Categoria: Editoriali

La proposta della Repubblica degli Stagisti al ministro Sacconi: imporre a chi sfrutta gli stagisti di fare un contratto di apprendistato

La situazione che emerge dalla nostra inchiesta è grave e non va presa sottogamba. Sopratutto in questo periodo di crisi, il rischio che le aziende meno corrette facciano ricorso agli stagisti per rimpiazzare personale "vero", ed evitare così di pagare stipendi e contributi, appare ben verosimile e concreto.C'è bisogno di una stretta decisa nella tutela degli stagisti e nella vigilanza sull'utilizzo di questo strumento. Troppo spesso nella cosiddetta "formazione on the job", cioè lo stage, la parte di "formazione" si perde per strada e resta solo la parte di "job": con evidenti e ingiusti vantaggi per chi formalmente ospita uno stagista, e invece in pratica dispone di un dipendente in più.  La Repubblica degli Stagisti avanza una proposta al ministro del Lavoro Maurizio Sacconi [nella foto qui a fianco]: emettere un provvedimento che preveda che ogni irregolarità rispetto agli stage sia sanzionata con l'obbligo per l'azienda ospitante di assumere lo stagista - o gli stagisti - con un contratto di apprendistato. Se infatti, come ha affermato in una circolare uno dei predecessori di Sacconi - l'attuale ministro dell'Interno Roberto Maroni - l'apprendistato andrebbe considerato l’unico «strumento idoneo a costruire un reale percorso di alternanza tra formazione e lavoro», allora la sanzione più equilibrata e giusta per chi abusa dello strumento dello stage è proprio quella di far inquadrare i falsi stagisti come veri apprendisti.In particolare, sarebbe fondamentale prevedere espressamente questa sanzione per i quattro tipi di irregolarità più frequenti nell'utilizzo dello strumento dello stage: impiegare gli stagisti alla stregua di lavoratori dipendenti; prenderne un numero superiore al lecito; far durare gli stage più a lungo del consentito; "tradire" il progetto formativo, facendo svolgere al tirocinante mansioni completamente diverse da quelle concordate. (Poichè l'apprendistato vale solo per chi ha meno di 29 anni, per tutti gli over 30 la sanzione potrebbe essere trasformata in quella di assumere l'ex stagista con un contratto di inserimento, che ha vincoli meno rigidi per quanto riguarda i soggetti che possono usufruirne).Un provvedimento del genere avrebbe certamente un effetto positivo sul lavoro di tutte quelle DPL che lavorano anche per smascherare gli stage farlocchi, dando agli ispettori un'indicazione chiara e univoca su come comportarsi quando riscontrano irregolarità e abusi. D'altro canto, la misura non sarebbe nemmeno eccessivamente vessatoria dal punto di vista delle imprese, dato che l'apprendistato non solo è un contratto molto vantaggioso dal punto di vista retributivo e contributivo, ma prevede anche una durata (massimo quattro anni): non è quindi quel contratto "eterno" che tanto spaventa oggi gli imprenditori.Accanto a questo provvedimento, che potrebbe avere un impatto davvero significativo sulla situazione, ve ne è certamente un altro che già è stato adottato da alcune regioni e da singole università: vietare di prendere stagisti alle aziende in mobilità, in ristrutturazione, in cassa integrazione. Troppo alto infatti, in questi casi, é il rischio che qualcuna voglia fare la furba e mettere lo stagista a svolgere il lavoro dell'operaio, del magazziniere, della segretaria, dell'ufficio stampa, della venditrice lasciati a casa.Il cappello del "ma io ti offro una preziosa formazione!" era già largo di suo, e lo sta diventando sempre di più. Evitare che con la scusa della crisi si deformi completamente è un preciso dovere per tutti coloro che sono tenuti a vigilare sul corretto comportamento delle aziende nei confronti dei lavoratori, a cominciare dal ministero fino ad arrivare alle associazioni di categoria. Perché non bisogna scordare che vittime di questo sistema non sono solo i giovani, ma anche le imprese che usano correttamente gli stagisti e ai lavoratori fanno contratti seri e danno retribuzioni adeguate. Queste imprese virtuose - o semplicemente oneste - subiscono una concorrenza sleale da parte di quelle che, impiegando gli stagisti al posto dei dipendenti, risparmiano in maniera truffaldina sui costi del personale.Ministro, gli stagisti sfruttati e la Repubblica degli Stagisti e gli ispettori delle DPL sono nelle sue mani. Li aiuti - ci aiuti - a limitare il più possibile i casi di abuso di questo strumento che, se usato correttamente, è tanto prezioso per traghettare i giovani dalla formazione al lavoro.Eleonora Voltolina Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- I controlli degli ispettori del lavoro sull’utilizzo dello stage nelle imprese – i risultati dell'inchiesta- Tanti stage impropri, nessuna segnalazione agli ispettori. Perché? Due testimonianze- Vademecum per gli stagisti: ecco i campanelli d'allarme degli stage impropri - se suonano, bisogna tirare fuori la voce- Intervista a Paolo Weber: «Gli ispettori a Milano vigilano anche sugli stage, ma quanto è difficile»- Stagisti sfruttati, i casi finiti in tribunale- Le (poche ma buone) DPL che si occupano (anche) di stage- Controlli sugli stage, tutti i numeri dell'inchiesta della Repubblica degli Stagisti

Caro Celli, altro che emigrare all’estero: è ora che i giovani facciano invasione di campo e mandino a casa i grandi vecchi

Il punto di vista di un outsider che invita i giovani a riappropriarsi del loro futuro: con questo editoriale Alessandro Rosina, 40 anni, docente di Demografia e autore insieme a Elisabetta Ambrosi del bel saggio Non è un Paese per giovani (Marsilio) inaugura la sua collaborazione con la Repubblica degli Stagisti. L’Italia è diventata, negli ultimi decenni, uno dei paesi sviluppati che meno offrono opportunità ai giovani. La strategia più comune è diventata quella di rimanere a vivere il più a lungo possibile a carico dei genitori. E, se proprio si deve uscire, meglio andarsene all’estero. Il bilancio fortemente negativo tra giovani cervelli che se ne vanno oltre confine e quelli che riusciamo ad attrarre dal resto del mondo sviluppato è uno dei tanti indicatori che documentano lo stato di sottosviluppo raggiunto dall’Italia sul piano delle possibilità offerte alle nuove generazioni.Uno stato candidamente riconosciuto da Pier Luigi Celli, che sulla prima pagina del quotidiano Repubblica invita il figlio Mattia, finita l’università, a lasciare l’Italia: «scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati». La lettera di Celli, sessantasettenne direttore generale della Luiss, è la dichiarazione di un fallimento. La sua generazione si è presa tutto quello che poteva. La generazione dei figli non è riuscita a detronizzarla e viene quindi invitata ad andarsene in esilio.Il nostro paese, del resto, assomiglia sempre di più ad una squadra di calcio nella quale giocano sempre i soliti, quelli della vecchia guardia. I giovani se ne stanno più o meno comodamente in panchina, chiedendo ogni tanto timidamente di entrare. Insomma, come se Paolo Rossi e Dino Zoff, quelli dell’Italia del 1982 che oggi hanno 50-60 anni, pretendessero di andare loro l’anno prossimo in Sudafrica a giocarsi la coppa del mondo, al posto di ventenni come Davide Santon e Antonio Candreva, le vere promesse dell’Italia 2010.Rimanendo nella metafora, ecco allora la cronaca degli ultimi avvenimenti. I vecchi giocatori litigano continuamente, non si passano la palla, vogliono tutti segnare, nessuno si sacrifica a centrocampo, e la porta rimane fragilmente esposta agli attacchi esterni. Uno di loro, tra i più sornioni in campo, si avvicina alla panchina. Vorrà finalmente uscire? Inizia la stagione dei cambi? Pia illusione. Si ferma vicino alla linea laterale. Fa cenno al figlio di avvicinarsi, ma senza oltrepassare la line bianca, e gli dice: «Caro Mattia, ho visto che ti sei riscaldato bene e con impegno, ma è inutile che pensi di entrare. Come vedi qui giochiamo noi e ci divertiamo molto, anche se in effetti perdiamo sempre. Tu sei bravo, ma qui non c’è spazio per te. Perché allora, invece di perdere tempo qui, non te ne vai a giocare da un’altra parte? Meglio per te, sai. Questa è una squadra di cialtroni che però non vogliono mai mollare, me compreso. Se vali, come penso, vedrai che non farai fatica a trovare un’altra squadra in cui giocare e diventare magari un campione».Ecco, dopo il danno, la beffa. E se invece di emigrare, le riserve facessero una bella invasione di campo?Alessandro RosinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- «Non è un paese per giovani», fotografia di una generazione (e appello all'audacia)- Trentenni italiani, la sottile linea rossa tra umili e umiliati nel libro «Giovani e belli»- Stage gratuiti o malpagati, ciascuno può fare la rivoluzione: con un semplice «no»

AAA Diritto al futuro cercasi, domenica 15 novembre dibattito sui giovani alla Rassegna della Microeditoria a Chiari

Dura la vita dei giovani in Italia. Da una parte la gerontocrazia, che mantiene gli ultrasessantenni saldamente al potere su tutte le poltrone che contano. Dall’altra la cronica mancanza di meritocrazia, per cui (quasi) tutto si muove grazie a conoscenze e raccomandazioni invece che in base alle capacità e al talento. Dall’altra ancora, un mercato del lavoro «duale», che spacca in due la società tra chi è protetto da un contratto a tempo indeterminato e chi invece si deve barcamenare tra un contratto atipico e l’altro, con retribuzioni spesso insufficienti e prospettive per il futuro limitate a dopodomani. In questo sottoinsieme sta la maggioranza dei giovani italiani: una situazione che non solo crea frustrazione e depressione a livello individuale, ma che ha anche effetti deleteri sull’intera società. Innanzitutto perchè i giovani non credono più nel futuro, non hanno le forze per andare a vivere da soli, costruirsi una vita autonoma e un nucleo familiare, fare figli e diventare finalmente adulti – e quindi stentano anche a entrare a pieno titolo nel circuito dell’economia italiana, perchè se non guadagnano non spendono e se non spendono non investono e se non guadagnano sono i genitori a dover pagare i loro conti fungendo in pratica da ammortizzatori sociali. Secondo poi, perchè quelli più scaltri, più coraggiosi, o anche solo meno pazienti scappano all’estero, per trovare le opportunità di carriera e di guadagno che qui in Italia sono un miraggio. Basti pensare che, per esempio, un laureato che fa un dottorato negli Stati Uniti prende 3mila euro al mese, mentre qui da noi 8-900 quando va bene.Il circolo vizioso va spezzato: e se è vero che servirebbero molte riforme, ancor più indispensabile è attivare il meccanismo del cambiamento attraverso le idee, il dibattito, le iniziative. Impegnandosi in prima persona. Domenica 15 novembre alla Rassegna della Microeditoria a Chiari, in provincia di Brescia, parteciperò al dibattito AAA Diritto al futuro cercasi insieme ad Alessandro Rosina [nella foto a destra], 41 anni, professore di Demografia alla Cattolica di Milano e autore con la giornalista Elisabetta Ambrosi del bellissimo saggio Non è un paese per giovani (Marsilio), e Sergio Nava, 34 anni, giornalista che collabora con Radio 24 dopo varie esperienze all'estero – che forse gli sono servite da ispirazione per il suo libro La fuga dei talenti (Edizioni San Paolo). Insieme cercheremo di fare il punto della situazione sulla «strada accidentata dei giovani italiani tra frustrazione, fuga e riscossa», come recita appunto il sottotitolo dell'incontro, fotografando la situazione di oggi e ragionando su come se ne possa uscire: per far tornare l’Italia un paese per giovani.A moderare il dibattito sarà Massimiliano Magli [nella foto a sinistra], giornalista trentaquattrenne che collabora con il quotidiano Bresciaoggi e dirige il network Nordpress. L’appuntamento è a Villa Mazzotti, in Sala Morcelli, alle 17:05. E quei cinque minuti «mancanti» non sono casuali: saranno dedicati al ricordo della grande poetessa milanese Alda Merini, scomparsa qualche giorno fa, che era stata ospite della prima edizione della Rassegna della Microeditoria nel 2003.Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- «Non è un paese per giovani», fotografia di una generazione (e appello all'audacia)- Crisi e mercato del lavoro, Tito Boeri: è il momento che i giovani si facciano sentire e lancino delle proposte  

Luci e ombre del contratto di apprendistato - una buona occasione, ma preclusa (o quasi) ai laureati

Il contratto di apprendistato è davvero la soluzione? Quando si parla di giovani e lavoro, e più in particolare della difficoltà dei giovani italiani a trovare buona occupazione (cioè contratti "sani", che prevedano una retribuzione adeguata alle esigenze del lavoratore e che siano in linea con il suo grado di istruzione e le sue aspirazioni), spesso lo si invoca come forma contrattuale che potrebbe salvare la situazione.Facciamo un passo indietro. L'apprendistato esiste da sempre: fino a qualche anno fa con questa parola si intendeva il periodo in cui un ragazzo molto giovane imparava un mestiere, spesso nella bottega di un artigiano, osservando e appunto apprendendo i gesti e le tecniche. Con la legge Biagi questo particolare contratto di «formazione lavoro» è stato e suddiviso in tre tipologie: la prima dedicata ai giovanissimi (per il diritto-dovere di istruzione e formazione, con una durata massima di tre anni), la seconda «professionalizzante» (per il conseguimento di una qualificazione attraverso una formazione sul lavoro e un apprendimento tecnico-professionale, con una durata variabile da due a sei anni), e la terza per «percorsi di alta formazione» (per chi sta facendo l’università o altre forme di alta specializzazione).Sulla carta si tratta di un'occasione molto vantaggiosa non solo per i ragazzi, che hanno la possibilità di fare una "formazione on the job" percependo un vero e proprio stipendio, ma anche per le aziende che possono contare su una quota contributiva molto bassa. In un certo senso, l'apprendistato non è altro che uno stage  provvisto di retribuzione e coincidente con l'inserimento lavorativo del giovane in formazione.Peccato però che questa occasione sia appannaggio quasi esclusivo delle persone con titoli di studio bassi. Dei 600mila contratti di apprendistato attivati nell'ultimo anno monitorato, il 2007, più del 95% ha riguardato persone non laureate (oltre un terzo erano artigiani). Il recente rapporto di monitoraggio dell'Isfol  Apprendistato, un sistema plurale [nell'immagine, la copertina] sottolinea che questo dato fino a qualche anno fa era ancor più basso: nel 2002 la percentuale di apprendisti laureati si fermava allo 0,2%, ora è arrivata al 4,7%. Ma un incremento del 4,5% in cinque anni non sembra una grande conquista, specialmente se lo si traduce in numeri concreti: poco più di 28mila laureati, vale a dire meno di un decimo dei 300mila "dottori" sfornati ogni anno dalle università italiane, hanno potuto ottenere nel 2007 un contratto di apprendistato.Questi dati sono in netto contrasto con le indicazioni che oggi come ieri arrivano dal ministero del Lavoro. Roberto Maroni, ministro nel passato governo Berlusconi, aveva dedicato all'apprendistato la circolare 40/2004 definendolo «l'unico contratto di lavoro a contenuto formativo presente nel nostro ordinamento» e indicandolo come il solo «strumento idoneo a costruire un reale percorso di alternanza tra formazione e lavoro». A distanza di cinque anni il suo successore, l'attuale ministro Maurizio Sacconi, nel documento Italia 2020 – Piano di azione per l’occupabilità dei giovani attraverso l’integrazione tra apprendimento e lavoro ammette che «delle tre tipologie introdotte dalla legge Biagi risulta operativo solo l’apprendistato professionalizzante. Del tutto virtuale, in assenza delle necessarie intese tra Stato e Regioni, è l’apprendistato per l'espletamento del diritto-dovere di istruzione e formazione. Lo stesso può dirsi per l’apprendistato di terzo livello, finalizzato al conseguimento di un diploma o di un titolo di alta formazione, compresi i dottorati di ricerca. Una opportunità unica, specie per le nostre piccole e medie imprese, per investire con costi ragionevoli nella ricerca e nella innovazione, ma utilizzata, di fatto, solo nell’ambito di un progetto sperimentale da tempo concluso e che ha visto il coinvolgimento di non più di mille apprendisti». La Repubblica degli Stagisti crede nel contratto di apprendistato, tanto da averlo inserito nell'ultimo punto della sua Carta dei diritti dello stagista dove si legge che «lo stage non deve essere considerato l’unico strumento per realizzare una formazione: va incentivato l’utilizzo dei contratti di apprendistato». Ma per convincere le aziende italiane ad usarlo non bastano le parole. Bisogna intervenire prima di tutto, e con decisione, per rendere disponibile questo contratto anche ai laureati: per non lasciare che sia lo stage, di fatto, l'unico strumento utilizzato per loro come «formazione lavoro».Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Giovani e lavoro, il manifesto dei ministri Sacconi e Gelmini: «Non c'è bisogno di grandi riforme, basta avvicinare la scuola alle imprese»- Apprendistato questo sconosciuto – Tiraboschi: «No allo stage come "contratto di inserimento": per quello ci sono oggi altri strumenti»- Rapporto Excelsior 2009: sempre più stagisti nelle imprese italiane, sempre meno assunzioni dopo lo stage

Progetto "Les 4" di Promuovi Italia: il rovescio della medaglia

La notizia c'era e andava data - e infatti l'abbiamo data. Un fondo che permette di finanziare 6mila tirocini e che si ripromette di vegliare sulla qualità dei percorsi formativi e sui reali sbocchi occupazionali al termine degli stage è qualcosa che interessa senz'ombra di dubbio i lettori della Repubblica degli Stagisti – specialmente quelli campani, calabresi, pugliesi e siciliani cui è destinato il progetto. La speranza è che le promesse del responsabile di Promuovi Italia vengano, tra due o tre anni, confermate dai fatti. Eccole riassunte: questi stage saranno una sorta di "autostrada per l'occupazione" per i disoccupati, con una previsione del 65% di percentuale di assunzione dopo lo stage; se qualche stagista abbandonerà a metà percorso scatteranno controlli incrociati per capirne il motivo, e lo stesso accadrà per gli stage che non si trasformeranno in contratti di lavoro.Restano però in sospeso due questioni. La prima riguarda l'assenza, in questo progetto "Les 4" come in altri, di un limite massimo di età per partecipare. Il che produce, come già è successo in passato, stagisti trentenni, quarantenni o addirittura cinquantenni. C'è chi difende questa possibilità, invocando il  diritto a rifarsi una professionalità anche in tarda età, a "ricominciare daccapo". Noi invece riteniamo – e lo abbiamo scritto nero su bianco anche nella Carta dei diritti dello stagista – che gli stage siano uno strumento da utilizzare esclusivamente per i giovani. Sono loro che, del tutto inesperti, possono aver bisogno di questi momenti di transizione per passare dalla formazione al lavoro. Il diritto di ciascuno di cambiare lavoro anche a una certa età va certamente garantito, ma non attraverso gli stage – sebbene, beninteso, la legge non lo vieti. Una persona che ha lavorato già per due, dieci o addirittura vent'anni non ha bisogno di ulteriore formazione. Anche se cambia settore, ambito di attività, mansioni. Del mondo del lavoro sa già tutto quel che serve: l'importanza della puntualità, la gestione del proprio tempo, la relazione con colleghi, sottoposti e superiori. Passati i vent'anni, essere "lo stagista" è anche piuttosto umiliante – e lo ha descritto bene Andrea Bove nel suo amaro libro Stagista a quarant'anni. In più, i disoccupati adulti cercano un lavoro per poter tornare a guadagnare, a mantenere se stessi e magari anche la propria famiglia: e questo lo stage non lo consente, perchè non prevede una retribuzione ma solo la possibilità di un rimborso spesa.Per questo motivo, tra l'altro, noi reputiamo nella maggior parte dei casi negativi gli stage gratuiti, e promuoviamo attraverso questo sito una cultura dello stage che preveda da parte delle aziende l'erogazione di un buon rimborso spese, affinchè gli stagisti non debbano rimetterci di tasca propria.Qui, nel caso in questione del "Les 4", lo Stato interviene per risolvere il problema mettendo a disposizione 60 milioni di euro che si tramutano, per ciascun tirocinante, in un rimborso spese molto alto – quasi mille euro al mese – a cui si aggiunge anche il benefit dell'alloggio, quantificabile da 200 a 4-500 euro a seconda della località. Certamente un vantaggio per chi parteciperà a questo programma di tirocini. Ma è davvero un vantaggio per il mercato del lavoro italiano, per i giovani e meno giovani che cercano lavoro, e più in generale per la società?Noi diffidiamo degli stage troppo pagati in ambito pubblico, o comunque (come in questo caso) finanziati da un ente pubblico, perchè spesso nascondono logiche di assistenzialismo e clientelismo. Con le elezioni regionali alle porte c'è poco da scherzare: centinaia di questi "stage" da mille euro al mese potranno diventare, che lo si voglia o no, una sorta di bacino di consensi.Ma, al di là di questo, c'è un secondo aspetto molto più concreto che finisce sempre in un angolo, e che invece è importante ricordare. Ha senso che lo Stato paghi le persone che vanno in stage in aziende private? Tutti sanno che uno stagista, dopo le prime settimane, diventa operativo, quindi produttivo, quindi porta un vantaggio quantificabile anche economicamente al "soggetto ospitante". Specialmente in alcuni settori di attività, tra cui quello turistico, in cui non sono richiesti particolari titoli di studio e le mansioni da svolgere non sono complicate. Fare il barman, la receptionist, il commesso in un'agenzia di viaggi: dopo un mese o due di "rodaggio" più o meno tutti ce la fanno.E allora perchè dev'essere lo Stato a sobbarcarsi l'onere di pagare questi stagisti? Perchè non mettere come condizione alle imprese che vogliono partecipare a questo e ad altri progetti simili, dichiarandosi disponibili ad ospitare stagisti, di contribuire anche loro – pagando per esempio la metà del rimborso spese? In questo modo, tra l'altro, verrebbero responsabilizzate: avendo investito anche loro qualche moneta sonante – oltre al tempo del tutor  – nella formazione dello stagista, è probabile che sarebbero più motivate a tenerlo. Il "regalo", invece, è quasi sempre nemico della responsabilità.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Stage, maxi-finanziamento europeo da 60 milioni per disoccupati di Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Ma tra i criteri di selezione non c'è l'età- Progetto di stage "Les 4" di Promuovi Italia: la scheda con tutte le informazioni utili

Identikit degli stagisti italiani, oggi ultimo giorno per partecipare al sondaggio online promosso da Repubblica degli Stagisti e Isfol

Ultimo giorno utile, oggi, per partecipare al grande sondaggio online dedicato a tutti gli stagisti ed ex stagisti italiani, promosso dalla Repubblica degli Stagisti insieme all'Isfol. Il sondaggio, aperto il 6 maggio, ha finora raccolto la voce di quasi 3mila persone, che hanno dedicato cinque minuti del loro tempo – nel più completo anonimato – per raccontare il proprio stage (o i propri stage) anche con dettagli che quasi mai vengono investigati: non solo quando e dove si è fatto lo stage, quanto è durato e se ha portato ad un'assunzione oppure no, ma anche se lo stage è stato svolto nella propria città oppure se ci si è dovuti trasferire o fare i pendolari, se erano previsti un rimborso spese o altri benefit come i buoni pasto, l'alloggio etc, se il tutor è stato un punto di riferimento costante o, all'estremo opposto, nient'altro che una firma sul modulo....La Repubblica degli Stagisti invita tutti coloro che ancora non hanno partecipato ad affrettarsi, c'è tempo ancora fino a stasera a mezzanotte meno un minuto: ciascuno di voi potrà contribuire a rendere più preciso l'identikit degli stagisti italiani.Un grazie di cuore a tutti coloro che hanno partecipato e a tutti i siti, blog, uffici stage, centri per l'impiego che hanno accettato di collaborare con noi diffondendo la notizia del sondaggio e invitando i propri utenti a partecipare. Per i risultati del sondaggio bisognerà aspettare un paio di mesi: giusto il tempo necessario ai ricercatori dell'Isfol di elaborarli, incrociando le voci più significative per arrivare a un'analisi quanto più approfondita possibile dell'universo stage.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Pronti, via! Parte il grande sondaggio online di Isfol e Repubblica degli Stagisti per scoprire chi sono gli stagisti italiani- Identikit degli stagisti italiani: prorogato fino all'inizio di ottobre il sondaggio online promosso da Isfol e Repubblica degli Stagisti

La Repubblica degli Stagisti al servizio dei lettori: al via la nuova rubrica «Help»

Si chiama «Help» la nuova rubrica della Repubblica degli Stagisti dedicata a tutti i lettori e le lettrici che hanno dubbi, lamentele, problemi col loro stage. Funziona attraverso una casella di posta elettronica, help [chiocciola] repubblicadeglistagisti.it, a cui si può scrivere per fare le proprie domande e segnalazioni. Vi trovate a fare uno stage che ha poco a che vedere col progetto formativo che era stato concordato? Vi affidano mansioni di basso livello e non riuscite a schiodare dall'area fotocopiatrice? O, al contrario, vi trattano come se foste un dipendente a tutti gli effetti, affidandovi carichi di lavoro e responsabilità eccessive? Siete costretti a cambiare ogni giorno scrivania perchè non hanno un posto dove mettervi? Orari, assenze e ritardi sono gestiti in maniera troppo rigida – con richieste di certificati, inserimento nei turni o altro? Vi vengono proposte proroghe infinite che vanno a sforare i limiti massimi di durata imposti dalla normativa? Il numero degli stagisti è eccessivo in rapporto al numero dei dipendenti? Il vostro tutor è una donna incinta che vi passa le consegne prima di andare in maternità? O il vostro tutor... semplicemente non esiste?Spiegateci il vostro problema in una email: la redazione studierà il da farsi e vi darà informazioni e consigli su come muovervi, a chi rivolgervi, come difendervi dagli abusi. Nei casi più significativi, i giornalisti della Repubblica degli Stagisti andranno direttamente a chiedere conto dei problemi evidenziati.Il sito diventa quindi, una volta di più, un luogo di dibattito dove stabilire un contraddittorio tra i diversi abitanti dell'universo stage: gli stagisti in primis, e poi gli enti promotori (centri per l'impiego, uffici stage universitari, scuole di formazione...) e gli enti ospitanti (aziende e uffici pubblici).Il primo caso arrivato in redazione è quello di Sara, lettrice 29enne laureata in Lingue, delusa dallo stage finale svolto nell'ambito di un master: domani pubblicheremo qui sul sito la sua storia. L'invito ai lettori è quindi uno: scriverci all'indirizzo help [chiocciola] repubblicadeglistagisti.it, e chiamarci al vostro fianco per risolvere le piccole o grandi difficoltà che possono capitare nel corso di uno stage.Eleonora VoltolinaLeggi il primo caso della rubrica «help»: Stage deludente dopo un master da 11mila euro: una lettrice chiede «help» alla Repubblica degli Stagisti

Identikit degli stagisti italiani: prorogato fino all'inizio di ottobre il sondaggio online promosso da Isfol e Repubblica degli Stagisti

Tre mesi fa, il 6 maggio, la Repubblica degli Stagisti e l'Isfol avevano lanciato un grande sondaggio online invitando tutti coloro che nella vita avessero fatto almeno uno stage a raccontarlo attraverso un questionario - veloce, facile e anonimo. Obiettivo: tracciare attraverso le testimonianze dirette una sorta di identikit degli stagisti italiani.Il sondaggio avrebbe dovuto chiudersi domani, ma abbiamo deciso di prorogarlo di due mesi, per dare il tempo a tanti altri di partecipare. Sono già oltre 2mila i questionari raccolti, e speriamo che tanti altri si aggiungano: in autunno i ricercatori dell'Isfol elaboreranno i risultati e verso la fine di novembre li presenteremo al pubblico, invitando anche tutti coloro che avranno contribuito all'iniziativa pubblicando il banner o la news con il link al sondaggio.Infatti è importante sottolineare che per la buona riuscita di questo sondaggio online Isfol e Repubblica degli Stagisti chiedono la collaborazione della Rete: un appello a tutti i siti frequentati dai giovani, da quelli di news a quelli delle università e dei centri per l'impiego, dai blog ai forum e chi più ne ha più ne metta, affinchè pubblichino gratuitamente, anche solo per qualche giorno, il banner al sondaggio o la news con il link diretto. In questo modo permetteranno ai loro lettori di conoscere questa iniziativa e di partecipare, dando il loro prezioso contributo all'elaborazione dell'identikit.In questi mesi al nostro appello hanno già risposto decine di siti: il quotidiano online sul mercato del lavoro Lavoratorio, l'università di Torino attraverso il suo sito principale e poi anche con quello della facoltà di Economia, della scuola universitaria di management d'impresa, della facoltà di Veterinaria e di quella di Psicologia. E poi il centro per l'impiego della provincia di Rimini, l'università Statale di Milano attraverso il sito del suo Centro per l'orientamento allo studio e alle professioni e quello della facoltà di Veterinaria; Jobsoul - sistema orientamento università lavoro; Jobmeeting - portale delle fiere del lavoro; l'università di Genova nella sua pagina Studenti, quella di Bergamo nella pagina Stage, il Politecnico di Torino nella pagina Didattica, lo Iulm di Milano. E ancora: le università di Parma, del Piemonte orientale e di Verona, la facoltà di Ingegneria dell'università di Bologna, quella di Scienze della comunicazione della Sapienza di Roma, il centro per l'impiego della provincia di Frosinone e l'ente regionale Veneto Lavoro, il sito StageAdvisor e Step1, giornale online dell'università di Catania. E ancora Bloglavoro, l'Erdisu - ente della regione Friuli per il diritto allo studio universitario, Blogosfere economia e finanza, la testata giornalistica Offline - le notizie in altre parole, la rete degli Informagiovani di Venezia e Mestre, e poi il sito degli studenti del Politecnico di Bari e quello degli studenti di Torvergata, quello degli studenti in Scienze dell'ambiente della Statale di Milano e di quelli di Informatica dell'università di Salerno.A tutti questi, e a quelli che sicuramente per ora stiamo dimenticando (ma certamente rimedieremo!), un enorme GRAZIE. La buona riuscita del sondaggio per tracciare l'identikit degli stagisti italiani dipende anche da voi!Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche l'articolo «Pronti, via! Parte il grande sondaggio online di Isfol e Repubblica degli Stagisti per scoprire chi sono gli stagisti italiani»

La denuncia del Financial Times: «Le aziende smettano di prendere stagisti per coprire i loro buchi di organico, e comincino a pagarli»

Confrontare il mercato del lavoro, e in particolare l'uso dello strumento dello stage, in Italia rispetto al resto dell'Europa è spesso deprimente. All'estero i giovani sono molto più valorizzati: stipendi più alti, prospettive di carriera più luminose e sopratutto più veloci, maggiore meritocrazia e minore gerontocrazia. Ciò diventa il detonatore di quella che ormai tutti i media chiamano la «fuga dei cervelli».In questa prospettiva, l'Inghilterra e in primis la sua città-simbolo, Londra, sono state e continuano a essere la meta dei sogni per grappoli di studenti e laureati che non ne possono più di sentirsi offrire stage gratuiti o malpagati. L'altroieri però il prestigioso quotidiano economico inglese Financial Times ha lanciato l'allarme: guardate che il problema c'è anche qui da noi. «Demolire l'edificio marcio degli stage» è l'eloquente titolo dell'articolo, a firma Michael Skapinker, vicedirettore della testata. I più colpiti, parte Skapinker, sono i giovani che vogliono lavorare nell'avvocatura, nei media o in pubblicità: tutto quello che riusciranno a ottenere, anziché «un vero lavoro», sarà con tutta probabilità «una posizione temporanea, e non pagata, come stagisti». E dopo aver ricordato che gli stage ai suoi tempi (lui ha 54 anni) nemmeno esistevano, continua: «Oggi invece tanti giovani pensano di non avere chance di entrare da qualche parte senza un paio di lavori non pagati alle spalle. Il risultato è un esercito di ragazzi negli uffici, nelle redazioni giornalistiche, negli studi di registrazione». Si pone il problema di cosa far fare a questi giovani, come inserirli nelle routine lavorative, chi mettere al loro fianco per guidarli e formarli - questo, chiaramente, a patto che gli stagisti vengano usati come stagisti. Perchè poi, denuncia Skapinker, ci sono anche aziende che li usano come dipendenti a basso costo: «Ci sono stagisti che lavorano. Questo accade perchè alcune compagnie, che hanno avuto tagli di personale, li usano come rimpiazzo. Sono accettabili questi accomodamenti? "Certo che non lo sono. Quando mai lavorare gratis è stato giusto?" ha commentato un lettore in una discussione sul sito del Columbia Journalism Review» (il periodico della scuola di giornalismo più famosa del mondo, quella della Columbia University di New York).Skapinker si chiede anche come mai tutti questi giovani accettino di fare stage non pagati, e quindi in definitiva di venire sfruttati. La risposta è semplice: perchè coltivano la «speranza che si trasformi in un lavoro vero». Nell'attesa, chiaramente, devono continuare a pesare sulla loro famiglia: «Questo è il problema degli stage: più si va avanti, più c'è bisogno di genitori che sostengano con il loro denaro il sistema». Un sistema che quindi, di fatto, discrimina i giovani meno abbienti, le cui famiglie non possano permettersi di sostenere i lavori gratuiti dei figli. E siccome tutto il mondo è paese, il giornalista sottolinea anche quanto ormai perfino per ottenere un posto di stage ci sia bisogno di conoscenze e raccomandazioni. «Se le aziende intendono utilizzare lo stage in maniera seria» conclude il giornalista «devono pagare i loro stagisti». E a chi sostiene che in questo periodo di crisi economica per alcune aziende anche pagare uno stagista potrebbe essere troppo, Skapinker risponde chiaramente: «In questo caso, che lascino gli stage a quelle che sono disposte a prendersi questo impegno» E non cerchino di risolvere i loro problemi di budget, insomma, sfruttando i giovani e pesando sulle famiglie. Come la Repubblica degli Stagisti suggerisce, e non da oggi, attraverso la Carta dei diritti dello stagista.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche: - «Stagisti inglesi, il Guardian svela: un ente vigilerà affinché le aziende non li sfruttino»- «Jacques Attali nei guai: secondo Le Monde la sua associazione usa troppi stagisti»

Soffia il vento d'estate, il numero degli stage si impenna: come difendersi dalle fregature?

«Vento d'estate / io vado in stage voi che fate»... Si potrebbe parafrasare così una canzone di qualche anno fa, scomodando Niccolò Fabi e Max Gazzé. Perchè è innegabile che il numero degli stage d'estate si impenni. Da un certo punto di vista, le ragioni di questa impennata sono fisiologiche e positive: la stagione in cui scuole e università si fermano è il momento giusto perchè gli studenti, dopo aver passato nove mesi sui libri, facciano esperienza sul campo. Da un altro punto di vista, però, bisogna tenere alta la guardia: l'estate è il periodo in cui i dipendenti vanno in ferie, e le imprese devono trovare il modo di sostituirli. In questo contesto lo stagista diventa ancor più conveniente, perchè può essere inserito a costo zero o quasi zero, con il paravento della formazione, e piazzato a tappare i buchi al posto di un dipendente vero e proprio a cui invece bisognerebbe fare un contratto di sostituzione estiva con stipendio, contributi e tutto il resto.Alla Repubblica degli Stagisti  il «vento d'estate» aveva portato già l'anno scorso molte testimonianze. Per esempio quella di Claudia, che aveva descritto un'esperienza tremenda di stage estivo presso un'agenzia interinale, in cui per tre mesi l'avevano messa a fare il lavoro di un normale dipendente: ad agosto era addirittura rimasta da sola a tenere aperta la filiale. O quella di un'altra lettrice, studentessa di Scienze della moda, che aveva denunciato di essere stata piazzata da una grande griffe a fare la commessa in un negozio, per tutta la durata dello stage (ben sei mesi, da maggio a ottobre), inserita nei turni con gli altri dipendenti del punto vendita.Scrive oggi Beatrice, affezionata lettrice della Repubblica degli Stagisti fin dai tempi del blog: «Il problema dello stage oggi è anche più accentuato dalla crisi economica per cui le imprese, non avendo soldi per pagare il personale, offrono di continuo stage, lasciando magari a casa chi aveva un tempo determinato e che ovviamente costava di più». E proprio dopo aver letto il post con la storia di Claudia, Beatrice ha cominciato a spulciare gli annunci su Internet, notando che il web pullula di offerte di stage estivi, specialmente nelle agenzie interinali. «Non si potrebbe far qualcosa in merito?» chiede la lettrice. Certo: non è facile, ma ciascuno può fare qualcosa. Innanzitutto tutti potrebbero stare, in questi mesi ancor più del solito, con le antenne dritte e pronte a captare la fregatura. Diffidare degli stage di soli 2-3 mesi proposti proprio da giugno a settembre, specialmente in attività a diretto contatto col pubblico. Segnalare le sospette irregolarità prima al tutor dell'ente promotore, meglio se per iscritto, e nei casi più gravi anche alle Direzioni provinciali del lavoro (a questo link trovate un sistema che aiuta a individuare quella più vicina). Senza dimenticare che la Repubblica degli Stagisti e il suo Forum sono sempre a disposizione per le segnalazioni.Ma come capire fin dove utilizzare uno stagista d'estate è lecito, e da quando comincia l'illecito?  In sostanza, il principio si potrebbe riassumere così: uno stagista può certamente essere utile all'impresa che lo ospita, ma non deve mai diventare indispensabile. Se è lui che ha le chiavi dell'ufficio o del negozio, se è lui l'unico a garantire l'apertura al pubblico o i servizi ai clienti perchè tutti gli altri se ne sono andati in ferie, allora c'è decisamente qualcosa che non va, e non bisogna tacerla. Se ci si accorge o si subisce in prima persona una situazione di illegalità, c'è una sola cosa da non fare: restare in silenzio. Eleonora Voltolina