Categoria: Editoriali

Esperienze di lavoro prima dei 25 anni: giusto ministro, ma ci vuole una nuova legge sugli stage curriculari

Qualche giorno fa il ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza ha parlato di raccordo tra formazione e lavoro. Lo ha fatto al Forum Ambrosetti, in un intervento a porte chiuse, da cui è filtrata però questa dichiarazione: «Non voglio più che gli studenti italiani arrivino a 25 anni senza aver mai lavorato un solo giorno nella loro vita». Una frase importante, che merita una «scannerizzazione».  Primo: parliamo di lavoro in senso stretto o lavoro in senso lato? Se parliamo di lavoro in senso stretto, significa che il ministro stava pensando ai piccoli lavoretti che si possono fare durante gli studi. Quelli che in effetti molti giovani fanno per mantenersi, o per arrotondare, o per rendersi un po' indipendenti. Si può fare il barista la sera, o il promoter nel fine settimana. Si può fare il dogsitter, portare le pizze a domicilio, si possono fare traduzioni se si padroneggia bene una lingua, oppure dare ripetizione ai ragazzini un po' somari, oppure programmare siti internet. Sono appunto «lavoretti»: di solito autogestiti, spesso scarsamente codificati (leggi: in nero), e sopratutto - nella stragrande maggioranza dei casi - per nulla attinenti con gli studi del giovane. Si tratta di modi informali  con l'obiettivo non tanto di entrare nel mondo del lavoro, quanto di guadagnare qualcosina. Il che è di per sé molto importante: i primi soldi guadagnati autonomamente sono una tappa cruciale nella transizione alla vita adulta. Sapere, nello spenderli, esattamente quanto sono costati in termini di tempo, energia, lavoro, conferisce a quei soldi un valore totalmente diverso rispetto alla stessa somma fino a quel momento elargita da mamma e papà a mò di paghetta.Dunque, se il ministro si rivolgeva ai ventenni incitandoli a questo tipo di lavoro, lavoro in senso stretto, tu fai qualcosa per il quale guadagni un po' di denaro, intendeva lanciare un invito ad anticipare l'emancipazione economica. Ragazzi, muovetevi e guadagnatevi qualche soldo anche da soli, che lavorare è istruttivo.Ma più probabilmente il ministro Carrozza parlava di lavoro in senso lato. Riferendosi cioè alle esperienze "on the job" che possono essere svolte dagli studenti durante gli studi, rubando un po' di tempo alle aule universitarie e ai libri. Percorsi formativi che vengono definiti "stage" o "tirocini" e che permettono ai giovani di farsi le ossa. Qui partiamo da un presupposto totalmente diverso. E cioè che i giovani non debbano «lavorare», ma «imparare lavorando», cioè mettere in pratica ciò che fino a quel momento hanno studiato sui libri, applicandolo all'interno di una vera realtà lavorativa che prende il nome tecnico di «soggetto ospitante» e che può essere un'azienda privata, un ufficio pubblico, un'associazione non profit, ma anche un negozio, un albergo, una carrozzeria, uno studio professionale… e così via.Il secondo step di questo presupposto è che i giovani, dato che non lavorano in senso stretto bensì imparano "on the job", non debbano essere né contrattualizzati né pagati. Il tirocinio viene dunque formalizzato non attraverso un contratto di lavoro, bensì attraverso una semplice convenzione di stage, con un "progetto formativo" allegato dove vengono elencate le mansioni che lo stagista andrà ad apprendere e tutti gli aspetti tecnici dello stage, a cominciare dalla durata e dal luogo di svolgimento. Non essendovi contratto, non vi è ovviamente retribuzione né contribuzione: a volte è prevista una piccola somma mensile a titolo di rimborso spese forfettario, che non va assolutamente confusa con uno stipendio e che si può tutt'al più definire "indennità di partecipazione".Ora, se quando il ministro Carrozza ha pronunciato la frase in questione, «Non voglio più che gli studenti italiani arrivino a 25 anni senza aver mai lavorato un solo giorno nella loro vita», si riferiva non a un «lavoro» ma più genericamente a una «esperienza di lavoro», è chiaro che volesse intendere gli stage. E date le sue competenze e gli altri elementi della frase - gli «studenti italiani» e il riferimento anagrafico ai «25 anni» - è altrettanto chiaro che volesse parlare di ragazzi impegnati in esperienze di stage durante il periodo di studio. Di giovanissimi che fanno gli ultimi anni di scuole superiori (dunque 17-18enni) e di giovani che frequentano l'università (tra i 19 e i 24 anni, più o meno). Il contatto con il mondo produttivo, a scuola e all'università, si costruisce quando queste agenzie formative creano un raccordo con il "fuori", specialmente con sul proprio territorio, e organizzano in favore dei propri studenti delle esperienze protette di lavoro, limitate nel tempo per non ostacolare l'apprendimento in classe o in aula. Tirocini, appunto.Quando queste esperienze sono svolte nell'ambito di un istituto superiore si parla di "alternanza scuola-lavoro"; passando all'università la terminologia cambia, ed entrano in campo i "tirocini curriculari". Curriculari deriva da «curriculum studiorum»: il riferimento è al piano di studi che ogni studente deve seguire e ai cfu, i crediti formativi universitari, che deve accumulare per potersi laureare. Pressoché ogni attività universitaria è quantificata in cfu: gli esami, le tesine, la partecipazione ai corsi. E talvolta anche i tirocini: vi sono alcuni corsi di laurea infatti che obbligatoriamente prevedono che gli studenti debbano farne uno, o più d'uno, per poter ottenere il titolo.A dirla tutta, spesso gli stessi corsi di laurea prevedono una scappatoia, permettendo a quegli studenti che non avessero la possibilità o la voglia di svolgere il tirocinio richiesto di ottenere lo stesso numero di cfu in un altro modo, per esempio sostenendo un esame aggiuntivo.In questi ultimi anni, poi, il significato di "tirocinio curriculare" si è modificato, fino ad arrivare a una "istituzionalizzazione" ad opera sostanzialmente delle Regioni e della Corte costituzionale, che sulla differenza tra curriculare ed extracurriculare hanno poggiato le une la battaglia, l'altra la decisione finale in merito alla competenza normativa in materia di stage. Col risultato - folle secondo la Repubblica degli Stagisti e molti altri, ma al momento immodificabile - che le Regioni hanno visto sancire la potestà normativa in materia di tirocini extracurriculari, e hanno cominciato a sfornare ciascuna la sua legge regionale (per fortuna, con le linee guida della Conferenza Stato - Regioni a fungere da amalgamatore).Ma i curriculari? Per quelli la potestà normativa resta allo Stato. E per la cronaca al momento c'è un buco nero: una vacatio legis gravissima, che riguarda un numero impressionante - e non ben definito, anche perché per questo tipo di stage il Ministero del Lavoro qualche anno fa attraverso una circolare ha pensato bene di eliminare l'obbligo di comunicazione al centro per l'impiego, vigente invece per gli extracurriculari - di giovani ogni anno. Studenti di scuole superiori (pochi), studenti universitari (moltissimi e in continuo aumento, come emerge anche dalle ultime indagini di Almalaurea), studenti di master e corsi di formazione (che talvolta hanno un numero di ore di stage addirittura superiore al numero di ore di lezione in aula). Qualcosa come 200mila stage curriculari ogni anno, 21mila solo dalle università milanesi nell'anno 2010.Insomma, quando il ministro Carrozza dice di volere che gli studenti italiani arrivino a 25 anni con qualche esperienza di lavoro nel curriculum, sta dicendo loro di fare (anche) qualche stage. Il che va bene: ma allora il suo ministero deve al più presto mettersi al lavoro ed elaborare una nuova regolamentazione per i tirocini curriculari, che metta i giovani e le aziende in condizione di potersi incontrare e "testare", e che contemporaneamente prevenga l'abuso di questo strumento.Anche perché i tirocini curriculari in questo momento, con la vacatio legis, sono più appetibili che mai. E man mano che le leggi regionali sugli extracurriculari entreranno in vigore in tutte le Regioni, con il loro portato di diritti a favore degli stagisti (a cominciare dal rimborso spese minimo obbligatorio), lo diventeranno sempre di più. I tirocini curriculari insomma rischiano di diventare i tirocini di serie B, così come i contratti atipici sono diventati i contratti di serie B del mercato del lavoro. Urge una virata per evitare questa deriva, per assicurare alle centinaia di migliaia di studenti italiani la possibilità di fare esperienze di lavoro prima dei fatidici 25 anni in condizioni di decenza.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche- Subito una legge statale sui tirocini curriculari: appello al ministro Carrozza- Diritto allo studio e ricambio generazionale dei docenti, gli obiettivi della neoministro all'Istruzione → su Articolo 36 - Tirocini, la Regione Lombardia scopre le carte: normiamo anche i curriculariE anche:- Tirocini, tempo scaduto. Ma metà delle Regioni italiane non ha legiferato

Giornalismo d'inchiesta e minacce di querela, tra intimidazioni e diritto di cronaca

«L'articolo incriminato è del tutto privo di portata diffamatoria. Inoltre il contenuto complessivo del testo, per veridicità della notizia, rilevanza pubblica e rispetto di limiti di continenza, appare immune da rilievi sul piano della illiceità penale (cfr memoria difensiva nell'interesse della indagata Voltolina Eleonora, che qui si intende integralmente richiamata e pienamente si condivide)».     Ci sono nel mondo due tipi di giornalisti. Quelli che trattano argomenti neutri, scrivendo cose più o meno importanti, ma senza conflitto. I loro articoli possono piacere o a volte non piacere, in qualche caso far storcere il naso, ma non feriscono e non scatenano sentimenti di rappresaglia. Sono articoli che raccontano fatti di cronaca, o di costume, o di spettacolo, o di sport, o di ogni altro argomento dello scibile umano «notiziabile».C'è chi fa questo tipo di giornalismo meglio e chi peggio, come in tutti i mestieri: in ogni caso, esso è essenziale per informare, approfondire, divertire. Dirò di più: spesso è proprio grazie a questi articoli che si vende un giornale, o che una trasmissione ottiene il top di share.Poi ci sono i giornalisti che fanno le inchieste. E le inchieste, da quelle grandi stile Report a quelle piccole dei giornali di provincia, hanno un obiettivo: far emergere una situazione critica. Anche qui ovviamente c'è chi fa questo mestiere bene e chi lo fa meno bene: c'è chi spinge sull'acceleratore del patetismo e chi invece si limita a lasciar parlare i fatti; c'è il giornalista che si vuole mettere in mostra, ed essere la primadonna della sua inchiesta, e quello che invece sta dietro e lascia la parola ai testimoni e il commento agli esperti. In ogni caso di solito chi è - o appare - responsabile della situazione critica non è contento che l'inchiesta venga pubblicata, o vada in onda. Al giornalista scrupoloso sta il dovere di offrire a tutte le parti la possibilità di spiegare le proprie posizioni e punti di vista: spesso però questa offerta viene rifiutata, e allora si pubblica quello che c'è. Capita che dopo la pubblicazione, talvolta molto dopo, talaltra addirittura prima, la controparte metta in atto delle azioni per dissuadere la testata dal proseguire questa o quella inchiesta, minacciando azioni legali e richieste di risarcimento come una spada di Damocle. Dunque chi fa le inchieste deve non solo trovare le notizie, verificarle dieci volte più degli altri, e dieci volte più degli altri fare attenzione al rigoroso rispetto dei limiti di pertinenza, continenza e interesse generale nella costruzione del suo lavoro. Deve anche continuamente difendersi da minacce esplicite e implicite.Quando ho cominciato a fare la giornalista, ho avuto ben chiaro che la mia via sarebbe stata quella più accidentata. Che avrei dato fastidio e che avrei subito pressioni.Non è un giudizio di merito, una classifica di giornalisti più o meno bravi, più o meno utili. Ci vogliono in un sistema mediatico - e allargando lo sguardo: in un paese democratico - gli uni e gli altri: per soddisfare le esigenze di tutti i lettori, dare la notizia del ritorno di Kakà al Milan con tutti i retroscena e i commenti dei notabili del calcio, e dare però anche quella dei rifiuti tossici seppelliti in Campania o del concorso truccato attraverso cui un ospedale ha nominato primario un incapace, però raccomandato. Un giornalista è sempre un giornalista, deve svolgere il suo lavoro secondo il codice deontologico sia che intervisti George Clooney sia che raccolga la testimonianza di un immigrato clandestino messo a lavorare in nero in qualche campagna. Ma obiettivamente, purtroppo, chi fa giornalismo d'inchiesta si espone di più. E qui, attenzione, mi limito a parlare delle forme di pressione per bloccare il lavoro di un giornalista che si collocano nel perimetro della legalità; e tralascio, perché sarebbe un argomento troppo lungo e importante per poterlo riassumere in poche parole, il caso di minacce illegali, intimidazioni, agguati cui tanti giornalisti sono sottoposti, specialmente tra quelli che scrivono di criminalità organizzata. Mi concentro quindi solo su quelle azioni che stanno nel grande insieme delle «minacce di querela» e che, se approdano in un'aula di tribunale, tecnicamente vengono definite «liti temerarie».Ricordo bene la prima trafila di minacce che scaturì da un articolo, pubblicato nella sezione «Help» della Repubblica degli Stagisti. Ricordo il cuore in gola ricevendo le telefonate ed email di minaccia, la consapevolezza di aver toccato un nervo scoperto ma la determinazione a non recedere. Ricordo le rassicurazioni ai collaboratori. Ricordo l'ansia della prima lettera di minaccia di querela per diffamazione a mezzo stampa vergata da un avvocato, step 2 del climax delle pressioni, con una richiesta di risarcimento a quattro zeri se non avessimo immediatamente cancellato dal sito gli articoli sgraditi: richiesta rimandata al mittente, affidandoci a un studio legale esperto che ancora ci segue in queste vicende. Oggi la scorza è più dura, e una telefonata minatoria o una lettera mellifluamente minacciosa di un avvocato scivolano addosso con più facilità: ma beninteso, non sono mai piacevoli da ricevere.È però utile sapere che la particolarità delle minacce di querela è che... Raramente si trasformano in querela. La maggior parte delle volte, per fortuna non solo dei giornalisti ma anche dei tribunali oberati di lavoro, le minacce restano minacce. Svelandosi per quello che sono: semplici tentativi "o la va o la spacca" di non far uscire una notizia sgradita. Perché per portare un caso in tribunale bisogna avere qualche prova concreta: che appunto la stragrande maggioranza delle volte manca a chi accusa. Le minacce assumono quindi una doppia essenza quasi paradossale; da una parte sono pesanti e ancor più odiose, in quanto concretamente - come ha sostenuto recentemente anche l'associazione Articolo21 - sono degli atti intimidatori per impedire a un professionista di portare a termine il suo lavoro. Ma dall'altra sono anche leggere, quasi evanescenti: perché lasciano il tempo che trovano, secondo il detto dei cani che abbaiano molto ma che poi non mordono.Qualche minaccia, però, diventa realtà. Questo accade di solito in due casi - a volte sovrapposti, a volte no. Il primo è quello di una controparte potente. Una persona abbiente, un'azienda con un ufficio legale pagato in pianta stabile. Qui il meccanismo é semplice: la causa parte perché la controparte non ha problemi di denaro, e può sostenere le spese legali di una controversia, anche se con possibilità minime di successo. Il secondo caso è quello che ci siano, in effetti, elementi diffamatori nel prodotto giornalistico contestato; elementi evidenti e rilevanti, che permettono a chi si sente diffamato di avere la ragionevole aspettativa di vedersi riconosciuta in tribunale la ragione, magari anche con un risarcimento economico.Facendo questo lavoro si scopre presto che si tratta di una piramide rovesciata, o meglio, di un imbuto. Per 1000 minacce arrivano 100 lettere di avvocati, per 100 lettere di avvocati arrivano 10 querele. E poi le querele possono prendere due strade: essere archiviate, il che vuol dire che il pm e poi il giudice chiamati a valutare la consistenza delle contestazioni si convincono senza ombra di dubbio che non c'è ragione di procedere contro la testata; oppure possono arrivare al rinvio a giudizio. In questo secondo caso, col rinvio - quando il giornalista da «indagato» diventa «imputato» del reato di diffamazione - comincia il vero e proprio processo, in cui ognuno porta le sue prove. Il giornalista e l'editore ovviamente vengono chiamati a giustificare la correttezza del loro lavoro, e poi il giudice decide, emettendo la sua sentenza di condanna o di assoluzione.Quel che è successo a me finora, in sette anni di professione, è di aver ricevuto decine di intimidazioni, minacce, richieste di non pubblicazione o di cancellazione. Solo una volta ho dovuto accondiscendere a cancellare un'inchiesta già pubblicata, e detto per inciso: non perché avessimo torto, tutto quel che era riportato negli articoli contestati corrispondeva a verità; semplicemente, purtroppo, non avevamo più la documentazione, le «pezze d'appoggio» come si dice in gergo, perché erano passati anni dalla messa online e avventatamente non le avevamo mantenute nel nostro archivio. Lezione che ci é servita, perché oggi non gettiamo via nemmeno più un singolo appunto.Tutte le altre richieste pervenute in questi sette anni alla redazione della Repubblica degli Stagisti, ora allargata con la nascita di Articolo36 e di NextHR, sono state sempre sistematicamente rimandate al mittente, con la consapevolezza di essere in grado, in caso di querela, di difendere fino all'ultimo il nostro operato giornalistico di fronte ai giudici.Delle decine di minacce ricevute, una sola si è tramutata in reale querela. Per evitare di rinfocolare la polemica, evito qui di fare riferimento esplicito all'articolo "incriminato", e mi limito ad essere contenta, molto contenta di quelle tre righe che accompagnano la richiesta di archiviazione scritta dal pm e accolta dal giudice, e che ho riportato in testa a questo articolo. Quelle tre righe sono un balsamo per tutte le ore passate a vivisezionare gli articoli per controllare l'appropriatezza di ogni parola e la fondatezza di ogni affermazione, scrivere memorie difensive, fare riunioni con gli avvocati. Ma attenzione. Avere ottenuto ragione, per la nostra testata giornalistica, ha avuto un costo. Un costo umano: resistere alle pressioni, mantenere la calma. Un costo professionale: utilizzare ore del proprio lavoro per difendere il proprio operato passato, anziché lavorare sugli articoli futuri. E un costo economico: perché giustamente gli avvocati vanno pagati. Ma se una testata non ha grande forza umana, resistenza professionale,  solidità economica, che fine fa? In effetti, più una testata è piccola ed economicamente debole, più è esposta e vulnerabile rispetto alle minacce. Con il risultato prevedibile che alla prima lettera di un avvocato correrà ai ripari, sospendendo il lavoro del giornalista o cancellando l'articolo sgradito; e per il futuro cercherà di limitare al minimo le inchieste, e quando le farà, si accerterà di spuntare le unghie in modo che graffino il meno possibile.Come ripristinare una situazione accettabile, con il giusto bilanciamento tra il diritto alla privacy e alla reputazione e quello all'informazione? Per esempio prevedendo pene severe per le querele temerarie, sia in caso si vada in giudizio e il processo finisca con l'assoluzione del querelato, sia in caso al dibattimento non ci si arrivi neppure, perché la querela - come in questo mio caso - viene archiviata. Il malcostume tutto italico della minaccia «Vi querelo!» usata per paralizzare l'attività giornalistica può essere stradicato infatti solo introducendo pene pecuniarie molto elevate per chi porta inutilmente in tribunale una testata giornalistica, con il preciso intento di impedirle di fare il suo mestiere. E che queste somme non vadano alla "cassa delle ammende", bensì direttamente alle testate chiamate incautamente in giudizio, per ripagarle del danno subito e renderle un po' più forti - e in grado di difendersi - in vista del successivo attacco.La libertà di stampa, in un Paese, si misura anche da questo.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Nasce Articolo36: una testata online dedicata al lavoro precario, sottopagato, gratuito

Nuove tutele per gli stage: meno opportunità, ma migliori. Giovani, ci state o no?

Capita, quando viene introdotta una nuova legge, che a lamentarsene siano proprio i cittadini che ne risultano beneficiari, o comunque potenzialmente «beneficiandi». Non c'è da sorprendersi, quindi, che da settimane sul wall del gruppo Repubblica degli Stagisti su Facebook vada avanti un dibattito acceso rispetto alle nuove norme sui tirocini extracurriculari in fieri, e sopratutto sull'effetto prodotto dalla novità della «congrua indennità» obbligatoria prevista dalla riforma Fornero, concordata in sede di Conferenza Stato-Regioni e ora in discussione in pressoché tutti i consigli regionali d'Italia. La critica che arriva da alcuni giovani - perlopiù aspiranti stagisti che, avendo già concluso il percorso di studi, non possono più accedere ai tirocini curriculari - è semplice: «con questa storia del rimborso obbligatorio le aziende ci chiudono le porte in faccia». In sostanza l'introduzione di una misura economica minima a favore degli stagisti - pochi spiccioli, tra 300 e 600 euro al mese a seconda delle Regioni - viene osteggiata proprio da chi quei soldi potrebbe tra qualche mese percepirli.Del resto, era prevedibile una reazione di irrigidimento da parte di quelli che tecnicamente si chiamano «soggetti ospitanti», vale a dire le realtà pubbliche, private e non profit che hanno ospitato, ospitano e ospiteranno tirocinanti. Questi soggetti sono stati abituati per un quindicennio a poter godere di stagisti in maniera assolutamente gratuita: la legge precedente, il dm 142/1998, non prevedeva infatti alcun obbligo in questo senso. Gli stage «retribuiti» - definizione comune ancorché sbagliatissima usata per definire quelli per i quali viene erogato un rimborso spese forfettario mensile assimilabile a uno stipendio o meglio, a livello fiscale, «a reddito da lavoro dipendente» - lo sono ad oggi non per legge, ma per generosità, lungimiranza, senso di responsabilità (e talvolta un pizzico di opportunismo) del soggetto ospitante. Una scelta autonoma, dunque, svincolata da obblighi normativi.Ma qualcosa, si diceva, sta cambiando. Almeno per quanto riguarda i tirocini extracurriculari, quelli svolti cioè al di fuori di un percorso di studi, i provvedimenti più recenti stanno spingendo verso un'altra direzione. Dopo la Toscana, pioniera un anno e mezzo fa con la sua legge regionale, e l'Abruzzo che l'ha seguita a ruota, ci sono stati l'intervento della Fornero e gli accordi sottoscritti da tutte le Regioni in sede di Conferenza Stato - Regioni. Questi accordi prevedono che entro meno di un mese, cioè entro la fine di luglio, ciascuna Regione recepisca le linee guida e introduca dunque l'obbligatorietà di un compenso minimo a favore degli stagisti.Ed é qui che scatta l'irrigidimento di alcuni soggetti ospitanti. Che, abituati come si diceva a poter disporre di stagisti a piacimento senza il minimo obbligo di corrispondere una indennità economica, adesso puntano i piedi per resistere alla novità. E - chi con le parole chi coi fatti - lanciano un messaggio che suona come una minaccia: «Attenzione perché noi gli stagisti eravamo disponibili ad accoglierli solo se per noi non rappresentavano un costo. Se ora voi inserite l'indennità obbligatoria, noi chiudiamo le porte. E a rimetterci saranno i giovani che non avranno l'opportunità di fare esperienza nelle nostre realtà». Un discorso meschino, ma efficace.Tanto é vero che i primi alleati di questi datori di lavoro anti indennità sono proprio alcuni aspiranti stagisti. Che si rivoltano contro lo Stato, «reo» di aver previsto una tutela in più che prima non esisteva e che mira a liberarli dall'ingiustizia di dover fare stage senza il diritto di percepire un seppur minimo compenso. È l'annoso problema: abbracciare o rigettare l'antico detto «piuttosto che niente, meglio piuttosto»? I giovani italiani vogliono questa tutela, anche accettando che per un periodo di assestamento le aziende e gli enti riducano le posizioni di stage aperte?Noi della Repubblica degli Stagisti abbiamo preso una posizione molto tempo fa. L'abbiamo scritta nella nostra Carta dei diritti dello stagista e promossa di fronte a politici, imprenditori, sindacalisti, giornalisti. Secondo noi meglio pochi stage, ma buoni. Realmente formativi. Con un minimo di possibilità di sbocco occupazionale. E sì, con un minimo di indennità che almeno non costringa i tirocinanti a rimetterci di tasca propria. Questo vuol dire una contrazione dei posti di stage? Per noi va bene, perché abbiamo visto cosa ha voluto dire, negli ultimi anni, privilegiare la quantità a scapito della qualità. Il numero degli stage è raddoppiato dal 2005 ad oggi, eppure la percentuale di assunzioni al termine dell'esperienza formativa è precipitata (oggi sta a un misero 10%), e il fronte dei giovani che si sono sentiti sfruttati e che sono usciti delusi dalla propria esperienza di stage si è ingrossato a vista d'occhio. Dunque, sì, per noi va bene che venga introdotto un compenso obbligatorio per tutti gli stagisti extracurriculari. Anzi, auspichiamo che ne venga introdotto uno anche per i tirocini curriculari e per i praticantati, i tirocini per l'accesso alle professioni. E se questo vorrà dire qualche stage in meno, amen. E se questo vorrà dire qualche realtà che smetterà di ospitare stagisti, amen. Ne faremo a meno, e senza grandi rimpianti. Per noi un'impresa privata o un ente pubblico o uno studio professionale o anche una organizzazione non profit che non è in grado di tirare fuori 300 euro al mese per remunerare uno stagista non solo non è socialmente responsabile, ma non è nemmeno sana. Chi dice che non può permettersi l'indennità probabilmente vuole usare gli stagisti per tappare i buchi e poter disporre di manodopera - o cervellodopera - a costo zero. C'è chi ritiene che anche queste opportunità siano preziose, perché in un modo o nell'altro, anche se sfruttati, anche se privi di ogni minima tutela economica, i giovani qualcosina lo imparano sempre. Ecco, noi non consideriamo queste opportunità preziose. Le consideriamo al ribasso. Le consideriamo al di sotto della soglia della decenza. E non le rimpiangiamo. Pensiamo che gli stage gratuiti possano essere accettabili solo in due casi: quando sono rivolti a soggetti giovanissimi - minorenni, studenti delle scuole superiori - oppure debolissimi, come portatori di gravi handicap, carcerati, tossicodipendenti.In tutti gli altri casi, che sono la stragrande maggioranza, vogliamo che i giovani italiani possano accedere a percorsi formativi on the job di qualità, dove l'apporto da loro fornito - ancorché in formazione - venga riconosciuto anche attraverso un minimo di compenso. E voi da che parte state?Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Senza soldi non ci sono indipendenza, libertà, dignità per i giovani: guai a confondere il lavoro col volontariato- Tirocini extracurriculari, linee guida approvate: le Regioni legiferino entro luglio- Leggi regionali sui tirocini: si va verso il caos e l'anarchiaE anche:- Appello al ministro Bonino: subito un rimborso per gli stagisti Mae Crui, i soldi già ci sono

Subito una legge statale sui tirocini curriculari: appello al ministro Carrozza

Oggi la Cgil lancia una campagna nazionale per i diritti degli stagisti: «In una ventina di città sono in corso presidi e volantinaggi» spiega la responsabile politiche giovanili della Cgil Ilaria Lani «per sollecitare le Regioni e per lanciare la nostra campagna volta a coinvolgere i giovani in merito ai tavoli che si stanno aprendo con le Regioni». La campagna si sviluppa su tre direttrici: «Stage? Questa volta me la paghi», focalizzata sulle indennità mensili minime di almeno 300 euro che dovranno essere introdotte entro luglio dalle singole Regioni, in ottemperanza alle linee guida concordate a gennaio in sede di Conferenza Stato-Regioni; poi «Stage? Esigo una spiegazione», che sottolinea il carattere prettamente formativo dell'esperienza di tirocinio, e infine «Stage? Datevi una regolata», che dà il nome all'intera campagna e che fa riferimento appunto alle leggi regionali in fieri.La Repubblica degli Stagisti sceglie questo giorno per rilanciare il suo allarme. Le leggi regionali prossime venture di cui parla la Cgil, basate (alcune più, altre meno fedelmente) sulle linee guida Stato-Regioni, riguarderanno solamente i tirocini qualificati come "extra curriculari". Lasceranno fuori  tutti i "curriculari", cioè quelli fatti da studenti. Nel dettaglio, secondo una circolare del ministero del Lavoro sono definibili come curriculari tutti gli stage che soddisfino contemporaneamente questi criteri: l’ente promotore è un’università o un ente di formazione abilitato al rilascio di titoli di studio; il soggetto beneficiario è uno studente di scuola superiore, università, master e dottorati universitari, o un allievo di istituti professionali e corsi di formazione; lo stage è svolto durante il percorso di studio, anche se non direttamente correlato all’acquisizione di crediti. Il problema è che le leggi in fieri prevedranno ovviamente un limite massimo di stagisti in proporzione ai dipendenti. Questo limite è "storicamente" pari al 10%: cioè se un'azienda ha 100 dipendenti può accogliere 10 stagisti al massimo. Ma attenzione: in questo numero massimo adesso vengono conteggiati soltanto i tirocini extracurriculari. Quelli curriculari no. Dunque questi limiti massimi di rapporto stagisti-dipendenti non sono più applicati computando tutti i tirocini, bensì solo per il numero di stage extracurriculari. Ciò vuol dire che oltre ai limiti indicati dalle singole legge regionale, ogni azienda potrà prendere in più altri tirocinanti curriculari. Quanti, non è dato sapere: con il rischio che raddoppi, o addirittura triplichi, il numero massimo di stage svolti contemporaneamente presso le aziende. Si apre cioè la porta a un enorme incremento degli stagisti. Con la precedente normativa di riferimento, il decreto ministeriale 142/1998 che ha regolamentato per quindici anni la materia stage, i tirocinanti venivano conteggiati tutti insieme e sul numero totale veniva fatta la proporzione (con un massimo appunto del 10%) con il numero di dipendenti del soggetto ospitante. Ora tutto è nel caos. Le Regioni, supportate dalla Corte Costituzionale, si sono battute per affermare il proprio diritto a esercitare una competenza esclusiva in materia di tirocini: ma solo quelli extracurriculari. Si sono date o si stanno dando nuove leggi per regolamentarli. Ma in tutto questo, i tirocini curriculari da chi saranno regolamentati? Da questa premessa scaturisce l'appello al neoministro dell'Istruzione  Maria Chiara Carrozza: urge un intervento statale immediato. Non basta monitorare che le Regioni elaborino entro la fine di luglio delle provvedimenti regionali sui tirocini extracurriculari. Bisogna che il governo elabori al più presto una legge sui tirocini curriculari, per scongiurare il pericolo della vacatio legis ed evitare che centinaia di migliaia di giovani possano subire le conseguenze di una stolta e gravissima mancanza di regole. Ponendo rimedio a una delle tante storture generate dall'aver preteso di suddividere gli stage curriculari da quelli extracurriculari, assegnando addirittura a ciascuno dei due insiemi un differente referente competente per legislazione. Aver stabilito a tavolino che gli stage extracurriculari siano di competenza regionale e che quelli curriculari siano invece di competenza statale è una follia: la Repubblica degli Stagisti porterà avanti l'istanza di riunificare la competenza in materia di tirocini, cancellando la scriteriata differenziazione e sopratutto la biforcazione della competenza normativa, perché ritiene che non abbia nessuna connessione con la realtà. Se differenziazione di trattamento vi deve essere, che essa sia basata sulla durata dello stage (come in Francia, dove per esempio tutti gli stage di durata superiore ai 2 mesi sono sottoposti al vincolo di almeno 430 euro mensili di compenso, mentre quelli di durata inferiore ne sono esentati). Ma certamente gli stage devono avere una normativa onnicomprensiva e omogenea: altrimenti i controlli diventano impossibili, i monitoraggi ingestibili, gli abusi troppo facilmente camuffabili. Il caso del numero massimo di stagisti è l'esempio più lampante della situazione di caos che si sta consolidando e che va debellata prima che si cronicizzi.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Leggi regionali sui tirocini: si va verso il caos e l'anarchia- La Toscana approva la nuova legge sugli stage: per la prima volta in Italia il rimborso spese diventa obbligatorio- Tirocini extracurriculari, linee guida approvate: le Regioni legiferino entro luglioE leggi anche:- Toscana / L'assessore: «Se con le nuove leggi i tirocini diminuiscono non è un male: scompaiono quelli truffa»- Marche / «Responsabilizzare i tutor e valorizzarli, anche attraverso un compenso»- Emilia / Ancora in alto mare, Cgil: «C'è disaccordo sulle linee guida»- Sicilia / La politica tace. E allora interviene il sindacato- Puglia / C'è già una bozza: «La approveremo entro luglio»- Campania / Il numero massimo di stagisti sarà il triplo del previsto

Leggi regionali sui tirocini: si va verso il caos e l'anarchia

Il viaggio della Repubblica degli Stagisti attraverso le Regioni italiane alla scoperta delle novità rispetto all'applicazione delle linee guida sui tirocini - e soprattutto all'approvazione di leggi o altri provvedimenti regionali in materia - è partito ormai oltre un mese fa. Certo, la strada è ancora lunga e per un censimento di tutte e venti le Regioni si dovrà aspettare l'inizio di luglio. Ma il quadro che già emerge è preoccupante.Vi sono molte Regioni che sembrano sottovalutare l'impegno sottoscritto in sede di Conferenza Stato - Regioni, e che risultano in enorme ritardo: Emilia Romagna e Sicilia, per dirne due, non hanno ancora nemmeno uno straccio di bozza di provvedimento regionale. Assessori, portavoce e consiglieri dribblano le critiche assicurando che entro il 24 luglio tutto sarà pronto: ma risultano non completamente credibili. Difficile che in poco più di due mesi si riesca, partendo da zero, a costruire una legge (o altro atto) regionale ben congegnato, a discuterlo e concordarlo con le parti sociali, ad approvarlo in aula e renderlo pienamente operativo. Dunque è ragionevole credere, purtroppo, che a fine luglio vi sarà un nutrito elenco di Regioni inadempienti: che non saranno state capaci cioè di regolamentare (o non avranno voluto farlo) la questione dei tirocini extracurriculari, formativi e di inserimento / reinserimento, così come avevano promesso formalmente di fare a gennaio.C'è poi un altro versante problematico, costituto da quelle Regioni (purtroppo, quasi esclusivamente meridionali) che stanno lavorando su bozze di regolamentazioni regionali, e dunque non sono in ritardo. Ma che in quelle bozze stanno includendo provvedimenti che si discostano in maniera significativa dalle linee guida concordate. Andando a snaturare, su determinati punti, la ratio stessa delle linee guida, e certamente non per favorire i più deboli, i giovani, bensì a tutto vantaggio dei soggetti ospitanti: enti pubblici e aziende private. Due esempi su tutti. Il primo: vi sono Regioni che stanno raddoppiando (Sicilia) o addirittura triplicando (Campania) il tetto massimo del numero di stagisti in proporzione al numero di dipendenti. Cioè un'azienda con un centinaio di dipendenti che fino ad oggi può prendere soltanto 10 stagisti, da domani potrebbe trovarsi - se i provvedimenti regionali siciliani o campani andranno in porto così come sono stati raccontati alla Repubblica degli Stagisti - la possibilità di accoglierne ben 20 o addirittura 30. Con il rovesciamento completo del concetto "pochi ma buoni", e un prevedibile ulteriore crollo del già bassissimo tasso di assunzione al termine dello stage (che in Sicilia è disperatamente ai minimi termini: meno dell'8%). Il secondo esempio: l'introduzione della "congrua indennità", insomma il rimborso spese obbligatorio a favore degli stagisti. Nelle linee guida c'è scritto che tale indennità dovrà essere fissata in almeno 300 euro lordi, ma le Regioni in un documento separato allegato alle linee guida si erano impegnate, nei loro singoli provvedimenti regionali, a non andare sotto i 400 euro. Invece, amara sorpresa: ve ne sono parecchie (Campania, Marche...) che stanno facendo marcia indietro rispetto a quel documento, e nelle loro bozze stanno indicando soltanto 300 euro come indennità minima. Il che vuol dire, è facile intenderlo, che in quelle Regioni gli stagisti extracurriculari avranno "diritto" a una cifra minima del 25% più bassa rispetto a quella che era stata loro promessa.Poi c'è la questione del periodo di transizione. Fintanto che ciascuna Regione non approva la sua legge, a quale normativa bisogna fare riferimento? Siamo in presenza di un vuoto normativo e dunque di una vacatio legis stile "liberi tutti"? Alcuni autorevoli esperti della materia avevano nei mesi scorsi sostenuto questa tesi, facendo riferimento alla sentenza della Corte costituzionale (n. 287/2012) che lo scorso dicembre ha sancito l'incostituzionalità dell'articolo 11 del dl 138/2011 - quello che riguardava appunto i tirocini -, ritenendolo lesivo delle prerogative delle Regioni. È di questi giorni invece un parere diametralmente opposto, espresso dalla Fondazione Studi dell'Ordine dei consulenti del lavoro in una circolare, secondo cui, invece, finché le Regioni non si muovono e non mettono in approvazione (e in funzione) le proprie regolamentazioni bisogna ancora far riferimento alla legge "mamma" dei tirocini, quella che ha regolamentato tale materia negli ultimi 15 anni. E cioè il decreto ministeriale 142/1998, che ha «efficacia immediatamente sostitutiva e diretta laddove manchi una normativa regionale, e ciò almeno fino a quando la Corte con sentenza specifica non dichiari incostituzionale tale normativa».Infine c'è il problema più macroscopico, di cui incredibilmente sembra che solo la Repubblica degli Stagisti si stia rendendo conto. Il numero massimo degli stagisti nelle aziende sta andando fuori controllo e fuori legge. Nel senso letterale della frase: questo numero massimo, finora fissato dal decreto ministeriale 142/1998, è destinato a scomparire, creando - qui sì, senza alcun dubbio! - un vuoto normativo di proporzioni enormi.Com'è possibile? È possibile perché le nuove leggi regionali basate (chi più chi meno) sulle linee guida concordate in Conferenza Stato-Regioni prevedono un limite massimo di stagisti in proporzione ai dipendenti. Questo limite massimo secondo le linee guida e alcune leggi regionali già vigenti (es. quella della Toscana) è pari al 10%: cioè se un'azienda ha 100 dipendenti può accogliere 10 stagisti al massimo. Ma l'inghippo è dietro l'angolo. Infatti in questo numero massimo vengono conteggiati, all'interno di ogni singolo soggetto ospitante, soltanto i tirocini extracurriculari. Quelli curriculari attivati presso il soggetto ospitante non sono computati nel numero massimo di tirocini attivabili. In parole povere, questi limiti massimi di rapporto stagisti-dipendenti non sono più applicati (come era invece prima secondo il dm 142/1998) computando tutti i tirocini. No: in questo caso, per la controversa e complicata questione della competenza regionale e della recente sentenza della Corte, questo limite vale solo per il numero di stage extracurriculari.Ciò vuol dire che oltre ai limiti massimi indicati dalle singole legge regionale, ogni azienda potrà prendere in più altri tirocinanti curriculari. Quanti, non è dato sapere. Ciò rischia di raddoppiare, o triplicare, il numero massimo di stage svolti contemporaneamente presso le aziende. Si apre cioè la porta a un enorme incremento degli stagisti. Ci si potrebbe interrogare sulla logica di una sentenza che ha preteso di dividere gli stage curriculari da quelli extracurriculari, come se fossero due mondi completamente separati, senza rendersi conto che gli stagisti una volta entrati nel "soggetto ospitante" si confondono, e non è che vanno in giro col cartellino "Io sono curriculare" e "io sono extracurriculare". Ma meglio lasciar perdere la polemica e affrontare il problema più grave e urgente. Se le Regioni stanno ponendo il limite massimo solo sui tirocini extracurriculari, che aspetta lo Stato a porlo su quelli curriculari?Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Nuove norme sui tirocini, in Sicilia la politica tace. E allora interviene il sindacato- Nuove regole sugli stage, Emilia ancora in alto mare. Cgil: «C'è disaccordo sulle linee guida»- Leggi regionali sugli stage, la Puglia ha già una bozza: «La approveremo entro luglio»- Stage, la Regione Veneto promette «Veglieremo sugli abusi»: ma l'indennità minima sarà bassa- Stage, prime ribellioni alle linee guida: in Campania il numero massimo di stagisti sarà il triplo del previsto

Un censimento degli stagisti e dei praticanti negli enti pubblici: appello al ministro D'Alia

Trasparenza sul numero degli stagisti - e dei praticanti - negli enti pubblici. Questa è la richiesta che la Repubblica degli Stagisti lancia al neoministro della Funzione Pubblica. Il numero dei giovani che fanno percorsi formativi e professionalizzanti in uffici pubblici, sia delle amministrazioni centrali sia degli enti locali, è infatti ignoto. E allora, dopo l'appello della settimana scorsa al ministro Emma Bonino per l'introduzione di una dignitosa indennità per gli stagisti del programma Mae-Crui (circa 2mila laureati ogni anno), oggi la sollecitazione è indirizzata all'avvocato Gianpiero D'Alia, chiamato dal premier Enrico Letta a guidare il ministero che una volta si chiamava "della pubblica amministrazione". Fedele alla sua linea, ai ministri del nuovo governo la Repubblica degli Stagisti non vuole chiedere la luna, ma azioni precise e immediatamente realizzabili.E allora: grazie all'Unione delle Camere di commercio si conosce in maniera abbastanza precisa il numero di persone che ogni anno fanno stage nelle imprese private - 305mila nel solo 2011 - ma invece quello di chi va negli enti pubblici è un punto di domanda. La Repubblica degli Stagisti stima che possano essere ogni anno tra 150 e 200mila: ma sulle ipotesi non si possono basare le buone politiche. Ci vogliono i numeri precisi. Per questo la richiesta al ministro D'Alia è semplice: se il ministero già dispone di questi dati, li renda pubblici. Magari semplicemente rispondendo a quell'interrogazione parlamentare che da oltre due anni giace nei cassetti della Camera: l'aveva posta all'inizio di aprile del 2011 la democratica Donella Mattesini (all'epoca deputata, poi rieletta a febbraio di quest'anno in Senato) all'allora ministro Brunetta. Interrogazione a tutt'oggi inevasa: «Non ci fu nessuna risposta», conferma infatti la parlamentare. Ma se invece - come la Repubblica degli Stagisti reputa purtroppo più probabile - anche il ministero non ha oggi idea del numero di stagisti e praticanti ospitati presso gli uffici della p.a., allora la richiesta è quella di avviare il prima possibile un monitoraggio. Per capire come comuni, province, regioni, ministeri, tribunali, università, agenzie ambientali, istituti previdenziali, asl, comunità montane e chi più ne ha più ne metta selezionino e utilizzino i loro stagisti. A fare tirocini in queste strutture è infatti un esercito di studenti universitari (si può ipotizzare che i cosiddetti "tirocini curriculari" nella pubblica amministrazione - comprese ovviamente le università stesse - siano circa 80mila ogni anno), cui si aggiunge un altrettanto nutrito esercito di neolaureati. Vi sono poi la categoria dei diplomati, quella dei laureati non "neo", e infine quella di chi fa master, corsi o scuole di specializzazione che al loro interno, o al termine, prevedono più o meno lunghi periodi di stage a completamento della formazione teorica.Come la Repubblica degli Stagisti denuncia a gran voce da anni, questi circa 200mila giovani che ogni anno entrano negli enti come stagisti danno una mano, imparano ma spesso anche insegnano - basti pensare alle competenze informatiche che a molti funzionari pubblici difettano - e sopratutto producono. Dalle piccole cose, le fotocopie le relazioni le tabelle excel, alle grandi cose, quando per esempio allo stagista vengono affidati compiti specifici da svolgere in autonomia, perché il personale è poco e il lavoro è tanto. E purtroppo, proprio lì dove il turnover è bloccato, gli stagisti rischiano più spesso di essere utilizzati per coprire i buchi. Sopravvive infatti purtroppo il mito dell'impiego pubblico, della serie "forse mettendo un piede dentro finisco per restare" - mito ormai palesemente falso, ma che ancora spinge un abnorme numero di ragazzi ogni anno ad accettare di lavorare gratis per lo Stato. Insomma, l'appello al ministro D'Alia è di sollevare il velo che da anni copre questa situazione e realizzare un "censimento" che permetta di sapere esattamente quanti sono gli stagisti e i praticanti negli uffici pubblici. Solo questo permetterebbe di comprendere meglio il fenomeno, e dunque di poter ragionare su questo tema conoscendone l'entità, e di poter elaborare politiche adeguate al riguardo.A questo appello la Repubblica degli Stagisti aggiunge un corollario. Un gesto di forte responsabilità, e certamente gradito dalle decine di migliaia di giovani che fanno stage extracurriculari negli enti pubblici, che il neoministro potrebbe fare sarebbe pronunciarsi in forte favore delle linee guida sugli stage e delle leggi regionali in via di approvazione. A questo proposito, cioè, sarebbe necessario che il ministro chiarisse la volontà degli enti pubblici di non sottrarsi ai nuovi paletti previsti dalle linee guida, sopratutto a quello che introduce l'obbligo di erogare una indennità minima agli stagisti extracurriculari. La pubblica amministrazione deve essere la prima a dare il buon esempio, a partire dal rispetto delle regole: è dunque ben poco onorevole trincerarsi dietro alla impossibilità di affrontare «nuovi o maggiori oneri per lo Stato». Tutti sanno che con qualche piccolo taglio di sprechi i pochi fondi necessari per assicurare un dignitoso rimborso spese ai propri tirocinanti potrebbero saltar fuori. Ministro, coraggio: gli stagisti delle pubbliche amministrazioni contano su di lei.Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Quanti sono gli stagisti negli enti pubblici? Ministro Brunetta, dia i numeri- Stage negli enti pubblici, il ministro Patroni Griffi: «Per il momento niente rimborso»- Stage negli enti pubblici, la proposta: che valgano qualche punto in sede di concorsoE anche:- Appello al ministro Bonino: subito un rimborso per gli stagisti Mae Crui, i soldi già ci sono- Solo un giovane su dieci viene assunto dopo lo stage: «il mondo deve sapere» anche questo

Appello al ministro Bonino: subito un rimborso per gli stagisti Mae Crui, i soldi già ci sono

Il governo Letta ha giurato meno di una settimana fa, e i nuovi ministri sono in carica. Ad alcuni di loro in particolare vuole subito rivolgersi la Repubblica degli Stagisti, chiedendo azioni precise e immediatamente realizzabili. La prima destinataria della whishlist è Emma Bonino, dall'altroieri a capo del ministero degli Esteri. La  questione è quella del programma Mae-Crui: quasi 2mila tirocini attivati ogni anno all'interno del ministero, alla Farnesina o nelle sedi sparse per il mondo - ambasciate, consolati, istituti di cultura - senza alcun rimborso spese. Esperienze on the job dunque completamente a carico dei ragazzi, o meglio delle loro famiglie, che sopratutto per mandarli in giro per il mondo spendono cifre molto alte. Eppure si potrebbe prevedere già oggi per questi giovani una dignitosa indennità (come peraltro previsto, in teoria, dalla riforma Fornero) senza generare «nuovi o maggiori oneri per lo Stato». La Repubblica degli Stagisti ha calcolato che per garantire 500 euro al mese a tutti i giovani Mae-Crui in forza presso la Farnesina e altre località europee, e 1000 euro al mese agli stagisti inviati verso destinazioni extraeuropee, sarebbe necessario avere a disposizione un fondo pari a 4 milioni di euro all'anno. Una cifra decisamente abbordabile, considerando che il bilancio del Mae ammonta a 2 miliardi di euro. E siamo anche in grado di dire dove questi soldi possono essere reperiti, perchè questi soldi - quantomeno virtualmente - già ci sono. Nella Nota integrativa alla legge di bilancio per l’anno 2012 e per il triennio 2012 – 2014 del Ministero degli Affari Esteri, sezione «Piano degli obiettivi per missione e programma», vi sono infatti due specifici obiettivi che dispongono complessivamente oltre 400 milioni di euro per il biennio 2013-2014. E tali obiettivi contengono voci pienamente compatibili con un esborso destinato a finanziare le indennità per gli stagisti. In particolare l'obiettivo 27 («Programmazione e coerenza della gestione delle risorse umane e finanziarie ed innovazione organizzativa») contiene la voce «preparazione degli aspiranti alla carriera diplomatica»: qui ci sono stanziamenti in c/competenza per la realizzazione dell'obiettivo (ovviamente di tutte le voci, non solo di quella indicata) pari a 35 milioni e mezzo di euro per il 2013 e 36 milioni e mezzo per il 2014. L'obiettivo 38 poi, «Promozione del Sistema Paese», al punto F prescrive al Mae di «curare le attività relative a borse di studio e scambi giovanili», e dunque permettebbe tranquillamente di utilizzare parte del relativo stanziamento a favore degli stagisti Mae-Crui, dal momento che molto spesso l'indennità per i tirocinanti viene inquadrata proprio come "borsa di studio". La Repubblica degli Stagisti è abbastanza convinta che, su oltre 200 milioni di euro complessivi (sommando cioè gli stanziamenti previsti per i due obiettivi indicati) per ogni anno, almeno un 2% sia rimasto "non impegnato" ed eventualmente "rimodulabile", e dunque possa essere utilizzato a questo scopo. Dunque, ministro Bonino, i denari ci sono. I suoi predecessori, i ministri Frattini e Terzi di Sant'Agata, non avevano  purtroppo dimostrato alcun interesse per le condizioni dei 2mila stagisti del ministero degli Esteri. Speriamo che la sua sensibilità sia differente, e che lei possa decidere di percorrere questa - o altre! - strade per reperire i 4 milioni di euro necessari a far proseguire il programma Mae-Crui introducendo un dignitoso rimborso per gli stagisti.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Mae-Crui, il ministero degli Esteri avrebbe già i fondi per l'indennità agli stagisti: ecco dove- Ministero degli Esteri, 555 stage Mae-Crui bloccati e non si capisce il perché- Stagisti Mae-Crui, grazie alla Camera il rimborso spese è (un po') più vicino- Tirocini Mae-Crui, la Crui non vuole rischiare che siano cancellati: forse perchè ci guadagna?E anche:- Ministero degli Esteri, ancora niente rimborso per i tirocini malgrado i buoni propositi della riforma- Stage, il ddl Fornero punta a introdurre rimborso spese obbligatorio e sanzioni per chi sfrutta- Quanti sono gli stagisti negli enti pubblici? Ministro Brunetta, dia i numeri

Stagisti in hotel e ristoranti, troppi o troppo pochi?

50mila. Tanti sono i giovani che ogni anno vanno a fare stage in bar, ristoranti, alberghi, campeggi, fast food: sono le imprese che in gergo tecnico si chiamano «servizi di alloggio e ristorazione» e «servizi turistici». E possono contare su due formidabili bacini, sempre stracolmi, da cui attingere: gli istituti alberghieri (e tutti le scuole di formazione simili) da una parte, i corsi di laurea in turismo e materie affini dall'altra. Pieni di giovani bisognosi di fare esperienza sul campo, durante gli studi e appena dopo.La notizia di oggi è che Federalberghi, l'organizzazione nazionale che rappresenta gli albergatori italiani, ha annunciato di aver depositato un ricorso al Tar contro le linee guida concordate a gennaio in sede di Conferenza Stato - Regioni sulla materia dei tirocini (non tutti: solo quelli extracurriculari).Scoprire di cosa si lamenta Federalberghi, però, è sorprendente: il ricorso, come riporta l'articolo di Fabio Savelli su Corriere.it, verte sulla proporzione tra numero di tirocinanti e numero di dipendenti. Perché, si chiederà qualcuno, le linee guida hanno per caso introdotto criteri più stringenti che in precedenza? Hanno ridotto il numero di stagisti ospitabili? Macché. Le linee guida, su questo punto, hanno ricalcato pedissequamente le norme precedenti, nella fattispecie il decreto ministeriale 142 del 1998 che per anni ha regolato tutti gli stage attivati in Italia.E allora di che si lamenta Federalberghi? La risposta che il direttore generale Alessandro Nucara affida a Savelli è questa: «Noi impugnammo già quella legge, perché ci sembrava già all'epoca necessario riconoscere al comparto turistico una deroga rispetto a quel principio. Molte aziende sono a conduzione familiare o sono piccole realtà. E così viene preclusa loro la possibilità di usufruire dei tirocinanti, in modo da formarli per un possibile successivo inserimento lavorativo». Vale la pena di "vivisezionare" questa dichiarazione, perché contiene molti aspetti interessanti.Il primo: Nucara dice che già Federalberghi anni fa impugnò quell'aspetto: si immagina dunque faccia riferimento alla 142/1998, e a un ricorso al Tar analogo a quello di oggi. Ma poiché la legge non è mai stata cambiata, si può intuire che quel primo ricorso sia andato perduto da Federalberghi. E allora perché, è lecito chiedersi, incaponirsi a presentare ricorso sempre sullo stesso punto? Il secondo: Nucara fa riferimento allo stage come preludio di un possibile «inserimento lavorativo». Purtroppo però i numeri raccolti annualmente dall'indagine Excelsior di Unioncamere sull'utilizzo dei tirocini in Italia raccontano un'altra storia: solo 7 stagisti su cento, nel settore «servizi di alloggio e ristorazione, servizi turistici», vengono poi assunti. Siamo ben tre punti percentuali sotto la già bassissima media, che si attesta al 10,2%. Alla luce di questi dati, l'«inserimento lavorativo» prospettato sembra più una chimera che altro.Il terzo: l'Italia è un paese letteralmente fondato sulle aziende familiari, le microimprese con pochissimi dipendenti. Perché mai il comparto turistico dovrebbe godere, rispetto a tutte le altre imprese simili, di una deroga alla normativa sugli stage?  Vi sono poi altre considerazioni a latere.Quel che in realtà forse spaventa molte aziende - in questo caso quelle rappresentate da Federalberghi - è l'imminente (si spera) introduzione dell'obbligo di erogare ai tirocinanti una indennità, che secondo le linee guida non dovrà essere inferiore a 300 euro al mese, ma che poi ciascuna Regione potrà quantificare in autonomia. A parte il fatto che al momento questo obbligo sussiste solo in Toscana e Abruzzo, le uniche due regioni ad aver introdotto - addirittura prima delle linee guida - provvedimenti regionali in questo senso; ma davvero si può credere che un albergo, un ristorante, un bar non abbiano 300 euro al mese da dare a uno stagista, come premio per il suo tempo e il suo impegno? C'è da chiedersi se sia sana un'azienda incapace di far fronte a una spesa simile.E c'è un altro punto delle linee guida che forse non va giù a Federalberghi: quello in cui si prescrive, «al fine di riqualificare l’istituto e di limitarne gli abusi», che i tirocinanti non possano «sostituire i lavoratori con contratto a termine nei periodi di picco delle attività» né essere utilizzati «per sostituire il personale del soggetto ospitante nei periodi di malattia, maternità o ferie né per ricoprire ruoli necessari all’organizzazione dello stesso». Perché i periodi di picco delle attività, ovviamente, potrebbero essere intesi come i periodi di alta stagione degli hotel e delle località di vacanza. Proprio quelli in cui qualche stagista (gratis) a dare una mano alla reception, alla cassa o al servizio ai tavoli fa più comodo. L'universo che sta dietro al ricorso annunciato oggi da Federalberghi contro le linee guida sui tirocini extracurriculari, insomma, è ben più complesso di quanto potrebbe sembrare. Ma la domanda in fondo è una: se non più tardi di qualche settimana fa Federalberghi lanciava l'allarme sulla crisi profonda del settore, che si concreta in minori introiti e dunque anche in minori posti di lavoro, perché oggi rivendica così aggressivamente la possibilità di avere più stagisti?Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Regioni, muovetevi: le vostre leggi sui tirocini devono essere pronte entro luglio- Indagine Excelsior, focus Tirocini / Stagisti in hotel, bar e ristoranti: se 55mila all'anno vi sembran pochi- Il capo degli ispettori del lavoro: «Se lo stage serve ad aggirare l'assunzione, noi la ordineremo

«Sta a noi, oggi, costruirci un domani migliore»: Rosina smonta gli alibi dell'Italia che non cresce

I lettori accaniti lo sanno: la prima pagina di un libro è la più importante. Leggendola si capisce il peso, la qualità, il mood di un testo. Se è scritta male, fumosa, ampollosa, complessa; se è banale, ripetitiva, noiosa; se arrivati in fondo ancora non si capisce di cosa parleranno i capitoli successivi, allora è ben probabile che non valga la pena di leggerlo, il libro.Invece la prima pagina de L’Italia che non cresce, sottotitolo «Gli alibi di un paese immobile», il nuovo saggio di Alessandro Rosina appena pubblicato da Laterza, è fulminante. Chiara come un manifesto, precisa come un bisturi, va direttamente al punto: «Si sente sempre più spesso dire che siamo un paese “senza futuro”. Non è vero», scrive l'autore, 44enne docente di Demografia alla Cattolica di Milano e presidente dell'associazione Italents. Così, semplicemente: «non è vero». Seguirà uno sproloquio buonista sul fatto che un futuro ce l'abbiamo e che non dobbiamo essere pessimisti? Macché.  «Non perché alla fine certamente ce la faremo (questo non è scontato, anzi), ma semplicemente per il motivo che il futuro prima o poi, implacabilmente, arriva. È quello che concretamente saremo fra 10, 20, 40 anni. La questione vera è quindi “quale futuro”. Quella in gioco è soprattutto la qualità della vita che ci attende». E questa qualità della vita di domani, dice Rosina, siamo noi a costruircela oggi, giorno per giorno: «Domani possiamo star peggio di oggi, non c’è nessuna legge di natura che lo impedisca, c’è solo l’azione politica e sociale che può rendere più o meno possibile un generale scadimento del benessere e delle opportunità». Dalla scelta di chi scegliamo a rappresentarci oggi - se competente o no, se onesto o no, se in grado di concepire e realizzare politiche efficaci o no - dipende il nostro futuro di domani. Avremo lavoro? Avremo pensione? Avremo equità sociale? Avremo servizi adeguati per bambini e per anziani? Avremo uno stato che funziona? Non dipende dal fato o da una palla di vetro. Dipende da ciascuno di noi: «Chi non prepara bene il terreno oggi e non semina con cura non può pretendere di raccogliere buoni frutti domani. Questo vale sia per i singoli che per il sistema paese».Già solo per questa prima pagina, il libro di Rosina vale la pena di essere letto. Nel resto del volume si parla di giovani sottopagati e sottoinquadrati, di neet, familismo, occupazione femminile. Di immigrati che - ben lungi dal «rubarci il lavoro» - sono una risorsa per il nostro Paese. Di invecchiamento e degiovanimento. Di tutto questo e molto altro si parla, e bene, a fondo, alternando i dati alle riflessioni. A dimostrazione che raramente la prima pagina di un libro inganna.Oggi, giovedì 21 marzo, presentiamo il libro a Milano: l'appuntamento è alle 14:30 all'università Cattolica (aula Pio XI°): nel dibattito, oltre all'autore, coinvolgeremo il consigliere regionale Fabio Pizzul e l'assessore alle Politiche sociali del Comune di Milano Pierfrancesco Majorino. Con l'obiettivo di demolire un bel po' di alibi, e far ripartire finalmente l'Italia con il piede giusto.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Restituire l’Imu o restituire un futuro ai giovani? Rosina, Garnero e Voltolina sostengono la Youth Guarantee- Cassa integrazione per i padri, stage gratuiti per i figli: la perversa disconnessione tra paga e lavoroE anche gli editoriali di Alessandro Rosina per la Repubblica degli Stagisti:- La raccomandazione dell’assessore per lavorare da Ikea: attentato alla merito(demo)crazia- 8 marzo: una festa celebrata da troppe casalinghe?- È giusto che i “figli di” sfruttino il vantaggio competitivo?

Abolire la legge Biagi e dare mille euro di sussidio a tutti: grillini, fate chiarezza sul programma e sulla copertura dei costi

Tutti parlano del Movimento 5 Stelle. È senza dubbio la notizia del momento, la sorpresa di queste elezioni: 109 deputati e 54 senatori fino a ieri sconosciuti - senza "storia politica" anche perché, per regola specifica, per candidarsi con Grillo non potevano averne fatta precedentemente, nè essere stati iscritti a partiti - eletti prima attraverso le "parlamentarie" online dalle persone registrate al sito di Beppe Grillo, e poi grazie alla valanga di voti ottenuti dal M5S due settimane fa. Tutti parlano del Movimento 5 Stelle. Alcuni aspetti di quest'onda nuova sono indubbiamente positivi, a cominciare dal fatto che nella maggior parte dei casi questi nuovi parlamentari sono giovani [la Repubblica degli Stagisti poco prima delle elezioni era riuscita ad intervistarne tre], e hanno contribuito fortemente ad abbassare l'età media di Montecitorio, e in qualche misura anche di Palazzo Madama. Tutti parlano del Movimento 5 Stelle: i riflettori sono puntati sul fondatore, Beppe Grillo, e la domanda più impellente è se l'accordo con il Partito democratico si farà, e di conseguenza se riuscirà a vedere la luce un governo Bersani appoggiato dai grillini fin dal voto di fiducia. I diretti interessati, i neodeputati e neosenatori del M5S, non si sbottonano. Sono (comprensibilmente) frastornati: tutti li cercano, tutti li vogliono. Parlano, per ora, molto poco con la stampa; e nella maggior parte dei casi alle domande rispondono «Andate a scaricarvi dal sito il nostro programma, lì ci sono tutte le risposte». Il programma si scarica in PDF attraverso una pagina del sito di Beppe Grillo. È un documento di 15 pagine, 13 se si escludono la copertina gialla con il logo del movimento e quella con l'indice. Sette voci: «Stato e cittadini» (una pagina), «Energia» (tre pagine), «Informazione» (due pagine), «Economia» (poco più di una pagina), «Trasporti» (una pagina), «Salute» (tre pagine), «Istruzione» (una pagina scarsa).Una notizia, a ben guardare, è che questa nuova e dirompente realtà non ha nel suo progetto politico la voce «Lavoro».  Qualche riferimento al tema si trova però nella sezione «Economia». Al quinto punto di questa pagina il programma recita: «Abolizione della legge Biagi». Nient'altro, però: non viene specificato da cosa dovrebbe essere sostituita la legge Biagi, se da un nuovo codice del lavoro o dal ritorno alla legislazione precedente - e in questo caso, a quale? Al pacchetto Treu del 1996? O ancora prima, quando le tipologie contrattuali si riducevano alla dicotomia tempo indeterminato / tempo determinato? E con quali reazioni da parte delle centinaia di migliaia di imprese che oggi utilizzano massicciamente i contratti cosiddetti flessibili?La sezione «Economia» del programma grillino prosegue poi con punti dedicati al tetto per gli stipendi del management delle aziende quotate in Borsa, alle stock option, alle tariffe di energia e telefonia, e così via. Fino al penultimo, in cui di nuovo si parla di un tema legato al lavoro: «Sussidio di disoccupazione garantito». In effetti uno dei grandi deficit del welfare italiano sta proprio lì, negli ammortizzatori sociali che coprono solo alcune fette di popolazione: per cui chi perde il lavoro ed era assunto a tempo indeterminato ha una serie di garanzie - che si chiamano indennità di disoccupazione, mobilità, cassa integrazione. E chi invece perde il lavoro ma era precario, magari con un cococo o un cocopro, è cornuto e mazziato: non ha più lo stipendio e lo Stato non lo aiuta. In realtà nemmeno questo è completamente vero: ci sono anche per i precari delle blande forme di sussidio, peraltro riorganizzate e implementate di recente dalla riforma Fornero e ribattezzate MiniAspi e una tantum. Certo queste misure sono ancora scarsamente finanziate e perciò largamente insufficienti, e non bastano a poter definire il nostro welfare davvero «universalistico», cioè capace di sostenere chiunque abbia bisogno. La gran parte dei parlamentari delle ultime legislature che si sono concentrati sul tema del lavoro - Pietro Ichino, Benedetto Della Vedova, Marianna Madia, Tiziano Treu, Cesare Damiano, Maurizio Castro solo per citarne alcuni - ha insistito sulla necessità di riformare gli ammortizzatori sociali.Nel programma del M5S si scopre che anche i grillini la pensano così. Ma che intendono, nel dettaglio, con «sussidio di disoccupazione garantito»? La frase del programma è iper-sintetica e non consente di capire a fondo in quale direzione vogliano spingere i neoparlamentari a 5 stelle. Bisogna allora rifarsi alle parole di Beppe Grillo, che nei comizi elettorali ha giocato molto spesso questa carta, riassumibile nello slogan «Mille euro a tutti». O meglio: «Il lavoro non c'è più. Io voglio fare solo una cosa: mettere la possibilità di sopravvivere senza un lavoro. Fare un reddito di cittadinanza: allora hai tre anni di tempo per cercarti un lavoro che ti compete un po' di più, perché accettare qualsiasi lavoro non è lavoro» - questa la trascrizione letterale di un passaggio di uno dei comizi dello Tsunami tour: «Abbiamo bisogno di soldi, dove li prendiamo i soldi per fare il reddito di cittadinanza? Immediatamente: le pensioni. Basterebbero le pensioni. Ci sono 125mila persone in Italia che percepiscono una pensione che va da 10mila a 90mila euro al mese. Si va lì e si dice: "scusate, siamo in emergenza, vi diamo 4mila euro al mese, potete vivere". Sono 7 miliardi, questi 7 miliardi recuperati con una circolare, non ci vuole nulla». E ancora: «Non devi mortificare la gente per il lavoro. Perché andare a cavare carbone al Sulcis a 1000 metri non è lavoro a 1.200 euro al mese. Non è lavoro vedere mio figlio laureato, i vostri figli laureati, che vanno in un call center a 400 euro al mese. Che ci vadano i figli della Fornero lì. Noi vogliamo che uno abbia un tempo di tre anni con mille euro al mese, non muori perlomeno. Poi ti offriamo tre lavori, se non li accetti perdi il sussidio, come in tutte le parti del mondo civile. Ma per lo meno hai un momento per sceglierti qualcosa adatto a te, e non diventi un frustrato». Tra le altre voci di spesa che Grillo individua per reperire fondi («I soldi li troviamo, li prendiamo») ci sono l'abolizione dei finanziamenti ai partiti (quantificata in «3 miliardi» da mettere «in un conto nella banca di Stato»), poi «1 miliardo che paghiamo con le nostre tasse ai giornali, per prenderci per il culo», «le province: 11 miliardi», «2,2 miliardi per fare la Tav che non serve a niente». E fin qui siamo a 24,2 miliardi di euro. E poi «via il doppio incarico, via i vitalizi, via la pensione dopo 35 mesi, via segretari, via macchine blu, via le scorte», e ancora «accorpiamo i comuni sotto i 5mila abitanti»: ma questi tagli non sono quantificati. È peraltro ragionevole pensare che ciascuno di questi comporterebbe anche perdita di lavoro per migliaia di addetti. Ma non divaghiamo.In sostanza, analizzando la proposta del «sussidio di disoccupazione garantito» attraverso le parole di Grillo, si capisce che essa è un ibrido tra un reddito di inserimento e una indennità di inoccupazione-disoccupazione. Chiamarlo «reddito di cittadinanza» è abbastanza improprio, perché dalla spiegazione della proposta si evince che questo sussidio avrebbe un tempo limitato e soprattutto che verrebbe erogato solo a condizione che il beneficiario si impegni a cercare attivamente lavoro - anche se non è chiaro a chi spetterebbe di offrire le tre opportunità di lavoro, dopo averne valutata la congruità con il profilo professionale, e a sanzionare con la sospensione del sussidio chi rifiuta troppe volte. I centri per l'impiego pubblici? Le agenzie per il lavoro private? O un nuovo sistema che gestisca l'incontro domanda-offerta?Resta il fatto che dare mille euro al mese per tre anni anche solo ai 2,2 milioni di neet under 29 italiani costerebbe oltre 26 miliardi di euro all'anno. 80 miliardi di euro sui tre anni. Garantire questi mille euro, in aggiunta, a tutti i 300mila giovani che si laureano ogni anno nelle università italiane, e che dunque si affacciano al mercato del lavoro cercando qualcosa di coerente con ciò che hanno studiato, costerebbe altri 3 miliardi e 600 milioni di euro all'anno, dunque oltre 10 miliardi di euro complessivi per il triennio.Questi numeri sono calcolati per difetto, perché escludono tutti i giovani "anzianotti" (over 29) disoccupati e sottoccupati, e in generale tutti gli adulti senza impiego. Volendo dunque tagliare la testa al toro facendo un calcolo più aderente alla realtà, e ipotizzare una platea di 5 milioni di italiani per questa misura, il budget complessivo necessario schizza a 60 miliardi di euro all'anno.È davvero un costo sostenibile per le casse dello Stato? Con i tagli alle spese inutili o ingiuste Grillo promette di trovare una trentina di miliardi di euro all'anno: meno della metà della cifra necessaria ad attuare quel punto programmatico. Inoltre altre parti del programma dei 5 stelle, sia scritte sia enunciate a voce nei comizi, prevedono da una parte nuove spese a carico dello Stato (per «impedire lo smantellamento delle industrie alimentari e manifatturiere con un prevalente mercato interno», «favorire le produzioni locali», «sostenere le società no profit», sviluppare «tratte ferroviarie legate al pendolarismo», coprire «l’intero Paese con la banda larga», incentivare «i mercati locali con produzioni provenienti dal territorio», «investire sui consultori familiari» - solo per fare alcuni esempi - servirebbero necessariamente aiuti e/o investimenti statali) e dall'altra l'abbassamento delle tasse e dunque minori introiti per le casse pubbliche: l'abolizione dell'Irap, gli sgravi contributivi alle imprese che assumono under 35, l'obbligo per le pubbliche amministrazioni di pagare i propri creditori entro 60 giorni, e le altre misure - peraltro largamente condivisibili - proposte dai 5 stelle sembrano dimostrare quantomeno una scarsa dimestichezza con la questione del bilancio dello Stato. Senza contare che realizzare altri punti del programma - specialmente il «blocco immediato del Ponte sullo Stretto» e il «blocco immediato della Tav in Val di Susa» - comporterà il dovere da parte dello Stato di pagare penali milionarie alle aziende aggiudicatarie.La politica è certamente l'arte di immaginare un futuro migliore. Ciascun partito ha le sue idee, ed è giusto che proponga una ripartizione della spesa pubblica mirata a sostenere le azioni e le misure che il suo programma e il suo elettorato ritengono prioritarie. Il problema, però, è quando si promette ai cittadini qualcosa che - salvo miracoli - sarà impossibile mantenere. Come fece Berlusconi nel 2001, quando promise «un milione di posti di lavoro». Lo ha fatto sempre Berlusconi anche in questa campagna elettorale, giurando ai cittadini che avrebbe rimborsato integralmente e immediatamente le quote pagate per l'Imu: una misura che sarebbe costata 8,6 miliardi a Stato e Comuni per il solo 2013 (il calcolo è del Sole 24 Ore), promessa che quasi sicuramente, se avesse vinto, il PdL non sarebbe riuscito ad onorare - quantomeno nei tempi prospettati in tv. Lo ha fatto la Lega nelle ultime regionali in Lombardia, promettendo di trattenere il 75% delle tasse dei suoi cittadini in Regione, cosa che difficilmente riuscirà a realizzare senza il completo accordo (scarsamente probabile) di governo e parlamento. Lo hanno fatto tanti altri, sempre, a tutte le tornate elettorali perché promettere non costa niente. In fondo, insomma, il problema è sempre quello. Studiare bene, fare proposte dettagliate, spiegare chi e quanto e come. E sopratutto con quali soldi. Altrimenti le promesse dei programmi finiscono per risultare luccicanti involucri senza contenuto, irrealizzabili per mancanza di fondi.Gli ammortizzatori sociali universalistici e il reddito minimo garantito, in particolare, c'è chi li studia da anni, avendone definito con esattezza platea e costi. Così come le riforme del diritto del lavoro, la loro aderenza con il mercato di oggi e di domani e con le esigenze delle imprese, per trovare una quadra tra il necessario grado di flessibilità in entrata e in uscita e le giuste garanzie da assicurare ai lavoratori. Sono temi complessi, che non possono e non devono essere banalizzati. Neanche con la miglior buona fede del mondo. Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- «Per garantire a tutti 600 euro al mese bastano 18 miliardi di euro all'anno»- Indennità una-tantum per cococo e cocopro: più che un ammortizzatore, una beffa- Aspi, Miniaspi e una tantum: come sono usciti dal Senato gll ammortizzatori per chi perde il lavoro- Reddito minimo garantito: ce l'hanno tutti tranne Italia, Grecia e BulgariaE anche:- Grillini in Parlamento, tre futuri deputati si raccontano- Reddito minimo garantito, parte la raccolta firme della Cgil per ripristinare la legge sperimentale in Lazio. Con due ombre: il costo spropositato e il rischio di assistenzialismo