Categoria: Articolo 36

Nuove assunzioni in Rai, tra apprendistato e strane selezioni

La Rai torna ad assumere e punta sui giovani. È questo il messaggio del verbale firmato a fine luglio tra l’emittente pubblica e le sigle sindacali con cui si dà seguito a un precedente accordo sottoscritto a inizio mese. Saranno 150 i giovani assunti con contratti di apprendistato professionalizzante grazie a una sorta di cambio della guardia tra vecchie e nuove risorse e 75 i nuovi ingressi di giornalisti. Ringiovanimento in azienda che sta molto a cuore al direttore generale Luigi Gubitosi che già a inizio luglio, durante il convegno «Una nuova carta d’identità per la Rai» al Cnel, aveva annunciato il suo piano industriale con l’uscita di scena di 600 persone e «un risparmio per il triennio 2013-2015 di 60 - 70 milioni di euro» oltre a nuove assunzioni.Alla fine l’accordo con i sindacati si è trovato su 150 giovani da inserire con l’apprendistato professionalizzante, che permette a chi ha tra i 18 e i 29 anni di acquisire competenze direttamente in azienda. Puntando quindi su quel netto ricambio generazionale a cui si riferiva la nota del sindacato lavoratori della comunicazione della Cgil nel primo protocollo d’intesa firmato a inizio luglio, annunciando «l’uscita di circa 100 dipendenti con i requisiti per la pensione a fronte dell’assunzione di 150 giovani in apprendistato» e «la regolazione di un mercato del lavoro che in Rai ha vissuto condizioni di deregolazione esponenziale» con il dilagare di precarietà contrattuale e salariale. I giovani apprendisti sono però rimasti in forse fino al 31 luglio quando, numeri alla mano, alla firma del documento con le parti sociali si è visto che la cifra di quanti avevano aderito all’iniziativa di incentivazione all’esodo «prevista dall’articolo 4 della legge 28 giugno 2012 n. 92», cioè la riforma Fornero, era tale da permettere il ricambio. «Avevamo stabilito un meccanismo legato al rapporto tra entrate e uscite in azienda» spiega ad Articolo 36 Alessio De Luca, coordinatore del dipartimento dell’emittenza pubblica Slc della Cgil, «e deciso che 75 persone sarebbero state assunte subito dopo la selezione. Poi, abbiamo appurato di aver raggiunto altre 100 richieste di uscita per cui, molto probabilmente, a settembre potremo ratificare il numero complessivo di 150 lavoratori in apprendistato». I primi 75 saranno selezionati per i profili di tecnico della produzione, tecnico, specializzato della produzione, ma le modalità saranno stabilite il prossimo 9 settembre quando «le parti si incontreranno per un confronto». Insomma solo a fine settembre una nuova verifica confermerà il via anche degli altri 75 contratti di apprendistato. È quindi troppo presto per conoscere i tempi: «È probabile che sarà fatta un’unica selezione pubblica per tutti i 150 lavoratori nell’ambito delle diverse figure professionali» spiega De Luca: «Le aree più interessate saranno quelle tecniche e produttive perché hanno visto il maggior numero di uscite e dovremo capire anche quali saranno le modalità selettive. Ci sarà comunque una prova scritta e una orale». Per la retribuzione «l’apprendistato prevede fino a due livelli inferiori rispetto alla categoria spettante, ma dire la cifra è difficile perché parliamo di 11 livelli e 40 posizioni diverse. Dipende quindi dalla figura professionale, per cui la retribuzione varia tra i 900 e mille euro».  L’apprendistato dovrebbe insomma diventare il nuovo metodo di inserimento in azienda, e mettere all'angolo la miriade di contratti a termine usati e abusati negli anni passati: questi lavoratori precari, grazie ad accordi sindacali, dovrebbero essere riassorbiti entro il 2018-2019. «Questa è l’ampiezza del fenomeno dei contratti a tempo determinato: per questo nel rinnovo contrattuale sottoscritto a febbraio 2013 abbiamo inserito l’apprendistato professionalizzante» continua De Luca: «Dobbiamo definire il periodo, tra i 30 e i 36 mesi a seconda della preparazione, ma abbiamo previsto una stabilizzazione all’80% dei lavoratori in forze con l’apprendistato, che diventerà il principale contratto con cui assumere». Selezione è quindi la parola d’ordine per eliminare gli altri meccanismi che hanno riempito i bacini A e B dei lavoratori a tempo determinato ancora in attesa di assunzione, in parte anticipata in base all’accordo firmato il 4 luglio. Da questo bacino la Rai assumerà fino a marzo 2014, spiega De Luca, tra le 500 e le 600 persone e puntando anche alla regolazione dei contratti in partita Iva. Il punto dolente per il contratto di apprendistato resta l’età, massimo 29 anni, «perché per alcune figure sono più importanti altre caratteristiche. In sede di rinnovo del contratto avevamo chiesto che potessero rientrarvi anche i lavoratori in mobilità, come previsto dalla riforma. Avremmo potuto limitare l’età, visto che il direttore generale punta al ricambio generazionale» conclude De Luca: «ma alla fine l’azienda non ha accettato e con l’apprendistato potremo reclutare solo gli under 29». Se questa selezione farà discutere per gli elementi restrittivi sull’età, ce n’è un’altra che ha già sollevato parecchie polemiche: è quella per i 75 giornalisti decisa con un accordo sottoscritto tra Rai e Usigrai. Anche in questo caso si parla di uscita anticipata per chi ha i requisiti per la pensione, di stabilizzazione dei giornalisti a tempo determinato e di una nuova selezione pubblica da avviare entro settembre. Il patto con i sindacati prevede però anche l’assunzione di 35 giornalisti attraverso un canale privilegiato, la scuola di giornalismo di Perugia, come già dichiarava il direttore Gubitosi durante un convegno al Cnel. Proprio su questo si sono già levate le prime critiche dei molti giornalisti, professionisti e con anni di precariato alle spalle, che rimarrebbero fuori perché non ex allievi della scuola umbra. In effetti questa scuola è definita «l’istituto di formazione dei giornalisti Rai»: eppure in più sedi è stato ripetuto che le scuole aziendali sono escluse dal quadro di indirizzi sottoscritto con l’Ordine dei giornalisti. Il patto prevede anche una selezione pubblica, aperta agli esterni: «Ma in realtà» conferma De Luca «non hanno mai quantificato i numeri né individuato le modalità selettive».Queste assunzioni in atto non piacciono nemmeno a due consiglieri nazionali dell’ordine dei giornalisti - Vincenzo Cimino, anche vice presidente della Commissione giuridica, e Cosimo Santimone - che hanno scritto una lettera aperta in cui evidenziano come, di nuovo, il criterio di ingaggio attraverso la scuola di Perugia andrà a discapito di tanti altri professionisti da anni nelle liste di mobilità. Cimino e Santimone osservano per esempio che i colleghi del Tg3 Molise stanno lasciando la regione «per tornare nelle loro rispettive regioni di residenza nonostante avessero sottoscritto un impegno quinquennale di permanenza nella sede di prima nomina» e con la loro partenza arriveranno «otto nuovi giornalisti professionisti appena usciti dalla scuola di Perugia. Alla faccia dei disoccupati molisani, del manuale Cencelli e della tutela che dovrebbero essere alla base del diritto al lavoro». Il punto messo in luce dai due consiglieri è lo stesso alla base della lettera firmata da un gruppo di giovani giornalisti professionisti sotto lo slogan «Noi, 35 come loro!» che denuncia la disparità di trattamento e la mancanza di un concorso pubblico.Due selezioni, per l’apprendistato e per i giornalisti, che hanno il pregio encomiabile di ringiovanire la categoria di dipendenti presenti in Rai, ma presentano alcuni limiti che rischiano di far passare in secondo piano il significativo messaggio di cambiamento dell’emittenza pubblica. In entrambi i casi la questione è rimandata a settembre, quando dovrebbero essere pubblicati i bandi e si metteranno nero su bianco requisiti e limiti delle selezioni. Marianna Lepore

Giovani psicologi, se l’indipendenza economica è un miraggio

Il 48% dei 42mila psicologi che esercitano in Italia ha meno di 40 anni: sono i dati che emergono dall'analisi delle iscrizioni all’Enpap, l'ente previdenziale di categoria. E i giovani continuano a ingrossare le fila dell’Ordine, al ritmo di 4mila nuovi ingressi all’anno, segno che la professione esercita un forte appeal tra le nuove generazioni. Eppure per arrivare a esercitarla bisogna affrontare un percorso molto impegnativo e quando finalmente si raggiunge l’obiettivo ci si scontra con un mercato saturo e con guadagni non proprio da favola: nel 2012 il reddito medio degli psicologi è stato di 14.700 euro netti, che salgono a 17.300 al Nord e precipitano a 10.300 al Sud. «Chi decide di intraprendere questa strada non lo fa certo perché mosso da ambizioni economiche, ma da una forte motivazione, talvolta da una vera e propria vocazione», spiega alla Repubblica degli Stagisti Valerio Celletti, presidente dell’Associazione giovani psicologi della Lombardia. «Il problema però esiste: il percorso formativo è talmente lungo e costoso che non tutti hanno la possibilità materiale di realizzare la loro “missione”. Non è possibile costringere i giovani alla dipendenza economica oltre i 30 anni. Né a una formazione perpetua a pagamento».Partiamo dall’inizio. I circa 4.500 ragazzi che ogni anno prendono una laurea magistrale in psicologia devono frequentare un tirocinio pratico di un anno per poter sostenere l’Esame di Stato e iscriversi all'albo professionale. Si tratta di un’esperienza di preinserimento in una situazione lavorativa, finalizzato all'acquisizione di conoscenze e abilità professionali grazie anche al rapporto diretto con professionisti esperti, ed è regolato dal decreto ministeriale 239/1992. Peccato che sia obbligatoriamente gratuito: cioè, se anche la struttura che accoglie il laureato avesse voglia e risorse per riconoscergli un minimo compenso, non lo potrebbe fare. Finito il tirocinio e superato l’esame di Stato, i neoabilitati devono decidere se continuare il loro percorso formativo verso una scuola di specializzazione oppure imboccare un’altra strada. Come affermato nella legge 56/1989 che regolamenta la professione, lo psicologo non può fare psicoterapia: può fare diagnosi, valutazioni, interventi di prevenzione, ma non può guarire. È lo psicoterapeuta che lavora per eliminare il sintomo, la patologia, il disagio e aiutare la persona a muoversi verso una condizione di benessere e di maggior consapevolezza. Ma per poterlo diventare bisogna frequentare una delle 340 scuole di psicoterapia riconosciute dal Miur, della durata di quattro anni. «In realtà ogni anno in Lombardia solo il 49% dei neoabilitati s'iscrive a una scuola di specializzazione in psicoterapia, percentuale che scende al 42% a livello nazionale», rivela alla Repubblica degli Stagisti Roberta Cacioppo, Consigliere dellfOrdine degli psicologi della Lombardia. «Molti preferiscono puntare su master annuali o biennali che offrono opportunità di inserimento lavorativo più rapide in campi emergenti, come la psicologia scolastica, dello sport e del lavoro. Altri si fermano all'esame di Stato e aprono uno studio privato di diagnosi e sostegno. Poi ci sono quelli che cercano un lavoro in azienda, per esempio nel settore delle risorse umane. Sicuramente una buona parte dei giovani che non si iscrivono alla specializzazione lo fa perché trova più interessanti altre strade. Ma purtroppo per altri è una scelta obbligata: il percorso per diventare psicoterapeuti non è alla portata di tutti»...  Innanzitutto, le scuole di specializzazione in psicoterapia sono quasi esclusivamente private: «In Lombardia, ne esistono 53 private e una pubblica, afferente all’università Bicocca», spiega Valerio Celletti. «I costi variano molto da caso a caso, ma si aggirano su una media di 5mila euro l’anno per quelle a indirizzo cognitivo-comportamentale, sui 3-4 mila per quelle a indirizzo dinamico. Queste ultime però richiedono che l’aspirante psicoterapeuta si sottoponga a una propria analisi personale. Questo percorso su di sé, che ovviamente non ha una durata predeterminata, il giovane lo paga come fosse un paziente qualsiasi, e le spese allora salgono a circa 10mila euro l’anno. I costi non sono neppure detraibili come spese “professionali”: anche se è la scuola a richiedere di intraprendere questo percorso, l’analisi viene considerata comunque una scelta personale, che l’aspirante psicoterapeuta dovrebbe compiere non per “obbligo”, ma per l’esigenza di lavorare su se stesso, di guardarsi dentro, prima di poter passare dall’altra parte del lettino».Le scuole di specializzazione in psicoterapia hanno ognuna la propria organizzazione, ma non richiedono un impegno a tempo pieno. Di norma, i corsi sono concentrati in un weekend o una settimana al mese. Oltre alle lezioni teoriche, però, il percorso prevede anche dei tirocini pratici: ancora una volta, gratuiti. Dunque, come vivono gli aspiranti psicoterapeuti in questi quattro anni di specializzazione? «L’impegno richiesto non è full-time, quindi la maggior parte di loro riesce a lavorare nel tempo che rimane tra lezioni, tirocinio e sedute di analisi. Molti lavorano come educatori o come psicologi di comunità, quasi sempre attraverso cooperative», risponde Celletti. Inutile dire che i contratti sono estremamente precari e gli stipendi molto bassi. «In media, circa 800 euro al mese». I conti sono presto fatti, e non tornano: se un giovane guadagna in un anno 9.600 euro, e ne spende 10mila solo per la scuola di specializzazione e la terapia, come può mantenersi? «È già tanto se riesce a coprire da solo le spese per la specializzazione. Per tutto il resto grava ancora, inevitabilmente, sulla famiglia». Dal terzo anno di specializzazione il professionista è abilitato alla psicoterapia ma solo sotto la supervisione di uno professionista esperto, che va pagato per questa sua consulenza. Le supervisioni sono gestite in maniera diversa dalle singole scuole: alcune (poche) le offrono gratuitamente inserendole nel proprio iter formativo, la maggior parte no. Alcune richiedono che siano svolte con docenti della scuola, mentre altre permettono di andare da qualunque terapeuta di orientamento adeguato. Alcune impongono una supervisione per ogni seduta con un paziente, altre sono più flessibili. In media, lo specializzando può sborsare dalle 50 alle 100 euro per ogni incontro. Quindi, ammesso che riesca già a trovare un numero considerevole di pazienti, gran parte di ciò che guadagna lo spende in supervisioni. «Solo dopo aver conseguito l’abilitazione come psicoterapeuta, quindi dopo cinque anni di università, uno di tirocinio e quattro di specializzazione, il giovane può accedere pienamente all'esercizio della professione e crearsi una sua cerchia di pazienti. Per riceverli però bisogno di uno studio, seppur in affitto o in condivisione con altri colleghi, e questo comporta delle spese. Si può stimare che solo dopo 2-3 anni dalla fine della specializzazione, quindi a 12-13 anni dall’iscrizione all’università, lo psicoterapeuta cominci a guadagnare abbastanza da riuscire a mantenersi», afferma Celletti.  Discorso a parte va fatto poi per i giovani che decidono di iscriversi a una scuola di specializzazione universitaria in Psicologia clinica, aperta anche ai laureati in medicina. In questo caso agli specializzandi è richiesto un impegno a tempo pieno per 4 anni, ma mentre i medici hanno un contratto di formazione e percepiscono uno stipendio di circa 1.800 euro al mese, gli psicologi non sono tutelati da alcun contratto e non vedono neppure un euro. Merito di un pasticcio legislativo all’italiana che ha creato un vero apartheid per gli specializzandi sanitari “non medici”, cui la Repubblica degli Stagisti ha recentemente dedicato un approfondimento. Eppure anche per gli psicologi il possesso dalla specializzazione in Psicologia clinica è indispensabile per accedere ai concorsi per ricoprire ruoli dirigenziali nel servizio sanitario nazionale. Il paradosso è che a formare (a caro prezzo) i neofiti sono in molti casi professionisti cui non sono stati richiesti né percorsi formativi così lunghi, né requisiti stringenti, né costi proibitivi. La nascita della psicologia come la indentiamo oggi in Italia è recente: il primo corso di laurea è nato a Padova nel 1971 e solo nel 1989 è stato istituito l’Ordine degli Psicologi. Le legge che per la prima volta ha regolamentato la professione ha previsto una sanatoria per tutti coloro che lavoravano “di fatto” in ambito psicologico presso istituzioni pubbliche o private. La sanatoria è stata oggetto di aspri dibattiti, soprattutto a causa della genericità dei requisiti richiesti: sono state comprese all’interno del neonato Ordine molte categorie più o meno pertinenti con la psicologia, come per esempio gli insegnanti di sostegno nelle scuole. Il risultato? Forse anche come risposta alle mancanze di regole precedenti e ai danni che ne sono derivati, l’iter per la formazione degli psicologi è diventato nei decenni successivi sempre più lungo e impegnativo. Non solo: molti di coloro che hanno usufruito della sanatoria hanno occupato i posti in ospedali, Asl, consultori, con la conseguenza che oggi i concorsi sono pochissimi e per la maggior parte offrono contratti di collaborazione, non l'assunzione. Come la Repubblica degli Stagisti ha già denunciato per i medici, nella sanità pubblica e privata si sono formate ampie sacche di precarietà, dovute da una parte all'esigenza di arruolare personale specializzato per garantire il funzionamento delle strutture, dall'altro al blocco delle assunzioni. La scorciatoia è sempre la stessa: aggirare i rigidi vincoli imposti dalla spending review facendo ricorso a contratti di collaborazione che nulla hanno a che fare – se non per la mancanza di tutele - con rapporti di lavoro di tipo autonomo. «Prendiamo il caso dell'ospedale S. Carlo di Milano, che ha una rinomata unità operativa di Psicologia clinica. Vi lavorano 25 psicologi assunti e un’ottantina tra specializzandi, volontari e “collaboratori”», afferma Celletti. «Sebbene la nostra sia riconosciuta dal Ministero della Salute come professione sanitaria a tutti gli effetti, purtroppo in Italia i servizi psicologici nelle strutture sanitarie sono considerati solo dei costi, quasi superflui. L'esperienza di altri Paesi dimostra esattamente il contrario: rafforzare i servizi psicologici in un'ottica di prevenzione e di diagnosi tempestiva del disagio diminuisce il successivo ricorso ai farmaci, con ricadute positive anche sulla spesa sanitaria, oltre che sulla salute e sul benessere dei pazienti. Ma come si può pensare che il ministero della Salute sia veramente sensibile al tema se al Consiglio superiore della Sanità tra i 48 esperti nei vari settori sanitari non c'è neppure uno psicologo?».Cosa si può fare per aiutare le nuove leve della professione ad affrontare tutti questi ostacoli? «L'Ordine lombardo sta portando avanti diverse iniziative per supportare i giovani», risponde Roberta Cacioppo alla Repubblica degli Stagisti. «Penso alle esperienze già collaudate di sostegno e consulenza ai giovani nello scrivere progetti per il terzo settore e nella ricerca di finanziamenti per la loro realizzazione; agli sportelli gratuiti per dialogare con commercialisti oppure con professionisti che possono consigliare su questioni etiche e deontologiche; e ancora al supporto quotidiano per le problematiche legate all’organizzazione della propria vita lavorativa e professionale. Stiamo promuovendo il self marketing, perché un libero professionista deve possedere, oltre alle sue competenze “tecniche”, anche delle capacità imprenditoriali. Inoltre, cerchiamo di diffondere e sperimentare nuovi ambiti di applicazione della psicologia: si pensi per esempio al notevole aumento di richieste sulle prestazioni psicologiche online. Continua poi l’azione di tutela della professione e lotta all’abusivismo, tema molto caro ai giovani colleghi che si vedono sempre più schiacciati da counselor e coach, che spesso svolgono senza alcun diritto mansioni proprie degli psicologi».Dal canto suo, anche l'Associazione Giovani Psicologi della Lombardia offre occasioni di incontro, formazione, orientamento: per esempio offre ai soci opportunità di supervisione gratuita, come le intervisioni, eventi in cui un giovane professionista porta un proprio caso e tre terapeuti di  orientamento diverso dicono la loro. «Tra le varie iniziative, anche gli psicoaperitivi, occasioni di incontro tra colleghi in un contesto informale con l'opportunità di conoscere qualche psicologo noto che generalmente apre la serata parlando di un argomento particolare. Da settembre inizieremo ad offrire anche qualche iniziativa formativa gratuita per i soci. Il mondo della psicologia è vastissimo: per decidere in che direzione muoversi è necessario conoscerlo al meglio e l'associazione aiuta i giovani a scegliere più consapevolmente il proprio futuro», conclude Celletti.Anna Guida

Cessione diritto d'autore, croce o delizia per i giornalisti?

La cessione del diritto d'autore è un tipo di contratto in cui il lavoratore «negozia la propria opera dell’ingegno consentendone lo sfruttamento in cambio di un corrispettivo». A spiegarlo ad Articolo 36 è Pasquale Staropoli, avvocato della Fondazione Consulenti del Lavoro. Un modello diverso dalla prestazione occasionale, con cui potrebbe essere confuso, perché questa è «resa in completa autonomia, senza subordinazione, inserimento o coordinamento, e la sua esecuzione si connota per la istantaneità ed episodicità, non essendo programmata». Simile a questa però sul fronte della non obbligatorietà di sottoscrizione di alcun contratto: «L’incarico di svolgere una prestazione su cessione di diritto d’autore può essere affidato anche verbalmente», conferma il legale, pur riconoscendo che «una formalizzazione scritta è preferibile ai fini della certezza dei rispettivi obblighi e con funzione di garanzia nella eventualità di inadempimenti». Anche i vantaggi fiscali non sono da poco: «La base imponibile è del 75%» riferisce Staropoli, percentuale che scende al 60% per gli under 35». Infine, trattandosi di «utilizzazione economica dell’opera dell’ingegno dell’autore, non immediatamente riconducibile alla prestazione lavorativa» il contratto non soggiace neppure alla soglia dei 5mila euro annuali prevista per il lavoro occasionale (per effetto del decreto legislativo 276/2003). Quella della cessione del diritto d'autore è una tipologia contrattuale in sostanza molto versatile e che riguarda trasversalmente il settore dell'editoria: può interessare traduttori, scrittori, autori televisivi, editor, copywriter, e naturalmente giornalisti. In quest'ultimo segmento, nel 2013 in Italia risultano 1078 quelli inquadrati così. I dati, forniti dall'Inpgi 2 - la cassa di previdenza dei giornalisti privi di contratto stabile – indicano che si tratta di un microscopico 1% rispetto al totale dei giornalisti italiani registrati all'Ordine nel 2011, che sono 110mila tra professionisti e pubblicisti - di cui però solo la metà, circa 58mila, risulta aver versato regolarmente i contributi previdenziali. Dunque è quest'ultimo il numero su cui fare maggiore affidamento - perché significa che tutti gli altri, pur appartenendo ancora all'Ordine, hanno magari optato per qualche altra strada professionale (senza contare poi il sommerso). Dunque le prestazioni con cessione di diritto d'autore riguardano una piccola fetta del giornalismo italiano. Tale inquadramento, va subito detto, conviene a entrambe le parti: sia per le agevolazioni fiscali che la cessione del diritto d'autore consente, sia per la libertà del rapporto instaurato, che non vincola nessuna delle due parti a obblighi particolari e in special modo non obbliga il giornalista a nulla - né alla presenza fisica in un dato ufficio, né a prestare la propria opera in orari predefiniti, bensì solo alla trasmissione del frutto del proprio lavoro intellettuale. E allora dov'è il problema? In realtà qualche nodo c'è, primo tra tutti quello degli abusi. Per esempio tra quegli editori che si fanno scudo di questa modalità contrattuale per aggirare le tutele di cui gode il giornalista autonomo (seppur già ridotte all'osso).  Una di queste è il riconoscimento del 2% - su un'aliquota contributiva complessiva del 12% - che il freelance è tenuto a versare. L'editore potrebbe approfittare «dell'insussistenza di un vincolo di tipo lavorativo con il giornalista, e corrispondere esclusivamente il compenso pattuito, senza soggiacere agli oneri contributivi e fiscali conseguenti al riconoscimento di una prestazione lavorativa» ragiona Staropoli. Se il rischio è questo, e cioè l'aggiramento delle norme contributive, «allora anch'io mi dico contrario alla cessione del diritto d'autore» tuona ad Articolo 36 Enza Iacopino, rieletto di recente presidente dell'Ordine dei giornalisti. Il pericolo è infatti in quei casi che quel due per cento dovuto venga negato al giornalista, per cui «se l'editore deve darti 102, ti dà 100 e ti fa scalare da lì l'aliquota dovuta». È lì quindi che si deve agire, magari introducendo sanzioni e controlli. E andando sopratutto a stanare i casi in cui dietro contratti di questo tipo, così come per le partite Iva, si nasconde lavoro dipendente con tutti i crismi, con orari impiegatizi e la richiesta di un impegno quotidiano. Però, al netto di queste storture, se il giornalista freelance è adeguatamente pagato, gode di agevolazioni sul piano fiscale e si vede riconosciuti dall'editore committente i contributi previdenziali, perché preoccuparsi della modalità contrattuale con cui lavora? Sorprende che la guerra all'utilizzo della cessione del diritto di autore in campo giornalistico la facciano sopratutto alcune correnti sindacali. Come l'Associazione stampa romana, che storcendo il naso giustifica la propria posizione sulla base dell'evenienza che gli editori possano utilizzare il bene ceduto a proprio piacimento: «Il rapporto di lavoro vero e proprio qui non si verifica, come invece accade nei cocopro, nelle collaborazioni coordinate, in quelle occasionali e nelle partite Iva» sostiene ad Articolo 36 Paolo Buzzonetti, fiscalista e commercialista dell'Asr, puntando il dito contro la scarsità di tutele offerte dalla cessione del diritto d'autore - che è innegabile, ma che è anche una condizione implicita nel lavoro del freelance. A rincarare la dose la giornalista Moira Di Mario, esponente del sindacato, per cui chi cede all'editore i diritti del suo articolo «gli trasmette di fatto la sua proprietà», rischiando in questo modo che l'editore lo riutilizzi magari più volte pagando però il giornalista per un'unica prestazione. Un rischio reale? E sopratutto, un rischio legato solo a questo tipo di contratto? Così non sembra a Iacopino, che anzi denuncia che quella del 'riciclo' degli articoli è in realtà una prassi adottata da diverse testate nazionali. In pratica il giornalista scrive per un giornale, ma il contenuto dei suoi articoli viene poi riprodotto anche da altre parti. E in questi casi «non gli va in tasca un compenso moltiplicato per ogni singolo uso dell'articolo», bensì solo una maggiorazione a forfait. Funziona così per esempio al Mattino, assicura il presidente, che ripubblica integralmente la parte nazionale edita dal quotidiano romano Il Messaggero. Non sarebbe dunque una prerogativa della cessione del diritto d'autore quella di sottrarre il dovuto riconoscimento economico al giornalista in caso di utilizzi plurimi del contenuto dei suoi pezzi. Tirando le somme insomma,  questioni abnormi che giustifichino la diffidenza verso questa tipologia di collaborazione non ce ne sono: il compenso viene corrisposto su una base imponibile più vantaggiosa per il lavoratore e il datore di lavoro, non esistono tetti massimi di reddito che espongano a sanzioni in caso di sforamento e, se si crede conveniente e si vogliono maggiori garanzie, può sempre essere sottoscritto un contratto che certifichi il rapporto tra le parti.Eppure tempo fa, a un seminario sull'equo compenso presso la sede dell'Associazione stampa romana, si era addirittura paventata l'estromissione della cessione del diritto d'autore dalla rosa dei beneficiari della legge sul tariffario minimo per i giornalisti autonomi, spesso vessati con trattamenti economici al di sotto della soglia di dignità (fino alle soglie ridicole di 3-5 euro ad articolo). Ma Giovanni Rossi, presidente Fnsi, assicura che l'idea di stralciare la cessione del diritto d'autore dall'equo compenso è del tutto campata in aria: «È una tesi che al momento non trova applicazione: si tratta di lavoro autonomo giornalistico e come tale sottoposto al prelievo Inpgi2. Finché non cambierà questo è chiaro che vi rientra». Ribandendo: «La legge sull'equo compenso [per cui mancano ancora riferimenti sull'entità dei minimi, ndr] tutela il lavoro autonomo in sé a prescindere dalle modalità contrattuali. E anzi dovrà tenere conto anche delle spese che sostiene chi si autoproduce nel calcolo del tariffario minimo». E la tesi di Rossi viene pienamente confermata anche dal presidente Iacopino: «Basta leggere la legge per capirlo. Altro discorso è che tentino di tutto per interpretarla come conviene».Ilaria Mariotti

Specializzazioni sanitarie, l'apartheid dei “non medici” senza contratto e retribuzione

Sulla carta avrebbero diritto allo stesso contratto di formazione e alla stessa retribuzione degli specializzandi medici, di cui condividono in toto il percorso post lauream. Nei fatti non solo non percepiscono alcun compenso ma devono anche pagare di tasca propria la tassa di iscrizione annuale. Gli specializzandi sanitari “non medici” sono tornati alla carica per chiedere la fine di una «discriminazione» ingiustificata, con una lettera aperta inviata al presidente Napolitano, al premier Letta e ai ministri Carrozza, Lorenzin e Giovannini. Ogni anno in diverse università italiane vengono banditi concorsi per l'accesso a scuole di specializzazione sanitaria aperte anche a biologi, chimici, fisici, farmacisti, veterinari, psicologi, odontoiatri: biochimica clinica, patologia clinica, microbiologia e virologia, genetica medica, scienze dell'alimentazione, farmacologia medica, fisica medica, statistica sanitaria e biometria, solo per citarne alcune. Secondo le stime di Cristiano Alicino, presidente di Federspecializzandi, sono circa 2.500 i “non medici” iscritti a queste scuole. Al pari dei colleghi laureati in medicina, viene richiesto loro un impegno a tempo pieno, uguale a quello previsto per il personale del SSN, e la partecipazione alla totalità delle attività delle strutture cliniche che spesso, senza di loro, non riuscirebbe a soddisfare il diritto alla salute garantito dalla Costituzione. Come i diretti interessati scrivono nella lettera, in tutti gli ospedali italiani si assiste a un vero e proprio «sfruttamento degli specializzandi non medici sanitari, che li vedono nei laboratori diagnostici e nelle attività assistenziali, coprire orari e giornate spettanti a quello che dovrebbe essere il personale universitario e delle aziende sanitarie, avente contratto. Arrivano a timbrare il badge o a dover firmare l'orario di ingresso e di uscita, vengono inibite spesso agli specializzandi eventuali attività alternative svolte allo scopo di autosostenersi, così come vengono fatti loro problemi per giornate di ferie, trasferimenti a università più vicine alla loro residenza e, nel caso delle ragazze, anche per la maternità».Mentre i colleghi dottori hanno diritto ad un contratto di formazione per tutta la durata del corso (da 4 a 6 anni a seconda della specialità), uno stipendio mensile di circa 1.800 euro mensili, la copertura previdenziale, la maternità e la malattia, i laureati “di serie B” ne sono totalmente esclusi. E con la riforma Gelmini per i medici l’ultimo anno di specializzazione "vale" come primo anno di dottorato, per loro no. Eppure gli uni e gli altri affrontano esattamente lo stesso percorso formativo e lavorano fianco a fianco nelle strutture ospedaliere. Anche per i non medici, dal 1992 (con il decreto legge 502/1992), il possesso del titolo di specializzazione è indispensabile per la partecipazione ai concorsi per ricoprire ruoli dirigenziali nel Ssn. E infatti gli specializzandi non medici avrebbero diritto allo stesso trattamento dei loro colleghi camici bianchi. Lo conferma ad Articolo 36 Luisa Begnozzi, presidente dell'Associazione italiana di Fisica medica: «Gli assegni di formazione per tutti gli specializzandi sanitari sono previsti da una specifica disposizione normativa, ma non sono mai stati stanziati ed erogati». Perché? «La questione irrisolta è legata al fatto che per la legge che prevede i contratti di formazione e la stima del fabbisogno formativo è stata prevista all’origine la copertura finanziaria solamente per le specializzazioni dei medici». Tutto è cominciato quando nel 1999, il legislatore italiano ha recepito una direttiva europea che garantiva (solo sulla carta, perché la norma iniziò a essere applicata dal 2006) agli specializzandi dell'area sanitaria il diritto a un contratto di formazione specialistica. Tuttavia, senza delega del legislatore comunitario, in Italia tale legge fu limitata esclusivamente agli specializzandi medici, creando così un'insostenibile asimmetria nel diritto. Questa discriminazione in atto appare ancor più evidente se si considera l’uniformità di disciplina sancita dall’art. 8 della legge 401/2000: «Il numero di laureati appartenenti alle categorie dei veterinari, odontoiatri, farmacisti, biologi, chimici, fisici, psicologi iscrivibili alle scuole di specializzazione post-laurea è determinato ogni tre anni secondo le medesime modalità previste per i medici dall’articolo 35 del Dl 368/1999, ferma restando la rilevazione annuale del fabbisogno anche ai fini della ripartizione annuale delle borse di studio nell’ambito delle risorse già previste». Che anche queste categorie abbiano diritto a un compenso è stato poi ancor più esplicitamente ribadito dal  Consiglio di Stato nel 2002: «La frequenza delle scuole di specializzazione, per l'impegno a tempo pieno che comporta e le incompatibilità con ogni altra attività lavorativa, è attività necessariamente retributiva e, conseguentemente, non possono essere ammessi a frequentare le scuole di specializzazioni laureati che non godono di (...) contratto annuale di formazione-lavoro».  Invece, oltre a non ricevere alcuna retribuzione, agli specializzandi spesso è espressamente vietato svolgere altre attività, giudicate incompatibili con il loro impegno a tempo pieno, e devono pagare di tasca propria le tasse annuali, come spiega Francesco Corrente, biologo iscritto alla scuola di specializzazione in Biochimica clinica presso la Cattolica di Roma: «Pago 2.650 euro all’anno. L'importo varia da ateneo ad ateneo, ma non è comunque inferiore ai mille euro l'anno. Il nostro è un percorso di alta formazione che ci permette di acquisire le competenze necessarie per poter effettuare analisi cliniche specialistiche essenziali per la diagnosi medica. La mancata retribuzione, la frequenza giornaliera a tempo pieno e le onerose tasse annuali rendono il percorso formativo estremamente difficoltoso e a volte impossibile da portare a termine». La stortura del sistema è evidente: il non medico, non essendo tutelato da un contratto e non percependo retribuzione, ha enormi difficoltà a conciliare la propria specializzazione professionale con la necessità di provvedere alla propria sussistenza. Com'è possibile che un laureato sia occupato per ben 4-6 anni a tempo pieno, svolgendo attività spesso essenziali per il regolare funzionamento dei laboratori, senza percepire un euro? Come può mantenersi? «Nella grande maggioranza dei casi, grazie al sostegno totale dei genitori. Talvolta noi specializzandi riusciamo a ottenere delle  borse  regionali o su progetti, o dei contratti di collaborazione con le strutture sanitarie dove svolgiamo il tirocinio, ma purtroppo questi introiti non sono sempre garantiti con continuità», risponde Francesco Corrente.Inutile dire che la specializzazione sta diventando un “lusso” destinato solo a chi può godere del supporto economico della famiglia. «Non è l’unico pericolo: si rischia addirittura che queste figure professionali altamente specializzate spariscano dalla sanità pubblica italiana», denuncia ad Articolo 36 Ermanno Calcatelli, Presidente dell’Ordine Nazionale dei Biologi. Non è un'iperbole la sua ma un’ipotesi concreta: poiché i tribunali italiani hanno riconosciuto importanti indennizzi ai medici che, specializzatisi prima del 2006, non godevano dell’attuale contratto di formazione, per timore di essere in futuro obbligate a rimborsare anche i non medici diversi atenei hanno preferito non far partire i corsi delle scuole di specializzazione. «È una grande sconfitta per le università, che rinunciano al loro ruolo formativo, per la sanità italiana, che tra qualche anno si troverà sprovvista delle figure professionali di cui ha bisogno, e naturalmente anche per gli aspiranti specializzandi, che sono costretti a rivolgersi ad altri atenei, spesso lontani da casa: ai costi della formazione, allora, dovranno aggiungere anche i costi per la vita fuori sede», afferma Calcatelli.Di fronte a un quadro così drammatico, cosa si può fare? «È stata assegnata alle commissioni riunite Cultura e affari sociali della Camera in 
sede referente la proposta di legge presentata il 25 marzo dal deputato Pd Francesco Sanna che punta proprio a equiparare lo status giuridico ed economico di tutti gli specializzandi sanitari. Non è la prima volta che la questione entra nelle aule parlamentari: lo stesso Sanna aveva presentato al Senato un disegno di legge nel settembre 2010, rimasto purtroppo lettera morta. Per questo l’Ordine dei biologi qualche mese fa si è rivolto direttamente al Commissario europeo alla Salute, Tonio Borg, per chiedere che le istituzioni comunitarie invitino l’Italia a sanare questa situazione» afferma Calcatelli. «Intendiamo far valere i diritti della nostra categoria e superare questa 
discriminazione indecorosa per un Paese che voglia dirsi veramente democratico».Anna Guida

Quanto costa assumere un giovane, quanto pesano gli incentivi: ecco tutta la verità

Oggi la Repubblica degli Stagisti fa una simulazione. Si mette nei panni di un datore di lavoro che ha bisogno di assumere un giovane, e deve decidere come farlo. Si tratta di un signore informato, che legge i giornali, e che sa che il governo ha messo a punto una manovra che incentiva il lavoro giovanile dando un bonus alle aziende che assumono. Sa anche che ormai da anni il ministero del Lavoro invita le imprese ad assumere gli under 30 con una speciale tipologia contrattuale, chiamata «apprendistato», che prevede sgravi molto appetibili per le aziende, anche se comporta l’onere di attivare un percorso di formazione per il giovane assunto.Per fare questa simulazione abbiamo immaginato che il datore di lavoro si avvalga della consulenza di una professionista d’eccezione: Annamaria Giacomin, tesoriere dell’Ordine nazionale dei consulenti del lavoro e ovviamente grande esperta di contrattualistica e costo del lavoro. A lei il nostro imprenditore dice: intendo pagare il neoassunto all’incirca 1.300 euro netti al mese, quanto mi costerà fare questa assunzione?«Mi pare che la cosa più semplice sia fare un contratto a progetto» attacca l’imprenditore. Sicuramente una fra le più convenienti: nella nostra simulazione poniamo che sia possibile delineare un progetto vero (o quantomeno verosimile) per l'inquadramento della risorsa con questa particolare tipologia contrattuale. Con il cocopro al datore di lavoro spetta una mole ridotta di oneri. Deve pagare al collaboratore la retribuzione, che nel nostro calcolo è pari a 21mila 840 euro lordi annui. Ciò equivale più o meno a 1.820 euro lordi al mese, che nelle tasche del lavoratore diventano 1.321 euro netti per 12 mesi. A questo costo vanno aggiunti  circa 5.120 euro di contributi a carico del datore di lavoro. Il lavoratore dovrà poi pagare di tasca propria la sua quota contributiva (intorno ai 1.200 euro annui). È tutto. Sì, è tutto. Al datore non è chiesto nient’altro: il contratto a progetto non prevede accantonamento del tfr – il trattamento di fine rapporto – nè ferie, permessi o straordinari retribuiti. In caso di malattia o gravidanza del collaboratore a progetto, il datore non anticipa alcuna indennità e non deve pagare integrazioni. Dunque per assumere la nuova risorsa di cui ha bisogno con questa modalità, l'imprenditore sborserebbe ogni anno circa 27mila euro: 26.959 per la precisione. C'è da aggiungere che la retribuzione del cocopro è da intendersi come forfait, per cui la cifra erogata mensilmente dal datore non è uno "stipendio mensile" ma un "rateo" della retribuzione concordata per il progetto, proporzionata alla durata stabilita per la realizzazione del progetto - per esempio, 12 ratei nel caso di un contratto a progetto di durata annuale. Va ricordato anche che il cocopro, a differenza del contratto di lavoro subordinato, non implica l'obbligo tassativo per il collaboratore di rispettare orari nè di recarsi quotidianamente sul luogo di lavoro: permette però al datore di lavoro di richiedere una presenza assidua, per esempio per l'utilizzo di strumenti messi a disposizione (computer, telefono etc) presso la sua sede. Riassumendo: il costo totale per un periodo ipotizzato di tre anni per assumere il giovane con questa tipologia contrattuale ammonta per il datore di lavoro a 80mila 877 euro.«Ma il ragazzo che lei vorrebbe assumere non ha meno di trent’anni?» chiede la consulente del lavoro. «Perché in questo caso si può pensare di attivare un contratto di apprendistato». L’imprenditore la ascolta. «Qui si entra nel novero dei contratti di tipo subordinato,  correlati ai contratti collettivi nazionali: nel suo caso, quello del commercio. Per le mansioni che vuole affidargli, possiamo ipotizzare un inquadramento al terzo livello: il neoassunto verrebbe così a prendere più o meno la stessa retribuzione netta mensile che abbiamo ipotizzato col cocopro». La retribuzione annua lorda infatti è quasi uguale, 20mila 240 euro – pari a 1.098 euro netti per il primo anno, 1.132 per il secondo, 1.165 per il terzo – spalmata su 14 mensilità. Ciò significa, per il lavoratore, che a giugno e a dicembre lo stipendio sarà doppio, perché questo contratto prevede, indipendentemente dalla performance del lavoratore e dal fatturato dell’azienda, il diritto a percepire due mensilità aggiuntive, la tredicesima e la quattordicesima. Per le microimprese al di sotto dei 10 dipendenti vi è un abbattimento quasi totale della contribuzione a carico del datore di lavoro, che viene a pagare all’incirca 330 euro all’anno (invece la quota a carico dell’apprendista è simile a quella del cocopro, intorno ai 1.200 euro all’anno). Se invece si tratta di un’azienda con oltre 10 dipendenti, la contribuzione a carico del datore (comunque significativamente ridotta) è pari all’11,61%: dunque circa 2.350 per il primo anno, 2.440 per il secondo e 2.520 per il terzo. Vi è poi il tfr, una somma annuale pari a circa una mensilità all’anno che il datore di lavoro è tenuto ad accantonare e che dovrà poi erogare al lavoratore in caso il contratto si interrompa, sia per licenziamento sia per dimissioni. Per il primo anno tale cifra è di circa 1.500 euro; per il secondo anno sale a 1.555, e per il terzo arriva a 1.608 euro. «Beh, messa così mi pare che questo contratto sia molto competitivo con il contratto a progetto» esulta il datore di lavoro. «È certamente un contratto vantaggioso per i datori» conferma la consulente. E per il lavoratore che gode di molti diritti negati a chi viene inquadrato come cocopro: la tutela previdenziale ed assistenziale, dato che agli apprendisti spetta la copertura assicurativa per gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, le malattie, l’invalidità e la vecchiaia, la maternità, l’assegno familiare. Oltre che, dal 1° gennaio di quest’anno, anche l’Aspi, la nuova assicurazione sociale per l'impiego introdotta dalla riforma Fornero, per avere un sussidio di disoccupazione in caso di licenziamento. Ma per correttezza la consulente spiega al suo cliente anche i punti di svantaggio rispetto al cocopro. L’apprendista, al pari di un lavoratore a tempo indeterminato, ha diritto a un certo numero di ore di permesso retribuito. Tale numero è 88 all'anno: 32 per le quattro «festività abolite», più altre 56. In caso l’azienda abbia più di 15 dipendenti, poi, ve ne sono 16 aggiuntive. Vuol dire che nel corso dell’anno il datore pagherà il suo apprendista per 11 giorni nei quali l’apprendista non sarà operativo in azienda. «In più delle ferie?» chiede l’imprenditore. «Esatto, in più delle 173 ore, cioè 26 giorni, di ferie retribuite che gli spettano». In sostanza, cioè, sulle circa 2mila ore di lavoro di cui è composto un anno, ve ne sono 261 (pari al 13%) in cui il lavoratore non lavora ma viene pagato. Non è tutto. L’azienda che assume un apprendista deve per legge fargli svolgere un tot numero di ore di formazione: parte di essa può avvenire all’interno dell’azienda, on the job, ma un’altra parte va obbligatoriamente svolta al di fuori. Il numero esatto di ore viene stabilito da ciascuna Regione, ma raramente si va sotto le 40 ore di formazione esterna annuale. «Dunque un’altra intera settimana in cui io dovrò retribuire il neoassunto ma non lo avrò a disposizione in azienda» riflette l’imprenditore. Per il datore di lavoro però vi sono incentivi normativi ed economici, e anche fiscali: le spese sostenute per la formazione dell’apprendista per esempio sono escluse dalla base di computo dell’Irap. Non si tratta di grandi cifre, ma sono sempre piccoli aiuti. In totale dunque questo contratto costa a un’azienda con meno di 10 dipendenti poco più di 22mila euro il primo anno, circa 22.900 il secondo anno e 23.665 il terzo anno; se l’azienda ha più 10 dipendenti il costo lievita un po’ e si attesta a poco più di 24mila euro per il primo anno, 25mila per il secondo anno e 25mila 837 euro per il terzo.  «E a proposito di incentivi: se volessi usufruire di questi milioni di euro che il ministro Giovannini ha annunciato di aver messo a disposizione per aiutare le imprese ad assumere giovani?» chiede l’imprenditore. «Questo incentivo viene erogato solo per le aziende che assumono subito a tempo indeterminato» chiarisce la consulente del lavoro. «L’incentivo è pari ad 1/3 dell’imponibile previdenziale mensile, fino ad un massimo di 650 euro mensili per lavoratore, e spetta per 18 mesi. Verrà corrisposto dall’Inps previa presentazione di una domanda telematica, tramite conguaglio con i contributi previdenziali mensili». A questo punto non resta che fare i calcoli per paragonare i costi di questa tipologia contrattuale, comprensivi ovviamente dei benefici dell’incentivo, ai costi delle due precedenti tipologie. Il contratto a tempo indeterminato con un inquadramento identico a quello dell’apprendistato, dunque ccnl commercio terzo livello, prevede una retribuzione annua lorda di 23mila 914 euro: ciò nella busta paga del neoassunto significa 1.226 euro netti al mese per 14 mensilità. La contribuzione poi a carico del datore è di 8.343 euro annui, significativamente più alta che nel caso dell'apprendistato, cui poi il lavoratore dovrà aggiungere di tasca propria la quota di poco meno di 2.200 euro. Il tfr è pari a 1.652 euro all'anno. Il numero di ore di ferie e permessi retribuiti è identico a quello degli apprendisti, dunque 173 ore annue di ferie più 88 ore di permessi nelle aziende che impiegano fino a 15 dipendenti, 104 ore di permessi nelle aziende con oltre 15 dipendenti. «Insomma di nuovo il discorso che pagherò il mio dipendente per 33 giorni lavorativi nei quali lui invece non lavorerà». Esatto. «Ma almeno c’è l’incentivo!». Certo: il datore di lavoro percepirà, per effetto del decreto legge 76/2013, la cifra di 6.970 euro a titolo di incentivo. Dunque il costo totale per l’azienda sarà di poco meno di 34mila, ma grazie all’incentivo scenderà a 26mila 939. Per il primo anno. Per il secondo l’incentivo è già dimezzato, dato che esso dura solo 18 mesi: dunque all’azienda il lavoratore costerà sempre 34mila euro, ma lo Stato gliene ridarà solamente 3.485. Costo totale azienda per il secondo anno di assunzione del giovane: 30mila 424 euro. Per il terzo anno, niente incentivo: dunque l’azienda dovrà sostenere in toto, e senza aiuti,  il costo di 34mila euro.Ricapitolando: per assumere per tre anni un giovane con un contratto a progetto l'imprenditore verrebbe a pagare 80mila 877 euro. Assumerlo per lo stesso periodo di tempo con contratto di apprendistato gli costerebbe 68mila 630 euro nel caso di una impresa fino a 9 dipendenti, e poco meno di 75mila euro per una con più di 9. Mentre assumerlo con il contratto a tempo indeterminato, con tutti gli incentivi Letta-Giovannini già conteggiati, verrebbe a costare 91mila 272 euro.L’imprenditore guarda incredulo la sua consulente del lavoro. «Vuol dire che con tutti gli incentivi del governo, assumere con questa modalità resta la scelta più antieconomica?». Purtroppo sì. «Le assunzioni effettuate, per poter beneficiare degli incentivi, dovranno comportare un incremento occupazionale netto. Questo determina un difficile accesso all’incentivo da parte delle imprese» è la riflessione che Annamaria Giacomin affida ad Articolo 36: «L’incentivo verrà corrisposto dall’Inps ma la procedura, non ancora definita,  è un un difficile punto di partenza, sia per l’ulteriore adempimento tecnico sia per l’incertezza applicativa della norma». Un’altra possibile falla del provvedimento, oltre al fatto che  il costo per l’assunzione di un lavoratore a tempo indeterminato con gli incentivi è paradossalmente meno conveniente rispetto all’assunzione mediante  contratto di apprendistato o di una collaborazione a progetto. «Bisogna ricordare però che queste ultime due tipologie hanno maggiori criticità» ricorda Giacomin: «L’apprendistato comporta un notevole impegno per la formazione da parte del datore di lavoro e il cocopro è maggiormente rischioso per la sua facile riconducibilità al lavoro subordinato», in caso cioè un lavoratore decidesse di fare vertenza. Ma allora come bisognerebbe fare per realizzare maggiore occupazione? «Oltre allo sgravio contributivo, che io giudico "minimo" ma che almeno c’è, già previsto dal decreto legge 76/2013, sarebbe fondamentale anche lo sgravio fiscale a favore dei lavoratori almeno per lo stesso periodo. E nel contempo penso che sarebbe utile eliminare gli ostacoli previsti per la successione dei contratti a termine».Eleonora Voltolina

Precari, occhio ai vostri contributi: a volte si perdono, ecco come recuperarli

All'inizio di giugno la Cgil ha lanciato una nuova iniziativa destinata ai lavoratori precari. Stavolta sotto la lente di ingrandimento sono finiti i loro contributi: perché al problema che sono estremamente bassi e spesso non continuativi - il che comporterà di conseguenza trattamenti pensionistici molto avari tra trenta o quarant'anni - se ne aggiunge un altro: e cioè che talvolta questi contributi si "perdono". «La campagna “Sei precario e ti scappano i contributi?” prende il via da una vicenda gravissima» si legge sul sito del sindacato: «Molte lavoratrici e lavoratori iscritti alla gestione separata Inps, tra cui assegnisti di ricerca, collaboratori e dottorandi, nell'estratto conto Inps si ritrovano privi di buona parte dei contributi previdenziali versati». Che fare dunque se si pensa di aver subito la stessa sorte? Ad Articolo 36 lo spiega Luigina De Santis, già segretaria generale dal 1999 al 2006 della Federazione europea dei sindacati dei pensionati (Ferpa), nell'ambito della Confederazione europea dei  sindacati, e oggi componente del Collegio di presidenza dell'Inca nazionale. La campagna nasce dalle segnalazioni di alcuni dipendenti pubblici, in special modo ricercatori universitari. Quali sono le università coinvolte?Le prime segnalazioni risalgono al 2007 e investivano diversi ricercatori e assegnisti dell'ateneo Federico II di Napoli, per i quali l'Inca ha ottenuto la correzione delle posizioni assicurative da parte dell'Inps. Successivamente la vicenda dei contributi scomparsi ha interessato l'università di Pavia, dove sono ancora in corso gli accertamenti, ma già oggi possiamo dire che l'Inps sta correggendo gli estratti conto individuali per i quali il patronato della Cgil locale ha indicato alcune registrazioni scorrette. Ed è  anche sull'onda di queste segnalazioni che abbiamo deciso di avviare la campagna coinvolgendo lavoratrici e lavoratori impegnati nei principali atenei italiani, dove presumibilmente potrebbero esserci stati errori nell'operazione di accreditamento dei contributi previdenziali. Si tratta, ad esempio, degli atenei della Sapienza di Roma, di Cagliari, Modena, L’Aquila, Sassari, Brescia e Palermo. È utile sottolineare che ad essere coinvolti non sono solo gli assegnisti e ricercatori universitari, ma anche lavoratrici e lavoratori precari con contratti cocopro e cococo della pubblica amministrazione: Ministeri, Comuni tra i quali segnaliamo Napoli e Livorno, interessati dalla campagna aperta all’inizio di giugno.Il problema riguarda solo gli enti pubblici, o anche dipendenti precari di imprese private?Riteniamo che la vicenda dei contributi scomparsi possa riguardare tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori precari sia privati che pubblici. Per questa ragione è importante rivolgersi all'Inca per  verificare la correttezza dei versamenti accreditati, tanto  più che i contributi dopo cinque anni “si prescrivono”: vale a dire che, decorso tale termine, non sarà più possibile rivendicarne il versamento da parte del committente, cioè l’azienda o la pubblica amministrazione per la quale si lavora. I lavoratori coinvolti rischiano dunque di vedersi pregiudicare anche le loro aspettative pensionistiche. La stessa cosa accade per i lavoratori impegnati con aziende private, che sono più soggette all’evasione contributiva. È accaduto che, pur avendo operato sul reddito del lavoratore  la trattenuta di un terzo dell’ammontare dei contributi, l’azienda non li abbia versati all’Inps. Si tratta di una carenza a più gradi di quella compiuta dalle pubbliche amministrazioni, che hanno sbagliato nel versare ma i contributi li hanno versati nella stragrande maggioranza dei casi.Come fa materialmente un precario ad accorgersi di questi buchi guardando la sua busta paga? Dove si devono scovare i campanelli d'allarme?La verifica più efficace è controllare l’estratto conto dei lavoratori parasubordinati. Tale documento può essere acquisito online direttamente dal lavoratore interessato o dal patronato delegato, collegandosi al sito internet dell’Inps. Nell’estratto vengono elencati i nominativi dei committenti, il reddito  percepito per ciascun contratto di collaborazione  e i relativi contributi. Teniamo conto che le università in alcuni casi hanno provveduto al versamento cumulativo  dei contributi  dovuti per i loro assegnisti, ma non hanno indicato correttamente l’importo contributivo da destinare a ciascuno di essi. In alcuni casi  sono stati versati contributi senza indicare i nominativi dei lavoratori a cui vanno attributi. L’Inps già da qualche anno ha modificato la procedura che si utilizza per i versamenti proprio per porre fine a queste confusioni: da qui  il nostro invito a verificare il proprio estratto contributivo Inps. Ci si può rivolgere all'Inca, presso l'ufficio più vicino alla propria residenza, dove operatori  del patronato competenti e disponibili potranno controllare le posizioni individuali e chiedere all’Inps di correggere eventuali errori.Nella vostra pagina si legge che «i contributi di moltissimi lavoratori iscritti alla gestione separata potrebbero non essere stati registrati correttamente dal sistema, nonostante le amministrazioni li abbiano versati». Ma la vostra campagna si occupa anche di buchi previdenziali relativi a contributi non pagati? Se sì, in che modo agirete in questo caso?Nel caso in cui i contributi non siano stati pagati, ci troviamo di fronte ad una vera e propria evasione contributiva. Il patronato può inviare  all’Inps copia del contratto sottoscritto dal lavoratore e dal committente, chiedendo all’Inps di obbligarlo al pagamento dei contributi. Ciò può avvenire quando i contributi si riferiscano ad un arco di tempo non superiore a cinque anni; per questo il patronato Inca insiste con gli interessati affinché controllino al più presto. Che risposta avete avuto dall'Inps a sei mesi dalla vostra richiesta?Già dalle prime segnalazioni abbiamo avuto risposte positive dall'Inps, che ha provveduto alle relative correzioni. Inoltre quando la vicenda si è estesa ad altre realtà, abbiamo avuto diversi incontri con la Direzione dell'Istituto, che hanno dato  risultati positivi. Infatti l'Inps dopo aver cambiato le procedure si sta preparando ad una verifica analitica di tutte le posizioni di lavoratrici e lavoratori iscritti alla Gestione separata. Inoltre con l’Istituto abbiamo convenuto che, in caso di errore nel versamento, non si porrà il problema della prescrizione nei cinque anni: si tratta di errori materiali nei versamenti, non di evasione contributiva. L’Istituto, su nostra richiesta, si è detto disponibile a riesaminare anche domande di prestazioni temporanea, in primis per l’indennità di maternità, che siano state rifiutate per carenza di contribuzione. Chiediamo dunque a tutti coloro che hanno avuto risposte negative da parte dell’Inps di farle riesaminare dal patronato, dopo la regolarizzazione del loro estratto contributivo.. Il fenomeno riguarda anche le gestioni separate delle casse previdenziali di categoria? Vi occuperete anche di queste nella vostra campagna?La nostra attività di assistenza e consulenza riguarda tutte le casse previdenziali. È nella nostra mission istituzionale occuparci a tutto campo del settore previdenziale, senza distinzione alcuna. I lavoratori e le lavoratrici iscritti alle diverse casse previdenziali potranno rivolgersi con fiducia all'Inca che agirà fornendo tutte le informazioni, nonché consigli per eventuali azioni da intraprendere affinché i diritti sociali, sanciti per legge, siano essi previdenziali o assistenziali, siano effettivamente esigibili.   Intervista di Eleonora Voltolina  

I nuovi lavori del web: poco riconoscibili, sottovalutati e dunque sottopagati

Il web è il futuro, il web è la speranza. Anche dal punto di vista occupazionale. Ma è davvero così? In teoria forse sì, in pratica un po’ meno. Con l’iniziativa Agenda digitale europea, all’interno della strategia Europa 2020, la Commissione europea ha lanciato ai paesi membri la sfida di sfruttare al meglio il potenziale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict), per favorire il progresso e moltiplicare le opportunità d’impiego. Anche il Report del 2012 di Assintel (l’associazione delle imprese Ict di Confcommercio) guarda con fiducia all’impatto di Internet sulla crescita economica: «L’Italia parte dal 16esimo posto del ranking 2010, ma il contributo di Internet all’economia del nostro paese dovrebbe crescere più velocemente che in Francia e in Brasile e farci raggiungere il 14esimo posto nel 2016». Se da una parte dunque ci sono propositi incoraggianti, dall’altra il bilancio ufficiale del 2012 stride con l’entusiasmo generale. L’anno passato si è chiuso con retribuzioni in calo per i lavoratori delle 132mila imprese dell’Ict, stando ai dati aggiornati al 2012 dell’Osservatorio delle competenze nell’Ict, a cura di Assintel. Negli ultimi quattro anni, nel 44% dei casi, gli stipendi in Italia sono cresciuti appena oltre l’uno per cento e in media sono stati sempre inferiori a quelli delle altre aree aziendali. Invece, in quasi un terzo dei casi, sono precipitati e con percentuali mai inferiori al 4%. Passando in rassegna le schede relative ai profili retributivi delle professioni del web e incrociando la classificazione Assintel con quella dell’Iwa (l’associazione internazionale per la professionalità nel web), sorprende anzitutto che un settore che dovrebbe valorizzare i giovani sembra piuttosto penalizzarli. In primo luogo gli stipendi crescono con l’età, una tendenza che siamo abituati a percepire come la norma ma che non lo è. A maggior ragione nell’universo digitale dove i giovani potrebbero dare un contributo decisivo, perché in materia di tecnologie sono più aggiornati e spesso anche più creativi. Per fare un esempio: nel 2012 la retribuzione annua lorda di un impiegato inquadrato come Responsabile help desk (o Community manager secondo la definizione Iwa) è stata di poco più di 21mila euro nella fascia di età inferiore a 24 anni, pari a circa 1250 euro netti al mese; di quasi 25mila nella fascia 24-30 anni e di 29mila, cioè 1700 euro netti al mese, tra i 31 e i 40 anni. Inoltre un Key account manager o un Responsabile commerciale non possono aspirare alla qualifica di “quadro” se non nella fascia d’età tra 31 e i 40 anni. Perché, dunque, un settore così presente nella nostra quotidianità e in continua evoluzione stenta a decollare nel mercato del lavoro? Come sono considerate queste nuove professioni dalle aziende? Giulio Xhaet, fondatore di Appluego e docente presso la Business school del Sole 24 Ore, risponde così alla Repubblica degli Stagisti: «Manca uno standard di riferimento, soprattutto in Italia. Molto è in mano alla capacità dell'azienda o agenzia stessa, in particolare il top management, nel vedere e ottimizzare le opportunità di quello che mi piace definire "codice umanistico": se considero la comunicazione e l'advertising digitale alla stregua di strumenti alla moda che "chiunque può gestire" e che si possono usare "perché sono gratis o comunque costano meno", è ovvio che i professionisti verranno sottopagati e sottostimati». In un certo senso la democrazia della rete viene confusa con la banalizzazione delle competenze e con l’improvvisazione, mentre la paga si alza laddove le mansioni sono considerate più complesse e più specifiche. «Le aziende cominciano ad assumere proporzionalmente al ritorno sugli investimenti che vedono nel breve-medio termine e tendenzialmente, a parità di seniority, le professioni più "tecniche" come quella del Seo, il search engine optimizer ovvero l’ottimizzatore della visibilità in rete, del web analyst o dell’e-Reputation manager sono meglio retribuite». Il problema principale sembra essere quindi il rapporto direttamente proporzionale tra credibilità e retribuzione perché i nuovi lavori del web sono ancora poco riconoscibili e hanno urgente bisogno di standard di riferimento affinché gli addetti siano chiamati con i loro nomi, in base alle relative competenze. Ma quali sono, in concreto, Le nuove professioni del Web? In un libro che si intitola proprio così, pubblicato da Hoepli l’anno scorso e correlato all’omonimo sito, Xhaet propone un suo inventario delle otto professionalità attive su Internet (Community manager, Transmedia web editor, Digital pr, All-line advertiser, e-Reputation manager, Web analyst, Seo, Content curator). Ma attenzione, nemmeno le classificazioni degli addetti ai lavori collimano perfettamente: soltanto due dei profili tracciati da Xhaet, quello del Community manager e quello del Reputation manager, sono comuni alla classificazione pubblicata lo scorso febbraio dall’Iwa, sul modello delle e-competences europee E-CF. L’Iwa ha portato il numero delle figure professionali dalle 17 del 2010 a 21, ed è in cantiere la nuova versione del documento, da pubblicare entro febbraio 2014. L’aggiornamento costante ha un riflesso diretto sulla migliore riconoscibilità dei ruoli e di conseguenza sulle condizioni di lavoro, in termini di diritti e di doveri. «La sottoretribuzione è legata direttamente all’identificazione delle competenze: le aziende, quando cercano un professionista web, cercano spesso il tuttologo, mentre oggi è necessario che le aziende comprendano la necessità di sviluppare team specifici di dipendenti o di affiancare agli stessi dei consulenti, in base alle dimensioni aziendali» spiega ad Articolo 36 Roberto Scano, presidente dell’Iwa: «La classificazione, inoltre, consentirà ai singoli individui di poter ottenere certificazioni professionali per rendere riconoscibili i soggetti che effettivamente hanno dimostrato competenze specifiche». Accanto all’attività di standardizzazione l’Iwa ha messo in primo piano la tutela dell’occupazione, siglando un accordo con Networkers.it, il primo sindacato online dei professionisti dell’Ict che si occupa di garantire anche le figure che sono slegate da uffici o aziende: un popolo di freelance e autonomi che lavorano da casa o per committenti, la parte più consistente dei professionisti del web, difficile da “stanare”. Occorrono pertanto nuove forme di iniziativa e di politica del lavoro: «Offriamo uno sportello sindacale di consulenza online e nelle sedi sul territorio; servizi d'incontro tra domanda e offerta di lavoro nell'ambito Ict per i quali a breve nascerà un portale appositamente dedicato; la Borsa delle professioni che quota in tempo reale il valore di ogni singola professione, attraverso una selezione periodica degli annunci di lavoro» racconta Giuseppe De Paoli, content manager del Sindacato-Networkers, un sito, che attivo dal 2011, conta più di ottocento registrazioni: «Sulla base di questi servizi predisporremo nei prossimi mesi un servizio di formazione per il settore, con corsi specifici rivolti in particolare alle nuove professioni come quelle legate al mobile e al cloud, tutte professioni in evoluzione molto rapida per le quali la formazione è particolarmente utile». C’è insomma ancora una lunga strada da fare ma la direzione è chiara. Il prossimo bilancio è previsto per ottobre, quando sarà presentato il nuovo Report Assintel 2013.Marta Latini

Redditi a picco e niente welfare: giovani avvocati, “schiavi della partita Iva”

In Italia è boom di avvocati: sono ben 247mila, circa il doppio dei colleghi francesi, e continuano a crescere al ritmo di 14mila nuovi ingressi annuali. La professione esercita ancora un forte appeal tra le nuove generazioni, sebbene il mito del “principe del foro” sia ormai oscurato dalla triste verità dei numeri. I dati della Cassa forense parlano chiaro: se per il 2011 il reddito medio della categoria è di 47mila euro l’anno, i professionisti under 29 non raggiungono i 14mila, quelli nella fascia 30-34 anni si fermano a 20mila, mentre i 60-64enni toccano quota 92mila. E questi numeri non tengono in considerazione la fascia più povera della categoria, quei circa 60mila avvocati che nel 2011 risultavano iscritti all’Albo ma non alla Cassa forense perché il loro reddito era inferiore alla soglia minima di 10.300 euro. Non è difficile immaginare che si tratti soprattutto di nuove leve. La forbice reddituale che coinvolge le diverse generazioni di legali italiani è ben superiore a quella - già molto significativa - evidenziata dall'Adepp (Associazione degli enti previdenziali privati) per tutti gli iscritti alle casse private: il reddito medio dei professionisti italiani under 40 risulta inferiore del 48,4% rispetto a quello degli over 40. Avvocati e architetti, sottolinea l'Adepp, le due categorie più colpite da questa tendenza alla polarizzazione.«Il percorso professionale dei giovani che si affacciano alla carriera forense è divenuto negli ultimi anni particolarmente difficile», ammette Paolo Giuggioli, presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano. «Le ragioni sono variegate. Senza dubbio è un fenomeno ampio che, per via della crisi che ormai da oltre un quinquennio condiziona pesantemente lo sviluppo del nostro Paese, riguarda non solo questo settore professionale ma tutte le attività economiche. Tuttavia, rispetto ad altre categorie, l’avvocatura sta pagando il prezzo di un lungo periodo nel quale il numero degli iscritti è cresciuto enormemente. Dal 2000 ad oggi sono più che raddoppiati. Solo l’Ordine di Milano conta quasi 17.500 avvocati, mentre allora erano 8.300. Purtroppo non si può registrare un corrispondente innalzamento del reddito complessivamente prodotto». Come dire: i commensali raddoppiano, ma la torta da spartire rimane grosso modo la stessa.Ancora una volta, a rimanere a bocca asciutta sono soprattutto i giovani. Giovanissimi, poi, molti di loro non lo sono più. Se fino a qualche anno fa la piaga del lavoro sottopagato coinvolgeva principalmente i praticanti e i ragazzi in attesa di abilitarsi, oggi l’asticella della miseria si è spostata sempre più su fino a raggiungere anche coloro che hanno 10 o 15 anni di esperienza. Perché l'amara gavetta legale non finisce con l'agognata firma del dominus sul certificato di compiuta pratica. Come racconta Krizia, 26 anni, tra i promotori della ricerca sul praticantato i cui desolanti risultati sono stati ripresi da Articolo 36 qualche settimana fa: «Dopo quella firma inizia un periodo di limbo che, per i più fortunati, dura circa un anno: è il tempo che intercorre tra la fine della pratica e l'esame orale dell'esame di Stato, per chi lo passa subito. Io sto ancora aspettando l’esito dello scritto di dicembre; se tutto va bene, sosterrò l’orale in autunno. In caso contrario, il mio “purgatorio” durerà almeno un altro anno». Come vivono gli aspiranti avvocati in questo periodo in cui non sono più praticanti ma non sono ancora abilitati? «Molti restano nello studio in cui hanno svolto la pratica e percepiscono lo stesso “stipendio” di prima. Nel mio caso, 300 euro al mese. Ma sono fortunata: ho persino ottenuto due settimane di “pausa” pre-esame, ovviamente non retribuite», spiega Krizia. «A me non è stato concesso», racconta ad Articolo 36 Francesco, 26 anni, anche lui tra i promotori della ricerca. «Allora ho deciso di “licenziarmi” e dopo lo scritto di dicembre sono approdato in uno studio piuttosto grande, dove lavoro 10 ore al giorno e non ricevo nessun compenso. Ma sono abbastanza contento perché qui ho l’impressione di imparare il mestiere, mentre prima svolgevo quasi solo lavoro di segreteria».Forse allora sarà l’abilitazione il momento in cui si potrà finalmente “cambiare musica”? «Purtroppo no! Nel mio studio lavorano anche giovani abilitati e la loro situazione non è molto migliore. Guadagnano 800 o mille euro, i loro compensi crescono molto lentamente. A 33 anni portare a casa 1.200 euro, a fronte di 12 ore di impegno al giorno a ritmi piuttosto stressanti, non è una grande vittoria. Anche perché si lavora a partita Iva e da questa somma vanno tolti i contributi alla Cassa forense, le tasse, la polizza professionale, le spese del commercialista, i costi per l’aggiornamento professionale», risponde Francesco. E la situazione è destinata a peggiorare per gli avvocati a bassissimo reddito: la riforma forense approvata a dicembre 2012 e in vigore da febbraio ha posto come obbligatoria l'iscrizione alla cassa di categoria per tutti gli avvocati, indipendentemente da quanto guadagnano. Pena: la cancellazione dall'Albo. L'articolo 21 della legge ha affidato alla Cassa Forense il compito di emanare entro un anno un regolamento che determini i contributi dovuti per i circa 60mila avvocati con reddito inferiore ai parametri "minimi". Allo studio della commissione creata ad hoc ci sono diverse ipotesi, da quella di prevedere il versamento posticipato dei contributi a quella di tenere il minimo contributivo sotto i mille euro, fino alla previsione di un regime di esenzione per i primi anni di attività. Certo è che se le misure non saranno "morbide" e realmente proporzionate ai redditi, migliaia di avvocati rischieranno di uscire dall'Albo. La tipologia di avvocato a partita Iva ma di fatto alle "dipendenze" di un dominus, resa famosa qualche anno fa dal libro Studio illegale, è la più diffusa tra i giovani legali italiani. Ottenuta l’abilitazione, ogni neoprofessionista si trova davanti a una scelta: rimanere nello studio di un avvocato più esperto e già avviato, aprirne uno proprio, associarsi con altri colleghi. Ma la concorrenza è agguerrita, i clienti sono sempre meno, i costi di gestione sono notevoli. Dunque per la maggioranza di loro la scelta è obbligata: aprire partita Iva e fornire la propria collaborazione a uno studio, coordinandosi con il dominus, spesso in regime di monocommittenza. Sono liberi professionisti “meno liberi” degli altri: formalmente autonomi, devono rispettare procedure, formalità e policy nel rapporto con clienti, devono concordare con il titolare le ferie, che spesso non sono retribuite. «Questa categoria vive in una vera e propria “terra di nessuno” priva di qualsiasi garanzia: non sono pochi i casi di avvocati 35enni o 40enni licenziati dalla sera alla mattina senza alcun paracadute, Tfr o ammortizzatore sociale», ha denunciato qualche mese fa sulla Repubblica degli Stagisti Dario Greco, presidente dell’Aiga, l’associazione dei giovani avvocati. Ma l’Ordine non li tutela in nessun modo? «L’Ordine è attento alla questione disciplinare in merito agli abusi che possono verificarsi nei confronti di giovani avvocati che prestano la propria attività professionale come collaboratori di studi legali», spiega Giuggioli. «Tuttavia è essenziale la segnalazione di tali circostanze affinché risulti possibile un’efficace iniziativa da parte nostra».Tuttavia nel mondo legale evitare gli abusi è più difficile che altrove perché qui le partite Iva non sono mai considerate “false” e non possono essere trasformate in rapporto di lavoro dipendente. Perché per l'ordinamento italiano l'avvocato non può essere un lavoratore subordinato. «Un'assunzione – ha più volte spiegato l’Oua, Organismo unitario avvocatura italiana – è del tutto incompatibile con l'indipendenza della libera professione legale, proprio a garanzia della clientela». Eppure in Francia, Spagna, Gran Bretagna e Germania, negli studi medio-grandi, l'inquadramento contrattuale degli avvocati è una modalità di esercizio consentita e ben regolamentata. In Italia invece la riforma forense  – la legge 247/2012 approvata a dicembre - ha trascurato del tutto questo aspetto. E la riforma Fornero ha volutamente escluso dalla cosiddetta “stretta sulle false partite Iva” tutte le professioni ordinistiche. Tutto regolare, dunque, se per un giovane avvocato il rapporto con lo studio legale in cui lavora da anni si interrompe dall'oggi al domani, per mancanza di clienti, per parcelle non pagate o, semplicemente, per una gravidanza. «Ho visto parecchie donne mandate via dagli studi dopo il parto semplicemente perché volevano allentare un po' i ritmi di lavoro nei primi mesi», racconta Francesco. «Ne ho visto altre andare in udienza il venerdì, partorire la domenica, tornare in tribunale il mercoledì. Non si fermano mai per paura di perdere il lavoro». È perfettamente legale, perché la natura del lavoro autonomo ha portato il legislatore a non prevedere per la maternità l’astensione obbligatoria. Le libere professioniste possono continuare a lavorare e, contemporaneamente, percepire dalla Cassa forense l’indennità di maternità: l’80% del reddito netto professionale mensile prodotto ai fini Irpef nel secondo anno antecedente il parto, per cinque mesi. Certamente molte donne avvocato considerano positivamente questo trattamento, ma non mancano i segnali d'allarme: stando ai dati forniti dalla Cassa forense, la fascia d’età in cui le gravidanze sono più numerose è quella tra i 35 e i 39 anni. Le donne rimandano la maternità per molto tempo, complici la paura di perdere la propria scrivania e la preoccupazione legata a un reddito insufficiente. Anche perché le statistiche ci consegnano l’immagine di un’avvocatura in rosa sempre più numerosa ma decisamente più povera: nella fascia d’età 35-39 anni un uomo guadagna in media 35mila euro, mentre la sua collega donna 21mila, con un divario del 40%. I dati dunque evidenziano che l'avvocatura italiana è sempre più ricca di giovani e di donne, ma non sembra né culturalmente pronta né attrezzata – a partire dagli strumenti di welfare – per accoglierli e dare loro opportunità di crescita. «La professione forense si sta progressivamente ringiovanendo e femminilizzando, una trasformazione che non possiamo ignorare», conferma il presidente della Cassa forense Alberto Bagnoli. Che, a margine dell'VIII Congresso giuridico-forense per l'aggiornamento professionale, ha annunciato i suoi propositi per rendere l'avvocatura un mondo meno ostile alle nuove generazioni: «Dobbiamo creare nuovi interventi di natura assistenziale, investire nella formazione dei giovani professionisti e agevolare il loro ingresso nel mondo del lavoro. Si tratta di interventi che vanno nell'ottica di costruire un welfare avanzato che non sia solo previdenza ma anche assistenza». In concreto? La Cassa forense ha messo a disposizione 50 milioni di euro da investire nel 2013 in misure assistenziali, in particolare per le fasce più deboli della categoria: interventi di microcredito a favore dei giovani iscritti, bonus bebè, ulteriori forme assicurative, benefit per intraprendere la professione in modo autonomo. Nella stessa direzione va anche l’Ordine di Milano, come spiega ad Articolo 36 il presidente Giuggioli: «Abbiamo ritenuto importante attivare convenzioni con istituti bancari e confidi per mettere a disposizione dei nostri iscritti vari strumenti finanziari a condizioni agevolate, eventualmente sorretti da garanzie collettive, diretti a facilitare l’avvio di nuovi studi professionali o a consentire anticipazioni su parcelle relative a prestazioni professionali nell’ambito del patrocinio a spese dello Stato, che scontano i tempi lunghissimi con cui la Pubblica Amministrazione salda i propri debiti». Tutti interventi lodevoli, ma destinati a incentivare e supportare i giovani che vogliano intraprendere la professione in modo realmente libero e autonomo, in un mercato peraltro sempre più saturo. Restano tagliati fuori, ancora una volta, i cosiddetti “schiavi della partita Iva”, sul cui lavoro sottopagato si basa il volume d’affari milionario di moltissimi studi, piccoli e grandi, in tutta Italia.Anna Guida

Macché 15-24enni, la vera disoccupazione giovanile è quella dei trentenni

Le dichiarazioni dei politici sulla disoccupazione giovanile sono ormai quotidiane. C'è preoccupazione, c'è allarme, bisogna agire, la situazione non è più accettabile... Tante parole.  Ma il problema é davvero grave: troppo grave per farlo mangiare dalla retorica e dalla imprecisione. «Il 38% di disoccupazione giovanile è inaccettabile» ha detto il  premier Letta, «Ci concentreremo sul piano giovani» gli ha fatto eco il ministro del Lavoro Giovannini.Tutto giusto, ma il problema non è quello. Non è la disoccupazione giovanile. O meglio, non é quella che tecnicamente viene definita, a livello statistico e secondo standard europei, «disoccupazione giovanile»: cioè l'insieme dei giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni che hanno finito (o smesso) di studiare e che cercano attivamente lavoro. Il fulcro della questione, signori della politica e del sindacato e colleghi dei media, sta altrove. Sì, il numero é impressionante, dire «c'è il 40% di giovani disoccupati» fa sempre un certo effetto, va bene per le prime pagine dei giornali. Ma non è assolutamente quello il problema dell'Italia.Semplicemente per una questione di numeri e di proporzioni. Su 6 milioni di italiani in quella fascia di età, quelli che cercano lavoro e non lo trovano sono numericamente pochi: all'incirca mezzo milione. Perché, come ha spiegato anche Assolombarda, in quella fascia di età «la grande maggioranza è impegnata nello studio» e dunque «la popolazione attiva», l'unica che va conteggiata nelle statistiche sulla disoccupazione,  «è di soli 1 milione e 660mila individui, contro i quasi 4 milioni e mezzo di ‘inattivi’ da un punto di vista lavorativo». Dunque «l'emergenza disoccupazione giovanile» si concretizza in mezzo milione di quindicenni - ventiquattrenni che cercano lavoro e non lo trovano. Tanti, da un certo punto di vista. Ma per come è strutturata la società italiana, non è poi così insopportabile che un giovane tra i 15 e i 24 anni non abbia ancora un lavoro che gli permette di mantenersi, e viva a carico - parziale o totale - dei genitori. Non è un dramma.In altri Paesi lo è: le famiglie sono abituate a "lasciar andare" i figli molto presto per la loro strada, a sostenerli fintanto che studiano ma poi a smettere immediatamente di pagare le loro spese una volta diplomati o laureati. In quei Paesi, va detto, vigono sistemi di welfare molto più attenti ai giovani del nostro, e dunque il giovane ha a sua disposizione una serie di aiuti e incentivi dallo Stato che lo supportano nel momento di transizione dalla vita "da piccolo" nell'ecosistema familiare alla vita "da grande", fino alla conquista della piena autonomia.Ma non divaghiamo. Il punto è la fascia di età che ci interessa. Che non è quella stabilita a livello europeo per misurare la disoccupazione giovanile. 15-24 é una fascia di età che non rappresenta nulla, in Italia. É buona solo per produrre le statistiche ufficiali nel rispetto dei parametri Eurostat, adatte alle comparazioni con altri Paesi UE, omogenee. 15-24 é una forbice significativa per Paesi in cui i ragazzi fanno un anno di superiori e due anni di università meno di noi italiani. Paesi in cui un 17enne spesso ha finito di studiare alle superiori, un 20enne all'università, e vuole entrare nel mercato del lavoro. Da noi ciò accade raramente.La vera emergenza in Italia sono i 25-34enni. Quella é la vera, drammatica, insopportabile «disoccupazione giovanile». Non per le statistiche, ma per chiunque viva e osservi il mercato del lavoro italiano. Il disastro sono i milioni di 25-34enni disoccupati (cioè che hanno perso il lavoro e ne stanno cercando un altro), inoccupati (che non ne hanno mai avuto uno) o addirittura neet (che sono rassegnati e non lo cercano).Su questa fascia di età vanno concentrati tutti gli sforzi. Sono i 25-34enni il futuro prossimo dell'Italia. Io li chiamo "giovani anzianotti", perchè non sono più giovanissimi ma nella cultura italiana vengono considerati e sopratutto trattati - sia da famiglie iperprotettive sia da datori di lavoro irresponsabili - come tali: sono loro che vanno aiutati a trovare un lavoro, agevolando le aziende ad assumerli. Sono loro che non hanno più l'età per vivere con i genitori e mantenersi grazie alla mancetta dei nonni. Sono loro che devono essere valorizzati, dopo tutto quello che hanno studiato: e pagati con stipendi decenti, in modo da poter uscire di casa, farsi un proprio nucleo, magari mettere su famiglia. Perché per fare figli non si può aspettare, come fanno le donne italiane, di essere vicine alla quarantina: lungi dall'essere un problema "privato", quello delle primipare attempate è invece un dramma che ha effetti sulla demografia e in ultima analisi sull'intera società italiana, sempre più povera di bambini e dunque sempre meno attrezzata per sostenere, tra trenta-quarant'anni, il peso del welfare per le pensioni. È dunque sulla fascia di età 25-34, composta secondo gli ultimi dati Istat da oltre 7 milioni di persone, che la politica e il sindacato devono impegnarsi se vogliono davvero fermare il declino italiano. Perché solo 4 milioni e mezzo di questi 7 milioni hanno un impiego: questa fascia ha infatti un tasso di disoccupazione del 14,9% (dato 2012), altissimo considerando che i 25-34enni dovrebbero essere quelli più attivi e dinamici nel mercato del lavoro. In numeri "brutali" vuol dire che in questa classe anagrafica ci sono all'incirca un milione e 100mila disoccupati. Viceversa, ovviamente, il tasso occupazione è molto basso, un po' inferiore al 64%. E c'è un numero mostruoso di inattivi: 1 milione e 800mila.Il timore invece é che il governo abbia in mente altro. Una operazione cosmetica, fatta più per l'Europa che per l'Italia. Un'azione concentrata sulla fascia sbagliata - quei 15-24enni in cerca di impiego che in Italia sono pochi e sostanzialmente meno disperati dei fratelli maggiori - per raggiungere l'obiettivo, come ha dichiarato Enrico Letta qualche giorno fa, di «un piano nazionale sull'occupazione con l'obiettivo di far scendere la disoccupazione giovanile nei prossimi anni, possibilmente sotto il 30%», per dare «speranza per il futuro». Peccato che quello sia l'obiettivo sbagliato: la «speranza per il futuro» va data prima ai giovani adulti, e poi ai giovanissimi. Pensare gli interventi prossimi venturi di incentivo alle assunzioni in ottica 15-24 è utile solo nell'ottica di fare bella figura, tra 12 o 18 mesi, portando a Bruxelles il risultato di aver abbassato una disoccupazione giovanile che in Italia coinvolge a malapena mezzo milione di giovanissimi. Dimenticando i veri giovani "anzianotti" drammaticamente senza lavoro: i 25-34enni.Eleonora Voltolina

Chi nasce in Italia sia italiano da subito: ma sono ancora tanti gli ostacoli alla legge

Il dibattito si è riacceso di recente dopo le dichiarazioni della neo ministra per l'Integrazione Cécile Kyenge, la «ministra nera», come si è autodefinita di fronte ai media, generalmente avidi di ritratti nitidi. 49 anni, medico di origini congolesi, italiana - anzi emiliana, come ama ricordare - perché moglie di un italiano, all'indomani della sua elezione tra le fila del governo Letta la deputata Pd ha annunciato l'intenzione di stilare subito un ddl che riconosca in Italia lo ius soli, il diritto per i figli di immigrati ad avere la cittadinanza del Paese in cui nascono, indipendentemente da quella dei propri genitori. Le polemiche non si sono fatte attendere, scuotendo il già precario equilibrio politico su cui si basa l'allenza di governo. Ultimo in ordine cronologico il duello a distanza su RaiTre, nella trasmissione Che tempo che fa di ieri sera, tra il vicepremier Angelino Alfano che ha argomentato (alquanto arditamente, a dir la verità) che in Italia lo ius soli esisterebbe già, «perchè chi è nato qui, al compimento della maggiore età può già fare richiesta per la cittadinanza», e lo scrittore Roberto Saviano, che poco dopo si è schierato apertamente a favore di un'immediata legge che dichiari automaticamente italiani tutti coloro che nascono sul territorio italiano.I rappresentanti delle cosiddette "seconde generazioni" sono più di 850mila ogni anno, su una popolazione complessiva di 60 milioni di persone. Nascono in ospedali italiani, crescono con cibo italiano, frequentano scuole italiane, parlano e pensano (anche) in italiano. Lavorano, o lavoreranno, contribuendo all'economia del Paese; fanno figli a loro volta. I bambini che nascono oggi da genitori immigrati se tutto va bene riceveranno la cittadinanza italiana, e i diritti annessi, dopo il 2031, dopo cioè aver superato i 18 anni e una sfibrante trafila burocratica. Il presidente Napolitano, a dispetto della sua consueta sobrietà espressiva, tempo fa la definì una «follia». Seconde generazioni, seconda serie - cittadini di "serie B": questo sembra essere il paradigma. A smontarlo ci ha provato - e probabilmente ora a maggior ragione ci proverà - più d'uno. Tra questi c'è Anna Granata, 31enne psicologa e dottoressa di ricerca in Pedagogia interculturale alla Cattolica, autrice di Sono qui da una vita, sottotitolo «Dialogo con le seconde generazioni» (Carocci, 166 pagine, 16 euro). Un libro, nato proprio della sua ricerca di dottorato, che dà la parola va direttamente a loro: ai figli di immigrati rappresentati da un campione di giovani di origine straniera tra i 18 e i 27 anni che vivono a Milano. Per poter affermare - di fronte al mondo della scuola, del lavoro, di fronte alle loro famiglie e comunità, all'intera società  -  il diritto ad una doppia appartenenza, ad essere ciascuno due "interi", e non due "metà": italiani e stranieri allo stesso tempo, senza dover necessariamente sacrificare un pezzo della propria identità a favore di un altro.«Mi sento come una noce di cocco, nera fuori e bianca dentro» scrive una ragazza di origini etiopi sul forum della Rete G2 - punto di riferimento web per le seconde generazioni: nera per etnicità ma bianca, italiana, per cultura. Senza contrapposizioni. Le fa eco Abdallah Kabakebbji, tra i fondatori dell'associazione Giovani musulmani d'Italia: «per cortesia non chiedetemi se mi sento più occidentale o più musulmano: sarebbe come chiedere se vuoi più bene al papà o alla mamma!». Mentre Akram racconta divertito di quando suo padre, sudanese, rispose per le rime ad una "sciura" un po' pettegola, in perfetto dialetto milanese («gelo nella sala, ma poi disgelo» ricorda). Rassmea invece, nata da genitori arabi, racconta dell'imbarazzo nel presentarsi in classe all'indomani dell'11 settembre, con il peso di chi sente di  dovere delle spiegazioni che non ha. Perché Rassmea, "araba" cresciuta in Italia, del fondamentalismo islamico allora non ne sapeva tanto di più dei suoi compagni di classe (poi ha recuperato).  Molti di questi ragazzi e ragazze, italiani di fatto, hanno iniziato solo da poco il cammino per ottenere la cittadinanza italiana, impigliati nelle maglie arrugginite della legge 91/1992, che disciplina la materia e che adesso la ministra Kyenge sta cercando di riformare, seppur conscia della difficoltà di trovare i numeri. «L'Italia ha uno statuto giuridico fortemente basato sui legami di sangue» nota l'autrice della ricerca Anna Granata. «È sufficiente avere un nonno italiano, pur senza conoscere la lingua e la situazione del nostro paese, per  essere chiamati a partecipare alla scelta di chi deve governare». In diritto si chiama ius sanguinis, diritto di sangue, trasmesso per eredità; dalla parte opposta c'è appunto lo ius soli: un principio quasi sconosciuto in Europa, e di casa solo in Usa, Canada, Brasile. Ottenere la cittadinanza ovviamente non è solo un fatto simbolico, il che da solo basterebbe. Il caso di Sima, raccontato qualche tempo fa dalla Repubblica degli Stagisti, è esemplare: 24enne di origini indiane, in Italia da quando aveva un anno e italiana a tutti gli effetti, da quando si è laureata vive con l'incubo di essere espulsa dal suo Paese, scaduto ormai il visto provvisorio per motivi di studio. Ma, al di là dei casi estremi, vedersi riconosciuto formalmente il diritto di cittadinanza determina anche la possibilità di partecipare ad un concorso pubblico, o di votare: «non potremo diventare gli Obama italiani» scrive un giovane sul forum G2 «ma nemmeno insegnanti, avvocati, magistrati, ingegneri, architetti, poliziotti e qualsiasi altra attività che preveda l'accesso alla professione attraverso concorso pubblico». Un insensato spreco di energie. «La società è posta di fronte a un bivio» scrive l'autrice «scegliere di tutelare il proprio passato o immaginare un percorso insieme a chi compone effettivamente, oggi, la società e può contribuire a garantirne un futuro». Secondo le stime nel 2015 un bambino su tre avrà almeno uno dei due genitori stranieri e che il 17% degli alunni delle scuole primarie sarà figlio di immigrati. Sono cifre, tra tante altre, che di fronte al bivio "auto preservazione" o "interculturalità" lasciano pochi dubbi su quale sia bene intraprendere per il bene dell'Italia di oggi e di domani. Annalisa Di Palo