Categoria: Approfondimenti

Italia terzultima in Ue per occupazione femminile, l'opportunità adesso è l'industria 4.0

Sarà l'industria 4.0 – quella della sharing economy – a risollevare le sorti dell'occupazione femminile? Al convegno 'Donne nella quarta rivoluzione industriale' organizzato qualche giorno fa da Pari o Dispare, comitato per la parità di genere presieduto da Emma Bonino, ne hanno discusso esponenti della politica e delle istituzioni come Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato e Beatrice Covassi, rappresentante italiana della Commissione Ue, del mondo accademico come l'economista della Stanford University Veronica De Romanis, e dei media, tra cui Eva Giovannini, giornalista Rai, e Eleonora Voltolina, direttrice della Repubblica degli Stagisti. Si parte dal dato rilanciato da Fedeli: «L'Italia è terzultima a livello internazionale per occupazione giovanile e femminile, dopo Grecia e Macedonia». Ma a sollevare non poche perplessità rispetto alla possibilità che questi dati sconfortanti possano essere migliorati da una maggiore partecipazione femminile ai lavori dell'Industria 4.0 è Riccardo Staglianò, giornalista di Repubblica, illustrando i numeri raccolti nel suo libro Al posto tuo, così web e robot ci stanno rubando il lavoro, edito da Einaudi.«È stato calcolato che da qui al 2033 il 47% dei lavori esistenti saranno a rischio automazione». Calcoli magari troppo allarmistici (McKinsey parla addirittura di 5 milioni di posti che scompariranno nel nulla), eppure i dati dimostrano come «Amazon avesse 13 dipendenti nel 2012, contro i 140mila di Kodak nel suo periodo di fulgore», prima di fallire. E come «nel 2014 Airbnb abbia pagato all'erario francese 84mila euro di tasse contro i 3 miliardi e mezzo del settore alberghiero». Solo «lo 0,5 per cento dei lavoratori americani sono stati occupati nelle aziende nate dopo il Duemila».«Nel prossimissimo futuro tutta una serie di professioni è destinata a scomparire» conferma Emma Bonino: «il che vuol dire anche adeguare la scuola e l'università. Noi sforniamo avvocati, ma se ho capito bene questa professione è destinata a ridimensionarsi in modo notevole. Se sappiamo che interi settori, anche di professioni autonome, sono destinati nel breve tempo a scomparire, non solo il ministero del Lavoro ma anche quello dell'Istruzione si devono adeguare, e anche i giovani devono prendere consapevolezza degli sbocchi occupazionali».Scenari quasi apocalittici, con cui dovrà vedersela l'occupazione in generale e quella femminile in particolare (in Italia al 50 per cento contro una media Ue del 64), già fiaccata dai «vecchi problemi che ci portiamo dietro» ricorda Bonino: la difficile conciliazione tra tempi di vita e lavoro all'origine dei picchi di denatalità registrata in questi ultimi anni e le discriminazioni retributive, «per cui serviranno 70 anni» perché donne e uomini ricevano, a parità di mansioni, un uguale salario. Per la precisione «le donne guadagnano in media il 16 per cento in meno» le fa eco Covassi, nonostante siano in media più istruite «rappresentando l'83 per centro dei diplomati e il 60 dei laureati». In spregio anche «alla direttiva Ue contro il divario retributivo». Va ancora peggio quando si tratta di donne in posizioni apicali. Anche in Europa i dati non sono incoraggianti: «In Ue sono appena il 3,6 per cento, e i consigli di amministrazione sono frequentati per l'80 per cento da uomini». E pensare che l'occupazione femminile in Italia, ma anche altrove, «ha tenuto meglio di fronte a una crisi che ha visto scemare un milione di posti di lavoro» calcola Linda Laura Sabbadini dell'Istat. Lo scotto è stato però pagato in termini qualitativi, facendo convergere le donne sul part time involontario, modalità che è invece scelta «solo dall'8 per cento degli uomini». Spesso dietro c'è la maternità, evidenzia Antonella Marsala di Italia Lavoro: «Sono 22mila all'anno le donne che abbandonano il posto di lavoro nel primo anno di vita del bambino». Dal parterre anche diverse proposte per cogliere le opportunità in arrivo dalla nuova fase industriale. Un'economia inedita che andrà regolamentata dalla politica: «Non si può fermare il vento della sharing e gig economy ma queste non devono ridursi a lavoretti, a secondary income» ragiona Giovannini. «Vanno messi dei paletti: una app come Amelia, centralinista meccanica, risponde a 60mila telefonata al mese e ha sostituito eserciti di lavoratrici». Per Eleonora Voltolina la prima idea per rendere le ragazze protagoniste dell'industria 4.0 è coinvolgerle «già da prestissimo nello studio delle materie Stem, convincendole che sono in grado di farlo, contro gli stereotipi che le allontanano invece da questi percorsi formativi». Poi la rappresentazione mediatica, dalla quale le donne sono troppo spesso escluse: per cominciare a «scardinare il sistema bisogna impegnarsi verso un riequilibrio dei panel dei dibattiti pubblici e dei talk show. Io ho deciso di darmi una policy: accetto di partecipare solo se è garantito un equilibrio di genere» afferma Voltolina, citando la denuncia della scrittrice Michela Murgia contro il sistema culturale italiano tutto sbilanciato a favore gli uomini. Quanto alla maternità, bisogna guardare ai progetti innovativi come Maam di Riccarda Zezza ma anche pensare a interventi pubblici: qui l'idea forte è quella di «introdurre un congedo di paternità obbligatorio uguale a quello di maternità, con un costo certamente enorme per le casse dello Stato, ma dal valore culturale dirompente».La maternità «va vista come un plus, dà vita a soft skills nelle donne, che diventano più creative e multitasking» rilancia Veronica De Romanis. Una possibile strada è la tassazione di genere: «Facciamo pagare meno tasse alle donne: ne conseguirebbe anche a un miglioramento del potere negoziale all'interno della coppia». Sono “distorsioni temporanee” che potrebbero funzionare: «Le quote rosa introdotte nel 2012 hanno fatto sì che si passasse dal 5 al 27 per cento di presenze femminili nei cda». Al pari dei «minijobs tedeschi dal salario di 450 euro, pensati proprio per le donne: sarebbero utili come chiave di accesso al lavoro in un paese come il nostro che conta con il 45 per cento di inattività femminile». Non sono chiacchiere o una moda del momento: donne più inserite nel mondo del lavoro «farebbero aumentare la ricchezza pro capite di un punto». Ilaria Mariotti 

Buchi contributivi, quali problemi per la pensione?

Durante la carriera lavorativa, soprattutto all’inizio, capita spesso di avere dei periodi di stop. Guardando oltre al problema economico del breve periodo, bisogna anche fare i conti sul lungo periodo: verificare cioè come incideranno i periodi in cui, non lavorando, non si versano contributi per la pensione.Per chi ha iniziato a lavorare dal 1° gennaio 1996 il calcolo della pensione è basato sul modello contributivo, strettamente legato a quanti contributi si versano. Quando non si lavora che cosa succede alla posizione contributiva? Una delle risposte sono i ‘contributi figurativi’. In pratica la legge prevede dei casi in cui si ha diritto all'accredito dei contributi anche se non c'è l'effettivo versamento all'Inps, l’Istituto nazionale di previdenza sociale, o ad altre casse previdenziali né da parte di un datore di lavoro né da parte del lavoratore: per esempio per periodi di disoccupazione, cassa integrazione, malattia e maternità.  Ma attenzione perché i contributi figurativi non sempre sono considerati allo stesso modo: a volte nel calcolo delle pensione valgono “di meno”. «Capire quali contributi vanno bene e quali devono essere esclusi per raggiungere il ‘diritto’ ad una pensione è complesso» ammette Remo Guerrini, responsabile del Patronato Inas Cisl di Milano: «I contributi figurativi vanno bene per ottenere la pensione di vecchiaia, invalidità, inabilità, reversibilità. Ma per la pensione anticipata invece ci sono delle limitazioni e bisogna fare i conti in maniera attenta». Per andare in maniera anticipata in pensione nel 2016 bisogna avere 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, indipendentemente dall'età anagrafica, ma «si devono raggiungere almeno 35 anni senza contribuzione figurativa per disoccupazione e malattia». Per quanto riguarda la pensione di vecchiaia, che si può ottenere con meno contributi al compimento di 66 anni servono «almeno 20 anni ‘effettivi’ di contributi versati al netto della contribuzione figurativa» spiega il responsabile del patronato.Non è tutto. «Ogni cassa previdenziale distinta dall’Inps ha un proprio regolamento e pertanto modalità diverse per il riconoscimento dei periodo coperti da contribuzione figurativa» aggiunge Pietro Manzari, esperto della Fondazione Studi Consulenti del lavoro. Prendiamo infatti la situazione di lavoratori autonomi, artigiani e commercianti e coloro che versano in gestione separata come collaboratori, liberi professionisti e partite Iva: i contributi figurativi vengono accreditati nella gestione di riferimento ma ad esempio ai commercianti e gli artigiani non sono riconosciuti per i periodi di disoccupazione. Il problema dei buchi, in assenza di contributi figurativi, si può risolvere ricorrendo alla contribuzione volontaria: il lavoratore si fa carico di tutta la sua previdenza. Ma quanto potrebbe costare a chi guadagna 1000 euro lordi al mese? La risposta arriva da Pietro Manzari: «76 euro a settimana, perché per i lavoratori dipendenti l'aliquota di finanziamento per il 2016 è pari al 32,87% per gli autorizzati ai volontari successivamente al 1° gennaio 1996». Esiste comunque un importo minimo di retribuzione settimanale, «il così detto minimale» conferma l'esperto, «che per i lavoratori dipendenti nel 2016 è di 200,76 euro». Una cifra che non tutti possono permettersi, specialmente nei periodi in cui non ci sono entrate. E comunque questa possibilità è di fatto preclusa ai giovani, perché una delle condizioni imprescindibili per potersi versare i contributi volontari è quella di avere almeno 5 anni pieni di contributi già versati.«Il consiglio è quello di fare la domanda di disoccupazione immediatamente, quasi tutti i lavoratori oggi ne hanno diritto» suggerisce Guerrini. Basti considerare che nel solo mese di maggio 2016 sono state presentate 89.787 domande di Naspi e 386 domande di disoccupazione, si legge sul sito dell'Inps. Viene spontaneo chiedersi in quanti ogni anno ottengono i contributi figurativi. La Repubblica degli Stagisti ha provato a chiederlo all'Inps, ma la risposta ricevuta è che... la domanda è “sbagliata”. L'Istituto nazionale di previdenza sociale non sa infatti quanti lavoratori beneficiano dei contributi figurativi nel momento in cui vanno in pensione perchè questo tipo di contributi non sono erogati materialmente ma semplicemente 'conteggiati'. Anche considerando quanti contributi figurativi siano stati 'conteggiati' secondo i dati dell'ultimo rapporto Inps del 2014, il calcolo è impossibile dato che le unità di misura considerate variano a seconda della prestazione a cui si ha diritto, ad esempio il numero dei lavoratori per la disoccupazione e le ore per la cassa integrazione. L'Inps si limita a sottolineare, un po' lapalissianamente, che se nell'estratto conto contributivo si hanno avuti contributi figurativi, vuol dire che se ne aveva diritto.Poi capita anche che pur lavorando ci sia un buco contributivo perché il datore di lavoro magari dimentica di pagare qualche tranche di contributi. Succede a lavoratori pubblici e privati ma soprattutto ai precari. E la cosa più grave è che si hanno solo 5 anni di tempo per accorgersi del buco, poi i contributi ‘scadono’.«Non bisogna perdere tempo, è necessario ‘curare’ il proprio estratto contributivo man mano che ci sono i periodi di sospensione e ogni tanto, anche se si lavora, fare un controllo» conclude Remo Guerrini: «Perché una volta vicini alla pensione accorgersi di un buco di contributi allontana ancora di più il traguardo, una notizia non certo bella soprattutto per i più giovani che, se andrà bene, in base alla norma attuale, smetteranno di lavorare non prima dei 70 anni».Felicia Mammone

Alternanza scuola lavoro alla prova dei fatti, l'appello delle scuole: «Mancano aziende disponibili»

Entra nel vivo l'alternanza scuola lavoro, progetto di riforma del sistema didattico che prevede – lo dice il nome stesso – attività d'aula affiancate a periodi di formazione nelle aziende. A regolamentarla la legge 107/2015, detta “La Buona Scuola”, che stabilisce che gli studenti delle superiori a partire dal terzo anno assolvano a un nuovo obbligo formativo: 400 ore per i tecnici/professionali e 200 per i licei. Una bella scossa per le scuole italiane, abituate a una didattica per lo più frontale e di tipo teorico. Per molte di loro il problema principale sarà come tradurre in pratica la nuova legge.  Francesco Giubileo, dottore di ricerca in Sociologia del lavoro e consulente in politiche occupazionali – nonché consigliere di amministrazione di Afol Metropolitana, l'Agenzia per la formazione, l'orientamento e il lavoro di Milano –  ha redatto sull'argomento il report 'Alternanza scuola-lavoro: dall'innovazione della 107 alla sperimentazione del sistema duale', edito dalla Fondazione Eyu. Uno studio che, presentato nei giorni scorsi alla sede del Pd al Nazareno, fa luce sui nodi di una riforma potenzialmente strategica per l'abbandono scolastico: «Quattro su dieci si perdono nel primo biennio» ha ricordato il sottosegretario al Lavoro Luigi Bobba al dibattito. E essenziale anche per non «disperdere il patrimonio manufatturiero italiano».«La debolezza del rapporto tra scuola e mondo produttivo è una delle più evidenti criticità dell’economia italiana» si legge nell'introduzione. Un dato di fatto che impedisce «ai giovani di sviluppare tra i banchi competenze che si apprendono solo attraverso la partecipazione al mondo del lavoro». Il punto di riferimento è il modello duale tedesco: del resto, con un tasso di disoccupazione giovanile sotto il 10%, contro una media Ue del 20% e un'Italia che ancora nel 2015 stava sopra il 40% (dati Eurostat), naturale che la Germania sia l'esempio a cui guardare. Più facile però a dirsi che a farsi. «Dalla riforma Moratti a oggi l’alternanza scuola-lavoro è consistita in un sistema di stage organizzati con il coinvolgimento delle aziende, mentre in Germania ci si basa quasi esclusivamente sullo strumento dell’apprendistato», un vero e proprio contratto di lavoro, commenta Giubileo. Non solo: nel paese considerato la locomotiva d'Europa l'alternanza si sviluppa per lo più «nelle grandi aziende (circa l’80% delle imprese al di sopra dei 100 dipendenti ha apprendisti nel proprio organico), non è diffusa solo per i lavori manuali ed è presente nei campi industriali più variegati (automobilistica, falegnameria, tecnica bancaria, parruccheria, tecnica commerciale per negozi o industria, infermeria etc.)».In Italia invece «le aziende interessate sono prevalentemente di micro e piccole dimensioni: quelle sotto i 50 addetti rappresentano oltre l'87% del totale, e i settori sono il manifatturiero (41,9%) e i servizi di alloggio e ristorazione (20,9%)». Senza contare che, sottolinea ancora il rapporto, «nel sistema tedesco non c’è alternanza tra scuola e lavoro, ma integrazione tra i due mondi». Tant'è che da noi «la formazione in aula e presso l’azienda sono separate e in diversi casi lo stage è realizzato durante le vacanze».A servire quindi è un nuovo approccio culturale perché «nessuna imitazione può avere successo se calata in un ambiente sociale incapace di interpretare correttamente gli spazi creati dalla legge». Le aziende coinvolte non dovrebbero pensare alle immediate ricadute occupazionali, ma puntare a una «promozione della qualità del lavoro, della competitività complessiva, con l’assunzione di uno specifico ruolo formativo». Si tratta, conclude Giubileo, «di una forma nuova di responsabilità sociale d’impresa».Tre i casi studio riportati nell'analisi. Il primo è Bolzano, che – contando sull'autonomia legislativa – da sempre gestisce l'alternanza scuola lavoro allineandosi  ai paesi nordici. Qui «lo strumento duale è un effetto della peculiarità produttiva del territorio, con pmi a elevato livello di innovazione che necessitano di dipendenti professionalmente preparati». Un microcosmo difficile da riprodurre a livello nazionale. C'è poi Napoli e il progetto 'Scuola al lavoro: Scolabor', una piattaforma che mette in contatto le aziende e le istituzioni scolastiche, che sulla base di questi dati adattano la propria offerta formativa. E infine il progetto dell'Emilia Romagna Dual Educarion System Italy (Desi), attraverso cui Lamborghini e Ducati, società bolognesi del gruppo Audi, offrono dal 2014 a 48 giovani a basso reddito che hanno abbandonato gli studi un’esperienza biennale da operatore meccanico, fornendo sì competenze specifiche, ma 'esportabili' in altre aziende dell'automotive.Ma sono purtroppo casi isolati: le scuole italiane si trovano per lo più impreparate a avviare l'alternanza. «Il rischio è non trovare aziende disponibili per effetto della saturazione del mercato, le richieste diventeranno troppe una volta che i licei saranno a regime» è il commento di uno degli istituti interpellati nel sondaggio finale. «Manca un responsabile organizzativo, soprattutto nei licei, con nozioni di orientamento e accompagnamento al lavoro: in alternativa come crei relazioni con le imprese?».Quando la riforma entrerà a regime, gli alunni partecipanti all'alternanza scuola-lavoro saranno un milione e mezzo all'anno. Per rispondere in modo adeguato bisognerà «mettere da parte la retorica», auspica Giubileo, e suguire alcune regole auree, come la «professionalizzazione dei responsabili organizzativi, il potenziamento dei servizi per l’impiego, la creazione di linee di finanziamento tramite fondazioni bancarie, fondi comunitari e crediti d’imposta». Se non si vuole fallire, «il sistema non può continuare con attività estemporanee affidate più alla bravura del responsabile organizzativo che al merito di una struttura organica con una progettualità di medio periodo». E sopratutto, bisogna coinvolgere quante più imprese possibile.Ilaria Mariotti 

Voucher, punta dell'iceberg del lavoro nero: lo dice l'Inps

È diventata la nuova modalità di inquadramento per i lavoratori occasionali e se per i datori di lavoro ha molti vantaggi, meno ne ha per chi presta il lavoro: sono i voucher, ovvero le forme di pagamento destinate a tutte quelle prestazioni lavorative non riconducibili alle tipologie contrattuali tipiche del lavoro subordinato, parasubordinato o autonomo. Ma quanti sono oggi i lavoratori inquadrati in questo modo e soprattutto chi sono? Non è facile capirlo, soprattutto perché il pagamento attraverso voucher può essere effettuato per qualsiasi tipo di attività e per qualsiasi soggetto, che sia studente o pensionato, disoccupato o inoccupato, addirittura anche lavoratore tanto part time quanto full time o subordinato.Ad aiutare a capire chi siano questi lavoratori ci pensano, però, le statistiche Inps, che nell’ultimo report appena pubblicato “Il lavoro accessorio dal 2008 al 2015. Profili dei lavoratori e dei committenti” parlano di una «crescita continua, rapida, diffusa territorialmente e settorialmente» con oltre un milione 400mila lavoratori coinvolti nell’arco del 2015. Evidenziando come uno degli obiettivi per cui erano nati i voucher – aiutare l’emersione dal lavoro nero – non sia in realtà stato raggiunto, visto che «diverse relazioni non fugano il sospetto che il voucher sia in realtà un segnale tipo iceberg di attività sommersa anche di dimensioni maggiori di quella emersa».Il paper fotografa in un solo anno, dal 2014 al 2015, un aumento dei voucher venduti di quasi 46 milioni. Una crescita probabilmente facilitata anche dalla vendita nei tabaccai, dove è stato acquistato quasi il 70% dei buoni lavoro. E per quanto i voucher siano usati trasversalmente su prestatori di qualsiasi classe di età, il rapporto è esplicito nel dire che «l’età media dei lavoratori è diminuita costantemente nel corso degli anni, così come la percentuale di maschi: erano quasi l’80% nel 2008, sono scesi sotto il 50% nel 2015. Entrambe queste linee evolutive sono il riflesso della storia normativa del lavoro accessorio». Nonostante il numero di lavoratori a voucher sia evidentemente esploso, non è aumentato il numero medio di voucher riscossi, sempre intorno ai 60 a persona, e quasi tutti – quattro su cinque prestatori – hanno avuto un solo committente. Ma è l’età il fattore più interessante: fa riflettere, infatti, che la percentuale più alta di voucher, il 21%, sia usata per la fascia di età tra i 20 e i 24 anni. E c’è di più: dell’oltre un milione 380mila prestatori di lavoro accessorio nel 2015, poco meno della metà – per la precisione 595mila – sono under 30. Se a questi si aggiunge la fascia di età tra i 30 e i 34 anni, si arriva ad oltre 747mila persone. Sono sempre i numeri a mostrare come i voucher che «nel 2008 apparivano come uno strumento per vecchi» abbiano con il tempo completamente cambiato target. Nel 2015 questa modalità di lavoro è sempre più usata e abusata per i giovani: il 34% dei lavoratori a voucher lo scorso anno era sotto i 35 anni. Percentuale simile a quella dei 55-64enni nel 2008, oggi calati a uno scarso 8%.I voucher, poi, che erano stati pensati anche per i lavoratori stranieri e quindi favorire il lavoro sommerso – spesso anche domestico – in realtà non hanno mai avuto come target di riferimento gli extracomunitari. Sul totale di quelli retribuiti con i buoni lavoro, solo 120mila sono stranieri. A livello geografico, se quasi la metà dei percettori di voucher si concentra in tre regioni del Nord, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, il rapporto evidenzia come in realtà la classica differenziazione nord-sud in questo caso non sia scontata. Perché, infatti, i picchi di uso del lavoro accessorio si riscontrano nelle regioni con elevata presenza di terziario turistico e di agricoltura. Infatti al quinto posto, dopo Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte, c’è la Puglia con oltre 105mila prestatori di lavoro accessorio nel 2015.Ma il dato che fa riflettere è quello sulla possibile ripetizione: a chi, infatti, pensa al lavoro attraverso voucher come a un passaggio verso un contratto migliore o a una parentesi temporanea, i dati dicono invece che lo scorso anno quasi la metà dei “voucheristi”, circa 570mila, era già stato impegnato con quella tipologia di regolazione anche l’anno precedente. Altro tema rilevante: i “voucheristi” sono considerati a livello statistico degli “occupati”. Perché se una persona ha percepito del reddito nel periodo in cui l’Istat compie le interviste sulla forza lavoro, la presenza o meno di un contratto regolare, il tipo di guadagno e le ore di lavoro non hanno rilevanza. Perciò anche chi avesse lavorato solo un paio d’ore, retribuito con voucher, a livello di Rilevazione sulle forze di lavoro dell'Istat entra nella casella degli occupati. Eppure la stessa Istat certifica che i voucheristi, secondo le ultime rilevazioni, ricevono in media in un anno soltanto 478 euro netti.Questo ha anche un risvolto sul futuro pensionistico di chi è impiegato (esclusivamente) con questa metodologia: perché i compensi derivanti da lavoro accessorio quasi mai riescono a garantire l’accredito minimo a fini previdenziali. Il rischio concreto è che con il tempo e le ripetizioni di voucher, «i compensi derivanti da lavoro accessorio quasi mai riescono a garantire, nel singolo anno, l’accredito minimo di un mese di contribuzione utile ai fini previdenziali». La quota che viene versata alla gestione separata dell’Inps come contributo, 1,70 euro ogni 10 lordi orari, servirà dunque solo a formare il montante pensionistico. Ma per tutti quelli che non hanno altri rapporti di lavoro non formerà anzianità, visto che per farlo il soggetto deve ricevere nel corso dell’anno il minimo previsto dalla gestione separata.C’è poi un altro dato interessante che esce dal rapporto, quello riguardante i committenti  del lavoro a voucher. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, i principali datori di lavoro non sono le famiglie – o comunque i “privati” – bensì le imprese, in particolare quelle del settore alberghiero-ristorazione. Boom che si spiega abbastanza facilmente: in questi settori c’è una richiesta di poche ore di lavoro, spesso in orari particolari, festivi o notturni, che ha trovato la sua piena realizzazione con i buoni lavoro – andando a soppiantare contratti stagionali e contratti a chiamata, che permettono la stessa flessibilità ma che sono ben più onerosi per il datore di lavoro. Il sistema dei voucher che emerge da questo rapporto mostra quindi troppe fragilità, tanto da far avanzare anche l’ipotesi di una loro soppressione. Chissà se il ministro Poletti deciderà di affrontare la questione con il presidente dell’Inps, Tito Boeri.Marianna Lepore

Aspiranti imprenditori in Garanzia Giovani, 124 milioni in cerca di beneficiari: Selfiemployment stenta a partire

Tra i servizi offerti da Garanzia Giovani, il programma europeo per promuovere l'occupazione giovanile, Selfiemployment è forse uno dei meno conosciuti – e di conseguenza meno utilizzati. Partito a gennaio con una disponibilità  finanziaria di 124 milioni di euro, alle spalle il gestore Invitalia – controllata del ministero dell'Economia – consente di «sviluppare idee di business e avviare iniziative imprenditoriali, accedendo a finanziamenti agevolati» come spiegano le faq sull'iniziativa. Per chi volesse mettere in piedi un'impresa un bel trampolino di lancio, almeno sulla carta: i prestiti vanno dai 5mila ai 50mila euro a tasso zero, senza garanzie personali e con un piano di ammortamento settennale.Un aspetto forse sottovalutato, e che differenzia questa opzione dalla altre del pacchetto Garanzia Giovani, è che la domanda può essere inoltrata anche da chi svolge «attività che non costituiscono un rapporto di lavoro – borse lavoro per esempio – e impieghi occasionali di tipo accessorio, retribuiti con i cosiddetti voucher» evidenziano dal ministero del Lavoro, rispondendo indirettamente a un dubbio sollevato proprio di recente da un lettore sul forum della Repubblica degli Stagisti. «Avevo intenzione di iniziare il programma selfiemployment e volevo capire se durante la durata del percorso fosse possibile lavorare saltuariamente retribuito con i voucher» chiedeva Pepe qualche tempo fa. Ecco la risposta: la possibilità c'è ed è ammessa perché «nonostante si presentino come prestazioni lavorative autonome», aggiunge Antonio Troise, responsabile dell'ufficio stampa di Invitalia, «i lavori occasionali retribuiti a voucher non influiscono sullo stato di disoccupazione». Restano invariati gli altri requisiti di partecipazione, che sono la registrazione al programma e dunque un'età compresa tra i 18 e i 29 anni e il mantenimento della condizione di Neet – non frequentare un corso di studi o formazione, non essere inserito in tirocini curriculari o extracurriculari, essere disoccupato secondo l'articolo 19 del dl 150/2015. Serve poi la residenza sul territorio nazionale. E sempre Invitalia ricorda che per chi sta già ricevendo all'interno del programma un provvedimento di politica attiva (tirocinio, formazione, servizio civile), la misura è temporanemente preclusa: «Dovranno attenderne la conclusione e successivamente reiscriversi a Garanzia giovani».  A sette mesi dall'avvio, restano però luci e ombre. L'obiettivo di riuscire a sostenere (almeno) qualche migliaia di giovani con in mente un business plan appare ancora lontano. A oggi le domande presentate «sono meno di 200», ammette Troise. Per la precisione «al 7 settembre risultano 787 domande in via di compilazione, 176 delle quali completate e presentate» specifica l'ufficio stampa del ministero del Lavoro: «Tra quelle presentate, 76 sono state valutate complete e istruite, 53 sono decadute e 23 saranno oggetto di una delibera di prefinanziamento, per prestiti pari a oltre 700mila euro». Un importo quasi infinitesimale rispetto allo stanziamento complessivo, meno dell'1 per cento del totale. Adesso la speranza è che «il numero di domande cresca» auspica Troise perché «dal 12 settembre c'è stata una revisione dell’avviso che amplia la platea dei destinatari».Risultato che potrebbe verificarsi per almeno un motivo: i percorsi di accompagnamento all'autoimprenditorialità da frequentare come prerequisito per l'accoglimento della domanda non saranno più obbligatori. A spiegare il nuovo meccanismo è il dicastero del Lavoro: «Ne esistono sia su base regionale che nazionale, tutti nell'ambito di Crescere Imprenditori, un progetto di Unioncamere» chiariscono. Finora «tali percorsi, della durata di 80 ore, sono stati pensati come propedeutici all’accesso al fondo». Un quadro destinato però a cambiare «con le recenti modifiche, per cui diventeranno facoltativi pur fornendo un punteggio all’atto della presentazione della domanda, 9 punti su 45 totali». Al momento quelli impegnati su questo fronte sono però poche centinaia. «Su 1.177 ragazzi che hanno manifestato interesse on line ai percorsi di Crescere Imprenditori, 293 sono stati avviati ai laboratori e 224 hanno già terminato la formazione prevista».Già a aprile, quando la Repubblica degli Stagisti si era occupata della questione, la situazione era scoraggiante. A fine 2015 non arrivava a 500 il numero dei beneficiari del servizio di accompagnamento all'autoimprenditorialità (una misura comunque diversa e antecedente a Selfiemployement, partito solo nel 2016: l'accompagnamento in questo caso dovrebbe consistere, sostanzialmente, in "consulenze" fornite agli aspiranti imprenditori da parte di esperti), su un totale a settembre 2016 di circa 1,1 milioni di registrazioni al programma Garanzia Giovani. La semplificazione nell'accesso a Selfiemployment funzionerà?Invitalia ha registrato anche le principali tendenze rispetto ai settori più quotati tra i giovani che si cimentano nell'autoimprenditorialità: «Le richieste per adesso si sono concentrate sulle aree del commercio e del turismo / cultura, con un'incidenza pari rispettivamente al 37% e 32%». Seguono la ristorazione e i servizi alla persona, che insieme occupano il 40%. E chissà che i progetti non si concretizzino davvero e i 124 milioni di fondi a favore di Selfiemployment trovino finalmente una destinazione.  Ilaria Mariotti  

Il messaggio di Emma Bonino ai giovani: «Fate politica con la testa e con il cuore, non con la pancia»

Emma Bonino inaugura la prima summer school della Scuola di Politiche: suo è il primo intervento “in plenaria”. Del resto, con un tema come "Dove vai, Europa?", chi meglio di un ex commissario europeo convintamente europeista può dare alla platea di giovani partecipanti alla summer school 2016 uno sguardo largo e approfondito?«Dove va l'Europa» esordisce Bonino: «Il progetto europeo è il grande incompiuto. Dobbiamo capire cosa vogliamo fare per completarlo. Parto dall'intervento di ieri di Juncker che ho ascoltato grazie a Radio Radicale, lo cito direttamente: “Mai prima d'ora ho visto un terreno comune tanto piccolo tra gli stati membri…”». Terreno comune piccolo e architettura istituzionale debole: «L'Europa così com'è non ha una governance adeguata. E allora che si fa? C'è la strada, spinta da giornali come Libero, di “andarcene” - non s'é capito dove, ma: “andiamocene”. E poi c'è la strada di “che facciamo per renderla più adeguata”». Dopo la batosta di Brexit, la congiuntura politica dei prossimi mesi è complessa: «Abbiamo di fronte un anno pieno di scadenze elettorali: il 2 ottobre il referendum ungherese, poi c'è l'Austria – sempre ammesso che risolvano il problema della colla per i voti per corrispondenza. Poi votano gli olandesi, i francesi, noi, poi i tedeschi». E dunque più che prevedibilmente «ogni governo e ogni capo di stato e di governo avrà più attenzione alle sue vicende nazionali che a immaginare una visione per il futuro dell'Europa».Naturalmente Emma Bonino giudica «la tentazione dell' “ognuno fa per sé” totalmente inadeguata, perfino per la grande Germania, che nemmeno con la sua forza può sedersi sul serio al tavolo da sola con Cina o Stati Uniti». Senza con ciò negare le enormi difficoltà di questo momento storico: «Viviamo una situazione da interregno: un ordine vecchio che non c'è più e uno nuovo che stenta a nascere. Abbiamo una serie di crisi, interne nostre o esterne nel nostro vicinato, che non sappiamo come affrontare. Si delinea una biforcazione: o la fine del progetto europeo, e il ritorno agli Stati nazionali e nazionalisti molto spesso populisti, oppure la scelta di andare avanti». In che modo? «Se ne può discutere, c'è il dibattito sull'Europa a due velocità, con una serie di problematiche da affrontare come per esempio cosa succederebbe in questo caso alla legittimità del parlamento europeo. O si va avanti o si va indietro. Ma non discuterò sulla parte del “si va indietro”, perché vi ho già detto come la penso».E come la pensa è chiaro: l'Italia e tutti gli altri Paesi europei senza Unione europea non vanno da nessuna parte. Ma l'Unione si deve risollevare, e adeguarsi alle nuove sfide trovando politiche e strategie comuni: «Noi dal 2008 viviamo una situazione di crisi, nata finanziaria e poi divenuta politica, economica e sociale. Proprio in assenza di una governance adeguata tutte le misure, messe come “pecette” per salvare il salvabile, sono state misure nazionali».Sono sopratutto due le tematiche che Emma Bonino sceglie di sottolineare: «Non è mai esistita una moneta comune senza politica economica comune, senza un Tesoro e senza una banca di ultima istanza, con la capacità del governo federale di poter salvare o lasciar fallire uno stato, prendendo decisioni politiche». L'euro implementato così, senza un solido quadro di sostegno, è insufficiente: «L'introduzione dell'euro è stata per 10 anni un tale successo – compreso nel nostro paese – che nessuno ha pensato a quello che mancava: avevamo una governance adatta al bel tempo, e al primo temporale ci siamo accorti che non avevamo l'ombrello. Invece ci vuole un Tesoro. Noi manco l'unione bancaria riusciamo a fare!».E mentre l'Unione europea ha nascosto la testa sotto la sabbia, guardandosi bene dall'affrontare contraddizioni e deficienze nel suo sistema (non solo monetario), il mondo è andato avanti: «Nel frattempo molte parti del mondo hanno cominciato a correre. Un mio amico cinese dice: “Ci avete insegnato per tanto tempo che il mercato è bello e che l'economia di Stato non va bene: adesso che lo abbiamo imparato, non vi piace più perché vi facciamo concorrenza”. Sono nate molte potenze regionali di cui vent'anni fa non avevamo neanche il sentore. Per esempio, il Qatar: chi avrebbe mai detto che sarebbe diventato così centrale, diventando un “soft power”? Oppure l'Arabia Saudita. Ma anche la Turchia 20 anni fa non era una grande potenza regionale. Mentre il mondo correva e cambiava sotto i nostri occhi, l'Occidente si limitava ai convegni sul mondo “che non è più monopolare, poi non è più bipolare, poi adesso è multipolare”…».Da esperta del mondo musulmano – ha vissuto diversi anni in Egitto, studiando l'arabo e impegnandosi a supporto delle organizzazioni di donne musulmane – Emma Bonino ha anche tracciato a favore degli studenti della summer school un piccolo riassunto della situazione: «Il nucleo dello scontro non è Stati Uniti - Russia, ma uno scontro terribile tutto all'interno della famiglia sunnita, tra la parte wahabita e la parte dei fratelli musulmani. Una guerra geostrategica per obiettivi di primazia. Per il momento lo scontro sciiti-sunniti é sullo sfondo. Se non capiamo questo è difficile trovare il nostro posto, il nostro ruolo e la cura adeguata. Intanto abbiamo centinaia di migliaia di morti e genocidi sconosciuti, come quello dei caldei. Un filone di questo scontro continua anche in Libia, dove si scontrano Tobruk e Tripoli: eppure anche qui non c'è una politica estera europea comune, la Francia sostiene Tobruk, una decina di Paesi sono totalmente indifferenti, gli altri stanno con Tripoli».A fronte di una situazione di tale complessità, la posizione dell'Unione europea è stata finora caratterizzata da un misto di pusillanimità e disinteresse: «In tutto questo rivolgimento l'Europa è stata ferma: anzi l'Europa è come una bicicletta – se non va avanti non sta ferma, bensì cade». Fuor di metafora: «Non abbiamo nemmeno visto arrivare i problemi, non abbiamo capito che milioni di profughi in Libano, Giordania, Turchia non sarebbero stati lì per sempre, eppure non ci voleva la palla di vetro: la storia insegna che chi fugge dal suo paese all'inizio tende a voler rimanere lì accanto, nella speranza di poter tornare, ma dopo un certo periodo di tempo si sposta, si allontana. Ma quando ciò si è verificato, in Europa non c'era niente di pronto o di preparato». Insomma, sarebbe bastato studiare un po' per capire che cosa sarebbe successo, e attrezzare di conseguenza una politica europea efficace: invece «le politiche di accoglienza e di integrazione sono di competenza degli Stati membri, così c'è scritto nei trattati. Conclusione: si tenta di far fronte a una “sorpresa”, noi passiamo sempre da una sorpresa all'altra». Da questa incapacità di prevedere e agire per tempo derivano conseguenze negative, come nel caso della Turchia: «Abbiamo appaltato la sicurezza esterna e la gestione degli immigrati alla Turchia, con un accordo molto criticato – secondo me a ragione – per mille motivi, ma che è riuscito a frenare i flussi» ha spiegato Bonino, concludendo realisticamente «dunque ha raggiunto il suo obiettivo». Ma naturalmente «é una illusione, perché in questo modo noi siamo in qualche modo nelle mani di Erdogan. Non stupisca dunque che siamo così timidi, a parte il colpo di Stato, quando si tratta di parlare di diritti civili, libertà di stampa. Ci siamo messi in una posizione di tale dipendenza che poi è difficile essere più rigorosi su temi che invece ci dovrebbero stare a cuore». E comunque la situazione migranti è tutt'altro che risolta: «Molti si stanno muovendo dalla Turchia verso la Libia. Arriveremo quest'anno a un po' di più di 150mila sbarchi, ma all'interno del territorio libico sono imbottigliati 5-600mila disperati in arrivo sopratutto da Eritrea, Etiopia e in fuga da Boko Aram, per guerre e persecuzioni, ma anche da Senegal e Niger. Eppure consideriamo che solo un profugo su dieci tenta la strada dell'Europa, gli altri nove restano su territorio africano».Ma già quei “pochi”, quegli uno-su-dieci, che arrivano in Europa bastano a seminare il panico. «Su questa Europa piovono tutti i giorni segnali negativi, sono molto preoccupata: siamo arrivati “sul bordo della disintegrazione”. Non avrei mai immaginato che saremmo arrivati al muro a Calais: le due più grandi democrazie europee» dice Bonino con un tono a metà tra sconsolatezza e indignazione «di fronte a 10mila disperati pensano bene di alzare un muro. Perché? Perché quei migranti sono disperati. Se fossero 10mila sceicchi, a Londra troverebbero i tappeti rossi».E il muro di Calais non è un'eccezione: «Ora il Messico, che subisce un muro a nord lato Stati Uniti, ha fatto un muro a sud per frenare chi dal centro-sud America vuole usarlo come corridoio. L'Asia è colpita dalla stessa mobilità, sia per ragioni climatiche sia per difficoltà delle persone. Ci sono sempre più fili spinati, muri che sorgono in Europa e altrove, il problema è globale. Su questa questione si gioca la credibilità dei valori dell'Unione europea».E anche, da un altro punto di vista, una prova di pragmatismo: «Noi di questi non europei abbiamo bisogno. Perché il declino demografico del nostro paese, di una popolazione che invecchia – l'anno scorso in Italia ci sono stati più morti che nati – porta alla conseguenza che il nostro welfare non è più sostenibile senza una iniezione di forza giovane, lo stesso capita peraltro per Portogallo, Germania, Norvegia e molti altri Paesi. Parlavo con un amico norvegese complimentandomi per il giacimento di petrolio avviato, lui mi ha risposto “se avessimo trovato 50mila infermieri già formati sarebbe stato meglio”».Invece la gestione del tema immigrazione continua ad essere approssimativa, in Italia in primis: «Noi siamo bravissimi nell'accoglienza, ma dopo? Li lasciamo bighellonare, non abbiamo una politica di integrazione, perché questa politica costa soldi. L'unico paese ad aver fatto una legge in questo senso è la Germania, dicono “devi imparare il tedesco in 6 mesi” ma poi attrezzano corsi di lingua serali e nel weekend».Emma Bonino si lascia perfino andare a un consiglio di lettura: «Ho appena finito di leggere “C'était le XXe siècle: La course à l'abîme” di Alain Decaux, che racconta il periodo tra le due guerre mondiali, evidenziando tutti i segnali dell'abisso che nessuno volle vedere. Io voglio parlare a voi generazioni future - del resto, il futuro è più vostro che mio - e dirvi: riflettete bene su cosa pensate di volere. Imparate a riconoscere le malattie drammatiche e molto pericolose che sono i razzismi e i nazionalismi. Secondo Hannah Arendt anche episodi piccoli e banali dovrebbero fare da spia di cosa non va; e Mitterand diceva “ricordatevi sempre che il nazionalismo è la guerra”».Giova, su questo punto, fare un piccolo riassunto delle puntate precedenti: «Neanche 70 anni fa – nella storia, niente  – questo nostro continente era distrutto, anzi autodistrutto. Raso a zero. È stato grazie alla visione federalista degli Stati Uniti d'Europa, di ripartire mettendo insieme con la visione di dove volevamo andare – e con l'aiuto finanziario americano legato a questo processo di integrazione – che siamo diventati il continente più ricco al mondo». Dice proprio così, Bonino: “il più ricco al mondo”. «Non ci piacerà, vorremmo di più: ma lo siamo. Non solo in termini di Pil ma anche di alfabetizzazione, di welfare, di speranza di vita, di assistenza sanitaria».Un sistema che dunque, pur con tutti i suoi limiti, ha dimostrato di portare benessere e prosperità: «Proprio per questo non ha senso tornare indietro, per difficile che sia andare avanti. Sono federalista non per ideologia ma perché non conosco un sistema al mondo che sia in grado di tenere insieme popoli diversi in democrazia che non sia il sistema federalista».Il problema adesso è convincere gli Stati membri a comportarsi di conseguenza: «L'ipotesi di una Europa formato Svizzera già sta dimostrando di non andar bene, perché ciascuno va dalla sua parte. Bisogna fare l'interesse di tutti gli europei, non solo dei singoli Stati». Che invece molto spesso attuano un gioco sporco, incolpando l'Europa per ogni problema o provvedimento impopolare: «La Commissione europea viene additata al pubblico ludibrio per responsabilità che sono a mio avviso ascrivibili tutte agli Stati nazionali, diventa capro espiatorio di tutte le inefficienze». E affonda: «A volte essere leader non vuol dire essere “follower”, seguire cioè l'opinione pubblica. È un concetto impopolare in questo momento: è più popolare Salvini. Ma una classe politica deve anche avere il coraggio di essere a volte impopolare - per non avere la certezza di diventare a medio termine anti popolare».Esempio macroscopico, la questione migranti che occupa in questo periodo le prime pagine dei giornali: «Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Nel 1999 al vertice di Tampere gli Stati si resero conto che serviva una politica di integrazione comune. Si fece preparare una proposta dal commissario Vitorino che la preparò e... venne cacciato: non se ne fece niente». Eppure, ricorda Bonino, «dal 2008 al 2014 l'Europa ha integrato due milioni e mezzo di cittadini non europei ogni anno»; e la sola Inghilterra, «che fa i muri per 10mila disperati, ne ha integrati 500mila nel solo 2014».Con un messaggio forte e chiaro ai ragazzi: «Fate politica con la testa, con il cuore - che non fa male - e non con la pancia».Poi partono le domande dal pubblico. Stefano, bolognese in procinto di iniziare la Scuola di politiche 2017, si chiede se «Brexit insegnerà cosa vuol dire essere sbattuti fuori dall'Europa». Bonino puntualizza: «L'Inghilterra non è stata affatto “sbattuta fuori”. Cameron ha chiesto il referendum per ragioni interne di potere nel suo partito, poi ha fatto campagna per il no, ha vinto il sì – e tutti i vincitori si sono dimessi uno dopo l'altro. Infatti non sono certo tutti assatanati a chiedere l'applicazione dell'articolo 50. Prosciugheranno per i prossimi anni le energie della Commissione, ci sono 600 trattati da cui devono uscire, e loro non vogliono certo affrettarsi. L'articolo 50 fu elaborato dopo una crisi per una svolta a destra dell'Austria; fu inserito nel trattato di Lisbona, scrivendolo nella certezza di non doverlo mai applicare. Esso dice che fino ad esaurimento del negoziato tutto rimane come prima, gli europarlamentari inglesi dunque votano anche su materie su cui pensano di uscire, discutono dei nuovi commissari, il che non ha molto senso. E il processo non sarà neanche così veloce. Nel 1986 quando ero ragazza» - all'epoca aveva 38 anni, ed era già alla sua seconda esperienza da eurodeputata - «avevo seguito il distacco della Groenlandia che si era separata dalla Danimarca: fu un incubo, durò più di tre anni. La tecnica negoziale, tipica degli inglesi da sempre, sta avendo luogo anche adesso: gli inglesi non si siedono mai al negoziato se non hanno già negoziato in via informale il quadro generale».Un metodo che piace poco a Emma Bonino: «Io invece penso che si debba arrivare subito a una chiarezza, il punto di scontro è la libertà delle persone. Con tutto il rispetto degli inglesi, esistono pure gli altri: perché su Brexit hanno votato solo gli inglesi? Questa cosa impatta anche su di noi. Non a caso la nostra Costituzione ha escluso la amnistia, le materie fiscali e i trattati internazionali dalle tematiche che si possono decidere attraverso referendum: nella loro chiaroveggenza i padri costituenti hanno voluto così». Invece Brexit rischia di scatenare un effetto domino: «Sono in preparazione in Europa una trentina di referendum su qualsiasi cosa, dall'uscire dalla Nato a tutto il resto! Ci sono valori che invece non sono contendibili, che non sono a disposizione neanche dalla maggioranza. Sulle materie comunitarie penso che non sia possibile che ognuno faccia un referendum per sé».E quali saranno le conseguenze della Brexit? «Io non credo che gli inglesi abbiano così fretta di uscire» ribadisce Bonino: «Loro hanno anche 5 milioni di concittadini in giro per il mondo, la maggior parte dei quali in Europa. Credo che sarà un periodo lunghissimo che spero apra anche a qualche riflessione tra chi vuole restare e chi vuole uscire, e le relative conseguenze».Alessandro chiede se «abbiamo davvero “integrato” 2,5 milioni di non europei ogni anno: la parola integrazione ha un forte significato». Bonino risponde che «l'integrazione non è mai stata facile in nessun momento della storia, in nessuna parte del mondo. Visitando qualsiasi museo della emigrazione italiana ce ne si rende conto. Spesso la integrazione vera inizia con la seconda generazione, quella dei figli che sono andati a scuola. La legge tedesca mi sembra una cosa da esaminare con attenzione».Anche perché «interi settori dell'economia italiana chiuderebbero senza immigrati: penso all'agricoltura, alle costruzioni, ai servizi alla persona. Che ne abbiamo bisogno dunque non ci piove. Gli italiani non sono più razzisti di altri, ma quello che non sopportano è il disordine su questo tema. Le cifre e le statistiche ci raccontano la realtà, partiamo da lì: a sud del mediterraneo c'è una esplosione demografica senza pari, da 70 milioni che erano pochi decenni fa si stanno avvicinando ai 600 milioni; la Nigeria nel 2070 avrà più abitanti dell'Eurozona. Facciamo funzionare il cervello, e con un po' di cuore che non guasta mai, invece di ripetere con la pancia cose non sostenibili».La giornalista Letizia Magnani rompe il protocollo – che vuole lo spazio delle domande ai relatori riservato agli studenti della scuola – ponendo una domanda sulla «necessità di laicità: dobbiamo sostenere lo sviluppo di un Islam laico?».«Sulla laicità sfondi una porta aperta» ribatte Bonino: «ma bisogna capire come li sosteniamo. Credo che i diritti civili, la laicità, la separazione tra politica e religione siano un processo: noi ci abbiamo messo molti anni… e qualche guerra. I musulmani laici esistono, io li conosco tutti quanti. Il modo migliore per sostenerli è non dimenticarli. Pensiamo alla Tunisia: se non si ammazzano li dimentichiamo, se si ammazzano troppo li dimentichiamo. In sostegno alla Tunisia credo che varrebbe la pena mettere qualche risorsa. Bisogna poi sostenere le donne che hanno aperto un dibattito nel proprio Paese: esistono alcune realtà in cui il dibattito su Islam e politica è molto avanzato. Una volta andava molto di moda il dialogo interreligioso, a me sarebbe piaciuto promuovere un dialogo interlaico. Il mondo femminile in tutto il mondo arabo e musulmano è la parte più vivace sulla richiesta di diritti. Già farlo conoscere non è male, sostenerlo è ancora meglio. Purtroppo la svolta di Ennahda» – sancita dalle recenti dichiarazioni del leader tunisino Rached Ghannouchi, in sostanza un “archiviamento dell'Islam politico” – «è passata completamente sotto silenzio: forse perché mancava l'elemento clou della notizia».Qualche altra breve domanda e risposta, e arriva il momento per Emma Bonino di chiudere l'incontro e correre a prendere il treno. «Ma fatemi dire un'ultima cosa sulla laicità» chiude: «La polemica tra burka e burkini mi fa vomitare. Il limite vero è che la gente deve andare in giro riconoscibile. Quel che non dobbiamo consentire è il velo integrale, quello per cui la persona non è identificabile, anche perché limita l'integrazione. La nostra società è basata sulla responsabilità individuale, ed è ciò che va tutelato. Mi farebbe orrore uno stato che manda dei poliziotti in spiaggia a dirmi che ho il bikini e mi devo rivestire o a quella che ha il burkini che si deve spogliare». Eleonora Voltolinatutte le foto sono di Francesco Pierantoni

Quattro giorni con duecento giovani appassionati di politica, appunti sparsi di una summer school speciale

Negli ultimi quattro giorni mi sono immersa nella prima summer school della Scuola di Politiche. Oltre duecento ragazzi riuniti a Cesenatico e assorbiti da un calendario ricchissimo fatto di dibattiti, incontri, focus group. Politica a 360 gradi su un grande tema principale, “Dove vai Europa?”. Una idea che, come avevo già scritto qualche tempo fa, a me pare straordinaria e che dà a moltissimi ragazzi svegli e bravi la possibilità di costruirsi una formazione politica parallela e diversa a quella universitaria, incontrare personalità eccezionali, avviare un networking che legherà alcuni di loro anche negli anni futuri – e magari li porterà a lavorare insieme, realizzare progetti, chissà.Fatto salvo il mio intervento, focalizzato su giovani e lavoro, mi sono in questi quattro giorni mescolata agli studenti; seduta con loro, ho ascoltato con loro, imparato con loro. Ho preso anche – deformazione professionale – moltissimi appunti; e ora ho deciso di riordinarli e pubblicarli. Per chi non c'era: perché quello che hanno detto Emma Bonino, Ferruccio de Bortoli, Nando Pagnoncelli e i molti altri partecipanti – a cominciare dal padrone di casa Enrico Letta, ideatore della scuola, che ha aperto e chiuso con i suoi interventi la summer school – è stato spesso davvero interessante, talvolta addirittura illuminante. È bello poter dare la possibilità anche a chi non è riuscito a far parte di questa avventura di scoprire i contenuti, le lezioni, le risposte emerse a Cesenatico. E anche per chi c'era: perché la parola scritta aiuta la memoria e la riflessione; e tra qualche giorno, o mese, o anno, magari a qualcuno sarà utile tornare a ricercare questi interventi, queste parole. Non sono certo riuscita a seguire tutto – del resto con cinquanta relatori e una quindicina di eventi, farlo sarebbe stato quasi impossibile! – ma quel che sono riuscita a tracciare nel mio smartphone è (o sarà: wip sta per work in progress!) qui di seguito.Buona lettura.→ intervento di Emma Bonino “Dove vai, Europa?”→ intervento di Nando Pagnoncelli “Sondaggi di opinione: maneggiare con cura” wip→ intervento di Ferruccio de Bortoli wip→ tavola rotonda “Quale (dis)integrazione? L’Europa tra migrazioni, demografia, estremismi” - con C. Kyenge, A. Rosina, N. Bouzekri, P. Annicchino e l'introduzione di A.Aresu wip→ tavola rotonda  “L’Italia divisa” - con E. Felice, G. Provenzano, M. Cesare wip→ talk con gli HR: Antonio Migliardi e Alessandro Bernardini – Esperienze a tutto tondo nel settore pubblico e privato wip→ intervento di chiusura di Enrico Letta “Le 5 grandi domande per il 2017” wiptutte le foto sono di Francesco Pierantoni

Badanti e braccianti agricoli laureati, l'Italia non valorizza gli immigrati con alto grado di istruzione: eppure «hanno una marcia in più»

L’Italia non è un paese per laureati, tantomeno per quelli stranieri. Il nostro Paese non è in grado di attrarre immigrati qualificati e, quando lo fa, offre loro impieghi al di sotto del loro grado di istruzione. È quanto emerge dai dati del nuovo Rapporto annuale “I migranti nel mercato del lavoro in Italia”, realizzato dal Ministero del Lavoro. L’8,4% dei laureati extracomunitari residenti in Italia svolge la mansione di operaio non specializzato. Una percentuale decisamente superiore a quella degli italiani, pari all’1,3%. Ci troviamo, quindi, di fronte ad un vero spreco di capitale umano che potenzialmente potrebbe dare nuova linfa al mercato del lavoro e nuova vitalità all’economia.Pochi laureati e mal impiegati. Se da una parte il sistema Italia non riesce a trattenere le sue “menti migliori” come i ricercatori, dall’altra non è nemmeno in grado di attrarre laureati dall’estero né di valorizzare quel capitale umano che entra nei confini nazionali. Così, persone che hanno conseguito una laurea in ingegneria, economia o diritto si ritrovano in fabbrica o a servire tra i tavoli di un ristorante. E l’Italia diviene “terra di conquista” di chi ha un basso livello di istruzione: solo il 11,8% della forza lavoro extra Ue è laureato, mentre più del 53% raggiunge al massimo un livello di istruzione equiparabile alla nostra scuola media. Un dato significativo se paragonato a quello dei laureati italiani nel mercato del lavoro nazionale, pari al 22,1%, già tra i più bassi dell’Europa occidentale. «Attiriamo pochi laureati dall'estero perché costringiamo tanti laureati italiani ad andare all'estero», spiega alla Repubblica degli Stagisti Oliviero Forti, responsabile immigrazione della Caritas italiana. «Non abbiamo un mercato del lavoro in grado di assorbire delle competenze né a livello interno, né tanto meno a livello internazionale. Gli immigrati si posizionano nei segmenti medio-bassi del mercato del lavoro. È una tipicità tutta italiana e degli altri paesi del “modello mediterraneo”, come Spagna, Portogallo, Grecia». Ma il problema riguarda anche il riconoscimento dei titoli di studio: «Attiriamo pochi laureati stranieri perché c’è un problema di equiparazione» aggiunge Rodolfo Giorgetti, responsabile area immigrazione di Italia Lavoro, che ha contribuito alla realizzazione del Rapporto: «È necessario che si ricerchi una più forte connessione tra le università italiane con quelle straniere, con la realizzazione di partnership». Ma il problema del riconoscimento dei titoli di studio è un aspetto piuttosto complesso che «investe anche la necessità di rispettare gli standard richiesti dall’Unione europea», puntualizza Forti.Ingegneri e medici, le uniche eccezioni. A tutto questo si somma una questione economica: per gli immigrati il titolo di studio – nei fatti –  influisce in maniera quasi impercettibile nella determinazione del tipo di impiego e di reddito, diversamente da ciò che accade per gli italiani. Anzi, gli stranieri si collocano, in ogni caso, nelle fasce più basse della società: solo lo 0,9% di questi percepisce un reddito superiore ai 2mila euro mensili, mentre quasi l’80% percepisce meno di 1.200 euro. Di contro solo poco più del 40% dei lavoratori italiani guadagna meno di 1.200 euro al mese, e quasi il 9% più di 2mila. Tra gli stranieri extra Ue solo il 4% dei laureati percepisce più di 2mila euro, contro il 22,3% degli italiani. «In genere gli immigrati svolgono lavori per mansioni di livello diverso rispetto a quello previsto dal titolo di studio» conferma Forti: «Così, tra chi svolge lavori agricoli, troviamo persone con titolo di studio assimilabile alla laurea o donne laureate, in genere dell'Est Europa, impiegate come collaboratrici domestiche, spesso con situazioni contrattuali precarie o in nero». I laureati stranieri in Italia che riescono a svolgere un lavoro confacente al titolo di studio «sono essenzialmente medici e ingegneri meccanici, in genere persone che hanno svolto un tirocinio formativo in Italia prima di scegliere il nostro Paese come destinazione» specifica Giorgetti. «Dal punto di vista delle nazionalità, prevalgono marocchini e cinesi, mentre in alcune attività specialistiche di nicchia attiriamo laureati da Stati Uniti e Canada».Il titolo di studio non conta nella scelta di rimanere in Italia. Ma tra gli immigrati laureati provenienti dall’area mediorientale o dall’Africa la scelta di rimanere in Italia o proseguire verso il nord d’Europa raramente dipende dal titolo di studio. «L'Italia è un paese di transito per quelle nazionalità che hanno forti comunità all'estero, per esempio in Germania, Austria, Belgio, Francia e Norvegia, che forniscono loro appoggio e orientamento», spiega Oliviero Forti. «Diversamente, chi non dispone di queste reti o di risorse per continuare il viaggio. I siriani dispongono di risorse e di reti, in particolar modo in Germania, i subsahariani no. Questi ultimi, volenti o nolenti, tendono a rimanere in Italia». Più assunzioni, ma anche più donne inattive. Nel 2015 c’è stata una complessiva inversione di tendenza dei livelli occupazionali degli extracomunitari, in base ai dati Istat elaborati nel Rapporto. Lo scorso anno sono stati assunti 2 milioni di cittadini extra Ue, pari a circa il 20% delle assunzioni totali. Ciò equivale ad una crescita rispetto al 2014 di +4,7%, superiore – anche se non di molto – a quella degli impieghi che hanno riguardato i cittadini italiani (+4,1%). Al contempo, però, cresce anche il numero degli inattivi, soprattutto tra le donne extracomunitarie, con una crescita di 20mila unità, pari a +2,2%. I dati 2015 confermano un trend che prosegue da alcuni anni in merito alla tendenza imprenditoriale degli immigrati extracomunitari: circa il 10% di questi svolge un’attività per proprio conto, prevalentemente attività commerciali piccole o medio-piccole.I giovani stranieri con una marcia in più. Interessante rilevare le sensibili differenze che stanno emergendo tra italiani e stranieri per il diverso peso che le nuove generazioni hanno sul mercato del lavoro. Tra i dirigenti italiani, per esempio, solo il 3,3% ha meno di 34 anni, contro il 18,8% dei dirigenti stranieri in Italia. Discorso simile anche tra i quadri, dove tra gli italiani gli under 34 sono il 7,6%, mentre tra gli stranieri il 15,5%. Medesimo rapporto anche nel mondo del lavoro autonomo: gli imprenditori italiani con meno di 34 anni sono quasi l’8%, mentre i giovani stranieri sono il 25,5%. Si tratta di dati che indicano quale contributo potrebbe dare una maggiore presenza di giovani, soprattutto se laureati e specializzati, al mercato del lavoro italiano. «Il 90% dei laureati mondiali si forma lontano da casa. In Italia questo rapporto è essenzialmente invertito», spiega Giorgetti. «Attrarre stranieri significa quindi avere persone più flessibili di fronte ai cambiamenti nei processi di lavoro. Un ragazzo laureato che ha attraversato il deserto per raggiungere l’Europa, si conquisterà la propria posizione lavorativa con le unghie e con i denti. La sua determinazione è un valore aggiunto». Senza dimenticare però che «la vera emergenza non è tanto il riconoscimento delle competenze e dei titoli di studio» conclude Forti «quanto il corretto inquadramento contrattuale degli immigrati, laureati o meno. Già questa sarebbe una grande conquista».Paolo Ribichini

Scuola di Politiche, a settembre la summer school con 250 giovani dà il via alla seconda edizione

“Dove vai, Europa?”. Questo il titolo, più che mai attuale, della prima summer school della Scuola di Politiche dell’Arel, la scuola di formazione fondata a Roma da Enrico Letta e diretta da Marco Meloni, che si terrà dal 15 al 18 settembre a Cesenatico, in Emilia Romagna. La Summer School sarà l’occasione per approfondire temi legati alla cittadinanza, alle migrazioni, all’austerity e, soprattutto, dibattere sulle sfide dell’Unione. Un’occasione altamente formativa per i 250 ragazzi che prenderanno parte all’evento. Di questi ci saranno i 100 ex studenti, cioè i primi cento giovani partecipanti che hanno appena concluso il percorso, i 100 nuovi ammessi che si sono classificati nella nuova selezione e che cominceranno a ottobre, più 50 giovani “esterni”. Per questo motivo la summer school rappresenta anche un momento di incontro tra vecchi e nuovi studenti, che si troveranno ad ascoltare personalità di spicco: tra questi Emma Bonino, Cecile Kyenge, Enrico Letta, Ferruccio De Bortoli e molti altri. L’appuntamento di Cesenatico permetterà ai relatori, che in buona parte sono anche i docenti della Scuola, di conoscere i nuovi ammessi. Alcuni dati e statistiche sono già disponibili: sono 52 ragazzi e 49 ragazze esattamente come lo scorso anno e, inoltre, i partecipanti di questa edizione sono più giovani. Sono 59 infatti i ragazzi che hanno un’età compresa tra i 19 e i 22 anni, mentre lo scorso anno erano 51. Per quanto riguarda la distribuzione geografica i dati non si discostano più di tanto da quelli della scorsa edizione: 44 ragazzi vengono dal Nord, 32 dal Centro e 26 dal Sud e dalle isole. Una composizione che sembra così rappresentare i dati relativi alla popolazione giovanile nelle tre zone del Paese. Il dato più interessante riguarda invece la provenienza dai corsi di laurea perché, sia per lo scorso anno che per questa edizione, a frequentare la Scuola di Politiche saranno studenti con competenze nei campi più disparati. Lo scorso anno la maggior parte degli ammessi proveniva da Scienze Politiche o Relazioni Internazionali (29), mentre per il 2017 sono i giuristi i più numerosi (27). Seguono gli studenti di Economia (23) che lo scorso anno erano 17 e gli studenti di Scienze Politiche che si fermano a 18. Ci sono poi gli studenti di Medicina, Architettura, Fisica, Discipline umanistiche, Scienze forestali e Tecniche alimentari ed enogastronomiche. Tra i partecipanti ci sono anche 3 ragazzi dell’ultimo anno di scuole superiori (l'anno scorso erano 10). La grande eterogeneità è un dato che colpisce, ma che non deve stupire. Lo spiega il direttore Marco Meloni: «Noi non vogliamo necessariamente formare solo alla politica praticata, ma vogliamo far sì che dei giovani meritevoli, che in futuro si occuperanno di qualsiasi settore, risultino arricchiti da questa esperienza e possano diventare cittadini autonomi. Non è molto importante quale percorso sia più indicato per essere buoni politici, per noi conta fornire loro degli strumenti e migliorare i loro profili».«Siamo sempre abituati a pensare al politico di carriera che rimane attaccato alla sua carica, visti i tanti esempi negativi è innegabile che spesso prevalga un’idea distorta delle politica» aggiunge Valerio Martinelli, classe 1993, uno degli allievi della prima edizione proveniente dalla provincia di Pisa: «La scuola che ha immaginato Enrico Letta vuol lanciare un messaggio diverso, non vuol formare politici di professione. Personalmente la consiglierei a tutti perché aiuta a rendere i cittadini più consapevoli». Per Martinelli la Scuola di Politiche è stata un’esperienza positiva: «Una delle cose che rimane dentro dopo aver frequentato i corsi, è la percezione della dimensione europea. Se prima ero un europeista adesso lo sono ancor di più e voglio impegnarmi per attivare maggiormente il dibattito sull’Unione a livello locale. La Scuola ti permette di confrontarti con relatori di caratura politica e amministrativa che non capita tutti i giorni di poter incontrare». Anche i docenti e lo stesso direttore sono rimasti colpiti dal livello dei ragazzi della scorsa edizione. Un livello raggiunto in seguito a un duro processo di selezione operato su numerosissimi candidati. Lo scorso anno arrivarono quasi 700 domande, mentre i posti erano solo 25, per questo motivo la direzione decise di alzare il numero a 100 e formare tre classi. La dimostrazione che i giovani sono interessati alla politica. Eccome se lo sono. «Abbiamo avuto un ottimo riscontro in termini di crescita del gruppo e impressioni positive sul livello dei ragazzi. Il processo di selezione per cui siamo partiti da 670 domande circa per arrivare poi a 100 ha fatto sì che la qualità fosse molto alta. Inoltre a noi ha colpito molto la motivazione di questi giovani» spiega Meloni «perché la scuola non offre apparentemente niente in cambio, non ci sono crediti formativi spendibili a livello universitario». I progetti per il futuro non mancano e per i ragazzi ci sarà modo di conoscere ancor più da vicino il mondo delle istituzioni: «Porteremo nuovi docenti autorevoli» afferma Meloni «e riprodurremo gli stessi corsi visto che hanno funzionato bene, ma con alcune differenze. Inizieremo da subito i lavori di gruppo e coinvolgeremo i ragazzi in laboratori perché vogliamo che siano sempre più protagonisti. Per questo motivo li inseriremo più stabilmente nelle attività di progettazione delle politiche e renderemo più sistematizzato il contatto con le istituzioni».  Johara Camilletti

Cercare lavoro su LinkedIn, rischi e vantaggi

I social network stanno prendendo sempre più piede come strumento per la ricerca di lavoro, e LinkedIn è una delle risorse principali in questo senso. Nato nel 2003, oggi è la rete professionale più grande al mondo con oltre 433 milioni di membri in 200 Paesi. In Italia è usato da 9 milioni di utenti, conta 4 milioni di aziende attive e più di 40mila lo usano per fare recruitment. Acquisito da Microsoft lo scorso giugno, ha confermato il trend di crescita anche nel primo trimestre 2016 e punta a espandere il network oltre ai colletti bianchi, che attualmente rappresentano la quota maggiore di iscritti. Soprattutto fra i giovani, l’utilizzo della piattaforma è legato all’ambito mobile e ha registrato un aumento dal 3 al 54% grazie all’app dedicata: il vantaggio significativo dell'istantaneità di accesso dello smartphone è dato dal fatto che, secondo LinkedIn, il 44% dei membri ha difficoltà a tenere d'occhio gli annunci con assiduità, ma chi invia la candidatura il primo giorno ha il 10% di chance in più di ottenere il lavoro. Da semplice piattaforma per curriculum digitale che era, oggi LinkedIn offre ai propri utenti non solo di crearsi una rete di contatti professionali, ma anche di seguire i settori di interesse e condividere notizie rilevanti nel proprio ambito. Sulla piattaforma, il vantaggio da parte di chi cerca lavoro è quello di rendere disponibili informazioni sulle proprie esperienze lavorative e di studio, in modo da poter essere contattato direttamente dalle aziende alla ricerca di un profilo che corrisponda alle loro esigenze. Le imprese, d’altra parte, avendo accesso ad un numero di potenziali candidati molto maggiore, possono massimizzare la ricerca di personale. Se non si basa su un certo grado di apertura e adattabilità, però,  la ricerca può talvolta essere difficile per entrambe le parti. «Pur  con milioni di impieghi disponibili nel mondo oggi, c'è  un'incompatibilità di fondo tra ciò che i lavoratori offrono in termini di capacità personali e quello che i datori di lavoro chiedono»  ha sottolineato David Cohen [nella foto sopra], direttore commerciale del Nord Europa e area EMEA di LinkedIn, commentando lo studio Adapt to Survive, commissionato da LinkedIn a PwC, che indaga l'adattabilità di Paesi e imprese nel mondo: «Oggi, per la prima volta, la tecnologia consente ai lavoratori di capire davvero che cosa si richiede loro per ottenere quegli impieghi, e di comprendere quali capacità e conoscenze serviranno loro per conseguire il lavoro e la carriera che desiderano». LinkedIn offre il vantaggio di fare incontrare domanda e offerta di lavoro più facilmente, ma si porta dietro anche dei rischi non indifferenti: la possibilità di essere ingannati esiste, e in diverse forme. E la questione è delicata soprattutto perché riguarda informazioni strettamente personali, quali quelle contenute nel proprio curriculum.Il rischio di incappare in una frode su LinkedIn esiste per qualsiasi utente, sia egli un singolo alla ricerca di lavoro, un impiegato o un’azienda stessa. Uno degli attacchi più diffusi, peraltro comune anche ad altre piattaforme, è quello di cercare di ottenere le password degli account estraendole da strumenti automatizzati che gestiscono grandi moli di indirizzi di posta elettronica e password in varie combinazioni, come suggerisce lo stesso LinkedIn. Come misure generali, LinkedIn consiglia di attivare la verifica a due passaggi (al login, oltre alla password, si deve inserire un codice numerico di sicurezza, inviato per sms) e monitorare regolarmente l'attività del proprio account. Esistono poi truffe elaborate e di lunga durata che si basano sulla costruzione di un rapporto di fiducia con il malcapitato: è il caso delle internet romance scam, che colpiscono soprattutto donne di una certa età e le inducono a prestare grosse somme a finti corteggiatori, o quello della classica truffa alla nigeriana, volta a estorcere denaro attraverso richieste di aiuto per trasferimenti tra banche e simili. La maggior parte dei profili fasulli, comunque, si limita ad azioni automatizzate che puntano a diffondere pubblicità o spam, oppure a rivendere informazioni a terzi.Per quanto riguarda le offerte di lavoro, le truffe più ricorrenti riguardano i contatti da parte di falsi recruiter che offrono impieghi molto remunerativi a fronte di un impegno minimo, come mystery shopper, lavoro da casa o come assistente personale, e le richieste di contatto provenienti da sconosciuti. Posto che il social network si basa sulla creazione di contatti nuovi, è irrealistico pensare di ignorare sistematicamente le richieste di chi non conosciamo. Ma si possono adottare alcuni accorgimenti per evitare di cadere nelle trappole virtuali. Nel caso di e-mail di “phishing” che fingono di essere richieste di contatto, per esempio, un primo consiglio è quello di non accettare automaticamente. Meglio controllare prima l’indirizzo del sito, accertandosi che il protocollo sia https://, oppure accedere direttamente alla piattaforma per confermare il contatto. Si può anche considerare di inviare un messaggio (la funzione InMail consente di farlo con chi non è fra i propri contatti) chiedendo la ragione della richiesta: questo rappresenta un buon deterrente per infastiditori online di vario genere. Inoltre, è possibile sistemare le impostazioni della privacy selezionando chi può inviare inviti, anche se poi si deve fare i conti con il limite di avere fra i contatti solo quelli importati o di persone che possiedono già il proprio indirizzo e-mail. In compenso, si può selezionare il tipo di messaggi che si vuole ricevere (eliminando, per esempio, le opzioni “opportunità di carriera” e “nuove imprese”) e nascondere i propri collegamenti, limitando così l’accesso ad una fonte di informazione preziosa per gli account falsi. Una buona abitudine è anche quella di selezionare quali richieste accettare e quali no, in seguito ad un’esplorazione dell’account del mittente. I segnali di un possibile account fasullo sono: un profilo professionale completamente diverso dal proprio, un numero di contatti esiguo, carriere troppo brillanti e veloci per essere vere, errori grammaticali, assenza di una foto personale o di riferimenti di contatto, posizioni lavorative descritte da manuale.In generale, meglio preferire la qualità rispetto alla quantità, perché un gran numero di contatti non è necessariamente sinonimo di maggiore successo. Infine, mai dare seguito a messaggi con richieste di avventure sentimentali o anche di semplice amicizia, proposte di guadagno assicurato e segnalazioni di vincite di grandi somme di denaro.Una volta prese le dovute precauzioni per evitare situazioni spiacevoli, LinkedIn può rappresentare un importante strumento di visibilità, soprattutto se si adottano alcune strategie per migliorare il proprio profilo. Innanzitutto, va curata con attenzione la costruzione della propria pagina, cercando di inserire le informazioni nel modo più accurato e completo possibile, dalle esperienze di studio a quelle di volontariato: un profilo dettagliato veicola bene un'idea di serietà e precisione. Inserire almeno cinque competenze principali (così facendo, si ha il 31% in più di probabilità di essere contattati secondo LinkedIn) e la città in cui si vive (il 30% dei recruiter seleziona i candidati in base alla posizione geografica).Vanno scelte bene anche le parole chiave per il riepilogo che si trova a inizio pagina, quello che salta prima all'occhio di chi legge: LinkedIn ha stilato una lista dei dieci aggettivi più utilizzati nel gergo professionale, parole che è meglio evitare, perché talmente usate da apparire ormai vuote e insignificanti. Bando dunque alla “vasta esperienza” e ai “motivato”, “intraprendente”, “creativo” e “versatile”. Occorre cercare di individuare i propri veri punti di forza e, se proprio si ritiene di dover includere le descrizioni classiche, è meglio trovare dei sinonimi efficaci. Assicurarsi anche che il riepilogo sia almeno di 40 parole, altrimenti si rischia di non comparire nella ricerca.Un altro punto focale è la foto: secondo LinkedIn, gli utenti con un “volto” ricevono il 21% in più di visite sul profilo. Requisiti fondamentali del ritratto sono una buona risoluzione, professionalità (un buon suggerimento è quello di scattare la foto sullo sfondo del proprio contesto lavorativo, che sia un ufficio o l'università) e il sorriso. Collegare applicazioni esterne a LinkedIn, come TripIt per chi viaggia o SlideShare per le presentazioni, inoltre, aumenta la visibilità. Infine, cercare di mantenersi attivi sulla piattaforma, partecipando alle discussioni nei gruppi e condividendo articoli interessanti. E durante la ricerca di opportunità di lavoro, tenere a mente il principio dell'adattabilità: «I governi influenzano la capacità di adattamento dei lavoratori principalmente attraverso il sistema scolastico, e le competenze che le persone acquisiscono attraverso l'istruzione le rendono più o meno capaci di adattarsi. La tecnologia è certamente una delle cose di cui le persone devono fare tesoro, ma non è l'unica: l'adattabilità è un tipo di mentalità, significa essere pronti ad accogliere e intraprendere cose diverse» ha scritto Michael Rendell [nella foto a sinistra], consulente a capo delle risorse umane del network di PwC, nel commento allo studio Adapt to Survive. Una forma mentis che dovrebbe guidare lo sviluppo non solo individuale, ma di aziende e Paesi: «Una parte di questo è la ricerca di talenti fuori dai confini nazionali: i governi hanno un ruolo importante nell'incoraggiare le imprese a farlo e nell'attrarre i talenti di cui un Paese ha bisogno a venire in quel Paese». Il che non esclude, dunque, di considerare di spostarsi all'estero per lavoro, un'opzione sempre più frequente per tanti e un'opportunità che, se presa con lo spirito giusto, può insegnare molto, oltre alle competenze professionali.Irene Dominioni