Stagisti a zero euro, no grazie: ecco perchè vietare il rimborso spese per legge sarebbe ingiusto e controproducente

Eleonora Voltolina

Eleonora Voltolina

Scritto il 10 Ago 2011 in Editoriali

Chiusa a fine luglio la pratica del contratto di apprendistato, il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi sul suo blog dà appuntamento a settembre a Regioni e parti sociali «per discutere la parallela rivisitazione dei tirocini formativi e di orientamento - stage - in modo da prevenirne drasticamente gli abusi e valorizzarne le potenzialità quale canale di primo contatto dei giovani col mondo del lavoro». Intento lodevole, sempre che si parta col piede giusto: invece sembra che l'idea sia quella di vietare per legge che gli stagisti vengano pagati.
stagePessima soluzione. Se è vero che uno dei problemi del mercato del lavoro è l'abuso dello strumento dello stage, non è certo penalizzando gli stagisti e le (poche) realtà che si comportano virtuosamente, prevedendo per loro quei piccoli emolumenti chiamati “rimborso spese”, che si migliorerebbe la situazione. Anzi, la si livellerebbe verso il basso. Tagliare proprio la parte virtuosa del fenomeno anziché la peggiore – quella fatta di stage gratuiti - appare ben poco sensato.
Un passo indietro. Lo stage non è un contratto di lavoro, non prevede né retribuzione né contributi, non impegna ad assumere nemmeno in piccola percentuale gli stagisti, e sopratutto la normativa non prevede sanzioni per chi la viola, con il risultato che oggi lo stage è un far west. Come la Repubblica degli Stagisti da anni denuncia, lo stage può essere un concorrente sleale per tutti gli altri contratti dedicati ai "profili junior", primo fra tutti l'apprendistato. Ma pensare che far diventare tutti gli stage gratuiti basterebbe a far crollare il loro utilizzo, perché i ragazzi chiaramente rifiuterebbero, è del tutto velleitario.
Già oggi più della metà degli stage non prevede il becco di un quattrino: eppure i giovani italiani accettano lo stesso. Da una indagine Isfol - Repubblica degli Stagisti emerge infatti che il 52% dei tirocini non prevede nemmeno un euro di rimborso spese, il che non ha certo contribuito a far diminuire il fenomeno. Il risultato degli stage "non retribuiti" è semplicemente quello di obbligare le famiglie a fare ancora sacrifici. Creando tra l'altro fratture classiste tra chi può permettersi anni di "formazione gratuita" rimanendo a carico di papà, e chi non ne ha i mezzi.
Si dovrebbe considerare la pura formazione come compenso del tirocinante? Peccato che uno su tre giudichi «mediocre» o «pessima» la qualità degli insegnamenti ricevuti. E poi, escludendo una trascurabile percentuale di incapaci o lavativi, dopo poche settimane ogni stagista diventa produttivo: questo apporto va riconosciuto attraverso un emolumento, essendo il denaro la misura con cui si valuta una prestazione e il mezzo attraverso cui si pagano affitto, cibo e altre amenità. Tra l'altro, anche senza considerare lo stage una prestazione, vietare il compenso non avrebbe comunque senso: l'esistenza delle borse di studio universitarie sancisce il principio che sia utile sostenere una persona in formazione.
Il terzo dato di fatto è che gli stage gratuiti sono quelli in cui più spesso la qualità formativa è scarsa e la probabilità di essere assunti è bassa; chi invece investe anche economicamente su un giovane è più motivato a trattenerlo attraverso un'assunzione. Lo sbocco lavorativo è importante per gli stage: le imprese lo usano sempre più apertamente per “testare” le nuove risorse, e almeno un terzo delle persone lo fa proprio per trovare un impiego.
L'ultima obiezione scaturisce da una panoramica comparativa con l'estero. È un ritardo sociale incredibile quello italiano: altrove in Europa i giovani vengono incentivati il prima possibile ad entrare in un “circolo retributivo”, e messi in condizione di emanciparsi dalla propria famiglia. In questa ottica in molti Paesi la legge impone di pagare almeno 400-500 euro gli stagisti. Istituzioni come la Commissione e Parlamento europeo garantiscono rimborsi di oltre mille euro al mese; una risoluzione votata l'estate scorsa all'unanimità dal Parlamento Ue chiede chiaramente che tutti gli Stati membri prevedano nelle legislazioni nazionali «un'indennità minima basata sul costo della vita del luogo dove si svolge il tirocinio», per evitare appunto la iattura degli stage gratuiti.
Sarebbe grave che andassimo nella direzione opposta, introducendo un divieto che danneggerebbe  tanto per cambiare solo i soggetti più deboli di questa partita - i giovani. Gli strumenti per depotenziare l'utilizzo scriteriato degli stage e far sì che non siano più concorrenti sleali per altre tipologie di contratto ci sono tutti, basta usarli. Diminuire le durate, moltiplicare i controlli specialmente rispetto alla durata massima e al numero massimo di tirocinanti ospitabili, introdurre sanzioni, limitarne l'utilizzo al periodo di formazione e ai primi 6 mesi dal conseguimento del titolo, impedirne la reiterazione, vietarli nelle imprese in crisi. Queste sì che sarebbero azioni utili per prevenire gli abusi.

Eleonora Voltolina

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