Vasta nell’introduzione, “che lavoro fai”. È una domanda spiazzante. E la passione da sola non basta per continuare a fare gli editori. Mentre c’è questa sorta di romanticismo legata al mondo dei libri, per cui se già una cosa ti piace si ripaga da sé. Ma non è così: un riconoscimento per quello che fai è giusto, come per gli altri lavori». L'aspetto che forse più di tutti colpisce leggendo il libro è quello della vita media di un titolo - che oggi si è talmente ristretta da non arrivare a più di 42 giorni. Poco più di un mese in cui si gioca tutto il successo o l’insuccesso di un testo. «Trovare una soluzione è difficile. Servirebbero cambiamenti strutturali del sistema editoriale. Ma questa vita brevissima delle novità è veramente disarmante, perché dopo 40 giorni un libro viene reso». A quel punto l’unica soluzione per acquisire visibilità resta quella di intrattenere rapporti diretti con le librerie indipendenti, rafforzando questo connubio. Il rischio apparente è che anche in questo modo, accorciando la filiera del libro, si producano le stesse storture create dalle grandi catene di librerie. Ma Luana Lupo su questo punto è sicura: «Lo si fa in modo diverso. Ad esempio inventandosi degli eventi dove si fa realmente la promozione della lettura. Come abbiamo raccontato con il connubio tra la libreria Piazza Repubblica di Cagliari e l’editore Marcos y Marcos che hanno inventato Letti di notte, la notte bianca delle librerie in tutta Italia. Solo stringendo rapporti di fiducia con le librerie si riescono a intrattenere rapporti anche con i lettori. Ma non vedo lo stesso meccanismo che ha determinato i grandi gruppi a detenere anche le librerie di catena». Gli autori, poi, richiamano anche la politica, chiedendo iniziative economiche di sostegno all’editoria che siano chiare, coerenti ed efficaci. Diversamente da quanto successo fino ad ora. E Luana Lupo lancia un monito: «Per aiutare la piccola editoria il governo non dovrebbe soffermarsi sugli sconti, perché vanno a vantaggio solo dei grandi gruppi. Ma ragionare in un’ottica di promozione della cultura e della lettura. Puntando molto sulle biblioteche e le scuole perché è lì che si dovrebbero formare nuovi lettori».Lupo e Nicosia non dimenticano di affrontare altre due tematiche di dibattito quotidiano ormai tra editori e librai indipendenti: la sovrapproduzione di libri e l'esigenza di una decrescita. «Pubblicare meno per pubblicare meglio», dice l'autrice, perché solo producendo meno libri l'anno si ha la possibilità di seguirne tutto il percorso di vita, dalla pubblicazione alla diffusione e vendita nelle librerie. Perché la crisi negli ultimi anni ha minacciato sempre di più la vita dei libri ed è proprio per questo che molte case editrici hanno adottato la politica della decrescita. Richiamando le idee di Serge Latouche, anche se in questo caso si preferisce parlare di bibliodiversità. Proporre quindi un'editoria slow, con un ritmo di lavoro «meno veloce, meno ipertrofico, meno isterico». Ai giovani che si vogliano avvicinare a questo mestiere bisogna ricordare che la strada di questi tempi non è semplice, che «si può vivere di questo lavoro ma è complicato sopratutto per le piccole case editrici» dice Lupo. Anche se potrebbe sembrare che non servano nuovi editori, c'è sicuramente bisogno di nuove idee di progetto e di qualità. Per queste ci sarà sempre spazio, e quindi possibilità di farcela, nel mondo dell'editoria.