«Vivendo altrove, il confronto fra l’Italia e altri paesi diventa impietoso. E illuminante». In un libro le storie degli italiani che fuggono all'estero

Eleonora Voltolina

Eleonora Voltolina

Scritto il 20 Nov 2010 in Approfondimenti

Viaggi e avventure di giovani espatriati raccontati da una giovane espatriata: Vivo altrove, libro scritto da  Claudia Cucchiarato [nella foto a destra - leggi l'intervista] e pubblicato quest’anno da Bruno Mondadori, ha un sottotitolo un po' da manuale di sociologia ma molto attuale: «Giovani e senza radici: gli emigranti italiani di oggi». Dove il centro sta in quella parola un po’ desueta, emigranti, che riporta alla mente vecchie fotografie ingiallite, valige di cartone, e i vaglia con cui gli zii d’America da lontano mantenevano figli e nipoti.
Oggi i giovani in fuga dall’Italia non si sentono esattamente emigranti
. Sono figli della generazione Erasmus e dell’Europa post Schengen, molti di loro hanno fatto esperienze all’estero già durante gli studi: trasferirsi da Bari a Milano o da Bari a Bruxelles non fa grande differenza. E anche il motivo che spinge a partire non è più lo stesso: cent’anni fa era fame in senso stretto, fame di lavoro e di un salario che permettesse di mandare avanti la famiglia; oggi è fame di esperienze, libertà, nuovi orizzonti.
Claudia Cucchiarato parla con cognizione di causa e per esperienza personale: veneta, laureata all’università di Bologna, a 26 anni ha deciso di trasferirsi a Barcellona e lì è rimasta, appagata da una carriera giornalistica bilingue (scrive in spagnolo su La Vanguardia, il più importante quotidiano catalano, e in italiano su Repubblica e Unità) e da una vita piena di amici tra cui tanti, tantissimi espatriati italiani – che in città sono più o meno 40mila. Non solo perchè Barcellona va di moda, ma anche perché «chi emigra in Spagna si sente "un po’ come a casa". Non avverte le difficoltà che in altri paesi si possono riscontrare nella comprensione della lingua, nella lunghezza e nel costo del viaggio per far visita alla famiglia a Pasqua o a Natale, nella distanza culturale e sociale».
L’anno scorso Cucchiarato ha deciso di allargare lo sguardo e approfondire la tematica, costruendo un sito e parallelamente un libro (che oggi ha una sua fanpage anche su Facebook) per raccogliere le storie di chi come lei ha scelto di vivere all'estero. «Una generazione fluida e in qualche modo sfortunata» si legge nell’ultimo capitolo «che non ha avuto, o ha creduto di non avere, le stesse opportunità che erano state a portata di mano per le generazioni precedenti. Una generazione di italiani che in patria si sono sentiti esclusi, non valorizzati. O che comunque hanno visto ben poche porte aperte davanti a loro. E che quindi hanno deciso di andarsene». E così ecco Davide che da Milano scappa a Barcellona e poi a Berlino, Alvise che per amore da Venezia si sposta a Monaco, Laura che decide di fare il grande salto dopo aver visto in Parlamento un senatore italiano mangiare mortadella per irridere il premier Prodi, Matteo che passa dal Portogallo all’Inghilterra alla Spagna, il napoletano Andrea quasi esterrefatto nel raccontare che uno dei più importanti studi di architettura di Rotterdam lo ha assunto semplicemente sulla base del suo curriculum, senza agganci o raccomandazioni.  Emigranti del nuovo millennio, talvolta anche in coppia: come i veneti Alessandro e Lidia che mano nella mano passano dalla facoltà di Scienze della comunicazione dell’università di Padova  a fare i camerieri a Madrid e Londra, per poi planare a Parigi dove ora lui fa il commesso in una boutique che vende abat-jour mentre lei frequenta un master e contemporaneamente lavora in un ufficio reclami di compagnie aeree. Senza dimenticare chi scappa dall’Italia per non diventare un «serial stagista»: e qui c’è spazio anche per la Repubblica degli Stagisti e per alcuni dei risultati emersi dal sondaggio Identikit degli stagisti italiani.
Sedici capitoli, una settantina di «emigranti» messi a nudo, molti numeri per inquadrare il fenomeno al di là dei dati ufficiali dell’Aire (l’anagrafe degli italiani residenti all’estero) cronicamente incapace di monitorare in maniera efficace gli italiani che vivono altrove. E per uscire dal cliché dei «cervelli in fuga» che rischia di ridurre questi emigranti alle figure di geniali – e lontani – ricercatori universitari: in realtà ormai il fuggi-fuggi è generale. «Sono i "neo-migranti", gente che parte "per dimenticare", per lasciarsi alle spalle un paese che sta stretto, che non piace» scrive Cucchiarato: «Gente che vorrebbe cambiare l’Italia, ma non sa come fare e non sa se potrà farlo in futuro. E quindi cambia paese, se ne va, alla ricerca di maggiori stimoli o di un’alternativa». L’aspetto più preoccupante sta tutto in una frase alla fine del libro: «Di colpo, vivendo altrove, il confronto fra l’Italia e altri paesi – con regole e relazioni diverse – diventa impietoso. E illuminante». Questo confronto spiega perché quasi nessuno dei protagonisti pensa di rientrare in Italia, quantomeno nel breve periodo. Uno spreco di risorse, di energie, di talenti. Una perdita netta per l’Italia.

Eleonora Voltolina

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