Les 4 di Promuovi Italia, una ex collaboratrice denuncia: «Migliaia di stage senza sbocchi»

A.G. ha 35 anni ed è originaria della provincia di Taranto. Dal 2006 al marzo del 2012 ha lavorato per Promuovi Italia, l’agenzia alle dipendenza della Presidenza del Consiglio dei ministri che gestisce interventi di sviluppo nel settore turistico come il programma Lavoro e Sviluppo 4. Sei anni di contratti a progetto, rinnovati di volta in volta per due, tre o sei mesi: contratti che l'hanno costretta a vivere in una situazione di precariato spinto in prima persona, con il paradosso di avere come lavoro quello di collocare nel mercato del lavoro disoccupati e inoccupati. Una vicenda per molti versi simile a quella di Katia Scannavini, lasciata a casa da Italia Lavoro dopo un'analoga sequela di contratti a progetto proprio nel momento in cui era rimasta incinta.
Anche A.G. ha subito la stessa sorte. Alla Repubblica degli Stagisti però non si è rivolta solo per denunciare il sopruso subito in prima persona, ma anche per sollevare il velo su quel che accade all'interno di Promuovi Italia, specialmente con gli ingenti fondi pubblici a disposizione per iniziative di “occupabilità” nelle zone svantaggiate del Paese, e testimoniare il suo disagio di fronte in particolare ai progetti di tirocini finanziati con i fondi dell’Unione Europea. «Ricordo il caso di un’azienda che mi chiese se potesse licenziare i propri dipendenti per riprenderli come tirocinanti. Una proposta talmente assurda che dissi immediatamente di no senza neanche segnalarla ai superiori. Ma ce n’erano altre che volevano inserire parenti come tirocinanti pagati dallo Stato per non fare nulla: non avevano affatto bisogno di stagisti ma ne approfittavano ugualmente visti i finanziamenti pubblici», racconta A.G. alla Repubblica degli Stagisti.
In ogni caso il lavoro di A.G. sembrava apprezzato, tanto da valerle un viaggio premio aziendale, una menzione d’onore in una delle pubblicazioni di Promuovi Italia e il continuo rinnovo del rapporto di collaborazione. Poi, però, è rimasta incinta. E dopo il periodo di gravidanza, allo scadere del contratto in corso, per la prima volta è stata lasciata a casa.
A.G. si è rivolta alla Repubblica degli Stagisti con una richiesta di Help: «Non ho potuto fare a meno di ritrovarmi nelle parole scritte da Marianna Lepore nel suo articolo "Italia Lavoro aiuta i cittadini a trovare un impiego, ma lascia a casa i suoi collaboratori", perchè anch'io, come la protagonista dell'articolo, dopo 6 anni di collaborazione e dopo un periodo di maternità obbligatoria sono stata "scaricata" senza alcuna spiegazione».
E a questo punto A.G., tradita dall'azienda a cui ha dedicato sei anni di lavoro, decide di togliersi qualche sassolino dalle scarpe raccontando come funziona il progetto Lavoro e Sviluppo 4 e descrivendo le storture che lo caratterizzano. «Sento di essere stata complice nel tradimento che Promuovi Italia compie sistematicamente nei confronti di migliaia di miei coetanei che vengono inseriti in stage che solo in rari casi hanno un reale fondamento di esistere e ancora più raramente riescono a sboccare in una offerta di lavoro seria e concreta. Vorrei riscattarmi nei confronti delle giovani "prede" mettendole in guardia nei confronti di organismi di questo tipo».
A.G. racconta così la propria vicenda alla Repubblica degli Stagisti: «Ho cominciato a collaborare con Promuovi Italia nel 2006. Sono laureata in economia del turismo e, dopo aver saputo che  cercavano collaboratori nella provincia di Taranto, ho inviato la mia candidatura e sono stata inserita con un contratto a progetto. Il mio ruolo era quello di assistente per le imprese e il territorio. In pratica avevo il compito di contattare le aziende di Taranto e provincia che avessero ottenuto finanziamenti in base alla legge 488 del '92 [le uniche che possono usufruire dei programmi Les 4. L'elenco è gestito dal ministero del Lavoro e non è mai stato reso pubblico, ndR], presentare loro i nostri progetti e chiedergli se volessero aderire. Dopodichè, lavorando insieme ai tutor e con l’autorizzazione dei miei superiori, dovevo effettuare gli inserimenti dei ragazzi come stagisti. Molto spesso erano le aziende stesse a segnalarci dei nomi, più raramente dovevo attivarmi per aiutarle a individuare i giovani candidati».
Ogni assistente aveva l’incarico di inserire un certo numero di tirocinanti. Nel caso di A.G. si parlava, in media, di 80-100 stagisti per ogni stagione turistica. La direzione centrale di Promuovi Italia metteva sotto pressione i collaboratori sul territorio: «Periodicamente si tenevano riunioni in cui venivano proiettate delle tabelle con i nomi degli assistenti, i tirocini realizzati fino a quel momento e le offerte di lavoro ricevute dai ragazzi. Ma sinceramente non so quali fossero le conseguenze per chi non conseguiva il numero minimo di inserimenti: io ho
sempre raggiunto la mia quota». Questo approccio quantitativo, però, sacrificava del tutto la qualità: «Ci hanno sempre parlato di numeri. Non c’era il tempo di seguire con cura ogni inserimento e nessuno ci badava».
Le condizioni del programma, sulla carta, sembrano vantaggiose per i tirocinanti, che percepiscono una borsa lavoro mensile di 500 euro, un’indennità di prima sistemazione una tantum di 250 euro, un’indennità sostitutiva di mensa di circa 300 euro al mese, rimborsi per i trasporti e coperture assicurative Inail e Rc, per una durata massima degli stage pari a 6 mesi. La copertura economica, però, non arriva dalle imprese ma da uno stanziamento pubblico pari a 60 milioni di euro, proveniente per l'80% dal Fondo sociale europeo e per il 20% dall'apposito fondo di rotazione nazionale.
Promuovi Italia ha sempre fatto vanto delle condizioni offerte agli stagisti e della percentuale di offerte di lavoro che sono arrivate ai ragazzi al termine dei tirocini. Già nel 2011 dalla società comunicavano che più del 70% dei tirocinanti complessivi ne aveva ricevuta almeno una. Ma secondo A.G. il calcolo includeva anche contratti di lavoro a chiamata o a tempo determinato, senza alcuna possibilità reale di inserimento dopo la loro conclusione: «Nell’arco di tutti questi anni ho lavorato con circa 20 aziende. Di queste, solo 4-5 erano serie ed erano interessate a inserire davvero i ragazzi in pianta stabile. Alle imprese partecipanti non era richiesto di proporre un numero minimo di offerte di lavoro dopo la conclusione dei tirocini. Se però non ne facevano nessuna, noi assistenti smettevamo di lavorarci, di includerle nella lista delle aziende papabili in cui inserire i ragazzi. Allora, pur di continuare a usufruire del programma, la maggior parte delle aziende offriva ai ragazzi incarichi precari, o addirittura il lavoro a chiamata, senza creare sbocchi occupazionali concreti. Gli stagisti, inoltre, erano impiegati come vera e propria manodopera gratuita: altro che tirocini "formativi"».
Anche la natura stessa del progetto (un finanziamento sociale europeo che paga i tirocinanti al posto delle aziende) avrebbe dato adito a tentativi di abuso da parte delle imprese, primo fra tutti l'inserimento di ragazzi come tirocinanti anche quando non ve ne era alcuna esigenza. «Non le si poteva escludere tutte perchè il numero di aziende papabili era così ristretto, e il numero di tirocinanti da inserire così elevato, che bisognava comunque continuare a lavorare sempre con le stesse società, pur sapendo già dal principio che gli stage non avrebbero portato a nulla».
In questo scenario desolante si inserisce la vicenda personale di A.G: «Durante la gravidanza, nel 2010, mi sono accorta che sul lavoro venivo progressivamente isolata. Non venivo informata delle riunioni, avevo sempre meno incarichi. Quest’ultimo punto poteva anche essere normale vista la stagionalità tipica del settore turistico, per cui ci sono mesi con un basso carico di lavoro, ma sentivo che qualcosa era cambiato». I sospetti di A.G. si sono dimostrati fondati: il periodo di maternità obbligatoria è finito a maggio del 2011 e a giugno, allo scadere del
contratto, non le è stato offerto alcun incarico ulteriore.
L’agguerrita collaboratrice si è rivolta a una rappresentante del Nidil di Taranto: «Quando si è informata le hanno detto che la qualità del mio lavoro era insufficiente: strano che se ne siano accorti dopo sei anni e tutti i riconoscimenti precedenti... Inoltre hanno detto che avevo attivato un numero eccessivo di tirocini in una singola azienda. Si trattava però di una catena con  un numero elevato di alberghi che poteva accogliere più ragazzi, in proporzione al personale. E inoltre avevo chiesto l’autorizzazione al mio responsabile. Alla fine sono riuscita ad  ottenere un ulteriore contratto di sei mesi, che si è concluso a marzo. Questa volta ero stata "declassata" a tutor, ma era evidente che era  un contratto "forzato" e senza alcuno sbocco per accontentare e non far fare troppo chiasso alla rappresentante del sindacato».
Da questa esperienza ad A.G. è rimasta un’amara consapevolezza: «Sono ormai convinta di aver buttato via questi anni, investendo le mie energie in qualcosa che in realtà non seguiva nessuna aspirazione, ma girava con il vento politico per rimanere in piedi».
La Repubblica degli Stagisti ha contattato Promuovi Italia illustrando le critiche di A.G. e chiedendo se vi fossero smentite o commenti. Dalla società hanno scelto di rispondere in maniera estremamente sintetica, respingendo di fatto le accuse senza però dare spiegazioni ulteriori: «La situazione giuridico-legale di A.G. sarà trattata nelle sedi opportune. In merito alle critiche rivolte al progetto, sono strettamente personali e soggettive e non attengono all’oggettività e alle finalità dello stesso». Ad oggi, il progetto Lavoro e Sviluppo 4 resta comunque sospeso alla luce delle evoluzioni della scena politica e in attesa di una possibile revisione per il futuro. Nel frattempo A.G. si ritrova con un bimbo da mantenere e senza lavoro, perchè improvvisamente ritenuta - dopo aver lavorato per sei anni dentro Promuovi Italia, da precaria, con risultati ritenuti buoni dai suoi stessi superiori - non abbastanza capace.

 

di Andrea Curiat

 

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