Categoria: Approfondimenti

Treedom, la start-up che ha piantato 250mila alberi in cinque anni

In cinque anni la loro azienda ha permesso di mettere a dimora qualcosa come 250mila alberi. E ora Treedom punta sulla gamification per tornare lì dove tutto è partito: Farmville, il gioco che ha fatto nascere l'idea per dar vita alla start-up, trasferito però nel mondo reale. I due fondatori Federico Garcea (34 anni) e Tommaso Speroni (29), entrambi laureati in Scienze politiche, si sono conosciuti a Firenze in un'azienda che si occupa di ambiente, dove il primo era assunto e il secondo svolgeva un tirocinio.Ad unirli, oltre all'attività quotidiana, la passione per Farmville, gioco che sfidava i partecipanti a realizzare una fattoria. «Ci siamo detti: se ci sono sette milioni di persone disposte a pagare per coltivare alberi virtuali, perché non dovrebbero farlo per piantare degli alberi veri?», ricorda Garcea. All'epoca – era il 2010 – i due stavano lavorando ad un progetto in Camerun «e ci siamo resi conto che in alcune zone del mondo c'è la necessità di lavorare alla riforestazione perché molti alberi vengono abbattuti».Così l'anno successivo hanno dato fondo ai loro risparmi ed hanno investito 30mila euro per dar vita a Treedom, azienda il cui nome è la crasi di tree, albero in inglese, e freedom, ovvero libertà. «Siamo nati come srl, siamo stati una delle prime a diventare start-up innovativa e oggi, visto che abbiamo appena superato i cinque anni di attività, siamo diventati una pmi innovativa». Ma a cosa sono serviti gli incentivi di legge introdotti con il decreto Passera? «Assolutamente a nulla», la risposta tranchant: «lo abbiamo fatto in un momento in cui avevamo un piccolo investitore interessato agli sgravi fiscali previsti dalla norma, ma poi ci ha finanziato prima che potessimo presentare la domanda. Diciamo che risparmiare 300 euro di iscrizione annuale alla Camera di Commercio non ti cambia la vita».Il vero punto di svolta per questa realtà è arrivato dal mercato. Meglio, è avvenuto quando Jovanotti ha deciso di appoggiarsi a loro per rendere la propria tournée a impatto zero. «È stato il nostro primo cliente e ha piantato con noi 12mila alberi. La nostra fortuna è che rispetto ad altre start-up noi un prodotto, anche se rudimentale, lo avevamo pronto da subito». Da lì la strada è stata abbastanza in discesa, costellata di altri successi come un finanziamento da mezzo milione di dollari concesso dalla Rockfeller foundation e della Bill and Melinda Gates foundation.Oggi Treedom opera su due campi. «Da un lato le aziende possono mettere a dimora una foresta. Molte lo fanno per questioni di responsabilità sociale, o per offrire un ecogadget ai propri clienti in occasione di un evento». E poi ci sono i privati: «Possono adottare un albero o regalarlo a una persona cara, magari in occasione di Natale, di San Valentino, di un matrimonio piuttosto che di una nascita». Il tutto con un costo che va dai 6 ai 50 euro a seconda dell'essenza scelta, somma sulla quale Garcea e Speroni trattengono una percentuale che rappresenta il guadagno della start-up. Un modello che funziona, visto che nel 2015 il fatturato ha superato il milione di euro. E da lavoro ad un team di una quindicina di persone: tre a partita Iva «perché svolgono anche altre attività», due assunte con contratto di apprendistato, le altre a tempo indeterminato.Al momento sono dieci i progetti attivi, ovvero le zone del mondo nelle quali si può piantare un albero attraverso Treedom. «Ne abbiamo cinque in Africa, uno in Argentina, uno ad Haiti e ne stiamo lanciando tre in Italia con le cooperative di Libera Terra in Campania e in Sicilia». In questo modo le piante sono “buone” due volte: assorbono CO2 e lo fanno su terreni confiscati alla criminalità organizzata. Il prossimo passo, oltre a quello di inserire un elemento di gamification sul portale, così da renderlo ancora più accattivante per gli utenti, è l'internazionalizzazione: «stiamo iniziando ad esplorare il mercato estero e stiamo raccogliendo dei fondi in questo senso». Così che anche nel resto del mondo sia possibile “regalare” un albero grazie al lavoro di questa start-up italiana.Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.it 

La certificazione linguistica migliore da avere in curriculum? Si chiama Ielts

Se fino a qualche tempo fa era un “di più” nel curriculum, oggi la conoscenza della lingua inglese è quasi data per scontata dai selezionatori del personale. Così sul mercato cresce il numero delle certificazioni. Toefl, Ielts, Advanced, Proficiency, Trinity: sono tantissime, come fare a districarsi e capire qual è quella giusta da fare? La Repubblica degli Stagisti ha cercato di capirne qualcosa in più con Benedetta Manghi, proprietaria di English Corner, scuola milanese specializzata in corsi individuali di lingua inglese. Che non ha dubbi: la certificazione migliore è l’Ielts. «È quella più richiesta al momento, creata da Cambridge come corrispondente inglese dell'americano Toefl. In passato in pochi facevano l’Advanced o il Proficiency mentre tutti si buttavano sul Toefl. Così Cambridge ha pensato di aggiungere alla sua rosa di offerta questo test, che ha una validità di soli due anni [come il Toefl, ndr]. Va bene quindi quando si devono fare domande per borse di studio o per stage, o quando sono richieste certificazioni con un risultato recente. E poi, passati i due anni, si può mettere comunque il test nel curriculum tutta la vita», spiega Manghi.  Il vantaggio principale dell'Ielts è che non c’è una bocciatura, quindi si porta comunque a casa un risultato e in base alla griglia europea di livello linguistico si può capire qual è il proprio: se ad esempio un A2 o un B1. «Di solito le università chiedono un punteggio minimo che va dal 6,5 al 9 per l’Ielts. E teniamo presente che per 6,5 intendiamo un B2 forte, quasi un C1. Rispetto agli altri esami, l'Ielts lo si prende. Ed è un passaporto: tutte le persone che devono lavorare a un certo livello in Europa ce l’hanno».Per farlo, però, è necessario che le basi linguistiche siano buone, perché non vale la pena prenderlo con un punteggio basso. E bisogna affidarsi a delle buone scuole di lingua.  «Preparare esami di questo tipo per conto proprio è difficile» spiega Manghi. «Per quelli di Cambridge come l’Advanced e il Proficiency è addirittura impossibile, perché da soli non si ha la correzione dei temi e poi c’è la sezione dello use of English che è una cosa che ti massacra. Per l’Ielts c’è il nodo duro dello scritto, che qualcuno deve correggere, e la tempistica su cui esercitarsi oltre alla correzione sul parlato. Da noi con English Corner abbiamo la formula delle lezioni individuali, a domicilio, mentre in molte altre scuole ci sono i corsi di gruppo. Ma è importante avere una guida, perché i testi non raccontano come viene fatto l’esame». Se, quindi, un giovane per esempio milanese volesse fare il test Ielts con English Corner, «la nostra è un’offerta particolare rispetto alle altre: sono corsi individuali, da 10 ore a 390 euro. Oltre alle ore di lezione, comprese nel prezzo c’è la correzione dei temi che lo studente può mandare via mail all’insegnante durante il periodo del corso. Se poi ci sono ad esempio due amici che vogliono studiare insieme e risparmiare, allora possono mettersi d’accordo e in quel caso il costo è di 420 euro, quindi 210 a testa. Ed è anche un ottimo lavoro, perché c’è l’esercizio di conversazione. Compreso nel prezzo c’è una lezione gratuita per vedere il livello di partenza». Se, invece, un giovane volesse tentare la strada dello studio da autodidatta allora avrebbe «il costo del libro, intorno ai 40 euro, e i 210 euro di iscrizione all’esame». Altre scuole su cui orientarsi, sempre a Milano, sono il British council, la British school e International house. In tutti questi casi i corsi sono di minimo 10-12 persone, con corsi quindi non personalizzati. Nel caso del British Council i corsi di 30 ore di preparazione Ielts costano 790 euro e possono essere sia in modalità rapida, quindi condensati in lezioni giornaliere per due o quattro settimane, sia in modalità standard quindi distribuiti in due mesi. Diverso il costo nella sede di Napoli: per quello di 30 ore accademiche in modalità intensiva, dal lunedì al venerdì, si pagano 550 euro, mentre il corso di 45 ore con un appuntamento settimanale per quattro mesi costa 710 euro. Prezzi ancora differenti nella Capitale: i corsi romani in partenza da settembre vanno dai 395 euro per 15 ore, ai 965 per il corso intensivo di 45 ore in quindici giorni, ai 950 euro per quello sempre di 45 ore ma distribuito in quattro mesi. La British School, invece, offre a Milano corsi di dieci settimane di preparazione Ielts per un totale di 27 ore a 475 euro, a cui vanno aggiunti 95 euro di iscrizione e materiale didattico. La sede a Torino offre corsi di preparazione agli esami Cambridge di 60 ore a 790 euro, che possono variare in base al numero dei partecipanti. Mentre per i corsi in partenza a settembre la sede di Vicenza offre un corso standard di 13 incontri a 299 euro o un corso intensivo di sei incontri a 199 euro. International House offre nella sede di Milano un corso base di otto settimane per un totale di 24 ore frontali in classe a 499 euro, a cui va aggiunta la quota di iscrizione di 90 euro. La scuola offre anche un mini corso per apprendere l’essenziale per l’esame Ielts composto da 4 seminari di 2 ore e mezzo ciascuno a 215 euro. Sempre IH organizza a Roma un corso di otto settimane per l'esame Ielts al costo di 470 euro più 80 di iscrizione. Ma per chi si sente preparato è possibile anche fare un corso di sole quattro settimane a 175 euro.I prezzi insomma variano da città a città e da scuola a scuola, e per avere una idea chiara dell'esborso non bisogna dimenticare di aggiungere i circa 220 euro per l'iscrizione all'esame vero e proprio. Il consiglio è di verificare la serietà delle scuole e il rapporto tra prezzo e numero di ore, oltre a mettere in conto che quando il corso prevede un alto numero di iscritti il docente non potrà dedicare molto tempo ai singoli. Per questo i corsi individuali o con pochi studenti sono in generale da preferire a quelli con tante persone.«Importante è poi avere un placement test iniziale per organizzare la tabella di marcia, come facciamo noi di English corner». E se il risultato dovesse essere basso, il consiglio è «di imparare prima bene l’inglese. Perché solo quando si hanno le basi comunicative, grammaticali e sintattiche si può studiare per una certificazione. E se anche in questo caso il livello restasse basso allora suggerirei di fare il Pet di Cambridge». Anche se fino a qualche anno fa era un titolo da mostrare, mentre oggi, ci tiene a precisare Manghi «fa un po’ sorridere se lo si mette in un curriculum».L’Ielts è comodo anche perché è un certificato riconosciuto in tutta Europa, da qualsiasi università, e in due mesi si riesce a prepararlo. Mentre il suo corrispondente di Cambridge, l’Advanced, che è senza scadenza, richiede una lunga preparazione con il rischio di essere bocciati e non ottenere alcun titolo.Se invece si prevede di andare negli Stati Uniti allora «la certificazione più richiesta è il Toefl, a mio avviso l’esame meno raffinato. È molto veloce, si fa tutto online e sono molto severi. Ma l'Ielts vince comunque dal punto di vista didattico, perché è di livello superiore. E se hai questo riesci tranquillamente a fare anche il Toefl». Ci sono anche le altre certificazioni di Cambridge, come il Pet, il First, l’Advanced e il Proficiency. «Gli ultimi tre sono tutti molto buoni, mentre il primo non più, quantomeno per gli adulti. Anche il Trinity ha diversi punti negativi, e bisogna ricordare che gli esaminatori in tutte queste certificazioni sono diventati negli ultimi tempi molto più severi».Resta però un’importante differenza: «Quando si fa una ricerca del personale la parola “Ielts” è una di quelle che viene cercata automaticamente nei curricula e che non dovrebbe mai mancare per non essere esclusi a priori. Il consiglio è di non uscire mai sul campo del lavoro senza avere un certificato con un livello alto. E l’Ielts è perfetto perché è rapido, si rischia poco, ha una sessione tutti i mesi e non costa molto». Il segreto, comunque, è di allenarsi tanto. In particolare sullo scritto, dove gli italiani hanno più problemi perché non sono abituati ad essere concisi, e nello use of English, dove sbagliano perché abituati a una struttura mentale più complessa. Il suggerimento è di «rispondere la cosa più banale». Ma lo studio e la certificazione linguistica restano fondamentali: «La conoscenza buona dell’inglese unita a un’esperienza all’estero oggi in sede di selezione del personale fanno la differenza», spiega Benedetta Manghi. «La grande maggioranza degli iscritti ai nostri corsi l’ha fatto perché gli era stato richiesto in sede di colloquio. E lo capisco. Al giorno d’oggi c’è bisogno di grande plasticità e chi assume ha bisogno di sapere che la persona non è solo brava ma ha anche una personalità duttile. Per questo un giovane che non ha mai studiato le lingue, che non ha avuto un’esperienza all’estero e affrontato la difficoltà del vivere lontano da casa, perderà sempre il confronto con chi tutto questo l’ha sperimentato. Ed è importante sottolineare questo aspetto ai giovani che si affacciano sul mondo del lavoro».Marianna Lepore

“Tanto in pensione non ci andremo mai”? Bando ai disfattismi, guida pratica sulla pensione integrativa

Secondo un’indagine del Censis, nel 2014 gli under 35 italiani hanno avuto un reddito di 22.900 euro all’anno di media, circa 7mila in meno dei propri genitori, con un 60% di loro “a rischio povertà”. A complicare ulteriormente il quadro, l’allarme di Tito Boeri, presidente dell’Inps, che pochi mesi fa ha dichiarato che i «nati negli Anni ’80 rischiano di essere una generazione perduta» Dal suo osservatorio, il principale istituto di previdenza Italiano, Tito Boeri vede una generazione che difficilmente potrà andare in pensione e ricevere un assegno dignitoso. E allora cosa possono fare adesso i giovani che cominciano ad affacciarsi al mondo del lavoro?Una risposta, per quanto parziale, sta nei fondi pensione integrativa. «Si tratta di forme previdenziali nonstatali che si affiancano alla previdenza statale» spiega alla Repubblica degli Stagisti Michel Martone, ordinario di Diritto del Lavoro presso la Luiss di Roma e già viceministro del Lavoro nel Governo Monti «che possono essere aperti o chiusi». I fondi pensione chiusi, o negoziali, sono quelli che vengono costituiti da accordi tra società e sindacati. I fondi pensione aperti, invece, sono a disposizione di tutti e funzionano in due modi: con il versamento del tfr (il trattamento di fine rapporto) o con il versamento di una quota mensile che porterà, poi, a costituire la pensione integrativa.Nel caso si scelga di versare il tfr, bisogna sapere che i versamenti saranno graduali. Non è un caso che la documentazione della Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensioni parli di “flusso di tfr”. Esso viene calcolato dividendo per 13,5 lo stipendio annuale, che viene così sommato fino a costituire la somma che corrisponde al trattamento di fine rapporto. Scegliendo di destinare il tfr a un fondo pensione si decide di versare annualmente la somma che sarebbe stata accantonata in vista della fine del rapporto di lavoro.C'è da dire che i fondi pensione non sono molto diffusi tra i giovani. Purtroppo, non esistono dati assoluti sulle posizioni di previdenza complementare aperte da under 35. Dagli ultimi dati, relativi al 2014, emergeva che i giovani tra 19 e 34 anni rappresentavano solo il 16,6% dei quasi 6 milioni e mezzo di aderenti ai fondi pensione, sia aperti che chiusi. L'ufficio stampa della Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione specifica che, nonostante i dati 2015 non siano ancora usciti – sono cambiati i metodi di rilevazione rispetto all’anno precedente – le cifre disponibili sono comunque affidabili, vista la stabilità del mercato della previdenza integrativa. Si parla comunque di oltre 1 milione di under 35 che si stranno costruendo questo tipo di pensione: non pochissimi.Come funziona il meccanismo di accantonamento e guadagno? I fondi pensione non sono delle casseforti chiuse dove si depositano dei soldi che rimangono lì: le banche li investono e, a seconda del fondo, possono investire in azioni, obbligazioni ed altri prodotti finanziari – derivati inclusi - in modo da ottenere una rendita. La rendita è la garanzia che i risparmi non si svalutino, in modo da mantenere intatto il potere d’acquisto del capitale nel tempo.Il vantaggio della previdenza integrativa è che è deducibile dalle tasse fino ai 5.164 euro, anche se questo vantaggio non si applica nel caso in cui sia un’altra persona a pagare le rate. Se per esempio un parente volesse regalare la previdenza integrativa a un altro membro della famiglia, potrebbe usufruire della deducibilità solo nel caso in cui il familiare beneficiario fosse fiscalmente a suo carico.Dal punto di vista della affidabilità dell'investimento, i fondi pensione sono separati dal patrimonio delle società che li promuovono, offrendo una garanzia in più visti i chiari di luna del sistema finanziario italiano. Il problema è che il rendimento dei fondi pensione, quando non sono garantiti, è deciso dalle performance dei titoli nel portfolio del fondo.La Commissione di Vigilanza obbliga a fornire dei simulatori che mostrino come funzionerà il fondo negli anni di sottoscrizione e il conseguente “Progetto semplificativo personalizzato”. Secondo uno di questi simulatori un ragazzo, lavoratore dipendente, nato nel 1987, che guadagna oggi 22.900 euro l’anno, versandone 1200 nei dodici mesi in un fondo al 50% azionario, al raggiungimento dei 66 anni – con uno stipendio aumentato, anno dopo anno, fino ad arrivare nel 2054 a circa 45mila euro annuali – otterrebbe una rendita di 2.800 euro all'anno, cioè 230 euro al mese. Questa cifra andrebbe a integrare una pensione di 28mila euro l’anno, ammesso che i requisiti per andare in pensione rimangano quelli attuali e che si lavori in continuità fino alla pensione. Ovviamente i 230 euro al mese arriveranno a patto che il mercato non crolli come fece nel 2008.In effetti un documento della Commissione di Vigilanza sui Fondi pensione del 2009 mette in evidenza come l’andamento dei mercati finanziari, al tempo, avesse duramente colpito i rendimenti della previdenza complementare italiana. Infatti, recita il documento: «Il rendimento dei fondi pensione negoziali e aperti è stato pari, nel complesso, a circa il –8 per cento».Nel caso in cui si resti disoccupati, i fondi pensione aperti non obbligano i sottoscrittori a versare la propria quota anche quando non lavorano; anzi funzionano quasi come un’assicurazione. Per esempio, se si affronta un periodo di disoccupazione superiore a 48 mesi, si può riscattare il 100% della quota del fondo pensione, o il 50% se il periodo in cui non si lavora è inferiore.Aderire a un fondo è una scelta importante che va ben meditata e richiede dei passi preliminari. Il primo: farsi una discreta cultura finanziaria, capendo, per esempio, la differenza tra un’obbligazione e un’azione. Secondo il Rapporto 2015 della Commissione di Vigilanza sui fondi pensione, la cultura finanziaria tra i giovani non è molto diffusa. Per cui prima di cimentarsi con questi strumenti così complicati è bene informarsi su quello che si va ad acquistare.Il secondo passo è quello di leggere attentamente le note informative e capire cosa c’è all’interno dei fondi, come sono bilanciati tra i vari titoli e, soprattutto, verificare che l’importo scelto nel canone mensile non sia troppo elevato rispetto ad uno stipendio che, nei primi anni di carriera, probabilmente si aggira intorno ai 1000-1200 euro mensili. Una volta sottoscritto, è bene non dimenticarsene e lasciarlo senza manutenzione. Per questo, bisogna prestare molta attenzione alle comunicazioni relativa al proprio fondo pensione e, soprattutto, instaurare un rapporto franco con il promotore finanziario con cui si è sottoscritto il piano di previdenza integrativa.Ma in definitiva: conviene o no sottoscriverlo? Secondo Michel Martone «è difficile decidere, visto che gli stipendi medi dei giovani sono molto bassi. Purtroppo» continua «non c’è una cifra minima in base alla quale convenga dotarsi di un fondo pensione». Secondo il professore infatti «il fatto che le pensioni pubbliche si riducano incentiva i giovani a iscriversi ai fondi pensione. È per questo che, nonostante i bassi stipendi, conviene sempre mettere da parte qualcosa in vista della vecchiaia».Francesco Piccinelli Casagrande

Garanzia giovani, luci e ombre sulla seconda fase del programma in Toscana e Lazio

Dal marzo del 2016 ha preso il via la seconda fase della Garanzia Giovani che ha introdotto un’importante novità per quanto riguarda il finanziamento dell’indennità del tirocinio. Perché ora il soggetto ospitante ha tra i suoi obblighi anche quello di erogare una quota di compartecipazione dell’indennità di tirocinio. Un cambiamento molto importante perché ha lo scopo di dare all’azienda più responsabilità. Ma il cofinanziamento non è una totale novità nel panorama italiano. In Toscana, infatti, è stato reso obbligatorio già a partire dal 2011 con la legge regionale 32/02, in occasione del Progetto Giovanisì, ed è stato poi esteso anche ai tirocini attivati nell’ambito di Garanzia Giovani (partita a maggio 2014).«Nella seconda fase della Garanzia Giovani, quindi dal primo marzo 2016, si sono iscritti alla Garanzia 6.407 giovani e da allora fino alla data del 7 giugno 2016 ne sono stati assunti 138 con un contratto di lavoro a tempo indeterminato», dice alla Repubblica degli Stagisti Paolo Baldi, direttore del settore istruzione e formazione della regione Toscana. Qui al momento non risultano ritardi nei pagamenti, perché è l’azienda ospitante che paga direttamente il giovane e a conclusione del percorso di tirocinio è rimborsata per il 60% dell’importo dalla Regione. «I pagamenti avvengono a rimborso, a seguito della dimostrazione da parte del soggetto ospitante dell’avvenuto pagamento nei confronti del tirocinante. In questo modo non si verificano ritardi. Ed entro il 2016 saranno liquidati tutti i tirocini dei bandi Garanzia giovani». In Toscana la Regione rimborsa l’azienda di 300 euro sui 500 previsti al mese per lo stagista; nel caso in cui il soggetto sia svantaggiato o disabile, il contributo regionale copre l’intero esborso dell’impresa.Diversa la situazione nel Lazio, regione che nella prima fase si è distinta particolarmente per i ritardi nei pagamenti delle indennità, dove ora Regione e aziende si dividono mensilmente la spesa per pagare l’indennità al tirocinante. Quindi se prima i 500 euro venivano pagati tutti dalla Regione (tramite l’Inps), ora questa ne mette solo 300 e i restanti 200 arrivano obbligatoriamente dall’azienda ospitante. I molti ritardi nei pagamenti evidenziati nei mesi precedenti sembrerebbero superati, almeno così assicurano dall’assessorato: «All’inizio i tanti tirocini partiti tutti insieme ci hanno creato dei problemi, ma siamo corsi al riparo con una vera e propria task force che si occupa solo delle procedure per il pagamento. Dal 1 ottobre 2014 al 30 aprile 2016, dei 16.017 giovani che hanno diritto ad una indennità, il 90% – quindi oltre 14mila – sono stati autorizzati al pagamento per tutte le mensilità richieste» puntualizzano dall’ufficio della direzione lavoro dell’assessorato al lavoro della Regione Lazio: «Dei restanti, 1350 sono stati pagati parzialmente e sono in corso controlli sulla documentazione e 347 non risultano ancora pagati per mancanza di documentazione».La causa dei ritardi accumulati in passato sarebbe la «procedura dettata dall’Europa, che è abbastanza complicata» e consiste nell’invio da parte del cpi, al termine di ogni bimestre, di tutta la documentazione poi trasmessa all’area controllo per le verifiche prima di trasmettere i dati all’Inps. «A questo periodo di tempo deve aggiungersi anche quello necessario perché il bonifico giunga all’indirizzo del tirocinante. Ma con la fase due è stata introdotta la possibilità di chiedere l’accredito tramite Iban, accelerando quindi i pagamenti». Possibilità che la direzione lavoro della Regione Lazio assicura di aver agevolato anche nella prima fase, «per gli utenti che per ragioni eccezionali ne abbiano fatto richiesta», e che con l’avvio della seconda fase «è stata generalizzata per tutti coloro che volessero farvi ricorso».E se un'azienda si rifiutasse di sborsare al tirocinante la sua quota? Su questo punto un lettore della Repubblica degli Stagisti ha raccontato sul Forum che il suo soggetto ospitante, nel Lazio, gli ha chiaramente detto che non pagherà la sua quota, asserendo di non avere le risorse. Una situazione che Pietro Orazio Ferlito, il dirigente responsabile di Garanzia Giovani nel Lazio, definisce «di estrema gravità», ma assicura alla Repubblica degli Stagisti che segnalazioni di questo tipo in Regione non sono mai arrivate. «I giovani hanno un tutor, un soggetto che ha promosso il tirocinio. Quindi è giusto che si rivolgano a questi, che sono cpi o enti accreditati. Ma anche noi siamo pronti a raccogliere qualsiasi segnalazione. E useremo i metodi più duri che abbiamo, d’altronde sul nostro avviso sono previste proprio le applicazioni di alcune sanzioni verso le aziende scorrette».Quindi sia Ferlito sia l’assessorato della Regione invitano, anche attraverso la Repubblica degli Stagisti, a segnalare questi episodi perché i giovani hanno diritto all’indennità e perché l’ente ha gli strumenti per evitare scorrettezze. Visto che può infliggere «una sanzione amministrativa proporzionata alla gravità dell’illecito che va da un minimo di 1000 euro a un massimo di 6mila, oltre ad avere la facoltà di non consentire l’attivazione di ulteriori percorsi di tirocinio».Ma in definitiva cosa raccontano i numeri sull’andamento della Garanzia giovani? In Toscana «il target iniziale previsto era raggiungere 55mila neet, numero ampiamente superato visto che ne sono stati raggiunti 95mila. I giovani presi in carico dai cpi sono oltre 46mila e di questi risultano inseriti nel mercato del lavoro 27.533. Oltre 12mila con tirocini, 6600 con contratti di apprendistato, più di 4mila con contratti a tempo determinato e 3.800 a tempo indeterminato. Quindi circa il 60% dei giovani presi in carico dai cpi della Toscana ha ottenuto un’opportunità di lavoro». E in base alle valutazioni fatte risulta che oltre il 50% dei giovani che ha svolto un tirocinio in questa regione ha avuto un contratto di lavoro nei successivi sei mesi.Nel Lazio, invece, dove secondo il rapporto annuale sulle comunicazioni obbligatorie recentemente pubblicato dal ministero del lavoro c’è stato un incremento del 79% del numero di tirocini extracurriculari attivati nel 2015 rispetto al 2014 (contro un solo +17,5 della Toscana), il tasso di assunzione è più basso. «Al primo luglio 2016 risultano firmati 5.163 contratti di lavoro, tra tempo indeterminato, apprendistato o tempo determinato superiore a sei mesi, in seguito a tirocini attivati nell’ambito della Garanzia giovani. Parametrando il numero di contratti attivati rispetto ai tirocini conclusi nell’arco dei due mesi precedenti all’attivazione del contratto, si registra un tasso di assunzione post tirocinio pari al 30% del totale». Dall’inizio della fase due della Garanzia, le adesioni totali in questa regione «sono state 13.841 e 10.798 i giovani presi in carico, per un totale di 5.388 tirocini extracurriculari attivati in questa fase. Senza fare distinzioni tra fase 1 e fase 2, al 1° luglio sono stati presi in carico oltre 65mila giovani, di cui 36mila hanno scelto la misura del tirocinio», fanno sapere dalla direzione lavoro dell’assessorato al lavoro della Regione. Mentre «il totale dei contratti firmati da giovani che hanno usufruito di una delle misure della Garanzia giovani è di 8.961».Alla data del 1 luglio la spesa autorizzata dalla Regione Lazio per le indennità di tirocinio è pari a 49 milioni e 284mila euro mentre la spesa sostenuta per i bonus occupazionali concessi in favore delle aziende per i 5.163 giovani che al 1 luglio sono stati assunti in seguito a un tirocinio attivato in ambito Garanzia giovani è di 7 milioni 756mila 296 euro. In Toscana, invece, alla data del 7 giugno le istanze sul superbonus confermate dall’Inps sono state per 138 giovani con un contratto di lavoro a tempo indeterminato dopo aver svolto un tirocinio extracurriculare in Garanzia Giovani, per un importo pari a 1 milione 109mila 408 euro. Per quanto riguarda la misura 9 bonus occupazionale, quelli occupati dall’inizio del programma al 7 giugno 2016 sono stati 3.848, mentre dall’inizio della seconda fase i giovani iscritti alla Garanzia sono 6.407. Circa il 60% di quelli presi in carico dai cpi toscani ha ottenuto un’opportunità di lavoro.Cosa dicono quindi i dati? Che gli incentivi forse non bastano. La fase due di Garanzia Giovani ha introdotto un importante cambiamento, l'obbligo di cofinanziamento dell'indennità che dovrebbe responsabilizzare le aziende e spingerle ad assumere con più frequenza i tirocinanti: per la Toscana non è stata una novità, mentre per il Lazio certamente sì. Ma i meccanismi di erogazione del servizio, di attivazione delle misure a favore degli iscritti, e di follow up possono essere certamente ancora migliorati. Marianna Lepore

Garanzia Giovani, cambia il meccanismo per pagare i tirocini: ora le aziende “cofinanziano” l'indennità

Con la fine del 2015 la Garanzia giovani è entrata nella sua seconda fase, introducendo delle importanti novità per quanto riguarda il finanziamento dell’indennità di tirocinio. Se precedentemente era finanziata dalle Regioni (nella maggior parte dei casi tramite l’Inps) con fondi comunitari, con l’avvio della seconda fase dal marzo 2016, è previsto tra gli obblighi del soggetto ospitante l’erogazione di una quota di compartecipazione dell’indennità di tirocinio. Un cambiamento notevole che ha lo scopo di responsabilizzare l’azienda. Perché se non ha più lo stagista gratis a spese delle Regioni, ma è obbligata a corrispondergli una somma mensile, sarà più incentivata a dargli vera formazione e un futuro inserimento lavorativo alla fine del tirocinio.Il cofinanziamento o “compartecipazione” prevede una quota pubblica a carico della Regione e una quota privata stabilita su base regionale: ecco spiegato perché lungo lo stivale si hanno tante modalità diverse.In Lombardia dove l’indennità minima è di 400 euro lordi al mese, si tende a premiare la durata. «Al fine di accelerare la fruizione dell’indennità da parte del tirocinante», si legge sul sito, la Regione «chiede al soggetto ospitante o promotore di anticiparne l’erogazione. Al momento della comunicazione di conclusione del tirocinio, Regione Lombardia provvede al rimborso della indennità anticipata». Per un tirocinio di 4 mesi l'azienda eroga al ragazzo 1600 euro complessivamente, avendone poi indietro 400 dalla Regione (in questo caso dunque la Regione partecipa per un 25% al finanziamento dell'indennità); per un tirocinio di 5 mesi ne eroga 2mila, avendone indietro 800 (pari al 40%); per un tirocinio di 6 mesi ne eroga 2.400, avendone indietro 1.200 (arrivando così al 50%). In Piemonte il cofinanziamento regionale arriva solo dal quarto mese per tirocini che durino effettivamente sei mesi:  in questo caso dopo i primi 90 giorni l’indennità di 600 euro al mese viene erogata dalla Regione tramite l’Inps. Mentre l’indennità dei primi mesi è a carico dell’azienda che viene resa più «consapevole dell’importanza del tirocinio e incentivata a investire sul giovane». Ma attenzione, non tutti i tirocinanti di Garanzia Giovani hanno qui diritto al confinanziamento: la Regione ha deciso di riconoscere «il contributo pubblico» solo «per tirocini di 6 mesi» e solo se attivati nei confronti «di giovani disoccupati (ex art.19 del D.lgs. n. 150/2015), unicamente per  tirocini  a  tempo  pieno,  registrati  nel  SILP  con  stati  occupazionale  D  (disoccupato)  e  I  (inoccupato)». Invece  «non  sono  ammessi  al  contributo  pubblico i giovani in stato occupazionale D2 (precari) e D4 (sospesi); o di giovani svantaggiati (ai sensi dell’art. 7 DGR n. 74/2013), per tirocini a tempo pieno e a tempo parziale». In Friuli Venezia Giulia con un decreto di fine maggio è stata confermata un’indennità di partecipazione per il tirocinante che va dai 300 ai 500 euro, a seconda dell’impegno orario richiesto, di cui il 40% a carico del soggetto ospitante. Si tratta, però, di una «remunerazione a risultato per il soggetto promotore a conclusione del tirocinio».  Significa quindi che è l’azienda ad anticipare i soldi, ed eventualmente subire i ritardi dei rimborsi regionali, salvo poi ottenere attraverso il Piano integrato di politiche per l’occupazione e il lavoro (Pipol) della Regione un rimborso che va dai 200 ai 500 euro in corrispondenza della distanza dal mercato del lavoro del tirocinante (da bassa a molto alta).In Veneto è stata ridotta la quota di indennità a carico del fondo Garanzia Giovani per un massimo di 300 euro, erogati direttamente dall'Inps, lasciando i restanti 100 a carico dell’azienda ospitante. Quota che può anche essere sostituita dall'erogazione di buoni pasto o mensa. L’indennità di tirocinio a carico del Programma Garanzia Giovani non può comunque essere superiore ai 1800 euro in tutto il periodo. E nel caso il tirocinio non abbia un impegno orario superiore alle 80 ore mensili, entrambe le quote, a carico dell'Inps e dell'azienda, possono essere ridotte del 50%. In Liguria l’indennità di partecipazione è di 500 euro mensili per un massimo di sei mesi e in questo caso è divisa mensilmente tra i 300 euro a carico dell’inps e i 200 a carico dell’azienda ospitante. In Emilia Romagna l’indennità minima per il tirocinante è di 450 euro di cui 300 finanziati da Garanzia giovani e il restante dalle aziende ospitanti. Dal 23 maggio, però,  le risorse europee sono state esaurite e in attesa di rimodulare la convenzione con il ministero per utilizzare altri fondi, è stato sospeso il finanziamento del 70% dell’indennità lasciando quindi interamente al soggetto ospitante la copertura della somma. La Toscana, da sempre all’avanguardia con il cofinanziamento tra azienda e regione, lascia all’azienda il pagamento dei 500 euro mensili salvo poi, a conclusione del periodo di stage e dell’avvenuto pagamento, rimborsare di 300 euro l’impresa. In Umbria è previsto un finanziamento di 300 euro da parte della regione e 200 dall’azienda, ma a seguito dell’esaurimento delle risorse sono state sospese nuove convenzioni di tirocinio e si è iniziato a usare convenzioni preesistenti senza cofinanziamento con un’indennità massima di 500 euro a carico di Garanzia giovani.Anche nel Lazio con il nuovo avviso della fase II è stata prevista una compartecipazione dell’indennità di tirocinio tra azienda e Regione. Quindi dei 500 euro mensili, 300 sono erogati dalla Regione e i restanti 200 da parte dell’azienda, che può anche decidere di aumentare la cifra. Entrambe le quote vengono corrisposte mensilmente, quella della Regione, a carico del PAR Lazio, è versata dall'Inps attraverso bonifico, quella dell'azienda è versata sempre mensilmente attraverso bonifico o assegno circolare.  In Campania i giovani hanno diritto a un’indennità di partecipazione «pari a 500 euro mensili per un massimo di sei mesi», in aumento quindi rispetto al regolamento regionale del 2013 che ne prevedeva 400. Dei 500 previsti, la Regione ne copre 300 euro per l’indennità del tirocinio da fondi Pon Iog mentre i restanti sono a carico dell’azienda ospitante. Mentre in Basilicata è prevista un’indennità mensile lorda di almeno 600 euro, di cui 450 a carico della Regione e i restanti 150 pagati direttamente dall’azienda ospitante al tirocinante, oltre ai costi per le assicurazioni obbligatorie. Un passo avanti, quindi, rispetto alla formula precedente che prevedeva un’indennità mensile non inferiore ai 450 euro.La Calabria ha, invece, un’indennità di 400 euro mensili che viene suddivisa in «300 a carico della Regione come soglia massima di contributo pubblico» erogato dall’Inps e «100 dalle aziende ospitanti come cofinanziamento privato» erogato mensilmente. Entrambe le quote sono erogate a condizione che il tirocinante abbia maturato almeno il 70% delle ore previste ogni mese nel progetto formativo. In Puglia, per i tirocini attivati dal 1° marzo l’indennità di partecipazione di 450 euro è suddivisa in 300 euro erogate dall’Inps a carico del PAR Puglia Garanzia Giovani e 150 minimo a carico del soggetto ospitante, che può decidere anche di aumentare la cifra, e che provvede ad erogarla con cadenza mensile. Questo il quadro, dunque, della distribuzione delle indennità lungo lo Stivale dopo l’avvio della seconda fase della Garanzia giovani. Quasi ogni Regione ha una modalità diversa, e non sono differenze di poco conto: è proprio dalla modalità di erogazione dei rimborsi che discende la attribuzione di “responsabilità” in caso di ritardo nei pagamenti.Marianna Lepore

Splitit, la startup che ha reso possibile la colletta digitale

Raccogliere fondi per una causa benefica o anche solo per un regalo ad un amico? Oggi si può fare in Rete grazie a Splitit, start-up fondata a Catania dal 33enne Carlo Graziano. Un ex expat, un cervello di ritorno: partito per l'Australia subito dopo la laurea in Economia per lavorare e proseguire la sua carriera di giocatore professionista di pallanuoto, che anche oggi gli permette di mantenersi in attesa di essere stipendiato dalla sua azienda.Proprio in Australia è nata l'idea per Splitit: «Nei Paesi anglosassoni si usano molto queste cene per raccogliere fondi, eventi cui partecipano anche 400 persone», racconta alla Repubblica degli Stagisti: «Con il fatto che ero italiano risultavo simpatico a tutti, e dunque ero sempre io a dovermi occupare di invitare le persone e di raccogliere i soldi: mi capitava poi di trovarmi con 40mila dollari in contanti nel cassetto!».Problema che non avrebbe avuto se fosse esistita una piattaforma sulla quale versare il denaro. Un sito per le collette digitali, che è esattamente quello che Graziano ha cominciato a progettare quando nel 2012 motivi familiari lo hanno riportato in Sicilia. Il meccanismo alla base di Splitit è molto semplice: si crea una raccolta fondi, che può essere pubblica se si tratta di beneficenza o privata se l'obiettivo è una lista nozze oppure un regalo di compleanno: da quel momento in poi è possibile effettuare le donazioni. Niente a che vedere con il crowdfunding, visto che non sono previste ricompense per chi versa denaro e i soldi vengono liquidati anche se non si raggiunge l'obiettivo. Alla somma viene solo applicata una commissione del 2%, che rappresenta la fonte di guadagno per la startup.Fondata nel 2013, operativa on line dal febbraio 2014, la creazione di Splitit ha richiesto un investimento iniziale di 20mila euro, soldi che Graziano ha messo di tasca sua. A novembre dello scorso anno è stata rilasciata una nuova versione del sito realizzata grazie ad un finanziamento bancario da 100mila euro. «Si tratta di fondi per startupper under 35 per i quali il Mise fa da garante [attraverso il Fondo centrale di garanzia, ndr] e che vengono erogati dopo una valutazione del business plan da parte dell'istituto di credito». Queste risorse hanno permesso, oltre ad avere due grafici che collaborano con la start-up, anche di assumere una community manager.Si tratta di Giulia Tumminelli, 26enne laureata, entrata in azienda grazie al programma Garanzia Giovani. «In generale, secondo me, GG non ha funzionato», spiega la diretta interessata, «ci sono tanti che ancora aspettano mesi di rimborsi, io stessa sono in attesa di due mensilità. Diciamo che però nonostante tutto io sono stata fortunata: ho avuto una bella esperienza e sono stata assunta, ma il mio è purtroppo un caso isolato e raro». Perché però ha deciso di percorrere questa strada? «Ero da poco reduce da un'altra esperienza lavorativa, anche quella molto interessante, ed ero in cerca di una nuova occupazione. Mi è sembrata un'ottima opportunità quella di svolgere un tirocinio di sei mesi per poi probabilmente essere assunta». Una possibilità che per Tumminelli si è trasformata in un contratto a tempo indeterminato.È anche su di lei che fa affidamento Graziano per lo sviluppo futuro di Splitit. Al momento l'azienda sta cercando un finanziamento da 150mila euro per un piano promozionale della durata di due anni. Fino ad oggi questa start-up si è fatta conoscere investendo in pubblicità su Google e Facebook e scambiando banner, ad esempio, con siti di wedding planner. Proponendosi, cioè, come la piattaforma sulla quale gestire la raccolta fondi per una lista nozze o una lista viaggio. Finora funziona: «L'anno scorso abbiamo gestito campagne per un totale di 70mila euro: da quando a novembre è andata online la nuova versione del sito ad oggi siamo passati a 220mila. Di cui 100mila solo negli ultimi tre mesi». I numeri crescono, ma per arrivare al pareggio di bilancio ci vorranno ancora dai dodici ai diciotto mesi. Anche per questo si lavora già all'internazionalizzazione: «A novembre tornerò in Australia per vedere se c'è la possibilità di lanciare Splitit anche da quelle parti».Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.it 

Innovazione e competenze in Italia, quanto sono «digitali» aziende e candidati?

Oltre a essere un termine molto usato e spesso abusato nel mondo della politica e dell’economia, l’innovazione è oggi un’esigenza sempre più concreta da parte delle aziende, in rapporto ai propri processi produttivi e quindi inevitabilmente alle professionalità che si trovano al suo interno e che ne sono parte integrante. Trovare però risorse in grado di essere al passo con i cambiamenti non è facilissimo, come dimostra la costante ricerca dei cosiddetti profili Stem, acronimo inglese che sta per scienze, tecnologia, ingegneria e matematica e indica dunque figure professionali di tipo scientifico. «Di recente la Commissione Europea in occasione del lancio della New Skills Agenda ha richiamato l’attenzione sul numero drammatico dei cosiddetti analfabeti digitali: sul territorio comunitario, infatti, circa il 40% della popolazione adulta non possiede sufficienti digital skill, nonostante entro il prossimo decennio si stimi che la presenza di tali competenze sarà richiesta dal 90% delle occupazioni» dice alla Repubblica degli Stagisti Giulia Rosolen, ricercatrice dell'Adapt, l'associazione fondata da Marco Biagi per la promozione di studi e ricerche dedicati al lavoro: «Sicuramente non si tratta di un dato incoraggiante e lo è ancor meno se si considera che, già adesso, il 40% delle aziende fatica a trovare lavoratori in possesso delle giuste competenze, non solo digitali, per l’innovazione e lo sviluppo del business». Sulla stessa lunghezza d’onda Diego Ciulli, public policy manager di Google: «la carenza di competenze digitali rappresenta uno dei principali freni, per l'Italia, per cogliere tutto il potenziale dell'economia di internet. Secondo i dati di Unioncamere in Italia la difficoltà di reperimento dei giusti candidati in possesso di competenze digitali si rivela mediamente più elevata rispetto a quella delle altre professioni, ossia il 16% contro il 10,1%». Per rispondere a questa e ad altre necessità è nata IRoad, progetto presentato lo scorso maggio presso l’Università Cattolica di Milano, che si concretizza in una piattaforma di job innovation placement, voluta da Adapt in collaborazione con l’agenzia per il lavoro Quanta. «IRoad si prefigge l’obiettivo di sperimentare percorsi volti a facilitare, attraverso la leva della formazione, da una parte le transizioni occupazionali di giovani ad elevato potenziale, dall’altra i processi di innovazione delle aziende di tutti i settori professionali».In sostanza, IRoad a differenza di altre piattaforme non offre solo opportunità di lavoro ma «percorsi ci crescita professionale fondati sull’alta formazione quale leva principale di placement». Per iscriversi basta compilare il form web di accesso alla piattaforma con i proprio dati. In seguito «il team di IRoad procede a un immediato contatto e alla fissazione di un primo colloquio conoscitivo nei 7 giorni successivi alla registrazione. Lo step successivo è l’inserimento nel nostro network ed il coinvolgimento nei nostri percorsi finalizzati allo sviluppo di progetti di ricerca innovativi, di start-up anche attraverso l’attivazione di percorsi di alta formazione in assetto lavorativo progettati in collaborazione le imprese, le università e le istituzioni dell’alta formazione: Its, centri di ricerca», spiega la Rosolen.«Sono numerosi i settori in cui le tradizionali istituzioni formative non sono in grado di preparare, da sole, delle persone in grado di interpretare e guidare le sfide poste dalla grande trasformazione del lavoro» continua la ricercatrice: «La responsabilità, in ogni caso, non può e non deve ricadere esclusivamente sul tessuto formativo: occorre maggior dialogo tra tutti gli operatori - pubblici e privati - per la definizione delle competenze che saranno richieste in futuro, al fine di orientare al meglio le riforme, i piani di formazione e gli investimenti».Dal canto suo Google, in collaborazione con ministero del Lavoro e Unioncamere, ha dato vita tempo fa al progetto Crescere in Digitale, finalizzato a diffondere competenze digitali tra i cosiddetti Neet, cioè i giovani che non studiano né lavorano. Attualmente sono in fase di svolgimento i primi tirocini presso le aziende che hanno aderito al progetto.L'iniziativa è coerente con le esigenze che gli studi più recenti evidenziano: «Secondo quanto emerge dai dati del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro, nel corso del 2015 le imprese hanno previsto oltre 47mila assunzioni programmate per figure con questo tipo di professionalità» riassume Ciulli: «Una richiesta che dà soprattutto alla generazione dei millennials, tra i 18 e i 34 anni, una chance in più di trovare lavoro. Ai giovani under 30, professionisti del digitale, si rivolgono più in particolare due assunzioni su cinque».Parallelamente per sviluppare questo tipo di competenze anche tra gli imprenditori è stato avviato il corso Eccellenze in Digitale. A sostenere l’importanza dei canali digitali e dell’innovazione tecnologica in ambito aziendale è anche Julia Sciuto, Education & Employer Branding Manager di Elica: «I canali digitali sono fondamentali per la valorizzazione del nostro  brand, dei prodotti e dei servizi in rete con contenuti di qualità, la generazione di contatto diretto con il consumatore e la gestione delle relazioni a 360°. Diventa quindi importante trovare figure che si occupano  di attività a supporto dello sviluppo dei nuovi business, analisi commerciali e costruzione del piano di comunicazione».Anche l’azienda in cui lavora sta percorrendo nuove strade per reclutare e formare professionisti «tecnologici»: «Siamo diventati più social, da circa due anni l’azienda ha deciso di investire in LinkedIn. Questo significa che quasi tutte le selezioni vengono gestite dalla piattaforma recruiter e tutte le maggiori informazioni Hr vengono veicolate tramite la nostra company page. Infine sin dall’inizio abbiamo deciso di aderire ad Employerland, il primo gioco a quiz dedicato al mondo del lavoro che aiuta i giovani ad entrare in contatto con le aziende. Attraverso l’applicazione, infatti, ogni utente può costruire il suo curriculum di gioco e partecipare a quiz specifici promossi dalle aziende, finalizzati a farle entrare in relazione con potenziali nuovi talenti da inserire nella propria organizzazione».Solo puntando sulla formazione e stringendo sempre più il contatto tra candidati e aziende si può provare a diminuire il gap tra forte richiesta di competenze digitali e risorse non sufficientemente all’altezza dei compiti richiesti. Nella consapevolezza che più che il futuro, le cosiddette professioni digitali sono ormai una realtà.  Chiara Del Priore

Anche lo stagista deve presentare la dichiarazione dei redditi. Ma solo se supera gli 8mila euro annui

«Mio figlio è occupato come stagista e riceve un rimborso spese. Deve fare il 730?». Con questo tweet qualche tempo fa un lettore chiedeva alla redazione della Repubblica degli Stagisti se per i tirocinanti esistesse o meno l'obbligo di presentare la dichiarazione dei redditi. Questione collegata a un'altra sollevata lo scorso anno, e cioè se i figli che percepiscono un'indennità di tirocinio devono considerarsi 'a carico' dal punto di vista fiscale. Risposta positiva, a detta della Fondazione nazionale commercialisti, sempre che il reddito totale del ragazzo non superi all'incirca i 2.840 euro. Questa volta a sciogliere il nodo sulle incombenze fiscali degli stagisti è Pasquale Saggese, membro della Fondazione Nazionale dei Commercialisti e ricercatore di diritto tributario.Quando scatta l'obbligo di presentare la dichiarazione dei redditi?I redditi che derivano da borse da studio e per analogia dai tirocini sono assimilati al lavoro dipendente, benché non via sia reale analogia, e a questi è applicato un trattamento fiscale molto simile a quello di una normale busta paga. Solo se il reddito complessivo non supera gli 8.145 euro annuali si rientra nella no tax area e non diventa più obbligatorio dichiarare. Esiste poi anche tutta una serie di borse di studio escluse da imposizione: per esempio quelle erogate dalle regioni agli universitari, quelle per i dottorati di ricerca, gli assegni di ricerca post laurea, le Erasmus mundus e plus.Uno stagista può provvedere da solo alla dichiarazione oppure è necessaria l'assistenza di un commercialista o di un caf?È il datore di lavoro che si occupa del 730 dello stagista nel caso in cui presti l'assistenza fiscale e attui come sostituto d'imposta. Non è detto che accada, perché per esempio talvolta i piccoli imprenditori non se ne fanno carico. In quel caso lo stagista può richiedere loro il cud e rivolgersi a un professionista o a un caf, oppure risolvere da solo. Oggi sono stati predisposti mezzi “fai da te” attraverso i modelli web dell'Agenzia delle Entrate. Come funziona per l'eventuale recupero di trattenute Irpef non dovute?Per importi minimali la detrazione fa sì che non si paghino imposte. Ma la soglia di esenzione dipende in realtà dai mesi lavorati. Per effetto del meccanismo delle detrazioni e dei relativi calcoli succede quindi che per gli stage annuali la soglia di reddito entro cui l'Irpef dovuta è pareggiata dalla detrazione Irpef, quindi non viene trattenuta, è pari a 8.145 euro. Per uno stage di 6 mesi invece la predetta soglia scende a 6mila euro. Superata quella cifra, a partire mettiamo dai 6100 - sempre sui sei mesi - si paga un supplemento Irpef che è prelevato dal datore o versato direttamente da stagista. E in quel caso sì che bisogna dichiarare. La borsa di studio sconta in pratica l'Irpef e le  relative  addizionali a seconda di quanto si percepisce nel mese. Ci spieghi meglio...Non esistono delle spese scaricabili, come per le partite Iva, nel caso degli stage. Ma delle detrazioni forfettarie a cui hanno diritto gli stagisti al pari dei normali dipendenti per i costi di produzione sostenuti, di cui la legge tiene conto. Ci sono di mezzo per esempio le spese di trasporto. Oppure i casi speciali, come nel caso delle trasferte: lì il tirocinante ha diritto a vedersi decurtate anche le spese per l'alloggio. È in base ai calcoli realizzati su trattenute e detrazioni Irpef che si ottengono quelle soglie a cui si faceva riferimento, e che determinano l'esenzione dalle imposte. A quanto corrisponde la tassazione a cui in media è sottoposto uno stagista?Fino a 15mila euro, tetto sotto cui normalmente si colloca uno stage, si rientra nel primo scaglione. In questi casi l'Irpef è al 23% più le addizionali. Se dovessero esserci anche altri redditi, allora l'aliquota sale: la più alta arriva fino al 43%. Come funziona per l'eventuale recupero di trattenute Irpef indebitamente sottratte?  In linea teorica è poco probabile che se ne abbia diritto, perché se si applicano le detrazioni di solito si tenderà a non prelevare niente di più del dovuto: semmai si dovrà versare qualche somma aggiuntiva. Se invece non sono state applicate le detrazioni in modo corretto allora ci potrà essere qualcosa da riscuotere. Compilando il 730 si farà richiesta di rimborso, che potrà arrivare sia in busta paga che tramite assegno. Ma ci vuole un po' di tempo.  E per gli stage all'estero?Se per esempio un'impresa italiana ha un tirocinante in una sede estera e gli eroga la borsa, questa sarà soggetta alla tassazione italiana. E se dovesse scattare anche quella del paese ospitante, bisogna vedere però caso per caso, esistono tutta una serie di meccanismi compensativi come il credito per le imposte all'estero o l'esenzione nel paese di residenza che evitano eventuali doppie tassazioni.  Come siamo messi in fatto di scadenze per la dichiarazione?In verità il termine è già passato, risale al 16 luglio. Ma si può sempre rimediare con il cosiddetto 'ravvedimento operoso', che prevede delle sanzioni irrisorie. Per ora siamo allo 0,1% per ogni giorno di ritardo fino al 15esimo giorno e via via si sale. Finché non arriva l'avviso bonario c'è tempo per dichiarare. Ilaria Mariotti 

Bookingbility, la start-up che aiuta i disabili a scegliere gli alberghi

C'è chi su TripAdvisor si lamenta della presenza dei disabili in albergo e chi invece fonda un'azienda per permettere anche a loro di scegliere il posto migliore per andare in vacanza. «Non è un bello spettacolo per i miei figli» questo il commento pubblicato da un uomo in vacanza a Roseto degli Abruzzi per lamentare la presenza di molti ragazzi disabili nell'hotel in cui aveva prenotato. Dal più popolare sito di recensioni di esercizi pubblici, l'improvvida lamentela è stata negli ultimi giorni ripresa sui social network suscitando una caterva di critiche. «Il pacco è servito» è il titolo scelto dall'uomo per il suo commento, che contiene addirittura una minaccia di azioni legali contro l'albergatore. «Questa cosa non l'ho nemmeno condivisa, per non dare visibilità ad un imbecille», dice senza mezzi termini alla Repubblica degli Stagisti Annalisa Riggio: «Mi sembra talmente assurda che stento a credere che possa essere autentica. Anche se non è la prima volta che sento commenti del genere: a volte i gestori degli hotel mi dicono che i clienti si lamentano per la presenza di disabili». Niente di più lontano dalla sua mentalità, che l'ha portata ad aprire l'anno scorso una start-up proprio per aiutare i diversamente abili a prenotare un soggiorno in alberghi senza barriere architettoniche e con tutte le caratteristiche necessarie per accoglierli al meglio. Bookingbility è stata fondata a Palermo da tre trentenni: oltre alla Riggio, oggi 35enne, ci sono Giuseppe Sciascia (33) e Aurelio Buglino (37). «In Italia la disabilità non è ammessa» riflette lei: «Nella migliore delle ipotesi le persone provano disagio in presenza dei disabili. È un problema culturale importante, ma abbattendo le barriere architettoniche riusciremo ad abbattere anche quelle mentali».Diplomata all'Accademia di Belle arti, mentre i suoi soci sono rispettivamente perito informatico e ingegnere gestionale, i tre si sono conosciuti ad Epidemia Lab, agenzia di comunicazione web per la quale tutti al momento continuano a lavorare. «L'idea per questa start-up nasce da me, anche se non ho alcuna relazione con la disabilità, non ho per esempio famigliari disabili» racconta Riggio: «All'inizio pensavo che questo potesse essere un deterrente. In realtà, non lo è stato». La “scintilla” da cui è nata Bookingbility è scoppiata «mentre stavo prenotando un soggiorno su Internet. Guardavo i filtri che si possono applicare per affinare la ricerca e mi sono accorta che non c'era nulla che facesse riferimento alle persone con disabilità». Da lì ha cominciato a navigare in Rete alla ricerca di piattaforme che tenessero conto di questo tipo di esigenze: «Non c'era nulla. E così quella che era stata un'intuizione è diventata un'ossessione». Nel percorso che ha portato dall'idea all'azienda Riggio ha avuto modo di conoscere e di confrontarsi con molte persone diversamente abili: «Mi sono lasciata guidare da loro e, se c'è una cosa che ho capito, è che ognuno ha le proprie esigenze che non sono standardizzabili». Certo, nessuno può affrontare una rampa di scale con una carrozzella, ma poi «c'è chi vuole il water alto e chi lo preferisce basso, chi si accontenta semplicemente di una stanza grande» all'interno della quale muoversi più agevolmente.Ad oggi sono un centinaio le strutture ricettive presenti sulla piattaforma. «Molte le abbiamo contattate noi, a partire dai database delle associazioni di persone disabili che sono sempre i più attendibili». Ma ci sono già alcuni alberghi che stanno scrivendo a Bookingbility chiedendo di comparire sul loro sito. «Chi richiede l'iscrizione deve compilare una modulistica, allegando delle foto e una documentazione che testimoni l'accessibilità della struttura». L'algoritmo elaborato dalla start-up assegna quindi un punteggio agli alberghi a seconda delle loro caratteristiche, al quale si sommano poi le recensioni degli utenti. Una volta avvenuta la prenotazione, la start-up trattiene una quota pari al 15% dell'importo, sulla linea di quello che fanno le principali piattaforme per la ricerca di hotel.In poco più di un anno di attività Bookingbility si è già aggiudicata diversi premi. Il primo lo scorso anno allo Startup Weekend Tourism Edition. «È stato qui che ho presentato per la prima volta l'idea» racconta Riggio.Quindi è stata la volta di Wcap di Tim, «che ci ha permesso di vincere un periodo di incubazione all'interno degli spazi del consorzio Arca, l'incubatore di impresa dell'università di Palermo», dove attualmente ha sede l'azienda. Un'esperienza, quella di condividere gli spazi di lavoro con altri startupper, «che sta dando valore aggiunto in termini di network». E per rendere ancora più fitta questa rete di contatti utile per la crescita dell'azienda «ci siamo iscritti all'Associazione startup turismo, grazie alla quale partecipiamo ad incontri con soggetti interessati ad investire nel nostro settore».Al momento i tre soci non prendono uno stipendio e continuano a lavorare anche per l'agenzia di comunicazione nella quale si sono conosciuti. Solo due sviluppatori sono pagati con un contratto di collaborazione: «Stiamo cercando un investitore». Nella speranza che il fatto di aver registrato l'azienda come start-up innovativa a vocazione sociale, con tutti i vantaggi fiscali che questo comporta per chi investe nel progetto, possa rendere più facile la ricerca di nuovi fondi che permettano ai disabili di trovare delle strutture adatte alle loro esigenze per trascorrere le vacanze.Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.it 

Leadership al femminile: «In Italia ancora poche donne in posizioni apicali»

Casi eccellenti di donne che sul lavoro ce l'hanno fatta: sono le storie di Cristina Scocchia, 42enne ad di L'Orèal Italia [nella foto sotto], e Patrizia Ravaioli, 50 anni e amministratore dell'Ente strumentale alla Croce Rossa Italiana [nella foto a sinistra], raccontate allo Young Women Leadership Workshop. L'evento è stato organizzato alla Luiss da Mentors4u – programma per il mentoring non-profit  – e dedicato al tema della leadership femminile. Un momento di riflessione su cosa significa in questo paese non solo essere donne lavoratrici, ma leader. «Le donne sono poco rappresentate in posizioni di leadership» spiegano gli organizzatori, perciò «lo scopo è sensibilizzare fin dai banchi universitari le ragazze interessate a avviare una carriera nel mondo dell’azienda, affinché acquisiscano la consapevolezza necessaria». Punto di partenza il fattore 'diversity', vale a dire quel modo di essere, la peculiarità che le donne portano all'interno delle organizzazioni, il proprio stile. Che non deve sfociare nello stereotipo ma caratterizzare la persona. A esemplificarlo il racconto della Scocchia: «Non mi chiedo mai se il mio team sia composto da uomini o donne» ha spiegato alla platea di universitarie, «ma che tipi di persone siano, se aggressive, capaci di imporsi o invece più collaborative». La questione centrale non deve essere il genere ma la diversità che apporta il singolo: «Mi sentirò meglio quando smetteremo di parlare di leadership femminile o maschile». Il concetto è più facilmente applicabile all'estero, dove la Scocchia ha lavorato per anni: «C'è una differenza enorme con l'Italia. Mi sono resta conto di essere donna quando sono rientrata». Alla Procter&Gamble, che l'ha tenuta negli Stati Uniti per 13 anni, «io ero una manager che sapeva fare alcune cose bene e altre meno bene», senza nessun peso per il genere. Da noi invece permane il pregiudizio, per cui ormai neppure ci si offende più «se si viene scambiati per la segretaria del capo in quanto donna». Oppure se vai a un congresso e ti chiamano «'signora', e agli uomini invece si dice 'dottori'». In più da noi lo scotto da pagare è che come tali «bisogna sempre essere piacenti e allo stesso tempo ragazzine perché si continua a dare molto peso alla bellezza femminile». Senza contare che si «lavora come muli se si è anche madri». Diverso il punto di vista della Ravaioli, che amplia il suo sguardo oltre i confini del mondo occidentale: «Ci sono paesi» ha detto, «che hanno ancora restrizioni legali per le donne, che non possono mai assumere posizioni apicali. Ho per esempio gestito convegni in Pakistan e in Iraq, e non è stato per niente facile». Al centro del dibattito una delle misure che più sta prendendo piede per agevolare l'inclusione femminile sul lavoro: lo smartworking. Per la Scocchia «un'opportunità di conciliazione e anche uno strumento culturale». In L'Orèal si applica oggi quattro giorni al mese. Ma per evitare di sconfinare negli stereotipi di genere, «è aperto a tutti i dipendenti, altrimenti il rischio è pensare che della casa debbano sempre occuparsi le donne». E «ha funzionato bene». L'auspicio della Ravaioli è che «si radichi anche nel pubblico e non solo nel privato». Perché è il modo di approcciare al lavoro che deve cambiare. Proprio a livello culturale: «È stato fatto un test negli Usa chiedendo di correre davanti a una telecamera come un uomo o come una donna» ha raccontato la Scocchia. «I ventenni lo facevano atteggiandosi secondo i canoni che di solito si attribuiscono all'uno o all'altro sesso, tutto il contrario dei bambini di dieci anni, che invece non hanno ancora in mente certi preconcetti». È il famoso video “Like a girl”, che ha milioni di visualizzazioni e che veicola il messaggio che definire una azione “da ragazza” (noi in italiano diremmo “da femminuccia”) deve smettere di avere un connotato dispregiativo e diminutivo.Potremmo avere un futuro diverso insomma, ma molto resta da fare. Perché i diritti acquisiti che consideriamo scontati non lo sono più se si pensa, come ha ricordato la Ravaioli, che «secondo una ricerca molte migranti abbandonano l'università per dedicarsi alla vita da casalinga, e che si praticano ancora mutilazioni genitali nel nostro Paese». Serve concentrarsi anche su aspetti come l'inclusione sociale per eliminare le barriere. Il consiglio per riuscire in una carriera manageriale ma non solo è allora di «provarci con coraggio e determinazione» ha ribadito la Scocchia, non puntando solo «sui lavori di moda o che danno chance più alte perché la vita non è solo razionalità. Meglio guardarsi dentro senza lasciarsi fermare dalle difficoltà tra punto di partenza e punto di arrivo». Senza «mai scendere a compromessi con quello che si è: conta essere persone trasparenti, oneste e generose, più di quello che si guadagna». Per la Ravaioli «va interrogata la pancia e sentire quello che dice: perché poi ci si deve guardare allo specchio e piacersi». Parole simili a quelle della coach della Wise Growth Consulting Maria Cristina Bombelli: «Si deve costruire un'identità e trovare quell'angolo di felicità dove il tempo passa perché si lavora con passione». Ilaria Mariotti