Categoria: Editoriali

Ministro Gentiloni, risolva il problema degli stage (bloccati) al ministero degli Esteri

Due settimane fa c'è stato un cambio della guardia al vertice della Farnesina. Fuori Federica Mogherini, nominata "Lady Pesc" e passata alla guida della politica estera di tutta l'Unione europea, e dentro Paolo Gentiloni. Al neoministro degli Esteri la Repubblica degli Stagisti indirizza lo stesso appello che ha rivolto negli ultimi anni a tutti i suoi predecessori: alla Mogherini ovviamente, nove mesi fa, e ancor prima a Emma Bonino, ministro con il governo Letta; e andando ancora indietro a Giulio Terzi di Sant'Agata, nel governo Monti, fino ad arrivare a Franco Frattini, che rimase a capo della Farnesina dal 2008 al 2011, per tutta la durata dell'ultimo governo Berlusconi.La  questione è quella degli stage all'interno del ministero degli Esteri, comunemente noti come "programma Mae-Crui": quei tirocini che fino all'anno scorso venivano attivati all'interno del ministero, alla Farnesina o nelle sedi sparse per il mondo - ambasciate, consolati, istituti di cultura. Erano occasioni che permettevano a circa 2mila studenti e neolaureati ogni anno di fare un'esperienza di circa tre mesi nel mondo della diplomazia, anche se avevano un grossissimo neo: erano privi di compenso. Dunque le spese di viaggio, alloggio, vitto, nonché di eventuale assicurazione sanitaria, gravavano in toto sulle famiglie di questi ragazzi.Quando il Mae-Crui era ancora in essere, la Repubblica degli Stagisti combatteva perché venisse introdotta a favore degli stagisti "maecruini" un minimo di indennità, e aveva anche studiato i bilanci del Ministero trovando una modalità per poter introdurre questa nuova voce di spesa senza generare «nuovi o maggiori oneri per lo Stato». Calcolando che per garantire 500 euro al mese a tutti i giovani Mae-Crui in forza presso la Farnesina e altre località europee, e 1000 euro al mese agli stagisti inviati verso destinazioni extraeuropee, sarebbe stato necessario avere a disposizione un fondo pari a 4 milioni di euro all'anno, la Repubblica degli Stagisti fin dal 2012 aveva scovato una potenziale fonte da cui attingere questi fondi nella Nota integrativa alla legge di bilancio per l’anno 2012 e per il triennio 2012 – 2014 del Ministero degli Affari Esteri, alla sezione «Piano degli obiettivi per missione e programma». Ma a quell'epoca la nostra voce rimase inascoltata, anzi: la situazione prese a un certo punto una piega assolutamente inattesa.Tutto partì dalla riforma del lavoro elaborata da Elsa Fornero, che nel 2012 era ministro del Lavoro. Questa riforma in un passaggio introduceva il principio (espresso in via puramente teorica) di dover pagare una indennità agli stagisti. Il principio divenne divenuto realtà, nel corso del 2013, attraverso le varie nuove normative regionali sui tirocini extracurriculari. Ma ancora prima che queste leggi regionali vedessero la luce, il Mae si era ormai chiuso a riccio: e aveva sospeso il programma. Dalla sospensione si è passati a una cancellazione di fatto, senza troppi clamori: il Mae-Crui nel 2012 è dunque di fatto terminato. Da allora i giovani appassionati di politica estera e di cooperazione non hanno più l'opportunità di fare stage all'interno della Farnesina o nelle ambasciate, nei consolati e negli istituti di cultura italiani in giro per il mondo, se non grazie a episodici accordi tra le singole università e il ministero. Insomma, è stata chiusa una porta in faccia a migliaia di giovani, perché il ministero degli Esteri ha preferito evitare lo sforzo di cercare nel suo bilancio qualche fondo da destinare alle indennità. Quattro milioni di euro all'anno, su un bilancio annuale di due miliardi di euro, continuano però a sembrare alla Repubblica degli Stagisti un obiettivo alla portata della Farnesina: a questo punto la palla passa al nuovo ministro Paolo Gentiloni.Vediamo se lui sarà finalmente capace di risolvere questa questione, piccola forse rispetto ai grandi problemi della politica estera italiana - dalla crisi ucraina al caso dei Marò - ma grande come segnale di attenzione ai giovani. Ministro, solo 4 milioni di euro le permetterebbero di segnare l'avvio della sua permanenza alla Farnesina ripristinando il programma di stage presso il suo ministero e anzi migliorandolo, con l'introduzione finalmente di una dignitosa indennità per tutti i giovani che vorrebbero poter avere l'opportunità di fare una piccola esperienza all'interno del Mae. Ci pensi.

Mae-Crui e gli altri, la Conferenza delle università rimpiange gli stage gratuiti negli enti pubblici. Noi no

Da qualche settimana è online sul sito della Fondazione Crui un documento dal titolo Tirocini formativi, L’esperienza della Fondazione Crui, scaricabile da una pagina intitolata evocativamente «Tirocini nella PA: un’occasione perduta». Si tratta di un breve report a cura di tre dipendenti della Fondazione - Elena Breno, Francesca Romana Decorato e Moira Leo - che ripercorre l'esperienza della Conferenza dei rettori delle università italiane come promotrice di stage destinati a studenti universitari e neolaureati.Il documento, diciamolo subito, ha un obiettivo implicito: quello di protestare contro l'introduzione dell'obbligo di erogare una congrua indennità agli stagisti (peraltro, obbligo previsto dalla nuova normativa solo per quelli extracurriculari). Tale obiettivo risulta subito chiarissimo, quantomeno agli addetti ai lavori, anche se nel testo del documento esso viene tenuto costantemente sottotraccia, sfumato, tanto che la parola "indennità" ricorre solo 2 volte in 74 pagine. «In questi dieci anni di tirocini la Crui ha intercettato i sogni e le ambizioni di oltre 80mila studenti e neolaureati, a cui ha proposto quasi 20mila posti di tirocinio presso enti di grande prestigio e con sedi in tutto il mondo» scrive Stefano Paleari, presidente della Crui, nella introduzione: «I ragazzi che son riusciti a vivere questa esperienza, a fronte di una selezione particolarmente accurata, ammontano a quasi 12mila e rappresentano il meglio del Paese: sono giovani curiosi, pronti a mettersi in gioco, giovani in grado di portare una ventata di freschezza all’interno di strutture a volte un po’ appiattite sulla quotidianità. Giovani che intendono investire nel proprio futuro e a cui il Sistema Paese ha il dovere etico di offrire valide prospettive di crescita». Palearo non teme il ridicolo. O forse davvero non si accorge del paradosso di sostenere che al «meglio del Paese», ai giovani più preparati, il massimo che si riesca a offrire siano tirocini gratuiti: una assurdità che è lo specchio di un Paese che non va, che non investe sui giovani, che offre loro le condizioni peggiori e per giunta magnificandole come se fossero opportunità preziose e irrinunciabili. Continua il presidente Crui: «L’inevitabile processo di revisione della normativa sui tirocini attuatosi in quest’ultimo periodo ha, però, reso sempre più complesso l’espletamento di Programmi come quelli promossi dalla Fondazione Crui, specie per le restrizioni imposte agli enti pubblici ospitanti, che di fatto non sono più in condizione di offrire posti di tirocinio in linea con la normativa». Gli enti pubblici non sarebbero dunque proprio «in condizione»: anche qui Palearo dimostra sprezzo del ridicolo. Sono sotto gli occhi di tutti gli sprechi immani delle pubbliche amministrazioni, i privilegi, le sacche di sperpero. Eppure il presidente Crui sembra ignorare tutto questo, e afferma convinto che il Ministero degli Esteri (2 miliardi annui di bilancio) o altri enti pubblici non possano davvero essere in grado di trovare 400-500 euro al mese da offrire ai propri tirocinanti. Infatti Palearo paventa poche righe più il là il «grande rischio di bloccare un circuito virtuoso, a scapito proprio di quei giovani meritevoli che la nuova normativa si prefigge di tutelare»: il circolo virtuoso, tenetevi forte, sarebbe il sistema degli stage gratuiti negli enti pubblici, e il fatto di aver imposto finalmente un minimo di dignità economica ai tirocini andrebbe «a scapito» e non a vantaggio dei giovani. Nel finale della sua introduzione il presidente Crui auspica dunque «fortemente» non che gli enti pubblici rivoltino come calzini i propri bilanci per tagliare gli sprechi e far saltar fuori i soldi per poter dare un compenso minimo agli stagisti. No. Lui auspica fortemente proprio il contrario: «che si riesca ad avviare una riflessione congiunta tra Istituzioni e Università, tesa ad individuare soluzioni alternative che vadano a beneficio esclusivo dei giovani permettendo loro di continuare a misurarsi in esperienze dall’indiscutibile valore formativo - come chiaramente documentato dai dati di seguito presentati – che verrebbero altrimenti precluse». Le «soluzioni alternative», in realtà, son solo una: l'esenzione degli enti pubblici dall'obbligo di erogare l'indennità minima agli stagisti.Il messaggio è dunque: abbiamo promosso ben 12mila stage negli ultimi 10 anni, questi stage sono stati una grande opportunità per migliaia di laureandi e laureati. Adesso una legge ha fatto sì che molti enti pubblici - a cominciare dal Ministero degli Esteri - abbiano deciso di sospendere gli stage, perché non vogliono pagare gli stagisti, e noi pensiamo che sia sbagliato. Non che gli enti non paghino gli stagisti - no, questo è giusto perché queste «esperienze altamente formative e funzionali allo sviluppo di un approccio consapevole con il mondo del lavoro» vanno bene anche se non prevedono compenso. Sbagliato è che anche gli enti pubblici debbano sottostare alla legge. Il documento della Fondazione Crui è triste. Per almeno cinque motivi.Il primo: con questo modo di "dire e non dire", si evita sistematicamente di porre il problema della sostenibilità economica di questi stage. La Crui non cita mai il fatto che il problema n° 1 dei tirocini Mae-Crui era la loro gratuità: certo, migliaia di ragazzi sognavano di farli e si candidavano, ma al prezzo di dover far ricadere sulle spalle delle proprie famiglie tutti i costi connessi a un'eventuale vittoria del bando: costi di viaggio, di alloggio, di assicurazione sanitaria talvolta. Costi incomprimibili cui il Mae si è sempre pervicacemente rifiutato di far fronte attraverso l'istituzione di un compenso a favore dei propri stagisti, e cui dunque ciascun ragazzo selezionato ha dovuto far fronte da solo (oppure rinunciare).La Fondazione Crui dunque non parla mai del profilo economico dei tirocini. Non ne fa menzione - apposta - nemmeno in quei casi in cui il rimborso c'era. E questo è di per sé significativo: far sapere che alcuni degli enti convenzionati con la Crui prevedevano un rimborso per i tirocinanti (ben prima che intervenisse la legge a imporlo) dimostrerebbe infatti che allora gli enti, se vogliono, possono senza problemi prevedere una indennità. E se non lo fanno, è per loro espressa scelta.Il secondo motivo per cui il documento è triste è una diretta discendenza del primo: la Fondazione Crui sembra dare per assodato che la sopravvivenza dei tirocini Mae-Crui e di tutti gli altri tirocini da lei coordinati - in convenzione con una ventina di enti - sia direttamente legata al fatto che essi possano riprendere con le stesse modalità di prima. Visto in quest'ottica il documento prende la forma di una sorta di ricatto. "Questi tirocini sono stati tanto utili a tanti giovani, se volete farli ripartire…". Se volete farli ripartire, cosa? Dovete accettare, sottintende la Crui, che gli enti ospitanti non modifichino i loro budget e non rimodulino le voci di spesa per trovare (a bilanci invariati, per non creare maggiori oneri per lo Stato ovviamente) il modo di reperire attraverso un risparmio da qualche parte i fondi per le indennità da erogare agli stagisti. La Crui non adombra mai, in nessuna delle 74 pagine, nemmeno alla lontana, nemmeno vagamente la possibilità che il Mae (o gli altri enti convenzionati, ma è il Mae il cuore del problema) possa impegnarsi per reperire nel suo bilancio tali fondi. Il risultato è surreale.E si arriva dunque al terzo motivo per il quale il documento è triste. Tra le righe, velatamente (ma nemmeno troppo), l'intento della Crui è quello di fare pressione sul Parlamento, sul Governo, sulle Regioni affinché prevedano una deroga. Il sogno della Crui sarebbe cioè che le varie normative regionali che nel corso del 2013, in ossequio agli accordi formalizzati nelle Linee guida concordate a gennaio 2013 dalla Conferenza Stato - Regioni, hanno introdotto a favore dei tirocinanti extracurriculari il diritto a ricevere una indennità minima (variabile da 300 a 600 euro a seconda delle Regioni), venissero depotenziate. E che venissero cioè esentati da tale obbligo gli enti pubblici. In questo modo il programma Mae-Crui potrebbe ricominciare, con migliaia di stagisti gratis non solo alla Farnesina ma anche nelle ambasciate, nei consolati e negli istituti di cultura di tutto il mondo. La Crui pretenderebbe cioè che venisse fatto un clamoroso passo indietro, per permettere agli enti pubblici di disporre di stagisti gratis, lasciando l'obbligo di indennità solo per le imprese private. Un duepesiduemisurismo intollerabile.Il quarto motivo è per così dire "omissivo": nel documento - fatto salva una riga nel capitoletto "Cenni normativi" - non viene mai sottolineata la differenziazione tra tirocini extracurriculari e tirocini curriculari. Eppure solo per i primi vige dal 2013 l'obbligo di compenso. Il Mae, anziché bloccare completamente il progetto Mae-Crui, avrebbe potuto limitare agli studenti l'accesso ai bandi, realizzando esclusivamente tirocini curriculari per i quali non è prevista indennità obbligatoria. Perché il Mae non abbia nemmeno preso in considerazione questa opzione, non è dato sapere: forse gli studenti sono meno “produttivi” e disponibili dei neolaureati, o forse vi era il timore che potesse all'improvviso arrivare un provvedimento legislativo simile anche per gli stage curriculari... Ma qui si va nel campo delle ipotesi. Restando ai fatti, tutto questo blocco totale dei Mae-Crui e degli altri tirocini negli enti pubblici in realtà sarebbe potuto essere evitato, e per motivi ignoti non lo é stato; e ora che la Crui dedica addirittura un report di 74 pagine a tale blocco, deprecando la riduzione delle opportunità per i giovani, inspiegabilmente non dedica una riga a prospettare questa ovvia soluzione. Che peraltro noi come Repubblica degli Stagisti non auspichiamo assolutamente - anzi, per noi il ministero dell'Istruzione dovrebbe al più presto emettere una normativa introducendo una indennità minima obbligatoria anche per gli stage curriculari. Resta però il fatto che la possibile soluzione era a portata di mano, e nessuno l'ha considerata.Ma perché la Crui si spende così tanto per i tirocini? Perché da due anni protesta a viva voce contro le leggi che intendono tutelare gli stagisti, perché ha pubblicato adesso questa indagine, questo tentativo smaccato di influenzare la politica affinché riveda la normativa sullo stage? E qui viene il quinto motivo per il quale tale documento è triste, anzi tristissimo. Perché la Crui in 74 pagine di "trasparenza", numeri e tabelle, evita accuratamente di dire che lei, dalla promozione dei tirocini, ci guadagnava. E non poco. Una importante parte del suo bilancio veniva infatti da lì: la Crui si faceva pagare per accettare le candidature degli studenti e dei neolaureati di ciascuna università. La Repubblica degli Stagisti lo aveva scoperto e scritto già due anni fa: in un articolo del settembre 2012, intitolato molto chiaramente «Tirocini Mae-Crui, la Crui non vuole rischiare che siano cancellati: forse perchè ci guadagna?», avevamo riportato addirittura un tariffario, spiegando come a ogni ateneo la Crui chiedesse un forfait di 1.100 euro se i candidati erano meno di 25, e poi 2.200 euro per 26-50 candidati, 5.200 per un numero di domande di partecipazione compreso tra 51 e 100, e che al di sopra di questa quantità, per ogni 50 candidature veniva richiesta la somma di 1.100 euro. Ogni ateneo, insomma, pagava migliaia e migliaia di euro alla Crui per permettere ai propri studenti di candidarsi ai bandi Mae-Crui (e con tutta probabilità anche agli altri). Secondo i dati pubblicati nel documento della Crui, tra il 2004 e il 2012 quest'ultima ha vagliato oltre 158mila candidature, di cui 106mila relative al solo programa Mae-Crui: i conti sono presto fatti. Questo elemento economico contribuisce dunque a spiegare la foga con cui la Fondazione Crui continua incessantemente a chiedere di rivedere la norma, per ripermettere agli enti pubblici di ospitare stagisti a gratis.Peccato che sia la battaglia sbagliata. Quella giusta, quella su cui tutti coloro che hanno davvero a cuore il futuro dei giovani italiani dovrebbero impegnarsi, è quella per convincere il Mae e tutti gli enti pubblici italiani a rivedere i propri bilanci, trovando tra le pieghe i fondi per le indennità degli stagisti. Si tratta di pochi soldi in confronto a bilanci faraonici: la Repubblica degli Stagisti da anni spiega che basterebbero al Mae 4 milioni di euro all'anno (appena lo 0,2% del suo bilancio, che complessivamente ammonta a 2 miliardi di euro all'anno!) per poter ripristinare il programma di stage e ricominciare a offrire ai giovani la possibilità di fare esperienza alla Farnesina e nelle varie sedi diplomatiche. Avendo però stavolta, a differenza del passato, la garanzia di una indennità minima e non dovendo quindi rimetterci di tasca propria. Una azione del genere avrebbe anche il merito di democratizzare questi stage, permettendo anche ai non abbienti di accedervi: mentre finora essi sono stati riservati solo ai figli di famiglie agiate, in grado di pagare viaggi - a volte addirittura voli intercontinentali - affitti, annessi e connessi. Ovviamente nel suo documento la Fondazione Crui si guarda bene dall'affrontare questo tema, limitandosi ad accennare, nel paragrafo dedicato al fenomeno delle rinunce, che «si potrebbe supporre che lo scenario di crisi economica degli ultimi anni abbia in parte influenzato la scelta dei candidati» ammettendo poco più avanti che «dal 2009 si registra un costante aumento delle rinunce, che si concentra particolarmente sui posti all’estero, dato che potrebbe confermare un legame con l’aspetto economico, aggravato dallo scenario generale di crisi».Il documento della Fondazione Crui è dunque un tentativo quasi patetico di restaurazione, nascosto all'interno di un report apparentemente innocuo. Ecco i numeri degli stage che abbiamo promosso, guardate quanto siamo stati bravi, i giovani sono stati contenti di fare questi stage, è il messaggio di superficie. Meglio però sapere quel che c'è sotto: e sotto ci sono interessi opachi, una visione retriva dello strumento del tirocinio, e una volontà tenace di evitare, eludere, negare il problema di fondo. E cioè: con quali soldi si mantengono gli stagisti mentre fanno lo stage?Se il presidente Paleari fosse un semplice impiegato e guadagnasse 1.500 euro al mese, e con grande fatica fosse riuscito a mandare suo figlio all'università, e quel figlio fosse stato bravo al punto da vincere un bando Mae-Crui, come si sentirebbe l'impiegato Paleari all'idea di non potercelo mandare perché quello stage non prevede alcun rimborso? Si fa presto a difendere gli stage gratuiti, quando si hanno abbastanza soldi e abbastanza conoscenze da considerare irrilevante la gratuità.

Ministero, Regioni, una domanda: i tirocini di inserimento si posson fare anche negli enti pubblici?

Che valore ha la dicitura "di inserimento" all'interno della categoria dei "tirocini di inserimento"? Detto in maniera più esplicita: gli stage di inserimento si possono fare solo in posti dove sia verosimilmente probabile che alla fine del percorso di tirocinio lo stagista venga “inserito”, oppure possono essere svolti anche in posti dove già si sa a priori che sarà impossibile una assunzione post stage? Insomma: la parola “inserimento” ha un qualche valore concreto, oppure è solo una vuota dicitura senza alcun riscontro nella realtà?La questione è molto importante e sarebbe ora che il ministero del Lavoro, quello della Funzione pubblica e soprattutto le Regioni si esprimessero in merito, fornendo una risposta precisa. Per evitare un utilizzo improprio - o addirittura un vero e proprio abuso - di questa tipologia di tirocini.L'ultimo caso, in ordine di tempo, è quello raccontato ieri proprio qui sulla Repubblica degli Stagisti: una Regione - la Calabria - che decide di utilizzare 3 milioni di euro del Fondo sociale europeo per avviare 500 tirocini di inserimento e reinserimento lavorativo a favore di soggetti disoccupati e inoccupati, con un compenso mensile di 500 euro completamente erogato dallo Stato, prevedendo che possano essere svolti non solo nelle imprese private e negli studi professionali (realtà che, almeno in potenza, potrebbero procedere senza problemi ad assunzioni post stage)a anche in associazioni non profit, fondazioni e addirittura enti pubblici.Cosa? Tirocini di inserimento negli enti pubblici? La cosa non ha senso, è quasi un ossimoro: perché negli enti pubblici si dovrebbe entrare solo tramite concorso, e non certo in maniera diretta (e discrezionale) dopo un periodo di stage. Si può quindi riassumere dicendo che la possibilità di inserimento post stage è pari a zero negli enti pubblici; il che renderebbe quasi ovvia la deduzione che non sia possibile - addirittura: che non sia legale - attivare tirocini di inserimento nella pubblica amministrazione.Però in effetti non c'è scritto da nessuna parte che questa tipologia di stage non possa essere utilizzata all'interno di enti pubblici: è un particolare che l'accordo in sede di Conferenza Stato - Regioni non ha specificato, e che dunque non viene normato nemmeno nei vari provvedimenti legislativi che le Regioni e le province autonome di Trento e Bolzano hanno emesso tra il 2012 e il 2013.Ricapitolando: per effetto della riforma del titolo V della Costituzione e di una sentenza della Corte costituzionale datata dicembre 2012, negli ultimi due anni il mondo degli stage si è letteralmente spaccato in due. Da una parte ci sono gli stage curriculari, intesi come quelli svolti durante un percorso di studi. Questi stage sono di competenza statale, perché inseriti in percorsi formali di istruzione, e per cui è il ministero dell'Istruzione che deve regolamentarli. Attenzione perché per gli stage curriculari ci troviamo in questo momento in una pericolosissima condizione di vacatio legis, cioè c'è un buco normativo, non essendo più valido il dm 142/1998: il nostro auspicio è che il ministero dell'Istruzione agisca il prima possibile per colmare questo vuoto.Dall'altra parte ci sono gli stage extracurriculari, tutti quelli svolti da una persona che non sta facendo un percorso di studi. Questi tirocini sono adesso di competenza esclusivamente regionale e possono essere essenzialmente di due tipologie: "di formazione e orientamento" oppure di "inserimento - reinserimento lavorativo". I primi sono riservati a persone che abbiano terminato l'ultimo ciclo di studi da meno di 12 mesi; i secondi sono rivolti a tutti gli altri, purché si dichiarino inoccupati o disoccupati in cerca di impiego.L'accordo raggiunto a gennaio 2013 in sede di conferenza Stato - Regioni rispetto ai tirocini extracurriculari, poi ripreso più o meno fedelmente nelle varie normative regionali, prevede che i tirocini di formazione e orientamento possano durare al massimo 6 mesi (proroghe comprese), mentre i tirocini di inserimento - reinserimento possano avere una durata doppia, fino addirittura a un massimo di 12 mesi. E infatti il progetto Work Training della Regione Calabria ha sfruttato appunto questa durata così lunga, prevedendo che i 500 stage durino tutti un anno.Qual è la ratio che soggiace alla possibilità di fare uno stage così lungo? Che il tirocinio di inserimento sia l'anticamera… dell'inserimento, appunto. Una sorta di periodo di prova allungato: ovviamente molti giuslavoristi inorridirebbero sentendo questa semplificazione, affrettandosi a negarla, ma in effetti tutti gli addetti ai lavori sanno che è così. Il patto è abbastanza chiaro: se io azienda accetto di attivare un tirocinio di inserimento, con l'obiettivo sincero di assumere lo stagista se si sarà dimostrato valido, in cambio voglio la possibilità di "testarlo" per un periodo più lungo di sei mesi.Questo "patto" è però valido solo se il tirocinio di inserimento prelude effettivamente - almeno in potenza - a un inserimento. Che senso ha, invece, fare un tirocinio così lungo in un posto dove già si sa che non c'è la minima possibilità di assunzione? Qui urge avere dalle istituzioni competenti una risposta certa. L'appello della Repubblica degli Stagisti va dunque a qualsiasi ente abbia la possibilità di inoltrare un interpello al Ministero del Lavoro: questa possibilità è riservata a organismi associativi a rilevanza nazionale degli enti territoriali, enti pubblici nazionali, organizzazioni sindacali e dei datori di lavoro maggiormente rappresentative sul piano nazionale e consigli nazionali degli ordini professionali. Perfavore, qualcuno faccia un interpello chiedendo semplicemente se i tirocini di inserimento possono essere attivati all'interno di soggetti ospitanti ove sia già sicuro a priori che non vi sarà possibilità di inserimento.Oppure, dirigenti del Ministero del Lavoro: senza attendere l'interpello, potreste voi emettere una circolare interpretativa per spiegare questo dettaglio così importante per chi ogni giorno deve districarsi nella giungla degli stage.Anche perché il discorso non si ferma agli enti pubblici. Essi sono il caso più evidente, quasi eclatante, di contraddizione in termini: un tirocinio di inserimento in una realtà che non ha la minima possibilità di inserire la persona al termine del percorso è, come detto, una sorta di ossimoro. Ma vi sono anche tante imprese private e tanti studi professionali che possono trovarsi, magari anche solo temporaneamente, nella stessa situazione: per esempio è corretto attivare un tirocinio di inserimento in un'azienda dove vige un blocco delle assunzioni?Un dato utile da ricordare sempre è che la percentuale media di assunzione post stage in Italia, rilevata annualmente dall'indagine Excelsior di Unioncamere, è pari a poco più del 9%. Lo stage dunque si conferma una porta poco più che socchiusa sul mondo del lavoro, su cui va effettuata una rigorosa vigilanza per frenare gli abusi. Bisogna affrontare di petto il problema, per far salire questa percentuale a un livello decente - noi auspichiamo almeno il 30% - quantomeno per quanto riguarda i tirocini di inserimento. Come? Una idea potrebbe essere quella di vincolare l'attivazione di ogni stage di questo tipo a una dichiarazione da parte del soggetto ospitante di essere intenzionato e nelle condizioni di assumere lo stagista, in caso di esito positivo del periodo di stage. Questa semplice autodichiarazione bloccherebbe all'istante tutti i tirocini di inserimento negli enti pubblici - nessun dirigente potrebbe in coscienza prendersi il rischio di firmare una dichiarazione di intenti palesemente irrealizzabile - e scoraggerebbe molto anche le aziende intenzionate a comportarsi in maniera truffaldina. A valle, si potrebbe anche pensare a una sorta di dichiarazione esplicativa in caso di non assunzione, in cui al soggetto ospitante venisse chiesto di motivare perché l'inserimento non è andato a buon fine; con la possibilità, dopo 3 o 4 tirocini di inserimento andati a vuoto nella stessa realtà, di far scattare una moratoria e dunque impedire a quel soggetto di ospitare stagisti per un tot di tempo.Insomma, le idee non mancano, a queste se ne possono certamente aggiungere altre. L'importante è non fare gli struzzi, facendo finta che il problema degli stage di inserimento in posti dove l'inserimento è impossibile non esista.Eleonora Voltolina

Istruzione, il bene più prezioso: ricordiamocelo anche noi

Oggi è la festa della mamma, e molti in tutto il mondo utilizzano la visibilità di questa ricorrenza per rilanciare la mesta notizia delle 240 giovani nigeriane rapite da un movimento di fondamentalisti islamici che con tutta probabilità le stanno nascondendo nella giungla, abusando di loro e che forse cercheranno di venderle al mercato nero, o le uccideranno. Ciò che accomuna queste ragazze, ci raccontano i media internazionali, è che erano - sono - studentesse. Giovani donne che stavano - stanno - provando a giocarsi la carta dell'istruzione, in un paese del Terzo mondo, come chance di riscatto, di miglioramento della propria vita e della comunità. Giovani donne che si sono ribellate al dictat del movimento - le ragazze smettano di studiare, il loro posto è dentro casa, dio vuole che restino ignoranti - e che il movimento ha punito con questo rapimento. Per puro caso in questi giorni sto leggendo Io sono Malala, l'autobiografia della coraggiosa ragazzina pakistana che i talebani hanno cercato di uccidere, un anno e mezzo fa, proprio per il suo attivismo a favore del diritto delle ragazze all'istruzione. Ai talebani é andata male, Malala Yousafzai é fatta d'acciaio, il proiettile le ha bucato la calotta cranica ma non il cervello: e adesso, dopo molte operazioni, lei è più forte di prima, ha parlato alle Nazioni Unite, e chissà, forse seguirà le orme di Benazir Bhutto. Pur essendo sua madre analfabeta, la sua famiglia ha saputo investire sulla sua istruzione - vedendo anche il suo straordinario talento, ma questa è un'altra storia, perché Malala sostiene fortemente che tutte le bambine possano dimostrare un qualche talento, se viene data loro la possibilità di imparare a leggere e scrivere, capire l'inglese e usare il computer.Che c'entra questo con noi? C'entra. Come molti altri diritti, il diritto all'istruzione viene ormai dato per scontato in Europa e sopratutto in Italia, sottovalutato. Le battaglie compiute nel nostro Paese pochi decenni fa per il diritto a un'istruzione per tutti, pubblica e gratuita, sono finite nel dimenticatoio. Con leggerezza molti giovanissimi (e i loro genitori) disprezzano la scuola, gli insegnanti, lo studio. Una deriva che in alcune Regioni, come la Campania, prende la piega pericolosa dell'abbandono scolastico: l'obbligo di terminare la “scuola dell'obbligo” viene così spesso ignorato, consegnando migliaia di bambini all'ignoranza. In altre Regioni le “apparenze” sono salve, la stragrande maggioranza dei giovani arriva alla maturità o alla qualifica: ma considerandola come un pezzo di carta anziché un investimento sul proprio futuro.Per esempio il fenomeno consolidato negli ultimi vent'anni delle scuole private “recupero anni scolastici”, naturalmente a caro prezzo, e naturalmente con la promozione degli allievi quasi assicurata, sono una preoccupante cartina di tornasole di quanto in Italia si sia persa la consapevolezza che la scuola é importante per quello che insegna, non per il certificato che dà. Come sia possibile accettare - e autorizzare - scuole che a un ragazzo che è stato bocciato, dimostrando di non riuscire a superare un solo anno scolastico, riescono magicamente l'anno successivo a farne superare due o tre o addirittura quattro insieme, è per me un mistero. Ma i cartelloni pubblicitari che ovunque continuano a promuovere questi istituti dimostrano senz'altro che il fenomeno è in piena attività. Del resto, risponde a una esigenza - perversa - dei genitori di oggi: aiutare i figli a tutti i costi, spianare loro la strada. Anziché fargli ripetere l'anno, chiedendo loro maggior impegno, li si iscrive a una scuola privata, con professori più “comprensivi”, in modo che il poco che fanno sia sufficiente ad arrivare al pezzo di carta. E vanno in tandem con il preoccupante aumento dei ricorsi contro le bocciature: perché è più facile dire che la scuola ha sbagliato che ammettere che il proprio pargolo non ha studiato abbastanza.Malala e tutte le ragazze pakistane, afghane, somale, nigeriane, indiane lottano per poter andare a scuola, per poter fare gli esami di fine anno; e sognerebbero un sistema di istruzione gratuito e universale anche a casa loro. Ma questo argomento assomiglia troppo al “finisci di mangiare, che i bambini africani muoiono di fame”, notoriamente inutile e inefficace: nessun giovane italiano studierà con più lena solo perché Malala a 15 anni si è presa una pallottola in fronte, mentre era sul pulmino della scuola insieme alle sue compagne di classe, appena dopo aver dato gli esami di fine anno.Allora bisogna capire: a cosa serve lo studio? Ci sono due risposte fondamentali. La prima è generale, e riguarda ciascuno nella sua crescita personale: studiare serve a crescere intellettualmente, sviluppare capacità di apprendimento, analisi e spirito critico, a capire il mondo che ci circonda. La seconda è più utilitaristica: a migliorare la propria condizione occupazionale ed economica, potendo ambire - grazie alle cose imparate - a un posto di lavoro migliore.Queste due ragioni si intersecano e spiegano bene come mai Malala alle Nazioni Unite, qualche mese fa, ha chiuso con queste parole il suo discorso: «Lasciateci ingaggiare una lotta globale contro l’analfabetismo, la povertà e il terrorismo e lasciateci prendere in mano libri e penne. Queste sono le nostre armi più potenti. Un bambino, un maestro, una penna e un libro possono fare la differenza e cambiare il mondo. L’istruzione è la sola soluzione ai mali del mondo. L’istruzione potrà salvare il mondo».Anche da noi dovremmo ricominciare a riflettere su questi concetti, e a rivalutare l'importanza della scuola come opportunità per assorbire nozioni e competenze, sviluppare capacità e talenti. Nel giorno della festa della mamma, sarebbe bello ricordare che ogni figlio oggi in Italia ha il privilegio di poter ricevere una istruzione, un privilegio sancito nero su bianco dalla nostra Costituzione. Che ogni madre ha la certezza che suo figlio non resterà analfabeta. Solo ricominciando a fare buon uso di questa grande opportunità, valorizzando il contenuto degli anni di scuola e non la finalità formale di ottenere una licenza, onoreremo la nostra Carta e dimostreremo rispetto verso i tanti Paesi che ancor oggi non riescono a garantire ai loro ragazzi il prezioso diritto all'istruzione.Eleonora Voltolina

Chi ha paura della Garanzia Giovani (e delle aspettative dei giovani italiani)?

Sergio Cofferati è un europarlamentare del Pd. È stato eletto nel 2009 con una mole imponente di preferenze - oltre 200mila - ed è ricandidato anche per questa tornata. Prima dell'impegno politico è stato per oltre un ventennio dirigente sindacale della Cgil - arrivandone al vertice come segretario generale tra il 1994 e il 2002 - e poi per un mandato anche sindaco di Bologna. L'altra sera Cofferati era ospite, insieme a me e al senatore Pietro Ichino, alla trasmissione Ottoemezzo. Si parlava di lavoro, alla vigilia del primo maggio, e io avevo citato in un mio intervento la Garanzia Giovani, sottolineando la grande attesa che c'è intorno a questa iniziativa da parte di centinaia di migliaia di ragazzi italiani senza lavoro. Il colpo di scena è arrivato, almeno per me, totalmente inaspettato: «Consiglierei di non enfatizzare Garanzia giovani», ha detto a un certo punto Cofferati: «Garanzia Giovani non crea un posto di lavoro nemmeno per scherzo. È un modello di ammortizzatore sociale, utilissimo per proteggere delle ragazze e dei ragazzi, finito il percorso di formazione scolastica, quando entreranno nel mondo del lavoro e non troveranno subito un impiego, attraverso stage e formazione». L'europarlamentare ha addirittura paragonato la Garanzia alla «cassa integrazione degli anni Settanta, dei miei tempi» - Cofferati ha oggi 66 anni - chiudendo con un'ammonizione: «La Garanzia Giovani non dovete spacciarla come una soluzione che offre lavoro, non è così. State attenti, create confusione, create aspettative».Ho fortemente contestato queste affermazioni durante la trasmissione, rispondendo in diretta a Cofferati. Vale però la pena di mettere nero su bianco questa cosa, perché penso sia grave, e quasi strabiliante, che proprio un europarlamentare travisi così clamorosamente la natura di una iniziativa di matrice europea come la Garanzia Giovani. E anche perché questa tendenza a sminuire preventivamente la Garanzia l'avevo già sentita altrove: è un'aria che si respira da tempo al ministero del Lavoro, e si leggeva anche tra le righe della più recente intervista rilasciata dal ministro Poletti al Corriere della Sera sul tema. Sembra quasi insomma che ci sia una sorta di rassegnazione, del tipo "Ma che posti di lavoro volete che troviamo ai giovani, se le aziende licenziano e chiudono?"; e che quindi la Garanzia non possa avere nessun effetto di occupazione, e si debba limitare a "far passare la nottata", nei prossimi mesi, in attesa che magicamente l'economia si riprenda e che dunque anche il mercato del lavoro riparta. Interpretando la Garanzia giovani come una cura palliativa per un malato (la disoccupazione giovanile) incurabile, anziché come una cura aggressiva e sperimentale con l'obiettivo di guarirla, la malattia, e magari anche frenarne il contagio.Dunque, caro Cofferati, no. La Garanzia Giovani non è un programma di formazione destinato ai giovani. Proposta da alcuni europarlamentari e formalizzata infine attraverso una Raccomandazione del Consiglio europeo dell'aprile del 2013, essa è definita testualmente così: «Il termine "garanzia per i giovani" si riferisce a una situa­zione nella quale, entro un periodo di quattro mesi dall'inizio della disoccupazione o dall'uscita dal sistema d'istruzione formale, i giovani ricevono un'offerta quali­tativamente valida di lavoro, proseguimento degli studi, apprendistato o tirocinio». Ancor prima, nel 2010, vi era stata una decisione dello stesso Consiglio che invitava gli Stati mem­bri a «promuovere l'integrazione dei giovani nel mercato del lavoro e ad aiutarli, soprattutto i Neet, in collabora­zione con le parti sociali, a trovare un primo impiego, a fare esperienze lavorative o a proseguire gli studi o la formazione, anche attraverso l'apprendistato, interve­nendo rapidamente in caso di disoccupazione». Dunque la Garanzia giovani non è affatto un "parcheggio" dove mettere decine di migliaia di giovani in attesa di tempi migliori, dando loro un po' di formazione per non farli stare con le mani in mano. È invece un programma concepito a livello europeo per l'occupazione e l'occupabilità dei giovani: prevede in sostanza che essi non siano lasciati soli, una volta terminati o abbandonati gli studi, ma che al contrario ciascun Paese se ne prenda carico in maniera attiva, accompagnandoli verso un lavoro o un'esperienza "on the job", con il chiarissimo e dichiarato intento di farli entrare nel mercato del lavoro.Cofferati definisce questo progetto un «ammortizzatore sociale», ma invece non c'è niente di più lontano dal concetto di ammortizzazione sociale per quanto riguarda il vero spirito della Garanzia giovani. Altro che ammortizzare: la Garanzia è pensata per rilanciare una intera generazione di ragazzi che hanno difficoltà, specialmente in questo periodo di crisi, a trovare una collocazione nel mondo del lavoro, partendo dal presupposto che si debba investire su di loro, seguirli, supportarli. E che da questo lavoro intensivo si otterrà un giovamento per tutto il Paese. Del resto ufficialmente anche il ministero del Lavoro, in occasione dell'audizione del ministro (all'epoca Giovannini) alla Commissione lavoro del Senato lo scorso 14 gennaio, aveva presentato la Garanzia come inscritta in un più ampio «piano straordinario per le politiche attive», dichiarando che uno degli obiettivi strategici prioritari è quello di «aumentare le opportunità di lavoro di chi oggi è disoccupato o inattivo, specialmente dei giovani, consentendo alle diverse tipologie di imprese di cogliere ogni opportunità di ripresa economica anche sul piano occupazionale».L'impressione, insomma, è che se i vertici di Parlamento, Commissione e consiglio europei avessero sentito l'interpretazione che l'eurodeputato Cofferati dà disinvoltamente del programma Garanzia Giovani, molti capelli si sarebbero rizzati. Perché tutto vuole l'Ue tranne che questo programma, su cui solo per l'Italia c'è un investimento di ben un miliardo e mezzo di euro (prevalentemente di provenienza europea), venga percepito e gestito come un "ammortizzatore sociale". Con l'obiettivo al ribasso di "ammortizzare", cioè, smorzare, attutire la disgrazia sociale della disoccupazione e dell'inattività dei giovani italiani. Certo, è quasi banale confermare che quante più competenze una persona ha, tanto più forte e dunque spendibile risulta il suo curriculum: per questo ci sono i corsi di formazione, le scuole di specializzazione, per questo ci sono anche gli stage che mirano a far imparare in pratica quel che si è appreso sui libri, a scuola o all'università. Dunque nessuno mette in dubbio che una rilevante parte delle azioni della Garanzia giovani consisterà nel rafforzare il cv dei ragazzi inoccupati, disoccupati o Neet, permettendo loro di imparare nuove cose ed essere quindi più appetibili in caso di selezione di candidati per un posto di lavoro. Il punto focale però, da non perdere di vista, è che tutto lo sforzo e tutti i soldi (ricordiamolo: 1,5 miliardi di euro!) devono essere concentrati su un unico obiettivo finale: che i ragazzi si inseriscano nel mercato del lavoro. Non che lo sfiorino, non che lo annusino: che si inseriscano. E aggiungo io: dignitosamente.Dunque sì, onorevole Cofferati (e ministro Poletti). I giovani italiani devono nutrire, più che legittimamente, molte aspettative nei confronti dell'iniziativa Garanzia Giovani. E sta al ministero del Lavoro, al governo e in generale alla politica non deludere quelle aspettative. Usare bene, molto bene i soldi. Misurare bene, molto bene l'efficacia delle azioni messe in campo. E soprattutto non cedere alla tentazione di snaturare la Garanzia, fingendo che sia qualcosa di diverso da quella che è. L'obiettivo deve essere quello della occupazione e della occupabilità dei giovani. La formazione, così come gli stage che sono una tipologia avanzata di formazione "on the job", possono essere delle modalità attraverso cui la Garanzia Giovani viene declinata: ma non certo come un ammortizzatore sociale.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Garanzia giovani, che diavolo ha detto il ministro Poletti nell'intervista al Corriere?- Garanzia giovani in partenza il 1° maggio: ma il piano anti-disoccupazione ha ancora troppe criticitàE anche:- Contro la disoccupazione non servono più stage, ma stage più efficaci e centri per l'impiego efficienti

Garanzia giovani, che diavolo ha detto il ministro Poletti nell'intervista al Corriere?

Ieri sul più importante quotidiano italiano, il Corriere della Sera, è stata pubblicata una intervista al ministro del Lavoro Giuliano Poletti, in forma di articolo con ampi virgolettati, tutta incentrata sul tema della Garanzia Giovani. Un articolo - intitolato "Lavoro, c'è il piano giovani. Ma le Regioni non firmano" - la cui lettura crea una sensazione disturbante: come se il ministro intervistato sapesse pochissimo, quasi nulla, del tema focalizzato nell'intervista - e cioè appunto la Garanzia Giovani - e avanzasse per mezze frasi buttate lì, grossolanamente, senza approfondimento e senza precisione. Ripristinare un po' di verità e di punti fermi risulta a questo punto essenziale: ne va della corretta informazione per centinaia di migliaia di giovani.Punto primo. L'occhiello posto appena sopra il titolo recita «Il progetto per la formazione tra i 24 e i 29 anni può coinvolgere fino a 900mila ragazzi. Già stanziati 1,5 miliardi». Eh? Innanzitutto il programma Youth Guarantee non è affatto un «progetto di formazione», bensì un progetto che dovrebbe avere lo scopo di far trovare lavoro ai giovani che hanno finito di studiare (e che hanno quindi già completato, salvo alcuni casi particolari, il proprio iter di istruzione): una ulteriore formazione è solo una delle declinazioni dell'offerta che ogni Paese dovrebbe offrire, attraverso tale progetto, ai suoi giovani. E detto per inciso l'ultima scelta, quella proprio più scarsa, in caso i tentativi di trovare un'offerta di lavoro o di formazione / lavoro fossero tutti andati a vuoto. Secondo poi, la fascia di età interessata dalla Garanzia Giovani è ben diversa da quella indicata nell'occhiello (e ripetuta nel primo paragrafo dell'articolo): non certo 24-29 anni, bensì 15-24. Magari fosse 24-29! Risponderebbe ben più coerentemente alle esigenze peculiari del mercato del lavoro italiano. Ma invece la fascia di età è 15-24. Più avanti nell'articolo questa fascia viene infatti citata da intervistatrice e intervistato; ma ciò crea purtroppo parecchia confusione in chi legge.Punto secondo. Proprio sulla fascia di età si gioca una partita importantissima che riguarda direttamente la credibilità del governo Renzi. Il neopremier infatti aveva annunciato pubblicamente che la fascia coinvolta nel progetto Garanzia Giovani sarebbe stata ampliata, andando a ricomprendere anche i 25-29enni. Invece cosa afferma Poletti nell'intervista? «Il piano europeo dice 24 e per ora sarà così. Ma invitiamo chi ha tra i 25 e i 29 a iscriversi perché, valutata la quantità delle adesioni, potrebbe essere ricompreso in una seconda fase». Che cosa? «Potrebbe essere»? Ma allora non solo non si compie quel passo avanti promesso da Renzi nell'ampliamento della platea di potenziali beneficiari, ma si fa addirittura un passo indietro - dato che al tempo di Giovannini era stato esplicitamente previsto per ottobre un allargamento agli under 29 (seppur con azioni specifiche, non generalizzate). Quasi incredibile che con quelle poche parole il ministro Poletti smentisca di fatto il suo premier Renzi, e che la cosa passi praticamente inosservata.Punto terzo. Quali opportunità verranno messe a disposizione dei giovani? Qui la frase è agghiacciante. La giornalista scrive «Ad esempio il ministero ha già sottoscritto alcuni accordi con Finmeccanica e la Confederazione italiana agricoltori», e poi completa la frase inserendo un virgolettato con il commento del ministro: «perché offrano qualche stage, qualche opportunità…». Così, testuale. Puntini di sospensione compresi. Il ministro spera in «qualche stage»? Cioè il ministero pietisce che le imprese di buon cuore offrano almeno «qualche stage» ai poveri ragazzi disperatamente alla ricerca di un lavoro? Qualcuno davvero pensa che sia questo che i giovani italiani si aspettano dalla Garanzia Giovani? Che un'azienda li prenda in stage per far contento il ministero, e dopo qualche mese tanti saluti? Ma perdinci, dov'è un serio piano occupazionale? Dov'è la ricognizione dei settori che trainano il mercato, dei segmenti imprenditoriali che in questo momento hanno davvero bisogno di immettere nuove risorse, e che possono offrire vere opportunità occupazionali? Dov'è l'azione politica?Punto quarto. Un sommarietto promette al lettore: «La retribuzione degli stage: il nostro tariffario nazionale fissa in 500 euro il compenso mensile a carico della Regione». La sbagliatissima dicitura «stage retribuito» si trova anche nel pezzo, nella frase «gli stage saranno retribuiti?» posta in forma di domanda al ministro. Ma un tirocinio per sua stessa natura non può essere «retribuito»: perché non è un contratto di lavoro. «Retribuzione» è una parola che ha un significato preciso, e può essere utilizzata solo là dove sussista un rapporto di lavoro. La retribuzione è peraltro legata a un altro concetto, quello di contribuzione: a chi lavora cioè vengono erogati dei soldi per la prestazione lavorativa e vengono accantonati dei soldi per la previdenza, contributi che si accumulano e che garantiranno in futuro la pensione. Il tirocinio non è nulla di tutto questo: è un semplice percorso formativo che si formalizza attraverso una convenzione tra chi ospita uno stagista (il «soggetto ospitante») e chi attiva lo stage (il «soggetto promotore»). Quando per lo stagista è prevista una somma di denaro mensile essa può essere definita «indennità», o «borsa di studio», o «borsa lavoro», o «rimborso spese forfettario», o con altre definizioni più o meno proprie. Mai e poi mai «retribuzione»: insomma, gli «stage retribuiti» non esistono. Punto quinto. Oltre alla forma, la storia dei tirocini «retribuiti» ha una falla enorme anche nella sostanza. Nell'articolo il ministro assicura che tutti gli stage attivati nell'ambito della Garanzia Giovani verranno pagati. Dice proprio: «Il nostro tariffario nazionale fissa in 500 euro il compenso mensile». Questa sarebbe decisamente una notizia: sempre che il ministero non la smentisca, come già ha smentito molte delle informazioni (anche virgolettate) contenute nell'articolo. Sarebbe opportuno però fare un minimo di attenzione prima di credere ad occhi chiusi a questa affermazione: perché finora non era nota l'esistenza di alcun «tariffario nazionale» che prevedesse un compenso minimo obbligatorio a favore degli stagisti inseriti nel programma Youth Guarantee italiano. Anzi, nei lunghi mesi di preparazione di questa iniziativa il ministero - pur sollecitato molte volte da noi della Repubblica degli Stagisti su questo punto - non aveva mai dato rassicurazioni in questo senso, nemmeno una volta, nemmeno vaghe. Ora pare che le dia: il che per carità è una bella notizia, ma quasi troppo bella per essere vera. E a noi piacerebbe vederlo, questo tariffario.Punto sesto. A guardar bene la dichiarazione di Poletti al Corsera sul pagamento degli stage nell'ambito del progetto Garanzia Giovani c'è anche un'altra parte che lascia perplessi. Il ministro dice che il (fantomatico?) «tariffario nazionale» fisserebbe «in 500 euro il compenso mensile a carico della Regione». La prima domanda che sorge spontanea è: da dove viene fuori questa cifra precisa, questi 500 euro riportati nel tariffario? Il ministro si riferisce forse alle nuove leggi regionali in materia di stage emanate nel corso del 2013? Ma in questo caso le indennità mensili minime oscillano, a seconda della Regione, da 300 a 600 euro al mese: parlare di 500 euro tout-court non sembra avere alcun senso, non ha aderenza con la realtà normativa variegata e territoriale. Inoltre, tali minimi sono da intendere come la indennità mensile che lo stagista deve ricevere dall'azienda o dall'ente che lo ospita: non certo dalla Regione dove svolge lo stage. Poi è vero che ci sono Regioni - come per esempio la Toscana - che meritoriamente mettono a disposizione propri fondi per coprire in parte tale indennità, rifondendo il soggetto ospitante a fronte di una documentazione sul corretto svolgimento del tirocinio e sulla puntuale erogazione dell'indennità. Ma dire che ogni stage nell'ambito della Garanzia Giovani sarà pagato dalle Regioni 500 euro al mese ha tutta l'aria di essere una ennesima imprecisione: sarebbe molto interessante sapere che ne pensano gli assessorati regionali al lavoro, specialmente quelli delle Regioni - come Lombardia e Lazio, giusto per fare il nome di due pesi massimi - che hanno posto nelle proprie normative una indennità minima mensile più bassa dei 500 euro.Punto settimo. Le tempistiche delineate nell'articolo infine lasciano perplessi. Innanzitutto il tempo indicato per fare l'iscrizione alla Garanzia Giovani sul sito Cliclavoro: fino a 45 minuti, conferma il ministro chiedendo «pazienza». Tre quarti d'ora? Ma quanti dati ha intenzione di chiedere il ministero agli aspiranti beneficiari della Garanzia Giovani? Tre quarti d'ora per compilare un form online sono un tempo mai sentito, che porta per forza con sé una tara: o le informazioni che chi ha predisposto il modulo ha previsto di richiedere a ciascun sottoscrittore sono esagerate, ridondanti - in una parola: troppe. Oppure il ministero già sa che il sistema è lentissimo, che le pagine vengono caricate a passo di lumaca, e che dunque gran parte dei 45 minuti sarà rappresentata da inutile attesa. Quale che sia la risposta giusta, sembra esserci ancora una volta un problema all'interno del ministero del Lavoro di organizzazione e di competenza nell'architettare la macchina della ricezione delle candidature. Perché non sforzarsi di creare un sistema fatto bene, veloce, snello, con una richiesta che possa essere compilata e inviata nel giro di 10-15 minuti? Inoltre, sempre rispetto alla tempistica, non fa certo stare tranquilli la dichiarazione del ministro su quanto dovrà mediamente aspettare ogni singolo iscritto per ricevere la prima «opportunità». Poletti dice testualmente «Abbiamo ipotizzato una media di 4 mesi». Una media di 4 mesi? Come «media»? Vuol dire che per un beneficiario di Garanzia Giovani che riceverà una proposta (di lavoro, di stage, di formazione o ripresa degli studi) in due mesi, ve ne sarà automaticamente un altro che ne dovrà attendere ben sei? E nel frattempo che dovrà fare, girarsi i pollici? Il concetto di Youth Guarantee, nella sua accezione europea, prevede che il servizio garantisca una offerta «entro 4 mesi»: pone cioè i 4 mesi come limite massimo. Dalle parole del ministro, invece, sembra emergere una interpretazione «all'italiana» del termine dei 4 mesi: condannando i giovani a una ben più lunga attesa.Le dichiarazioni del ministro Poletti che ieri il Corriere della Sera ha pubblicato, insomma, risultano essere un preoccupante condensato di inesattezze, imprecisioni, approssimazioni. E il rischio concreto è quello di aver riempito la testa dei lettori di informazioni sballate. Peraltro sul sito del ministero del Lavoro non vi è purtroppo traccia dell'ultima versione del progetto Garanzia Giovani, quella inviata a Bruxelles dopo l'avvicendamento tra Enrico Letta e Matteo Renzi. Il ministero aveva assicurato alla deputata Anna Ascani ormai quasi un mese fa che sarebbe stato disponibile sul sito, eppure non sembra mai essere stato pubblicato. Forse lì dentro si potrebbero trovare conferme o smentite a quanto affermato da Poletti, a partire dal «tariffario nazionale» coi suoi 500 euro al mese a carico delle Regioni a favore degli stagisti Youth Guarantee: ma appunto, per trovarle bisognerebbe poter visionare il documento. Invece l'ultimo aggiornamento messo online sul Rapporto sullo stato di avanzamento del programma Garanzia Giovani risale all'ormai lontano 21 febbraio 2014. E non si sa nemmeno se il nuovo progetto, cioè il vecchio progetto Giovannini con le modifiche apportate in corsa da Poletti, sia stato definitivamente approvato da Bruxelles o no. Non certo premesse confortanti, considerando che il programma dovrebbe debuttare - secondo le promesse di Poletti - a brevissimo, il 1° maggio.  Un punto interrogativo gigantesco incombe su cosa effettivamente sarà pronto in favore dei giovani beneficiari a quella data.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento:- Garanzia giovani, parte o non parte? E come verranno spesi i soldi?E anche:- Garanzia giovani già a marzo, ma come funzionerà? Lo spiega chi ha scritto il piano italiano- Youth Guarantee ai blocchi di partenza. Giovannini: «Operativi da marzo 2014»

Nuovi ministri, vecchi problemi: Giannini, Mogherini, Madia e Poletti, non scordatevi dei giovani e degli stagisti

E così abbiamo un nuovo governo: Senato e Camera hanno dato la loro fiducia al neo-premier Matteo Renzi, dunque si parte. I problemi sul tappeto, però, non sono nuovi. E allora vale la pena di reiterare ai nuovi ministri i vecchi appelli, rimasti purtroppo senza risposta da parte di chi li ha preceduti. Rispetto agli stage per esempio ci sono almeno tre questioni sul tappeto, che fanno capo ad altrettanti dicasteri. Andiamo con ordine. Il problema principale è la vacatio legis relativa ai tirocini curriculari. Una situazione allucinante: ad oggi chi fa stage durante gli studi (per esempio gli studenti universitari), e si tratta di decine di migliaia di persone ogni anno, lo fa senza una normativa di riferimento. Va-ca-tio-le-gis. Non c'è nessuna legge vigente che regolamenti cosa uno stagista curriculare può fare o non può fare. Questo è l'amaro risultato di una politica poco attaccata alla realtà, che ha voluto elaborare e applicare una devolution poco logica che ha separato le competenze sullo stesso tema - gli stage, cioè i percorsi formativi di avvicinamento al lavoro - affidando quelli curriculari (cioè svolti all'interno di un percorso formativo) allo Stato e quelli extracurriculari (cioè svolti una volta finito il percorso formativo) alle Regioni. Pura follia ma non concentriamoci su questo, adesso non ha senso. Magari si potrà parlarne quando governo e parlamento metteranno mano al titolo V della Costituzione. Per adesso bisogna tappare la falla, e per farlo il ministro dell'Istruzione deve produrre il più velocemente possibile una normativa sugli stage curriculari.Dunque, ministro Giannini, il primo appello è per lei, perché riesca là dove la sua predecessora Maria Chiara Carrozza non ce l'ha fatta, forse per mancanza di tempo: produrre subito un buon decreto legislativo che metta ordine sui tirocini curriculari, incentivandone l'utilizzo ma prevenendo gli abusi. Ovviamente la Repubblica degli Stagisti ha già delle proposte, che sarà ben lieta di metterle a disposizione, se lei lo vorrà, per regolamentare al meglio questi percorsi formativi, evitando che diventino (come purtroppo stanno facendo) gli stage di serie B sui cui si butta chi vuole dribblare l'obbligo - vigente ormai per tutti gli extracurriculari - di corrispondere al tirocinante un minimo di rimborso. Il secondo appello riguarda un particolare tipo di tirocini, quelli svolti all'interno del ministero degli Esteri, e dunque qui è Federica Mogherini ad essere chiamata in causa. Fino a due anni fa il Mae si avvaleva della collaborazione della Crui, la Conferenza dei rettori delle università italiane, e ospitava ogni anno poco meno di 2mila universitari presso la sua sede alla Farnesina e le sue ambasciate, consolati ed istituti di cultura in giro per il mondo. Questo programma di stage era molto benvisto dai giovani, specialmente (ma non solo) dagli studenti di Relazioni internazionali e di Scienze politiche, ma purtroppo aveva l'enorme difetto di non prevedere neppure un minimo di rimborso spese: per cui chi partiva per questi stage lo faceva a spese proprie (cioè della propria famiglia di provenienza), o grazie a minimi contributi estemporanei previsti dalle singole università. Il Mae, insomma, non ci metteva un euro. Quando poi è arrivata la riforma Fornero, e con essa il presagio di dover pagare una indennità agli stagisti (presagio poi divenuto realtà, nel corso del 2013, attraverso le varie nuove normative regionali sui tirocini extracurriculari), il Mae si è chiuso a riccio, sospendendo sine die il programma Mae-Crui. Insomma ha chiuso la porta in faccia a migliaia di giovani pur di non guardare nel suo bilancio e vedere se riusciva a trovare qualche fondo da destinare alle indennità.La Repubblica degli Stagisti ha lanciato il suo appello fin dal lontano 2010, quando il ministero era in mano a Franco Frattini, e l'anno scorso ha perfino trovato un documento ufficiale di bilancio in cui ha individuato i capitoli di spesa dove si sarebbero potuti trovare i 4 milioni di euro necessari per mettere in sicurezza il programma Mae-Crui, prevedendo finalmente un dignitoso rimborso spese (500 euro al mese per i tirocini all'interno dell'Ue, 1000 euro al mese per quelli extra Ue). Ministro Mogherini, vogliamo ripartire da qui? Vogliamo far dare dal Mae un segnale forte ai giovani, e anche a tutti gli altri ministeri, stabilendo che offrire la possibilità di fare esperienze formative all'interno di questi uffici prevedendo di erogare una congrua indennità sia prioritario rispetto ad altre spese che possono essere considerate superflue e dunque tagliate? L'alternativa è che, come già sta succedendo, si creino opportunità magari anche di qualità ma disordinate e incoerenti, in cui le singole ambasciate stringono convenzioni con i singoli atenei, creando una disparità di opportunità per gli studenti universitari e rendendo il Mae un luogo aperto per alcuni e chiuso per altri.Gli stage al ministero degli Esteri si inseriscono peraltro nel ben più grande insieme degli stage svolti all'interno di enti pubblici. Qui entra in gioco Marianna Madia, neo-ministro della pubblica amministrazione e da molti anni attenta al lavoro della Repubblica degli Stagisti. A lei vogliamo ricordare che sembra incredibile ma il numero degli stage attivati ogni anno presso gli enti pubblici è tuttora ignoto. Non lo si conosce! Questo perché non vi sono rilevazioni puntuali (come invece accade, per gli stage svolti nelle imprese private, attraverso il Rapporto annuale Excelsior di Unioncamere). A questo proposito l'appello della Repubblica degli Stagisti risale al 2011 ed era stato all'epoca valorizzato anche da una interrogazione parlamentare, cui il ministro in carica - all'epoca si trattava di Renato Brunetta - non aveva mai dato risposta. La Repubblica degli Stagisti aveva provato l'anno scorso a riproporre la questione al ministro D'Alia, senza alcun successo. La speranza è che Marianna Madia, da tempo sensibile al tema delle difficoltà di transizione dalla formazione al lavoro e in particolare delle condizioni degli stagisti italiani, riesca finalmente ad attuare una sorta di "censimento" degli stage attivati presso gli enti pubblici, per avere finalmente un numero credibile, indispensabile per poter prendere decisioni ed elaborare strategie politiche.Anche in questo caso naturalmente la Repubblica degli Stagisti si mette a disposizione per supportare il ministero, se come speriamo vorrà intraprendere questa strada, per realizzare nella maniera più efficace possibile il censimento degli stage negli enti pubblici.Il governo Renzi ha molte cose da fare: ma se tra le priorità ci sono davvero i giovani, allora questi tre temi non vanno sottovalutati. Per questo speriamo che i tre ministri che hanno in carico queste problematiche si comportino con più attenzione dei loro predecessori, e che nel mare magnum degli impegni istituzionali, delle crisi internazionali, dei grandi temi possano trovare il tempo e l'energia per risolvere queste questioni rimaste ignorate per troppo tempo, e che coinvolgono la vita di centinaia di migliaia di giovani.Ovviamente c'è un quarto ministro che non può non essere chiamato in causa. È colui che guida il ministero chiave, quello del Lavoro: colui che dovrà provare con la sua azione ad arginare la piaga della disoccupazione giovanile con interventi mirati ad aumentare l'occupazione e contemporaneamente a ridurre la sotto-occupazione e le sacche di sfruttamento e sotto-retribuzione. Al ministro Giuliano Poletti dunque ci rivolgeremo tanto, nelle prossime settimane, perché la sua funzione è strategica per il rilancio di questo paese e del principio costituzionale, sancito all'articolo 36, che ogni persona che lavora ha diritto a ricevere una retribuzione adeguata. Per ora, ci limitiamo a segnalargli la questione urgente della Youth Guarantee che sta per partire. Rivolgendo a lui un appello specifico sulla funzione di controllo che il ministero potrà effettuare: perché il rischio forte, nell'attuazione di questo programma ribattezzato in italiano "Garanzia giovani", è che si risolva nell'attivazione di qualche decina di migliaia di stage che non serviranno pressoché a nulla e che lasceranno i giovani, 6 o 12 mesi dopo, disoccupati come prima, un po' più vecchi e un po' più disillusi. Ci vuole dunque un controllo serrato sugli stage, a cominciare dalle condizioni offerte (non ultime quelle economiche) ai giovani beneficiari di Youth Guarantee, sopratutto vigilando che gli stage vengano attivati solo ed esclusivamente in quelle realtà che dichiarano lo scopo di inserimento e che hanno cioè la ragionevole certezza di poter inserire in organico, in caso di esito positivo del percorso formativo, il giovane tirocinante. Un altro aspetto che la Repubblica degli Stagisti vuole immediatamente porre all'attenzione del neo-ministro del lavoro è poi quella della fascia di età interessata dal programma Youth Guarantee, a nostro avviso scentrata: si prevede infatti che il programma sia aperto per i primi sei mesi solamente a persone tra i 15 e i 24 anni, una scelta illogica considerando il sistema di istruzione italiano, che taglierebbe fuori per esempio la stragrande maggioranza dei neolaureati. L'appello è dunque quello di prendere in mano il prima possibile la pratica Garanzia Giovani, apportando migliorie e mettendola sui binari di partenza.Risponderanno i quattro neo-ministri all'appello della Repubblica degli Stagisti, dimostrando che il vento è davvero cambiato? Noi speriamo di sì.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Contro la disoccupazione non servono più stage, ma stage più efficaci e centri per l'impiego efficientiE leggi gli appelli ai ministri precedenti:- Mae-Crui, la vergogna degli stage gratuiti presso il ministero degli Esteri: ministro Frattini, davvero non riesce a trovare 3 milioni e mezzo di euro per i rimborsi spese?- Quanti sono gli stagisti negli enti pubblici? Ministro Brunetta, dia i numeri- Subito una legge statale sui tirocini curriculari: appello al ministro Carrozza- Appello al ministro Bonino: subito un rimborso per gli stagisti Mae Crui, i soldi già ci sono- Un censimento degli stagisti e dei praticanti negli enti pubblici: appello al ministro D'Alia

Abolire gli stage extracurriculari: perché sarebbe giusto in teoria, perché in pratica oggi è impossibile

Lo stage si sovrappone, anzi spesso si sostituisce, al lavoro; è propedeutico perché "insegna un mestiere" ma a volte anche cannibale, quando un posto di lavoro viene occupato utilizzando uno stagista. Alcuni economisti e giuslavoristi si rendono conto di questo e inseriscono nelle loro proposte di riforma del mercato del lavoro - come ha fatto di recente Francesco Giubileo nel suo articolo «Contratto unico, solo così può funzionare» pubblicato qualche giorno fa su Linkiesta, che commentava le prime linee della bozza di Jobs Act che il Partito democratico sta per presentare - una regolamentazione più stringente dell'utilizzo dello strumento dello stage. Per esempio, vietandolo al di là di una certa soglia. Tale soglia può essere anagrafica (niente stage per persone di oltre un tot di anni - un po' quel che accade con il contratto di apprendistato, che può essere attivato solo su persone che non abbiano ancora compiuto trent'anni). Oppure la soglia può essere correlata all'ultimo percorso di studi, prevedendo che si possano attivare tirocini solo in favore di persone che abbiano concluso da meno di x mesi (12, 18, 24...) l'ultimo ciclo di istruzione.Stabilita però la soglia "equa" di un provvedimento del genere, bisogna conoscerne i probabili risultati. Anche sulla scorta dei tentativi compiuti in passato e miseramente falliti. Uno su tutti, l'articolo 11 del decreto legge 138/2011. Quell'articolo disponeva che i tirocini extracurriculari potessero essere «promossi unicamente a favore di neodiplomati o neolaureati entro e non oltre dodici mesi dal conseguimento dei relativo titolo di studio». Creò un tale caos, con una mole tanto enorme di proteste e lamentele, che dopo poche settimane - settimane! - il ministero del Lavoro, allora guidato da Maurizio Sacconi, dovette correre ai ripari con una penosa retromarcia, inventandosi attraverso una circolare una tipologia fino a quel momento inesistente di tirocini, e cioè quelli "di inserimento". Chi volesse ripercorrere quella vicenda può ritrovare tutti gli articoli che dedicammo ad essa qui. Riprendiamo il ragionamento. Il primo risultato, più evidente, che un paletto più rigido sull'attivazione di stage produrrebbe è positivo. Chiusa la possibilità di inquadrare chiunque, anche un plurilaureato, anche qualcuno con anni di esperienza di lavoro alle spalle, con uno stage (oggi è possibile, per esempio, farlo in quasi tutte le Regioni italiane attraverso la formula appunto del "tirocinio di inserimento", per il quale basta che la persona sia iscritta al centro per l'impiego e si dichiari disoccupata), il datore di lavoro interessato a un determinato candidato non avrebbe altra strada se non quella di assumerlo. Con un contratto vero. Ciò ovviamente andrebbe a tutto vantaggio della persona che cerca lavoro, che in questa situazione "scamperebbe" uno stage e otterrebbe invece un contratto con tutti i crismi, la retribuzione, la contribuzione e tutto il resto.Eppure vi sono almeno due effetti collaterali che possono verificarsi e vanificare l'effetto positivo del "blocco". Il primo è il rischio di un aumento del lavoro nero. Poiché il costo del lavoro è particolarmente alto in Italia, assumere con tutti i crismi potrebbe essere considerato troppo costoso: e dunque al candidato potrebbe essere proposto un lavoro in nero. Con tutte le conseguenze nefaste del caso, a cominciare dal mancato versamento dei contributi e dalla totale mancanza di protezione in caso di incidenti sul lavoro, malattia o maternità. Il secondo effetto collaterale è che, pubblicato un annuncio, al momento di vagliare le candidature un'azienda (o un ente) scarti sistematicamente tutti i candidati il cui cv li ponesse al di fuori, per ragioni anagrafiche o altro, dalla possibilità di essere inquadrati come stagisti. Se la legge cioè introducesse il divieto di fare stage oltre i trent'anni, si rischierebbe che tutti i cv degli over 30 venissero cestinati a prescindere, in una logica di utilizzo dello strumento dello stage posto come interesse primario e superiore anche alla scelta del profilo effettivamente i migliore per la posizione da coprire.Su questo secondo effetto collaterale, o meglio sul terrore che esso possa verificarsi, si innesta l'ultima tassello che completa il quadro della situazione. E cioè il fatto che siano i giovani stessi - o quantomeno la maggior parte di essi, specialmente quelli che io definisco giovani "anzianotti" e cioè tra i 25 e i 35 anni - a osteggiare l'ipotesi dell'istituzione di una soglia. La maggior parte di chi oggi cerca lavoro è infatti disponibile ad accettare qualsiasi condizione pur di riuscire a mettere un piede dentro, e di conseguenza non tollera l'ipotesi che, ponendo una soglia, alcuni possano essere avvantaggiati (nella fattispecie: i più giovani, quelli diplomati o laureati da meno tempo) e altri danneggiati. Anche perché ad essere danneggiati - vale a dire a non poter più candidarsi agli annunci di stage - sarebbero, come è intuibile, quelli già in difficoltà: cioè coloro che magari cercano un lavoro da più tempo, o ne hanno perso uno e devono ricollocarsi.Su questo, in particolare, si deve riflettere per capire appieno la situazione italiana. Vale la pena ricordare che gli stage in Italia si suddividono in due tipologie. Vi sono quelli «curriculari», svolti cioè all'interno di un percorso formativo (un corso di laurea universitario, nella maggior parte dei casi), e quelli «extracurriculari». Ovviamente nessuno propone di abolire la prima tipologia, che anzi è strategica per poter aggiungere la pratica alla teoria e dunque ottimizzare il proprio percorso di studi andando a imparare come si applicano, nel mondo del lavoro, le nozioni imparate sui libri.Tutto il dibattito relativo all'abolizione degli stage, o - nella sua forma più moderata e ragionevole - dell'imposizione di una soglia, si gioca sugli stage «extracurriculari», cioè quelli svolti una volta completato il percorso di studi. Questa tipologia è di competenza regionale, e proprio negli ultimi mesi ha visto il fiorire di tutta una serie di leggi regionali (una diversa, sic, per ogni Regione) che le hanno regolamentate alla luce degli accordi presi attraverso le linee guida concordate in sede di Conferenza Stato-Regioni esattamente un anno fa. A grandi linee si può affermare che secondo tutte le normative regionali attualmente vigenti in materia, oggi chiunque può fare uno stage. Dal primo al 365esimo giorno dal momento della fine della sua formazione potrà fare «stage extracurriculari di formazione e orientamento», dal 366esimo giorno in poi potrà fare «stage extracurriculari di inserimento/reinserimento lavorativo». Solo il nome cambia. L'unica differenza di rilievo è che per la seconda tipologia vi è un requisito in più, cioè essere iscritti al centro per l'impiego come «disoccupati» o «inoccupati»: requisito comunque semplicissimo da ottemperare.Porre una soglia significherebbe scegliere di agire sugli stage extracurriculari, in maniera drastica e cioè abolendoli - e lasciando in essere solo quelli curriculari - oppure in maniera soft e cioè ponendo una soglia, che come si diceva prima potrebbe essere quella dei primi 12, o 18, o 24 mesi dalla conclusione dell'ultimo ciclo di istruzione compiuto.Personalmente, penso che sarebbe giusta questa seconda strada, per stringere le maglie e impedire l'abuso - ormai endemico - dello strumento dello stage. Ma penso anche che non sia questo il momento giusto per farlo. Siamo in crisi dal 2009. Cinque anni in cui si sono persi posti di lavoro, in cui la disoccupazione è aumentata a vista d'occhio, in cui si sono ingrossate le fila degli scoraggiati che non studiano e non cercano lavoro e specularmente di coloro che decidono di andare a cercare fortuna all'estero, non tanto per libera scelta quanto per totale assenza di prospettive a casa propria. Cinque anni in cui tanti giovani si sono scontrati con un muro di gomma, in cui hanno avuto accesso a poche opportunità di ingresso nel mercato del lavoro e quasi tutte al ribasso, attraverso stage o contratti precari e sopratutto di breve durata. Questo ha prodotto, specialmente per chi ha concluso i suoi studi tra il 2007 e il 2011-2012, una situazione di oggettivo svantaggio: una intera generazione, oggi intorno ai trent'anni, che si è trovata alle soglie del mercato del lavoro nel momento più sfortunato degli ultimi decenni.Scegliere di vietare gli stage per chi si sia diplomato o laureato da oltre un tot scaricherebbe un peso insostenibile sulle loro spalle. La loro situazione, già difficile per il fatto di avere più anni dei candidati con i quali si trovano a competere nei colloqui di lavoro (ai selezionatori di solito piace scegliere, tra due candidati equivalenti, quello più giovane), e per il fatto che con il passare del tempo le competenze si "usurano" e invecchiano, diventerebbe pressoché senza uscita, o quantomeno così verrebbe da loro percepita. Perché di fatto si troverebbero ad essere esclusi, per legge, dalla stragrande maggioranza delle offerte per profili "junior", quelle attraverso cui la maggior parte delle imprese assume le new entry.Dunque pensare di porre un limite all'utilizzo degli stage è giusto, ma non è assolutamente questo il momento di farlo. Attendiamo di uscire finalmente da questa dolorosa crisi. Attendiamo che i dati sulla disoccupazione scendano, tenendo d'occhio sopratutto la fascia 25-34enni. Attendiamo anche che le nuove leggi regionali sugli stage extracurriculari producano gli effetti attesi (che attenzione, non si potranno cominciare a vedere e analizzare prima del 2015). Attendiamo tutto questo, tenendo nel frattempo gli occhi bene aperti sull'utilizzo di questo strumento e agendo con controlli a monte e ispezioni a valle per verificare che non si perpetrino abusi. E poi, quando l'Italia sarà di nuovo un paese normale, potremo permetterci di introdurre una soglia che renda normale e saggia anche la "tempistica" degli stage.Nel frattempo comunque ci sono tante cose che si possono fare. Per esempio serve subito, in tema di stage curriculari, una nuova regolamentazione che colmi la vacatio legis: in questo senso va il nostro appello al ministro Maria Chiara Carrozza. Essenziale sarebbe infatti introdurre un compenso minimo anche per questa tipologia di tirocini, in modo che non diventino i concorrenti sleali, più convenienti e dunque più allettanti, di quelli extracurrulari. E altrettanto urgente, e di immediata fattibilità, potrebbe essere un accordo in sede di Conferenza Stato-Regioni per apportare una miglioria alle nuove leggi regionali, vietando completamente gli stage per mansioni di basso profilo - o riducendone in maniera drastica la durata massima. Così da evitare casi inaccettabili come gli stage per camerieri, lavapiatti, benzinai, commessi, o addirittura braccianti agricoli.C'è già tanto da fare per arginare le falle più macroscopiche. Evitiamo tagli eccessivi, che rischierebbero di portare - per come stanno oggi le cose - per i giovani (specie quelli anzianotti) uno svantaggio peggiore del beneficio ottenuto.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Riforma del lavoro, inutile senza quella degli stage- Abolire gli stage post formazione: buona idea ministro Fornero, ma a queste condizioni- «Abolite gli stage extracurriculari nelle farmacie, rubano posti di lavoro»: l'appello del Movimento nazionale liberi farmacistiE anche:- Per rifare l'Italia bisogna partire dal lavoro e dalle retribuzioni dei giovani

Il numero non conta: ecco i tre veri indicatori per capire quali sono i "buoni stage"

Quando si parla di stage spesso si fa l'errore di considerarne l'aspetto numerico come una caratteristica di per sé positiva. Si dice «abbiamo fatto / ospitato / promosso / incentivato tanti stage» con orgoglio e quasi con vanto, come se fosse di per sé una nota di merito. In questo errore cadono anche molto spesso i politici e gli amministratori locali, quando per sottolineare il proprio impegno sul fronte dell'occupazione giovanile rimarcano il numero degli stage attivati dalle strutture da loro amministrate, magari attraverso programmi o fondi specifici. Il messaggio che si vuol far passare è che tanti stage siano immediatamente uguali a tante opportunità, e che le opportunità siano sempre una buona cosa. Il fatto che il numero degli stage attivati aumenti in un dato territorio o settore produttivo è dunque visto, nella maggior parte dei casi, come un dato "oggettivamente" positivo, da sbandierare come se fosse di per sé una prova di una buona amministrazione e gestione della sempre più problematica fase di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro.Invece, purtroppo, il numero degli stage da solo non vale nulla.  Non prova il fatto di avere messo in atto buone politiche, non prova il fatto di aver aperto ai giovani buone opportunità. Anzi.Gli stage non vanno giudicati in base al numero, bensì alla qualità. Con la Repubblica degli Stagisti da molti anni sosteniamo che senza un'attenzione forte verso la qualità, gli stage cresceranno (o, in tempo di crisi, non diminuiranno) di numero solo perché convenienti per le aziende, molto più vantaggiosi a livello economico e giuslavoristico rispetto ai contratti di lavoro. Ma continueranno a nascondere in molti casi sfruttamento, lavoro mascherato da stage, scarsa formazione. Continueranno ad essere per i giovani un "passaggio obbligato" spesso compiuto dovendo accettare condizioni-capestro e quasi sempre senza la minima prospettiva di arricchimento formativo e inserimento lavorativo.I fattori fondamentali per giudicare la qualità di uno stage, non solo secondo la Repubblica degli Stagisti ma anche secondo autorevoli addetti ai lavori, sono tre. Il primo è una buona qualità del percorso formativo, che sia prima di tutto attinente con il percorso di istruzione pregresso del tirocinante e calibrato - per durata e per mansioni - al ruolo professionale che egli va ad apprendere attraverso il tirocinio. A questa qualità sono legate indissolubilmente la presenza e competenza del tutor del soggetto ospitante, e su questa qualità deve vegliare il tutor del soggetto promotore. Senza formazione lo stage è vuoto, una scatola dai colori sgargianti che nasconde una trappola.Il secondo fattore importante è il compenso. Riconoscere attraverso una indennità il valore del tempo e dell'impegno dello stagista è il minimo per costruire un rapporto basato sul rispetto. Negare l'apporto anche economico che lo stagista, pur in formazione, porta all'ufficio pubblico o all'azienda privata che lo ospita è meschino: ed è giusto che questo apporto vada quantificato in termini economici. Su questo aspetto sono stati fatti notevoli passi avanti negli ultimi mesi: grazie al recepimento da parte delle Regioni delle linee guida concordate proprio un anno fa in sede di Conferenza Stato-Regioni, ora tutti coloro che fanno uno stage di tipologia extracurriculare (cioè al di fuori di un percorso di studi) hanno diritto a ricevere una indennità mensile, che ciascuna Regione ha fissato con proprio provvedimento, e che oscillano tra i 300 e i 600 euro minimi mensili. Restano però fuori da questa garanzia tutti gli studenti che svolgono stage curriculari: per questo la Repubblica degli Stagisti chiede da mesi che il ministero dell'Istruzione si muova per colmare la vacatio legis e per emettere un decreto che regolamenti i tirocini curriculari, prevedendo anche per questi un rimborso spese minimo. Altrimenti il rischio è che tutti i soggetti ospitanti che vogliono fare i furbi e continuare ad avere stagisti senza pagarli un euro "migrino" verso quelli curriculari, più vantaggiosi perché privi di una regolamentazione tutelante e di un obbligo di rimborso.Terzo fattore di qualità, l'effettiva e concreta prospettiva di inserimento lavorativo. Vile e ipocrita è chi dice che lo stage non ha una finalità di ingresso nel mondo del lavoro. Ce l'ha eccome; specialmente in questo disgraziato momento storico, in cui in Italia (e in tutta Europa) i giovani cercano spasmodicamente di rompere il muro di gomma della disoccupazione e riuscire a trovare un posto e uno stipendio. Spesso accettando di "cominciare" attraverso uno stage. Concreta prospettiva di inserimento ovviamente non vuol dire dare "garanzia" allo stagista che verrà assunto al termine dell'esperienza formativa. Vi sono mille fattori ignoti, al momento dell'attivazione dello stage, che impediscono che questa promessa possa essere formulata: anzi, i giovani devono sempre guardarsi bene dai millantatori, da chi promette troppo, perché solitamente sono proprio quelli che non mantengono, e che usano la carota sventolata davanti al naso per attirare i creduloni, farli sgobbare in stage per sei mesi o magari addirittura di più, e poi mandarli via e sostituirli con un nuovo stagista. Dunque premesso che non fare promesse di assunzione è un atteggiamento che denota serietà, bisogna però dire altrettanto chiaramente che mantenere opaca la reale prospettiva occupazionale di uno stage è altrettanto scorretto. I dati raccolti a livello nazionale da Unioncamere, attraverso la sezione dell'indagine annuale Excelsior dedicata ai tirocini formativi, dimostrano che purtroppo la percentuale di assunzione media dopo lo stage in Italia è sotto al 10%. Un altro dato emerso dal rapporto McKinsey "Education to Employment" 2013, chiarisce che da noi chi fa uno stage ha solamente il 6% di probabilità in più di trovare lavoro rispetto a chi non lo fa. Il tirocinio dunque, per come è concepito e utilizzato oggi in Italia, è fortemente deficitario rispetto a questo terzo fattore, che invece è percepito come importantissimo dai giovani italiani.A questo punto è facile capire perché l'aspetto numerico degli stage, in questo quadro, sia irrilevante. Avere tanti stage, un numero in continuo aumento (come è accaduto negli anni tra il 2006 e il 2009) oppure in equilibrio (negli ultimi anni infatti il numero complessivo paradossalmente si è mantenuto stabile, a fronte del crollo del numero di contratti di lavoro), non vuol dire certamente dare tante opportunità ai giovani.Se questi tanti stage, infatti, non rispettano i tre fattori qualitativi - se sono cioè privi di contenuto formativo, o privi di una dignitosa indennità economica, o privi di potenziale sbocco lavorativo, o addirittura tutte queste cose insieme - si capisce bene che aumentarne il numero non favorisce i giovani, anzi, li danneggia. Vengono loro offerti cioè tanti stage, ma di qualità scarsa o pessima.La scelta deve essere invece improntata alla qualità, e su questo dovrebbero lavorare i politici e gli amministratori che davvero vogliono imprimere un giusto indirizzo alla loro azione sul tema dell'occupazione giovanile. Vantarsi che nella propria Regione siano stati attivati tanti stage è, in una parola, stupido. Perché se in quei tanti stage poi si annidano, come è successo e succede e come la Repubblica degli Stagisti periodicamente denuncia, tirocini come benzinai, braccianti agricoli, lavapiatti, commessi, «pulitori» cioè domestici, e se attraverso l'attivazione di questi stage fittizi si diminuiscono invece i posti di lavoro offerti sul mercato con regolari contratti, allora ci troviamo di fronte a un vero e proprio boomerang.Invece di vantarsi del numero di stage attivati, politici e amministratori dovrebbero sforzarsi di lavorare sulla qualità di questi stage e sopratutto sugli sbocchi lavorativi che essi sono e saranno in grado di assicurare. Meglio insomma meno stage, ma di migliore qualità e uno sbocco lavorativo più alto. Non è una politica facile da portare avanti, ma è l'unica seria nell'interesse dei giovani.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Stage truffa, il "tirocinante" fa le pulizie in una villa all'Olgiata e a pagare il compenso è la Regione Lazio- La Regione Sardegna promuove stage-vergogna: 10 milioni di euro per tirocini di 6 mesi come inservienti, operai, camerieri. E perfino braccianti agricoli- Il Natale risveglia la voglia di stagisti in profumerie e saloni di bellezza. Tirocini «sospetti» anche in tabaccherie e fast food- La Cgil scende in campo per stanare gli sfruttatori di stagisti con la campagna «Non + Stage Truffa»

Altro che contributi, agli stage serve una norma sui curriculari

Timeo Danaos et dona ferentes. Questa massima, reminiscenza degli anni del liceo, insegna a diffidare dei regali: in età adulta si scopre di poterla applicare spesso alla sfera professionale. Perché non è raro che dietro un apparente supporto si celi un tentativo di sabotaggio. È quel che mi è venuto in mente leggendo ieri sul Sole 24 Ore "Tirocini senza previdenza" del giuslavorista Michele Tiraboschi e della funzionaria Inps Luisa Tadini, sua dottoranda all’università di Bergamo. Tiraboschi è un professore brillante e attivo; è stato il consigliere e in pratica l'ideologo di tutte le decisioni in materia di lavoro prese da Maurizio Sacconi quando era ministro, ed è oggi anche il coordinatore del comitato scientifico dell'Adapt, l'associazione fondata da Marco Biagi - di cui Tiraboschi era un allievo - pochi anni prima di essere assassinato per promuovere studi e ricerche nell'ambito delle relazioni industriali e di lavoro.  Il fulcro dell’articolo apparso ieri sul Sole è che gli stage non danno diritto a contributi previdenziali. Si tratta di una non-notizia: non essendo contratti di lavoro, fin da quando esistono ("formalizzati" dal Pacchetto Treu) essi non hanno mai dato diritto né a contribuzione né a retribuzione. Ma nel corso dell'articolo viene citata come «novità più problematica» la (parziale) riforma degli stage avviata dalla riforma Fornero, facendo balenare l'idea che che agli stagisti potrebbero essere concessi anche i contributi, per migliorare un po' le «fragili prospettive previdenziali» dei giovani. Un lettore distratto potrebbe dire: «Gli autori vogliono introdurre una tutela aggiuntiva per gli stagisti, sarebbe giusto valorizzare gli anni di stage a livello di contributi previdenziali».Non è così: anzi direi che è l'esatto opposto. Innanzitutto il tentativo sembra piuttosto mirato a sollevare nelle aziende un moto di indignazione: «Ma come, anche i contributi adesso, già che ci costringono a dare la congrua indennità, eppure gli stagisti non sono lavoratori!». Poi si tenta di creare un nesso logico consequenziale che in realtà non esiste, tra questa (inconsistente) ipotesi di contribuzione sullo stage e la norma (questa sì esistente, appena introdotta) sull'indennità a favore degli stagisti. Attenzione: indennità, non retribuzione. Sono cose ben diverse e gli autori lo sanno. Ciò non li scoraggia dal fare un altro paragone azzardato, quello tra stage con rimborso e tra lavoro occasionale retribuito attraverso voucher.La sensazione è che il fine ultimo di Tiraboschi sia, ancora una volta, quello di mettere in dubbio la correttezza di questa innovazione normativa. Il professore è sempre stato contro gli stage con compenso: già nel 2009 dichiarava alla Repubblica degli Stagisti di sognare una regolamentazione che rendesse tutti gli stage obbligatoriamente gratuiti. Per onestà intellettuale bisogna specificare che nell'ideale di Tiraboschi gli stage dovrebbero essere solo curriculari, di pura formazione, senza intento di inserimento lavorativo, riservati agli studenti. Per dovere di cronaca occorre però aggiungere anche che nei cinque anni in cui è stato consigliere del ministro Sacconi per i temi del lavoro avrebbe potuto fare lui questa riforma, vietando per legge gli stage extracurriculari. O quantomeno perorarla mettendo le Regioni intorno a un tavolo e avanzando questa proposta. E invece non l'ha fatto.Il tentativo nell'ultimo paragrafo dell’articolo viene esplicitamente dichiarato: il professore e la dottoranda invitano a «riflettere sulla portata della "congrua indennità" riconosciuta al tirocinante», lasciando intendere poche righe dopo che essa avrà come conseguenza la contrazione dei contratti di apprendistato.Invece l'introduzione dell'obbligo di corrispondere un minimo di indennità ai tirocinanti è sacrosanta. Non comporterà un peggioramento dell'utilizzo dei contratti di apprendistato semplicemente perché questo utilizzo è già pessimo da dieci anni. Lo stage è un concorrente sleale dell'apprendistato? Certo, noi sulla Repubblica degli Stagisti lo affermiamo da anni. Con la riforma lo sarà di più? Non vi è alcun dato oggettivo che lo possa lasciar supporre. Anzi. La congrua indennità riduce il gap di convenienza. Tra pagare uno stagista zero e un apprendista mille, il 90% delle aziende sceglierà ad occhi chiusi la prima opzione. Ma tra pagarlo 400-500 euro come stagista (senza poter pretendere nulla da lui in termini di prestazioni, costanza, straordinari etc) e pagarlo mille come apprendista, istituendo un rapporto di lavoro che comporta anche per l'azienda  dei diritti, la scelta non è più così scontata. Attraverso l'articolo si instilla nel lettore il dubbio che la «congrua indennità» per i tirocini extracurriculari istituita in questi mesi sia controproducente. Quando invece è una conquista importantissima, che premia i giovani, valorizza il tempo che dedicano allo stage, e permette anche ai meno abbienti di potervi accedere (gli stage gratuiti hanno infatti il difetto di essere classisti, accessibili solo a chi ha famiglie abbienti). E che responsabilizza le aziende incentivandole a investire sui propri tirocinanti.Su una cosa concordo con Tiraboschi e Tadini: le nuove leggi regionali contrarranno un po' il numero dei tirocini extracurriculari e alcuni soggetti ospitanti "migreranno" verso quelli curriculari, pescando da università e scuole professionali. Ma chi migrerà? Con tutta probabilità quelli più tirchi, interessati a non dover sottostare ai criteri di qualità fissati dalle Regioni e a non dover erogare ai propri stagisti l’indennità minima (peraltro modestissima, tra 300 e 600 euro). Come si ferma il rischio di migrazione? Facendo al più presto una normativa ugualmente rigorosa per gli stage curriculari, attualmente in vacatio legis, istituendo - questo è l'auspicio della Repubblica degli Stagisti - anche per questa tipologia una indennità (magari un po' più bassa) per tutti i percorsi di durata superiore alle 150-200 ore. Il ministero dell'Istruzione dovrà agire il più in fretta possibile: questa è la vera emergenza. Parlare di contributi per gli stagisti appare invece come un'arma di distrazione di massa, che crea confusione e purtroppo anche false aspettative in qualche giovane.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Vietare il rimborso spese per lo stage. Lo propone Michele Tiraboschi: ecco perchè- Subito una legge statale sui tirocini curriculari: appello al ministro Carrozza- Toscana, l'assessore: «Se con le nuove leggi i tirocini diminuiscono non è un male: scompaiono quelli truffa»