Categoria: Articolo 36

Ecco gli innovatori che hanno vinto il Premio Marzotto 2013

Più di 900 start-up partecipanti, Veneto (142) e Lombardia (136) le regioni più rappresentate mentre Sicilia e Puglia ne hanno portate oltre 60 ciascuna a testimoniare una crescita del fenomeno nel Sud Italia, pronte a contendersi un montepremi del valore complessivo di 800mila euro. Sono stati premiati la scorsa settimana i vincitori dell'edizione 2013 del Premio Gaetano Marzotto.Nata nel 2011, questa competizione si divide in diverse sezioni, tutte orientate nella ricerca di idee imprenditoriali non soltanto sostenibili sotto il profilo economico, ma anche in grado di generare benefici per il territorio italiano, a cominciare dalla creazione di nuovi posti di lavoro. Risponde a questi requisiti “Wearable robotics”, spin-off della Scuola superiore Sant'Anna di Pisa, premiata nella categoria “Impresa del futuro” con un finanziamento di 250mila euro ed un percorso di formazione offerto dalla Fondazione CUOA. Fondata da tre ingegneri meccanici, Basilio Lenzo (27), Alessandro Filippeschi (29) e Fabio Salsedo (52), l'azienda progetta esoscheletri indossabili che aiutano nei movimenti persone anziane o diversamente abili, consentendo loro di essere più indipendenti nelle attività quotidiane. L'elemento di innovazione associato a questo prodotto sta nel minor consumo energetico e nella semplificazione dei dispositivi di controllo dell'apparecchio.Il riconoscimento “Nuova impresa sociale e culturale”, che oltre alla formazione con la Fondazione CUOA offriva un contributo di 100mila euro, è andato invece a “Epinova biotech”, azienda nata all'interno della Scuola di medicina dell'Università del Piemonte Orientale di Novara. Il team formatao da due biologi, due medici ed un laureato in scienze dei materiali ha messo a punto dei polimeri in grado di sostituire i tessuti epiteliali, utili nella cura di ustioni e di ulcere non rimarginabili.Sono invece nove le start-up che hanno ottenuto il riconoscimento “Dall'idea all'impresa”, riservato agli under 35, che ha messo in palio programmi di incubazione per un valore complessivo di 300mila euro, erogati in servizi. Tra queste “Intoino” start-up torinese che ha realizzato un kit che permette anche a chi non abbia un background tecnico di costruire prodotti elettronici connessi ad Internet. Spin-off del Politecnico di Torino, questa impresa ha convinto due dei dieci incubatori pronti ad ospitare le aziende partecipanti al “Marzotto”, ovvero Boox ed H-Farm.Tra gli altri premiati “IVTech”, che si occupa di ricerca biologica in vitro, “Neuron guard”, che offre un sistema integrato di soccorso e trattamento del danno cerebrale in occasione di eventi traumatici, “CellDynamics”, società che ha elaborato un sistema che rende più rapide ed economiche le analisi di laboratorio sui prodotti farmaceutici, “Biogem.Fra”, azienda che ha sviluppato una tecnologia basata su coloni edi microbi che permettono di ridurre l'inquinamento di laghi e fiumi. Ancora, “Condomani”, social network che collega inquilini, amministratori e professionisti della manutenzione, “Bike intermodal”, bicicletta pieghevole a pedalata assistita, “Bio food corner”, che produce un chiosco per la somministrazione di frutta e verdura realizzato con materiali eco-compatibili e completamente autosufficiente sotto il profilo energetico, “Trippete”, portale web che mettere in contatto i turisti con piccole realtà locali.L'edizione 2013 ha visto aggiungersi alle tre storiche anche una quarta categoria il premio “Unicredit – Talento delle idee”, che ha messo in palio l'inserimento nel programma di accelerazione gestito dall'istituto bancario. Al quale potranno partecipare “Apx”, start-up che ha progettato uno scooter elettrico cabinato a tre ruote, “GPSeasyboat”, che realizza imbarcazioni pieghevoli per il tempo libero, “Plumestars”, una tecnologia che consente l'assunzione di antibiotici per inalazione, “Materiko”, azienda che ha realizzato un materiale innovativo che sostituisce i pellami pregiati, “Orange fiber”, società che realizza tessuti dagli scarti dell'industria agrumicola, “B10 mouse” un software che consente ai disabili fisici di interagire con un computer utilizzando la voce, il movimento della testa e gli occhi. Questi gli innovatori italiani premiati nel corso dell'edizione 2013 della manifestazione. Il bando per quella del prossimo anno sarà disponibile sul sito del Premio “Gaetano Marzotto” a partire dal prossimo mese di aprile.Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.it 

Stranieri che lavorano molto e guadagnano poco, frontiera della discriminazione

Tra i primi anni '90 e il 2011 il numero di cittadini stranieri residenti in Italia è passato da mezzo milione a oltre 4,5 milioni. L'Italia è uno dei pochi paesi tra quelli dell'Unione Europea in cui i cittadini stranieri residenti mostrano tassi di occupazione più elevati dei cittadini nazionali con caratteristiche simili. Ma a fronte di questa maggiore probabilità di occupazione, i lavoratori dipendenti stranieri tendono a concentrarsi in settori a più basso contenuto professionale, a svolgere mansioni meno qualificate e a ricoprire impieghi meno stabili. Secondo il quarto “Rapporto sulle diseguaglianze nei diritti e nelle condizioni di vita degli immigrati” pubblicato dalla Fondazione Gorrieri e curato da Chiara Saraceno, Honorary fellow al Collegio Carlo Alberto di Torino, dai sociologi Giuseppe Sciortino e Nicola Sartor, l'Italia si colloca fra i Paesi a maggior disuguaglianza in Europa, soprattutto in termini di lavoro. Ma che tipo di lavoro svolgono i residenti stranieri? Secondo i dati raccolti nell'indagine sulle forze di lavoro da parte dell'Istat, nel triennio 2006-2008 i lavoratori dipendenti stranieri (poco meno dell'8% sul totale della forza lavoro dipendente) rappresentavano circa il 14% tra operai e apprendisti, poco più del 1% degli impiegati, quadri e dirigenti e più della metà dei collaboratori domestici. Tra gli imprenditori invece costituivano solo l'1,5% del totale e il 5% dei lavoratori in proprio. Nel complesso, l'incidenza dei lavoratori stranieri superava il 13% nelle costruzioni e arrivava quasi al 12% nella ristorazione; superava il 7% nella trasformazione industriale e il 21% nel settore degli altri servizi pubblici sociali alle persone. Sulla base dell'indagine Eu-Silc di Eurostat, l'Italia sembra registrare i divari più ampi nella probabilità di occupazione qualificata: da un lato è molto meno probabile che gli stranieri svolgano professioni specialistiche impiegatizie rispetto ai cittadini, dall'altro è maggiore la probabilità che siano occupati in mansioni operaie. Giuseppe Sciortino pone l'accento sull'esistenza di una disuguaglianza permanente: «il miglioramento delle condizioni socio-economiche è come se si fermasse a un certo punto, rispetto ad altri paesi europei» dice ad Articolo36. Per gli immigrati l'ascensore sociale, cioè, si blocca a un certo piano. Secondo gli autori del rapporto, gli elementi del divario vanno ricercati sia dalla provenienza sociale del paese d'origine, che ha una sua struttura produttiva e anche nella durata di residenza dello straniero in Italia che incide sul processo di integrazione. Fattori che però non tengono davanti all'evidenza: la probabilità di perdere il lavoro dopo un anno è generalmente maggiore per gli stranieri e per le donne. «Le famiglie straniere soprattutto quelle di prima generazione, contribuiscono di più al bilancio pubblico, in proporzione, rispetto alle famiglie italiane, ricevendo meno in termini di servizi. E i redditi sono più bassi» continua il sociologo. «Non è questione di razzismo, ma il fatto è che la domanda di lavoro è meno qualificata». Ma se la prima generazione ha un effetto positivo sulla fiscalità, l'esito fiscale della seconda generazione dipenderà dal livello occupazionale: se non c'è mobilità i costi saranno più alti dei benefici. Le disuguaglianze poi ci sono anche nel settore in proprio. Il 7,4 % delle imprese attive italiane è composto da persone non nate in Italia. Anche questi imprenditori, come quelli italiani a tutti gli effetti, si concentrano su attività a basso contenuto di innovazione e bassa qualifica. Una causa è l'accesso al credito: si stima che il costo del credito per le ditte individuali costituite da extracomunitari è, a parità di caratteristiche d'imprenditorialità, superiore di circa 60 punti base a quello per le ditte italiane. La retribuzione è un altro elemento su cui è evidente la disparità: guardando ai dati dell'Inps 2004 (gli ultimi disponibili, incredibilmente) la retribuzione lorda settimanale dei dipendenti nati all'estero è in media più bassa del 22% (escludendo il settore agricolo e con differenze tra uomini e donne: quest'ultime arrivano al 32%) rispetto ai nati in Italia. Il divario è riconducibile alla concentrazione dei primi in settori con livelli retributivi inferiori alla media. Per il reddito individuale da lavoro la sostanza non cambia: i dati dell'indagine sui bilanci delle famiglie condotta dalla Banca d'Italia mostrano che il reddito disponibile delle famiglie con a capo una persona nata all'estero sia di oltre il 40% inferiore a quelle delle famiglie dei nati in Italia. Se si guarda la ricchezza immobiliare, il divario sale al 60%. Ciò si spiega anche con il fatto che nelle famiglie straniere spesso ci sono più inoccupati, giovani e numerosi, che incidono sul bilancio famigliare. Ma in termini di capacità di spesa il divario si fa sentire: -36% per le famiglie straniere. In generale, quindi, queste famiglie sono più povere di quelle italiane (56,8% per gli stranieri contro il 23,4% per gli italiani): la quota di reddito risparmiato non raggiunge il 4% (contro il 12% delle italiane). Le minori possibilità di risparmio rendono la famiglia straniera più vulnerabile e sull'orlo continuo della soglia di sussistenza.Una povertà che si riflette anche sui minori: un minorenne straniero su due rischia di cadere in condizione di povertà. Una prova, secondo i curatori del rapporto, che non sia vera la diceria – dal sapore vagamente xenofobo – per la quale gli immigrati approfitterebbero del welfare italiano. Nemmeno in termini di alloggi popolari: «L'offerta è così bassa» spiega di nuovo Giuseppe Sciortino «che non fa la differenza né fra la popolazione italiana, né fra i migranti». Anzi, se si guarda al numero di domande si scopre che sì, quelle provenienti da famiglie straniere sono maggiori, ma ottengono meno alloggi. Contando, perciò, che lo straniero di solito parte da una situazione di maggior svantaggio, la tendenza è addirittura invertita. «La difesa del nostro Stato non passa solo attraverso la giustizia sociale» ha puntualizzato a voce Chiara Saraceno durante la presentazione pubblica del rapporto. «Gli stranieri sono la esemplificazione estrema della scarsa mobilità sociale prodotta da diversi fattori, primi fra tutti la domanda di lavoro poco qualificato e l'origine famigliare. Insomma, l'origine sociale è tra i fattori più predittivi della futura collocazione dell'individuo nel perpetuarsi di meccanismi che riproducono le diseguaglianze».Maurizio Bongioanni

Precari come tacchini, una giovane expat li racconta così

Quando ha iniziato a scrivere il suo libro Angelica Isola, 32enne giornalista della Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana, aveva un'idea chiara in testa: voleva raccontare il precariato con un linguaggio efficace, mettendosi da un punto di vista diverso da quello di solito adottato dai media. «Ero stanca delle storie in stile Ballarò, sui precari che non possono prendere un mutuo o che non riescono a pagare le bollette. Per carità, tutto vero, ma c'è dell'altro: dietro l'instabilità economica ce n'è una anche psicologica e parlarne può aiutare qualcuno», racconta l'autrice de Il Muro. Vita precaria di giovani tacchini, pubblicato di recente dalla Fondazione Mario Luzi e in via di presentazione in diverse città italiane proprio in queste settimane.Il romanzo racconta le liti di condominio tra due tacchini precari: Aceto Civetta, disilluso e pungente, e Brando Statobrado, cocciuto e determinato a non arrendersi. Una metafora di quel conflitto che si gioca dentro ogni persona esposta all'incertezza, lavorativa e non solo, divisa tra la rassegnazione e l'indignazione, la stanchezza e la voglia di continuare a lottare. L'ispirazione, per Angelica, è arrivata dal suo vissuto personale: «In Italia, come tanti altri giovani e meno giovani, mi sono scontrata con un mercato del lavoro chiuso, con contratti precari e stage senza senso formativo e senza prospettiva», racconta.La metafora dei due tacchini svela il suo significato solo nella seconda parte del libro, dopo essersi nutrita di tanti paradossi dell'Italia contemporanea, lo «Scarpone colato a picco» dove «tutti corrono, sgomitano e caricano»: «Volevo far fare al lettore un viaggio allucinogeno, che riuscisse a farlo staccare dalla realtà». Per tornarci solo alla fine, quando l'equazione appare chiara: «Il muro è la mente, e i tacchini proiezioni di pensieri e sentimenti», spiega ancora l'autrice. Ma gli animali sono anche la rappresentazione perfetta di chi non ha un lavoro fisso, e sta già facendo piazza pulita dei propri sogni. Proprio ai suoi simili precari Brando Statobrado dedica alla fine del libro un vero e proprio manifesto, un libro nel libro che vuole veicolare un messaggio di empatia, ma anche di indignazione: «Hai tutta la rabbia impensabile ed inimmaginabile da trasformare in pura energia propulsiva per la sopravvivenza. Arricomplimenti, fai parte della favolosa famiglia dei tacchini, esseri umani talmente umani da essere considerati alieni. Sei una stella lucente nel buio della notte».A rendere il libro interessante è proprio l'indagine degli aspetti psicologici ed emotivi della condizione dei giovani precari, la descrizione asciutta ma calzante degli stati d'animo: «Il nulla è l'amico silente che impari a conoscere in fretta. È l'assenza totale di risposte. È il tempo vuoto che ti soffoca. È quella sensazione di vertigine amplificata dalle persone che, nel tentativo di aiutarti, ti rassicurano sulla temporaneità della situazione senza capirne il dramma». Il racconto preciso delle sensazioni causate dallo sguardo indagatore di un vicino: «Bisogna diffidare di chi è con le zampe in mano, perché quella strana inutilità da cui certuni sono affetti, potrebbe essere contagiosa», pensa la signora Pina. O ancora, il disagio provocato dalla curiosità insistente di amici e conoscenti: «Probabilmente non riuscirò ad ordinare neppure una seconda bibita per idratare la bocca che, sempre più secca e arida, si prepara alle domande scottanti degli amici che non sono per niente dei tacchini e vogliono sapere del mio nulla». Un vero e proprio percorso a ostacoli da cui l’autrice si è salvata andando a cercare quello che le mancava fuori dall'Italia: «Più che la precarietà è stata l'assenza di meritocrazia e l'impossibilità di capire realmente quanto si vale che mi ha spinto a lasciare lo Stivale per la Svizzera, Paese che mi ha accolto per quello che sono e quello che valgo», racconta, rifiutando però di essere etichettata come "cervello in fuga": «Io sinceramente non mi considero un cervello in fuga, ma più scherzosamente delle braccia in fuga. I cervelli in fuga, quelli d'oro, sono altri!», sorride. Approdata in Svizzera due anni fa da Cernobbio, in provincia di Como, dopo aver fatto tanti stage e tanti lavori precari in Italia, oltralpe ha trovato un ambiente dove contano i meriti e le capacità: «Alla Radiotelevisione svizzera di lingua italiana sono stata scelta tramite concorso pubblico. Se osservo la realtà italiana e quella svizzera, mi è difficile fare un paragone poiché la mentalità, l'organizzazione del lavoro e le leggi sono diverse. Posso sicuramente affermare che nella Confederazione ho trovato il posto ideale dove vivere e lavorare perché ci sono regole certe rispettate da tutti, meritocrazia, trasparenza e correttezza».Nel libro c'è spazio anche per un piccolo manuale di sopravvivenza, «norme di autocontrollo per salvaguardare la salute»: «Mai mostrare le tue emozioni agli sconosciuti, specie in angoli bui dell'universo», per evitare accanimenti della curiosità altrui; «mai essere servile o adulatore. Se ti sei smarrito è normale, le pressioni a cui sei sottoposto sono enormi, ma non svenderti»; «mai sedersi. Evita che la tua mente esegua il classico ragionamento: “Mi riposo per due minuti e poi riparto”»; «Ignora gli irritanti incoraggiamenti». Allo stesso tempo, però, il messaggio che emerge in tutto il libro è un invito a non abbattersi e non smettere di indignarsi: una specie di chiamata alla armi per continuare a far valere i propri diritti. «Costruisci prima di tutto delle solide fondamenta. Insegui con cocciutaggine e tenacia la tua vocazione. Affronta gli ostacoli impervi. Tanto, li incontrerai comunque».Nello scenario tracciato dal romanzo ci sono solo sconfitti: se molti giovani vivono in una condizione di incertezza, alla fine è tutta la società a risentirne. Il precariato per l'autrice è un concetto che esonda così in ogni settori, che tocca tutti, sia esso economico, emotivo, lavorativo o psicologico. «Siamo tutti precari. Precari nel mondo. Precari nell'anima», scrive nell'ultima pagina, e rivolgendosi a chi si sente lontano da questa condizione, continua: «Magari la tua mente monolitica non ha mai conosciuto dubbi e vivi in un nido tranquillo e sicuro. Eppure non illuderti. Anche in te dormono un Brando e un Aceto che in circostanze particolari si svegliano».E allora che fare? Angelica Isola indica, per bocca del tacchino Brando, due vie da imboccare insieme: rivalutare l'importanza delle relazioni umane e non smettere di lottare. Le «navicelle di salvataggio» sono «quelli che ti stanno accanto, nonostante tutto», uniti alla perseveranza: «Non cedere e continua a spolverare i tuoi sogni. Nessuno può spogliarti del tuo orgoglio di essere vivo».

Inaccettabili pensioni d'oro, in Parlamento due proposte per tagliarle secondo giustizia

I giovani pensano poco alla questione della pensione. Quasi per niente, a dir la verità. Ma nel dibattito pubblico il tema è molto sentito, anche perché gli anziani sono la maggioranza degli iscritti al sindacato e, in un certo senso, anche la maggioranza dei votanti alle elezioni. Così come la riforma dell'età pensionabile attuata due anni fa dalla Fornero fece molto discutere, così periodicamente ritorna nelle aule del Parlamento e nei media il tema delle pensioni da tagliare. Ma quali pensioni vanno tagliate? Ieri sera Giorgia Meloni, già ministro della Gioventù nell'ultimo governo Berlusconi e oggi parlamentare di Fratelli d'Italia, ha riassunto la questione con un intervento molto efficace durante la trasmissione Ballarò. Prima commentando il provvedimento di "taglio alle pensioni d'oro" contenuto nella bozza della legge di stabilità: «A quelli che prendono una pensione che supera i 150mila euro l'anno chiediamo il 5% della parte che eccede i 150mila euro. Cioè: non il 5% di 150mila. Se prendo 160mila, il 5% di 10mila. Io considero che questo sia vergognoso». Secondo la deputata la classe politica dovrebbe avere il coraggio di dire «una volta per tutte che bisogna da una parte non toccare le pensioni della povera gente, che sono quelle che noi continuiamo a toccare sempre; e guarda un po' la Corte costituzionale - interamente composta, apro e chiudo parentesi, da pensionati d'oro - non dichiara mai incostituzionali i provvedimenti tipo il blocco delle indicizzazioni delle pensioni da 1.400 euro. E invece andare a stanare e comunque riequilibrare i diritti per chi ha avuto troppo in rapporto alle generazioni successive». Specificando che «col sistema retributivo c'erano alcuni meccanismi che hanno permesso ad alcune pensioni di essere totalmente al di fuori del consentito, anche per questo tempo, anche per le pensioni in essere. Noi abbiamo in Italia 200mila persone che prendono una pensione più alta di 10 volte la pensione minima. 300 persone che prendono una pensione che è più alta di 50 volte la minima e che da sole ci costano 115 milioni di euro». Dopo questa premessa la Meloni ha presentato la proposta del suo partito: «Oggi è arrivata in Commissione lavoro della Camera dei deputati la proposta di legge in materia di Fratelli d'Italia. Che cosa dice? Una cosa banale. Per le pensioni in essere, quindi anche per quelle che noi stiamo dando adesso, si calcola un tetto: dieci volte la pensione minima. Sono 5mila euro, non sono pochi. Fino a quel tetto non si tocca. Sopra, si calcolano i contributi. Li hai versati i contributi per prendere una pensione da 8mila, 10mila, 20mila, 90mila euro al mese? Se li hai versati i contributi sono soldi tuoi»: significa che il lavoratore li accantonati mese dopo mese con i versamenti previdenziali, e dunque è giusto che lo Stato glieli renda sotto forma di pensione. «Non li hai versati? La parte che eccede la taglio e vado ad aiutare le pensioni di invalidità, le pensioni minime, la povera gente». La Meloni si riferisce alle tante pensioni d'oro che, come il sistema retributivo permetteva, non sono basate sul calcolo delle quote contributive effettivamente versate. E lancia un guanto di sfida, durante la trasmissione di Floris, a due degli altri ospiti presenti, il 34enne Roberto Speranza del Pd e Paolo Romani, già ministro dello Sviluppo economico per il Pdl: «C'è qui il capogruppo democratico e un illustrissimo esponente del Popolo della libertà, insieme fanno la maggioranza del Parlamento. Io penso che sarebbe un bellissimo segnale se una volta tanto l'Italia da questo punto di vista facesse per una volta una legge considerata giusta: perché senza giustizia, senza la percezione di uno stato giusto, noi non possiamo restituire speranza. Questi due illustri esponenti del parlamento italiano sono disposti ad approvare insieme a Fratelli d'Italia la nostra proposta di legge che forse darebbe un segnale di giustizia in Italia?». In attesa di sapere se il Partito democratico e il Popolo delle libertà sceglieranno di appoggiarla o di osteggiarla, ecco i dettagli della proposta di legge "Disposizioni concernenti il calcolo del limite massimo dei trattamenti pensionistici", catalogata agli atti della Camera con il n° 1253, presentata lo scorso 21 giugno con Meloni come prima firmataria. Un unico articolo suddiviso in tre commi con il quale si prevede, al comma 1, che «I trattamenti pensionistici obbligatori, integrativi e complementari, i trattamenti erogati da forme pensionistiche che garantiscono prestazioni definite in aggiunta o ad integrazione del trattamento pensionistico obbligatorio, […] nonché i trattamenti che assicurano prestazioni definite per i dipendenti delle regioni a statuto speciale e degli enti […] con esclusione delle prestazioni di tipo assistenziale, degli assegni straordinari di sostegno del reddito, delle pensioni erogate alle vittime del terrorismo e delle rendite erogate dall’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, i cui importi, alla data di entrata in vigore della presente legge, risultino superare complessivamente, anche in caso di cumulo di più trattamenti pensionistici, dieci volte l’integrazione al trattamento minimo dell’Inps, sono ricalcolati e corrisposti secondo il sistema contributivo». Utilizzando i risparmi così ottenuti per sostenere le pensioni minime e di invalidità.Una proposta straordinariamente affine a quella elaborata da Pietro Ichino, Giuliano Cazzola e Irene Tinagli qualche mese fa. I tre parlamentari di Scelta Civica l'avevano presentata poco prima di Ferragosto attraverso una lettera di Ichino al Corriere della Sera: «Nei giorni scorsi il Corriere ha dato conto dettagliatamente di alcuni trattamenti pensionistici davvero impressionanti: molte decine di migliaia di euro al mese». Entrando subito nello specifico: «La realtà è che ci sono “pensioni d’oro” di due tipi, molto diversi tra loro. Se non mettiamo a fuoco la differenza tra i due tipi, la nostra battaglia contro le rendite indebite è destinata a nuove sconfitte, come quella subita ultimamente davanti alla Corte costituzionale: la quale ha ritenuto incostituzionale il “contributo straordinario” del cinque per cento che il Governo Monti aveva imposto sulle pensioni superiori a 90.000 euro annui (dieci per cento su quelle superiori ai 150.000)». La differenza sta proprio lì dove anche Giorgia Meloni la colloca: «Il primo caso è quello di chi percepisce una pensione molto elevata perché per tutta la propria vita lavorativa ha percepito retribuzioni molto elevate, e ha versato contributi previdenziali in proporzione. In questo caso, la “pensione d’oro” non è altro che una porzione, differita nel tempo, della “retribuzione d’oro” che l’ha generata». Ichino fa l'esempio di un ipotetico signor Rossi che per tutta la sua vitalavorativa abbia guadagnato un milione di euro all'anno, versando 3-400mila euro all'anno di contributi. E poi descrive il secondo caso, totalmente diverso: «Il discorso cambia radicalmente se il sig. Rossi ha avuto la retribuzione di un milione di euro soltanto negli ultimi dieci della sua vita lavorativa, ma la sua pensione è stata calcolata per intero in proporzione alla retribuzione e contribuzione di quell’ultimo decennio. In questo caso, il sig. Rossi si è effettivamente guadagnato soltanto un terzo o un quarto della pensione d’oro che gli viene erogata, mentre la parte restante è sostanzialmente regalata. Questo si chiama “sistema retributivo” di calcolo della pensione; ed è quello che è stato in vigore fino alla riforma Monti-Fornero del dicembre 2011, per tutti i fortunati che hanno incominciato a lavorare e versare contributi previdenziali prima del 1978 (cioè per la generazione di quelli che oggi hanno cinquanta o sessant’anni). Oggi la maggior parte delle pensioni d’oro nasce proprio dall’applicazione di questo vecchio e sbagliatissimo metodo di calcolo: il sig. Rossi incomincia a guadagnare il super-reddito soltanto nell’ultimo periodo della sua vita lavorativa, ma si vede poi calcolata la pensione per intero in riferimento a quell’ultimo periodo». Ichino spiega che «questa è la parte della pensione non effettivamente guadagnata: la differenza tra la pensione calcolata in proporzione alle ultime retribuzioni e quella calcolata in stretta proporzione ai contributi versati nel corso di tutta la vita lavorativa».Se le premesse sono uguali, la differenza delle due proposte sta nel cosa fare della porzione di pensione «regalata»: Fratelli d'Italia propone di tagliarla di netto, Scelta Civica opta per una soluzione intermedia, quella di applicarvi un consistente   «contributo straordinario». Ichino, Cazzola e Tinagli, forti anche delle loro competenze accademiche, spiegano che questa modalità neutralizzerebbe eventuali annullamenti da parte della Corte costituzionale: «Se il contributo straordinario sarà riferito soltanto a questa differenza, la Corte non potrà non approvarlo, poiché esso non creerà una disparità di trattamento, bensì al contrario ridurrà un privilegio indebito, in un momento di straordinaria necessità».Insomma, i pensionati d'oro in Italia non sono quelli che percepiscono pensioni alte perché nella loro vita lavorativa hanno versato tanti contributi; bensì quelli che, pur avendo versato contributi in maniera modesta, per qualche meccanismo estremamente favorevole si ritrovano con un trattamento pensionistico (o più trattamenti cumulati) stellare, completamente slegato dai contributi versati. Queste "regalie di Stato" vanno contrastate; che sia con la soluzione radicale di Giorgia Meloni o con quella più morbida di Pietro Ichino, è comunque urgente agire per riequilibrare la situazione che, in un momento di crisi come questo, risulta ancor più insopportabile sia ai pensionati "normali" che prendono poche centinaia di euro al mese, sia ancor di più alla folta schiera di disoccupati. Senza parlare delle centinaia di migliaia di giovani iper-precari che spesso non arrivano a guadagnare nemmeno quei mille euro al mese che sono la base minima per poter sopravvivere senza dover pesare sulle spalle delle famiglie d'origine.

CellDynamics, la start-up col 95% di vittorie ai bandi: «Rimaniamo in Italia»

«Ci piace stare qui innanzitutto perché in Italia si sta bene. È un campo molto fertile per le start-up, specie in zone come il Piemonte, la Lombardia e l'Emilia-Romagna: qui a Mirandola c'è uno dei più importanti poli biomedicali d'Europa, che si sta riprendendo dopo il terremoto. Se possiamo, diamo una mano, siamo qui anche per questo». Ma i finanziamenti? «È vero che non ci sono soldi, almeno non così tanti come in California. Ma si fa quel che si può». È per tutte queste ragioni che il cervello di Ilaria Vigliotta (26 anni) rimane in Italia, insieme a quello di Daniele Gazzola (37), Simone Pasqua (27) e Federico Zambelli (23), i suoi soci in CellDynamics, start-up che si occupa dello sviluppo di una linea di dispositivi per l'analisi cellulare. Un apparecchio che potrebbe avere diverse applicazioni: «intanto può accelerare lo sviluppo di nuovi farmaci. In futuro, ma ci arriveremo tra cinque o dieci anni, si potrà pensare alla personalizzazione delle terapie. Se poi riusciremo nei nostri obiettivi e otterremo le certificazioni necessarie, ci piacerebbe operare anche nel campo della procreazione medicalmente assistita». Ma come funziona questo dispositivo? «Diciamo che è un po' come il Grande Fratello», risponde Vigliotta. Il celebre format televisivo «permette di osservare degli individui nell'intero arco delle 24 ore, coinvolgendoli in sfide giornaliere e verificando le loro risposte agli stimoli esterni». Tutto questo «non rappresenta uno studio sociologico, ma offre grandi informazioni sul comportamento umano. Ecco, noi facciamo lo stesso con le cellule». In questo caso, gli stimoli esterni sono rappresentati da farmaci, virus e batteri. «Il nostro primo mercato sarà rappresentato dalle aziende che producono farmaci biotech. Noi permetteremo loro di avere una sorta di anteprima di come le cellule reagiscono alla medicina, spendendo peraltro molto poco». L'idea di fondo, che ha guidato la ricerca di Gazzola negli ultimi dieci anni e che poi ha coinvolto Vigliotta e gli altri soci, è quella di «mettere a disposizione dei dispositivi innovativi che rendessero le cose semplici e a basso costo». Un'idea che sembra avere un discreto potenziale sul mercato.Da febbraio 2013, cioè da quando i quattro startupper hanno cominciato a lavorare a tempo pieno alla loro “creatura”, «abbiamo partecipato a 45 bandi, sia per ottenere finanziamenti che per aumentare la nostra visibilità e avere accesso alle fiere. Abbiamo una percentuale di vittoria del 95 per cento». Gli ultimi in ordine di tempo sono il programma Spinner della Regione Emilia-Romagna, che fino a dicembre offrirà ai tre ricercatori [Zambetti si sta laureando in Economia, ndr] una borsa mensile da 1.300 euro lordi e ha garantito servizi e consulenze per 3mila euro. E lo Startup Focus Program promosso da PoliHub e da Sap, grazie al quale Vigliotta e soci potranno essere incubati per sei mesi al Politecnico di Milano, dove entreranno a far parte del programma di empowerment imprenditoriale. In più, avranno 800 ore di formazione sui software gestionali prodotti dalla multinazionale tedesca.È grazie ai concorsi rivolti alle start-up che i “cervelli” di questi quattro startupper restano in Italia e riescono a mantenersi. «Il concetto legato alla scelta di rimanere è che, va bene, qui non ci sono tanti soldi. Ma se vai in California, dove lo spirito è fantastico e chiunque ci vada torni migliorato, c'è una competizione devastante. Se io che sto bene in Italia posso dare qualcosa, ben venga». Intanto i prossimi mesi serviranno a dare una forma giuridica alla società. Non solo: «Siamo già nella fase dello sviluppo dei prototipi e abbiamo già un primo cliente che ci aiuterà nello sviluppo dei prototipi». Il passo successivo è il mercato.Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.it

Giovani expat, in Italia condizioni non dignitose ma non passa la voglia di cambiare e tornare

Marco è un giovane architetto «nato e cresciuto a Chiavenna, provincia di Sondrio». Ha ereditato la passione per la progettazione dal padre, geometra; così dopo la maturità è andato a studiare a Ferrara, facendo l'Erasmus a Copenhagen e laureandosi con una tesi sulla residenza sociale. Era il 2010.A quel punto Marco comincia a preparare l'esame di Stato, che supera al primo colpo, e a guardarsi intorno per trovare ovviamente un lavoro. Ma dovunque guardi, pur nella ricca Lombardia, vede il deserto: una totale «mancanza di condizioni di lavoro che ritenessi dignitose, sia da un punto di vista professionale che remunerativo». La prima destinazione allora è la Spagna. A Barcellona lavora per due anni presso uno studio, inquadrato come collaboratore autonomo a partita Iva: all'inizio guadagna i classici mille euro al mese, che poi salgono a 1.500.Nel 2012 si trasferisce in Svizzera lavorando inizialmente in uno studio specializzato in architettura digitale, con un contratto da praticante da 2mila franchi (1.600 euro) al mese, e poi in un altro che si concentra invece sull'urbanistica. In questo secondo studio lo assumono con la qualifica "piena" di architetto, e di conseguenza anche lo stipendio è "pieno": 5mila franchi al mese, 4mila euro. Seppur lordi, una cifra che un architetto italiano laureato da tre anni si sogna di notte.  «Tutti i lavori li ho trovati attraverso invio di curriculum e portfolii personali». Marco rivendica la scelta di non aver tentato la carta delle opportunità di tirocinio messe periodicamente a disposizione dall'Unione europea: «Mi sono sempre rifiutato di fare richieste di borse di studio post-laurea, come Leonardo o simili; le ritengo un sistema che permette agli studi professionali di scaricare i loro costi sulla Ue». E non gli sembra giusto.Della sua vita da giovane expat Marco è soddisfatto, ma qualcosa gli manca. Non gli spaghetti, non il tepore del letto rifatto: «La perdita più grossa per me è stata l’interrompersi dei contatti con i miei compagni di studi, persone con cui avevo condiviso idee, speranze e progetti, con cui avevo spesso lavorato, di cui avevo grandissima fiducia». Per non perdere questi preziosi contatti si ingegna come può: «Grazie a Skype, Dropbox e altri sistemi di condivisione di file, affiancati da un minimo di pianificazione e da tanta buona volontà, con un gruppo di amici rimasti in Italia siamo riusciti a partecipare insieme ad alcuni concorsi, risultando in uno finalisti. Siamo arrivati addirittura fondare una piattaforma collaborativa online, chiamata OpenNetworkOffice, che però ha avuto vita breve». Alla fin fine, il contatto fisico e la vicinanza sono fondamentali. Ma il tarlo di far qualcosa in Italia resta bene annidato, e nel 2013 si presenta l'occasione giusta: AAA Architetti Cercasi, un concorso per “giovani architetti” sotto i 35 anni, arrivato alla sua terza edizione ed indetto da  Confcooperative Lombardia e Generali Immobiliare.«In primavera, assieme a Gianmaria Socci e Carla Ferrer, abbiamo deciso di partecipare al concorso. Questa edizione era incentrata sull’area di Santa Giulia, a Milano Rogoredo. Il progetto era complesso e richiedeva diverse scale di intervento: uno studio urbanistico, progettazione residenziale, lo sviluppo di una applicazione web e la produzione di un video. Per questo abbiamo deciso di coinvolgere altre figure professionali e formare un gruppo multidisciplinare che potesse dare una risposta convincente. Alla fine eravamo in sei, di quattro nazionalità diverse. E vivevamo per giunta in quattro città diverse sparse su tre Paesi!». I compagni di avventura di Marco, nella maggior parte già amici dai tempi dell'università, sono Salvatore Di Dio (1983), ingegnere e specialista di politiche sulle smart cities e ceo della start-up siciliana Push; Claudio Esposito (1987), architetto e specialista in comunicazione visiva e digitale per architettura e ambiente urbano, creative director della start-up The Piranesi Experience; Carla Ferrer Llorca (1987), architetto presso lo studio Blue Architects di Zurigo; Andrjiana Sekulic (1987), architetto neolaureato; Gianmaria Socci (1985), architetto freelance, finalista in diversi concorsi internazionali di progettazione urbana. Il lavoro dura quasi due mesi, e porta i suoi frutti. Marco e il suo gruppo vincono il concorso: il premio consiste in una piccola somma di denaro, 3mila euro, e in più uno spazio di lavoro a titolo gratuito per un anno a Milano e l'ingresso nelle liste fornitori di Generali Immobiliare e della Lega Confcoop. «Dal 1° gennaio avremo a disposizione 250 mq, da condividere con il secondo e il terzo classificato, in corso di Porta Vittoria. E abbiamo già avviato un proficuo ed interessante discorso con Lega Confcoop. Per sfruttare al massimo questa possibilità ci siamo riuniti sotto un nome collettivo, Ines Bajardi, una cooperativa tra professionisti che investono e ricercano sulla città».Ma Marco non è ancora pronto per fare il salto definitivo di ritorno: per il momento resta in Svizzera, giustamente, con il suo lavoro da 4mila euro al mese, e segue gli sviluppi della vittoria del concorso da remoto. Senza per questo smettere di preoccuparsi per la sua Italia: «Credo che ci sia tanto da fare. Che non si possa vivere una vita lamentandoci del nostro Paese, magari pure non vivendoci, senza implicarsi direttamente, senza cercare di cambiare un po’ le cose, di riportare un po’ di quello che abbiamo imparato». Il suo campo ne è un esempio: «In architettura l’Italia è ferma agli anni Sessanta e Settanta: la cultura architettonica, esclusi gli addetti ai lavori, è al minimo storico, e la figura professionale dell’architetto scarsamente considerata». Eppure di lavoro per gli architetti ce ne sarebbe eccome: «Il paese cade a pezzi, reclama interventi, strategie e nuove idee per ripensare il lascito storico, gestire il presente e inventarci un futuro». Tutto questo ripensando «la figura anche dell’architetto, della professione, della città, alla luce dei cambiamenti sociali e tecnologici che stiamo vivendo. Può forse suonare un po’ eccessivo, ma è quello che penso e pensiamo». Invece non è affatto eccessivo: è una spinta importante da parte di un ventinovenne che, pur essendo dovuto scappare all'estero per trovare condizioni lavorative dignitose, non perde la speranza di poter cambiare il proprio Paese mettendo a disposizione le proprie capacità e competenze: «Siamo convinti che solo impegnandoci direttamente e attivamente qualcosa potremo fare». Nelle parole del giovane architetto Marco suonano altre parole, quelle della vecchia archistar Daniel Libeskind. Che recentemente a Roma, al convegno "Rebirth" organizzato alla Camera dei deputati, ha detto: «Io sono un architetto. Ma in un certo senso lo siamo tutti, cercando di costruire un futuro migliore».Marco racconta che l'obiettivo suo e dei suoi compagni, molti dei quali a loro volta "expat", è quello di ricostruire un'Italia nuova, in grado di offrire ai giovani opportunità di vita e di lavoro dignitose: «Stiamo cercando di costruirci le possibilità concrete di tornare… e sopravvivere! E chi, come me, è fuori dedica tutto il tempo extra-lavoro al “progetto Italia”. La valigia è sempre pronta: per tornare, forse, definitivamente».

Allarme MiniAspi, mesi d'attesa per ricevere l'indennità

«Buongiorno, vorrei un’informazione: quali sono i tempi d’attesa per ottenere la MiniAspi? So che si possono attendere anche alcuni mesi...». Sono le 9.30 di un lunedì mattina presso l’ufficio per i servizi all’utenza dell’Inps di Milano, in via Pola 9. Nell’ampia stanza attendono decine di persone per le ragioni più svariate: c’è chi ha bisogno di chiarimenti sulla pensione, chi deve fare domanda per un servizio di sostegno al reddito. «Per la MiniAspi noi cerchiamo di fare tutto entro 30 giorni», risponde l’addetta Inps. «Poi i tempi per sbrigare le pratiche possono variare in base alla sede di competenza. A gennaio c’è spesso un aumento del carico di lavoro, quindi i tempi possono essere un po’ più lunghi. Deve informarsi all’ufficio nella sua area di residenza», aggiunge. «Non abbiamo la sfera di cristallo».La posizione ufficiale dell’Inps è proprio questa. Per ottenere la MiniAspi, l’indennità di disoccupazione a requisiti ridotti per i lavoratori subordinati che abbiano perduto involontariamente il lavoro, bisogna aspettare più o meno un mese. E 30 giorni era anche il limite temporale entro il quale l’ente previdenziale si impegnava a versare il vecchio assegno di disoccupazione. Ma la realtà che emerge dai commenti e dalle reazioni degli aventi diritto dinanzi alla nuova MiniAspi è ben diversa. Basta cercare tra forum e commenti sui blog per trovare numerosi esempi di lavoratori disoccupati che hanno dovuto aspettare due, tre, anche quattro mesi prima di vedersi accreditare l’assegno. A maggio una ragazza scriveva sul forum di Orizzontescuola: «Ragazzi non posso crederci dopo mesi di attesa anche la mia situazione sembra che si stia sbloccando! Stamane ho trovato nel mio fascicolo previdenziale che hanno acquisito la domanda miniaspi 2012 e poi mi dice completata. Ma non leggo nessuna cifra e non c'è scritto accoglimento! Quanto bisogna aspettare ancora? C'è scritto solo completata! E' da gennaio che ho fatto domanda, assurdo! Tutto questo tempo». Tempo di attesa dichiarato: cinque mesi. Stessa situazione per un’altra utente: «Io ho presentato la mini aspi 2012 il 29 gennaio e oggi [il 17 maggio, ndR] mi è arrivato un messaggio su postacertificata.gov che la mia domanda è stata accolta ed è stato disposto un pagamento». I ritardi colpiscono disoccupati provenienti da tutta Italia. Disperati i toni di un lettore nei commenti a un articolo dell’Eco del cittadino: «Salve sono passati 3 mesi e 5 giorni dalla data della mia domanda di indennità, ancora non si vedono i soldi, vivo a Roma (Inps Casilino). Qualcuno sa per caso dirmi qualcosa sui tempi. Non riesco più ad andare avanti. Agli sportelli dell'Inps non sono in grado di darmi spiegazioni». Gli fa eco un'altra giovane: «Ciao, io sono circa tre mesi che sto aspettando, ma ancora niente, dal 6 febbraio ho fatto la domanda e ho saputo che hanno accettato il miniaspi più assegni per i figli, la domanda è ma quanto devo aspettare per i soldi?? Grazie».Insomma, i mesi passano e molti aventi diritto non ricevono l’assegno. Altro che 30 giorni. Una situazione insostenibile per chi è senza lavoro, privo di reddito, e deve pagare affitto, mutuo, bollette, spese quotidiane della famiglia. Al danno si aggiunge la beffa, ovvero l’amara consapevolezza di avere diritto alla prestazione, ma di dover attendere un periodo di tempo del tutto aleatorio prima di poterne usufruire. Ci sono ovviamente anche i casi virtuosi, gli uffici dell’Istituto che erogano l’indennità con efficienza e in tempi rapidi, ma la contraddizione non fa che evidenziare la disparità di trattamento dei cittadini sul territorio.Un riscontro arriva dai sindacati, che confermano il disagio dei cittadini. Secondo Nicola Marongiu, responsabile area welfare della Cgil nazionale, «Il problema non sta certo nell’assenza di fondi, perchè le indennità sono finanziate attraverso la contribuzione aggiuntiva, ma piuttosto nella lavorazione della pratica. L’Inps versa in condizioni difficili in molte realtà sul territorio, con dotazioni organiche carenti e un surplus di attività determinato dalla crisi».Luigina de Santis, del patronato Inca Nazionale, commenta così la situazione ad Articolo 36: «Prima dell’Aspi e della Miniaspi, i patronati avevano stipulato delle intese formali con l’Inps, che si impegnava a pagare l’indennità ordinaria o con requisiti ridotti entro 30 giorni dalla data di presentazione della domanda. Tutto filava liscio come l’olio. Oggi anche noi riceviamo segnalazioni di lavoratori disoccupati che devono aspettare due mesi o più per ottenere l’Aspi o la MiniAspi, anche se in linea di massima non si arriva a 5 o 6 mesi».Le nuove indennità hanno sconvolto i meccanismi di calcolo, rallentando i tempi di accettazione. Secondo de Santis, c’è un problema a monte. «La professionalità dell’Inps si è molto ridotta. I funzionari si affidano alle macchine, ai pc, e non sono più in grado di fare i conteggi a mano per verificare se sussistano i requisiti per Aspi e MiniAspi. Più volte è capitato che una sede territoriale rispondesse a un utente: non posso erogarti una prestazione perchè mi manca la procedura per calcolarla. Ma non si può negare un diritto con la scusa della mancanza di un algoritmo. In qualche modo chi ha i requisiti per una prestazione previdenziale o a sostegno del reddito deve ottenerla».In questa situazione, le prestazioni erogate dall’Inps variano di ufficio in ufficio, con risultati disomogenei sul territorio. «Gli uffici con più personale riescono a smaltire le richieste di Aspi e MiniAspi. Gli altri sono in difficoltà, e i ritardi si accumulano», commenta la responsabile. Stando agli ultimi dati di bilancio Inps, nel solo mese di luglio 2013 sono state presentate 192.311 domande di Aspi e 33.200 domande di MiniAspi, oltre a 373 domande di disoccupazione edile ordinaria e speciale, 13.477 domande di mobilità, e 624 richieste di disoccupazione ordinaria ai lavoratori sospesi. In totale, dal gennaio al luglio 2013, sono state presentate 1.084.694 domande, in aumento del 20% circa rispetto alle 900mila domande dello stesso periodo del 2012.Per finire, c’è un ultimo problema, relativo all’acquisizione dei contributi. «L’Inps deve essere sicura che l’azienda di ultima occupazione abbia versato i contributi per il dipendente con l’Uni-Emens: una procedura di versamento mensile. Il datore di lavoro, però, in genere versa i contributi a fine mese, insieme a quelli di tutti gli altri lavoratori. Se lavoro per i primi 15 giorni, e poi perdo l’impiego, l’Inps dovrà comunque attendere l’accredito di contribuzione prima di verificare i requisiti per la MiniAspi. Ci sono quindi dei tempi fisiologici di attesa, che però possono giustificare un ritardo di un mese o due, non certo di 5 mesi nell’erogazione delle prestazioni», conclude de Santis.Insomma, dietro ai ritardi dell’Inps si nasconde il solito insieme di ritardi burocratici e meccanismi amministrativi farraginosi. Ma intanto chi ha diritto a un sostegno al reddito è costretto in qualche modo a tirare la cinghia sperando di essere finito nell’ufficio territoriale migliore e più rapido. E a volte la prestazione arriva dopo mesi, magari quando il lavoratore ha trovato un altro impiego – e paradossalmente non ne ha più bisogno.

Ecosistema start-up: una mappa serve davvero?

Una mappa dell'ecosistema dell'innovazione italiana, che tenga il conto delle start-up innovative iscritte nel registro delle imprese. Ma che dia conto anche della presenza di quelle che si potrebbero definire le infrastrutture di supporto: fondi di venture capital, business angels, incubatori, parchi tecnologici e spazi di coworking.A disegnare questa cartina geografica ci ha pensato l'associazione Italia Startup insieme agli Osservatori del Politecnico di Milano e a Smau, fiera milanese dell'innovazione, con il supporto tecnico del ministero dello Sviluppo economico. Un progetto disponibile in rete - e che sarà distribuito nei padiglioni di Fieramilanocity tra il 23 ed il 25 ottobre in formato cartaceo - nato con l'obiettivo di «presentare sia al sistema politico-economico nazionale sia agli interlocutori internazionali una fotografia continuamente aggiornata dei principali attori dell'ecosistema delle start-up nel nostro Paese», si legge in una nota.Ma è davvero necessario uno strumento di questo genere? Uno dei primi a porre il problema del controllo sull'evoluzione dell'ecosistema è stato Antonio Lupetti, blogger da sempre molto critico sulle normative e sulle iniziative messe in campo dal governo. «Il paradosso delle imprese in liquidazione registrate come start-up innovative» è il titolo di un post pubblicato sul suo Woorkup lo scorso 25 settembre. Possibile una situazione del genere? In effetti sì. Al 23 settembre erano 1148 le aziende iscritte nella sezione dedicata del registro imprese tenuto dalle Camere di commercio. Quattro di queste risultano però essere in liquidazione. Non sarà allora che il decreto Passera abbia spianato «la strada a una serie di agevolazioni fiscali, a vantaggiose deroghe al diritto societario e a una particolare disciplina dei rapporti di lavoro che oggi, rispetto a quelli che potevano essere i propositi iniziali, trovano un'impropria applicazione?», la domanda che il blogger lancia all'ecosistema. Il sospetto, in altre parole, è che qualcuno stia cercando di approfittare degli incentivi messi a disposizione dalla normativa. Ora, tra le start-up che risultano in liquidazione c'è anche Appeatit, società impegnata nello sviluppo di un'applicazione che permetta di prenotare un posto al ristorante e di ordinare il pasto direttamente dall'ufficio, così da rendere meno caotica e frenetica la pausa pranzo. Startupper ne aveva raccontato la storia qualche settimana fa. Ma ora che succede?«Abbiamo liquidato la società perché due soci dovevano uscire visto che non erano più interessati a seguire il progetto», spiega l'amministratore delegato Damiano Congedo. A questo si aggiunge la necessità di inserire «i 3 ragazzi che collaborano con noi da un anno» con una formula simile al work for equity. Ovvero non sono pagati, ma sono state promesse loro quote della società. «La soluzione più economica era liquidare e ripartire da zero».Una decisione comunque «sofferta» e che comporterà dei costi per la nuova registrazione. Ancora più complicati da sostenere «perché non abbiamo ancora ricevuto finanziamenti». L'obiettivo, comunque, è quello di ripartire, «spero già il mese prossimo». Polemiche a parte, il caso di Appeatit è un esempio della “liquidità” dell'ecosistema start-up. A cercare di dare una dimensione solida arriva dunque la mappa proposta da Italia Startup. Il funzionamento è semplice: entro l'11 ottobre tutti i soggetti interessati possono registrarsi online. Una volta definita la mappatura, l'obiettivo è quello di aggiornarla di anno in anno per tenere sotto controllo l'evoluzione delle imprese innovative e della loro rete di sostegno.«Prendendo spunto da iniziative analoghe avviate in altri Paesi, vogliamo fornire un quadro che identifichi tutti gli attori principali attivi in Italia, suddivisi per aree territoriali, ritraendo in tempo reale lo stato complessivo del nostro ecosistema», spiega in una nota Andrea Rangone, consigliere di Italia Startup e responsabile degli Osservatori del Politecnico di Milano. Che sia questo lo strumento adatto per evitare i rischi evidenziati da Lupetti lo dirà il tempo. Certo un monitoraggio costante dell'ecosistema può permettere di valutarne l'evoluzione in tempo reale e, in caso, introdurre correttivi.Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.it

Ma i soldi per lo stage, chi te li dà? La borsetta di mammà

Chiara ha ventiquattro anni. Ogni mattina si sveglia alle sei meno un quarto, esce e fa un'ora di strada per arrivare in ufficio. Alle sei di sera si rimette in viaggio e riattraversa la città;  cena, si fa la doccia e si mette a letto, perché il giorno dopo la sveglia suonerà di nuovo prima dell’alba. Chiara è di Rieti. Mi racconta la sua storia via email, dopo aver pubblicato un post molto arrabbiato su Facebook. Ha studiato a Perugia e si è laureata in Comunicazione pubblicitaria con 110 e lode. Poi, come tutti i neolaureati, ha cominciato a visitare i siti di annunci e a mandare cv. Quando una nota azienda di comunicazione del settore food & beverage la convoca per un colloquio, fa i salti di gioia. La selezione va bene e lei si trasferisce a Roma, entrando con la funzione di junior account: l’«interfaccia» tra l'azienda e chi compra le campagne pubblicitarie, con il compito di trovare e seguire i potenziali investitori, preparare preventivi e proposte. In più Chiara fa anche la segretaria, spedisce pacchi, accoglie clienti, invia decine di email al giorno. Teoricamente è "in formazione", ma in realtà in ufficio nessuno le fa da guida: i suoi superiori (cioè tutti) le assegnano dei compiti pretendendo che lei li sbrighi in fretta, senza seccare per chiedere come si fa. La trattano come se fosse una dipendente, richiedendo efficienza e velocità. Ufficialmente però Chiara non sta lavorando: è solo in stage. Questo vuol dire che non ha un contratto, o il diritto a una retribuzione, men che meno ai contributi previdenziali. Eppure di qualche soldo avrebbe bisogno: la stanza in affitto le costa 350 euro mensili a cui bisogna aggiungere le spese per vitto, trasporti, vita quotidiana. L'azienda di comunicazione, pur vantandosi di essere "leader di mercato", le elargisce soltanto 250 euro al mese. Così sua madre e suo padre devono continuare a mantenerla. Lei operaia in una ditta di pulizie, lui impiegato comunale: tirare fuori ogni mese 500 euro è un sacrificio, ma la speranza è che questa esperienza possa servire alla figlia a trovare lavoro. I genitori – quelli di questa storia, insieme a milioni di altri – sperano sempre: ma in realtà solo uno stagista su dieci viene contrattualizzato. Così l’Italia continua a maltrattare i suoi giovani, e a spremere le famiglie come limoni.A luglio di quest'anno la Regione Lazio ha approvato una normativa regionale sui tirocini extracurriculari, quelli svolti – come ha fatto Chiara – al di fuori di un percorso formativo. La nuova legge prevede l'obbligo di corrispondere almeno 400 euro mensili agli stagisti, pena una multa variabile da mille a 6mila euro. Ovviamente non è retroattiva, ma se Chiara  cominciasse il suo stage oggi, l'azienda di comunicazione dovrebbe darle un compenso più alto, permettendole quantomeno di pagarsi l'alloggio da sola. Come il Lazio, quasi tutte le Regioni italiane si stanno in questi mesi adeguando, introducendo nuove leggi che stabiliscono un minimo di garanzie a favore degli stagisti: il risultato di anni di pressioni affinché lo strumento dello stage fosse regolamentato meglio, per evitare gli abusi e garantire ai tirocinanti qualche diritto. Certo, non è ancora abbastanza. Ma è un passo avanti nella tutela dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro.Eleonora Voltolina leggi altre storie di Incontri ravvicinati del Terzo Stato

Rivoluzione digitale: i tre nodi che vengono al pettine

Senza ombra di dubbio la crisi non ha risparmiato neppure il mercato delle comunicazioni. Nel 2012 la diminuzione più marcata dei ricavi si è avuta nel settore delle TLC con un bilancio di 2,6 miliardi in meno rispetto al 2011 mentre la flessione più consistente ha colpito i media, ovvero radio-tv, editoria e Internet, con una perdita di fatturato di 1,4 miliardi di euro e un tasso di decrescita pari all’8%. Infine anche per i servizi postali l’anno scorso si è chiuso con una contrazione superiore al 2%. Questi sono i dati della relazione annuale dell’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), presentata ai primi di luglio, che hanno più impressionato.La difficoltà del settore, a fronte della recessione generale, è ovviamente preoccupante ma non coglie certo di sorpresa. L’aspetto più interessante riguarda invece, ancora una volta, il web e la sua presenza pervasiva, registrata dal rapporto, in tutti i comparti del macrosettore. Ciò che colpisce ancora di più è quanto dichiara con fiducia l’Agcom in merito all’impatto economico di Internet: «Quello che oggi è visto come fattore di crisi dell’economia dei media tradizionali e delle telecomunicazioni può, anche con il contributo di un’adeguata regolazione incentivante, rappresentare l’effettivo motore di sviluppo dell’intero settore». Gli esiti finali dell’indagine sono un punto di partenza, e consegnano diversi spunti di riflessione per mettere sotto la lente d’ingrandimento il fenomeno e considerare i suoi effetti più importanti: la “rivoluzione digitale” del mondo della comunicazione è una prospettiva per la crescita del settore ma sembra porre almeno tre ordini principali di problematiche da affrontare. La prima riguarda il mondo della stampa e dell’editoria. Questi sono i settori che più degli altri, secondo Agcom, sono stati cambiati dalla rete nella modalità della diffusione delle notizie, con la nascita di nuove applicazioni che propongono contenuti informativi e di testate giornalistiche esclusivamente online, a cui si adeguano anche le riviste cartacee con la propria versione sul web.L’editoria digitale è in espansione certo, ma l’informazione stenta a trovare adeguate forme di monetizzazione che possano aiutarla a sostenere il declino: la pubblicità in Internet è così appetibile che solo nell’ultimo anno si calcola un incremento del fatturato pari al 10% ma questo non è sufficiente a poter tenere in vita intere testate e a pagare i giornalisti. «Cresce molto, come noto, l’adv online ma la sua forma, che si limita a banner e spot prima dei video, è assolutamente inadatta ed inefficace» spiega Pier Luca Santoro, esperto di marketing e comunicazione, collaboratore dell’Ejo (European journalism observatory) e autore, dal 2008, del blog Il Giornalaio: «La pubblicità online non è, e mai sarà, risorsa sufficiente per l’editoria. Il vecchio binomio vendite-pubblicità è sorpassato e vanno ricercate nuove forme di ricavo specifiche per ciascuna testata. Non esiste più un modello di ricavi unico». Occorre dunque incentivare la crescita del settore trovando nuove misure e nuove soluzioni per alimentare l’organizzazione che sta dietro a ciascuna offerta d’informazione.La seconda questione chiama in causa i “comunicatori professionali”: tra questi, con l’avvento della rete, si sono aggiunti nuovi soggetti con competenze specialistiche che necessitano di un riconoscimento adeguato. In Italia è stato già fatto qualche importante passo in avanti per quanto riguarda la categoria in generale: lo scorso gennaio è stata pubblicata la legge 4/13 sulle professioni non organizzate in ordini o collegi e all’inizio di marzo è entrata in vigore la norma Uni (Ente nazionale italiano di unificazione) che definisce i vari profili del comunicatore professionale, alcuni dei quali operanti sul web, come il comunicatore testuale (blogger, technical writer, ghost writer..) e il comunicatore tecnologico (amministratore di rete, web analyst..). «Quando è stata pubblicata la legge, il gruppo di lavoro, costituito da AssoProCom presso Uni, aveva già redatto il testo della norma» racconta ad Articolo 36 Sabina Addamiano, presidente del comitato tecnico-scientifico di AssoProCom, l’associazione professionale dei comunicatori, nata nel 2010 per promuovere l’affermazione della comunicazione nelle istituzioni pubbliche e negli enti economici. «La numerosità e varietà dei profili e dei compiti degli operatori della comunicazione ha reso sinora estremamente difficile una loro mappatura, che l’applicazione della legge e della norma Uni dovrebbero facilitare» aggiunge Addamiano: «A questa mappatura si lega la messa a punto dei meccanismi di tutela contrattuale, retributiva e previdenziale, che pure dovranno svilupparsi».La norma dà un contributo rilevante ma ci vorrà probabilmente molto tempo perché possa essere recepita, per diverse ragioni: per esempio, «la convinzione diffusa che comunicare sia facile, e che tutti siamo in grado di farlo. Questo è vero, ma non per la comunicazione che deve costruire e diffondere il valore creato dalle organizzazioni: qui c’è bisogno di conoscenze, competenze e abilità» puntualizza Federico Fioravanti, vice presidente di AssoProCom.Infine, la terza e ultima questione riguarda il presente e soprattutto il futuro. Il testo dell’Agcom è molto netto: «Il processo di digitalizzazione dell’economia è pertanto un fattore centrale per la crescita e la ripresa anche del nostro Paese, dove però si continua a registrare un ritardo nell’affermazione dell’economia digitale rispetto al resto del mondo». E aggiunge «In soli due anni si è registrata una crescita pari a 3,4 milioni di persone che giornalmente si collegano al web, numeri che comunque si collocano ancora in ritardo rispetto al resto d’Europa».Dunque il punto è che alla diffusione di Internet non si accompagna una risposta adeguata in termini di provvedimenti. Elisa Manna, responsabile politiche culturali del Censis e fra i promotori dell’iniziativa Alleanza per Internet, ribadisce questa urgenza ad Articolo 36: «Le nuove reti stentano a svilupparsi, in Italia ancor più che in Europa. È ormai improcrastinabile creare un ambiente favorevole allo sviluppo delle infrastrutture e alla diversificazione del mix di utilizzo delle tecnologie. Ne va del mantenimento di posizioni, ma anche della creazione di nuovi posti di lavoro, un'opzione che diventa ormai necessità».L’Italia è in ritardo ma dovrà fare comunque i conti con il perseguimento degli obiettivi di crescita definiti dalla strategia "Europa 2020", anche se il percorso si prospetta tutt’altro che pacifico. L’articolo 10 del decreto del fare prevedeva la liberalizzazione del wi-fi ma con l’obbligo di garantire la tracciabilità mediante l'identificativo del dispositivo utilizzato: in seguito alle numerose polemiche, poi, è stato accolto l’emendamento secondo cui l’accesso ad Internet «non richiede l'identificazione personale degli utilizzatori quando l'offerta di accesso non costituisce l'attività commerciale prevalente del gestore del servizio». L’approvazione di un altro emendamento al nono comma dell’articolo 18 ha invece dato il via libera al finanziamento di reti wifi nei piccoli comuni al di sotto dei 5000 abitanti. Il decreto inoltre ha inferto un bel colpo all’Agenda digitale, con tagli di 20 milioni ai fondi per il Piano nazionale banda larga, destinato ad annullare il digital divide tra le regioni. Per il futuro dunque la diffusione del wireless e del mobile possono sicuramente aiutare ma il problema forse è più profondo e ha radici culturali nel nostro contesto nazionale, lo stesso che Agcom definisce «strutturalmente ancora poco sensibile all’innovazione».