Mae-Crui e gli altri, la Conferenza delle università rimpiange gli stage gratuiti negli enti pubblici. Noi no

Eleonora Voltolina

Eleonora Voltolina

Scritto il 28 Lug 2014 in Editoriali

Da qualche settimana è online sul sito della Fondazione Crui un documento dal titolo Tirocini formativi, L’esperienza della Fondazione Crui, scaricabile da una pagina intitolata evocativamente «Tirocini nella PA: un’occasione perduta». Si tratta di un breve report a cura di tre dipendenti della Fondazione - Elena Breno, Francesca Romana Decorato e Moira Leo - che ripercorre l'esperienza della Conferenza dei rettori delle università italiane come promotrice di stage destinati a studenti universitari e neolaureati.

stage lavoroIl documento, diciamolo subito, ha un obiettivo implicito: quello di protestare contro l'introduzione dell'obbligo di erogare una congrua indennità agli stagisti (peraltro, obbligo previsto dalla nuova normativa solo per quelli extracurriculari). Tale obiettivo risulta subito chiarissimo, quantomeno agli addetti ai lavori, anche se nel testo del documento esso viene tenuto costantemente sottotraccia, sfumato, tanto che la parola "indennità" ricorre solo 2 volte in 74 pagine.

«In questi dieci anni di tirocini la Crui ha intercettato i sogni e le ambizioni di oltre 80mila studenti e neolaureati, a cui ha proposto quasi 20mila posti di tirocinio presso enti di grande prestigio e con sedi in tutto il mondo» scrive Stefano Paleari, presidente della Crui, nella introduzione: «I ragazzi che son riusciti a vivere questa esperienza, a fronte di una selezione particolarmente accurata, ammontano a quasi 12mila e rappresentano il meglio del Paese: sono giovani curiosi, pronti a mettersi in gioco, giovani in grado di portare una ventata di freschezza all’interno di strutture a volte un po’ appiattite sulla quotidianità. Giovani che intendono investire nel proprio futuro e a cui il Sistema Paese ha il dovere etico di offrire valide prospettive di crescita».

Palearo non teme il ridicolo. O forse davvero non si accorge del paradosso di sostenere che al «meglio del Paese», ai giovani più preparati, il massimo che si riesca a offrire siano tirocini gratuiti: una assurdità che è lo specchio di un Paese che non va, che non investe sui giovani, che offre loro le condizioni peggiori e per giunta magnificandole come se fossero opportunità preziose e irrinunciabili. Continua il presidente Crui: «L’inevitabile processo di revisione della normativa sui tirocini attuatosi in quest’ultimo periodo ha, però, reso sempre più complesso l’espletamento di Programmi come quelli promossi dalla Fondazione Crui, specie per le restrizioni imposte agli enti pubblici ospitanti, che di fatto non sono più in condizione di offrire posti di tirocinio in linea con la normativa». Gli enti pubblici non sarebbero dunque
proprio «in condizione»: anche qui Palearo dimostra sprezzo del ridicolo. Sono sotto gli occhi di tutti gli sprechi immani delle pubbliche amministrazioni, i privilegi, le sacche di sperpero. Eppure il presidente Crui sembra ignorare tutto questo, e afferma convinto che il Ministero degli Esteri (2 miliardi annui di bilancio) o altri enti pubblici non possano davvero essere in grado di trovare 400-500 euro al mese da offrire ai propri tirocinanti. Infatti Palearo paventa poche righe più il là il «grande rischio di bloccare un circuito virtuoso, a scapito proprio di quei giovani meritevoli che la nuova normativa si prefigge di tutelare»: il circolo virtuoso, tenetevi forte, sarebbe il sistema degli stage gratuiti negli enti pubblici, e il fatto di aver imposto finalmente un minimo di dignità economica ai tirocini andrebbe «a scapito» e non a vantaggio dei giovani.

Nel finale della sua introduzione il presidente Crui auspica dunque «fortemente» non che gli enti pubblici rivoltino come calzini i propri bilanci per tagliare gli sprechi e far saltar fuori i soldi per poter dare un compenso minimo agli stagisti. No. Lui auspica fortemente proprio il contrario: «che si riesca ad avviare una riflessione congiunta tra Istituzioni e Università, tesa ad individuare soluzioni alternative che vadano a beneficio esclusivo dei giovani permettendo loro di continuare a misurarsi in esperienze dall’indiscutibile valore formativo - come chiaramente documentato dai dati di seguito presentati – che verrebbero altrimenti precluse». Le «soluzioni alternative», in realtà, son solo una: l'esenzione degli enti pubblici dall'obbligo di erogare l'indennità minima agli stagisti.

Il messaggio è dunque: abbiamo promosso ben 12mila stage negli ultimi 10 anni, questi stage sono stati una grande opportunità per migliaia di laureandi e laureati. Adesso una legge ha fatto sì che molti enti pubblici - a cominciare dal Ministero degli Esteri - abbiano deciso di sospendere gli stage, perché non vogliono pagare gli stagisti, e noi pensiamo che sia sbagliato. Non che gli enti non paghino gli stagisti - no, questo è giusto perché queste «esperienze altamente formative e funzionali allo sviluppo di un approccio consapevole con il mondo del lavoro» vanno bene anche se non prevedono compenso. Sbagliato è che anche gli enti pubblici debbano sottostare alla legge.

Il documento della Fondazione Crui è triste. Per almeno cinque motivi.

Il primo: con questo modo di "dire e non dire", si evita sistematicamente di porre il problema della sostenibilità economica di questi stage. La Crui non cita mai il fatto che il problema n° 1 dei tirocini Mae-Crui era la loro gratuità: certo, migliaia di ragazzi sognavano di farli e si candidavano, ma al prezzo di dover far ricadere sulle spalle delle proprie famiglie tutti i costi connessi a un'eventuale vittoria del bando: costi di viaggio, di alloggio, di assicurazione sanitaria talvolta. Costi incomprimibili cui il Mae si è sempre pervicacemente rifiutato di far fronte attraverso l'istituzione di un compenso a favore dei propri stagisti, e cui dunque ciascun ragazzo selezionato ha dovuto far fronte da solo (oppure rinunciare).
La Fondazione Crui dunque non parla mai del profilo economico dei tirocini. Non ne fa menzione - apposta - nemmeno in quei casi in cui il rimborso c'era. E questo è di per sé significativo: far sapere che alcuni degli enti convenzionati con la Crui prevedevano un rimborso per i tirocinanti (ben prima che intervenisse la legge a imporlo) dimostrerebbe infatti che allora gli enti, se vogliono, possono senza problemi prevedere una indennità. E se non lo fanno, è per loro espressa scelta.

Il secondo motivo per cui il documento è triste è una diretta discendenza del primo: la Fondazione Crui sembra dare per assodato che la sopravvivenza dei tirocini Mae-Crui e di tutti gli altri tirocini da lei coordinati - in convenzione con una ventina di enti - sia direttamente legata al fatto che essi possano riprendere con le stesse modalità di prima. Visto in quest'ottica il documento prende la forma di una sorta di ricatto. "Questi tirocini sono stati tanto utili a tanti giovani, se volete farli ripartire…". Se volete farli ripartire, cosa? Dovete accettare, sottintende la Crui, che gli enti ospitanti non modifichino i loro budget e non rimodulino le voci di spesa per trovare (a bilanci invariati, per non creare maggiori oneri per lo Stato ovviamente) il modo di reperire attraverso un risparmio da qualche parte i fondi per le indennità da erogare agli stagisti. La Crui non adombra mai, in nessuna delle 74 pagine, nemmeno alla lontana, nemmeno vagamente la possibilità che il Mae (o gli altri enti convenzionati, ma è il Mae il cuore del problema) possa impegnarsi per reperire nel suo bilancio tali fondi. Il risultato è surreale.

E si arriva dunque al terzo motivo per il quale il documento è triste. Tra le righe, velatamente (ma nemmeno troppo), l'intento della Crui è quello di fare pressione sul Parlamento, sul Governo, sulle Regioni affinché prevedano una deroga. Il sogno della Crui sarebbe cioè che le varie normative regionali che nel corso del 2013, in ossequio agli accordi formalizzati nelle Linee guida concordate a gennaio 2013 dalla Conferenza Stato - Regioni, hanno introdotto a favore dei tirocinanti extracurriculari il diritto a ricevere una indennità minima (variabile da 300 a 600 euro a seconda delle Regioni), venissero depotenziate. E che venissero cioè esentati da tale obbligo gli enti pubblici. In questo modo il programma Mae-Crui potrebbe ricominciare, con migliaia di stagisti gratis non solo alla Farnesina ma anche nelle ambasciate, nei consolati e negli istituti di cultura di tutto il mondo. La Crui pretenderebbe cioè che venisse fatto un clamoroso passo indietro, per permettere agli enti pubblici di disporre di stagisti gratis, lasciando l'obbligo di indennità solo per le imprese private. Un duepesiduemisurismo intollerabile.

Il quarto motivo è per così dire "omissivo": nel documento - fatto salva una riga nel capitoletto "Cenni normativi" - non viene mai sottolineata la differenziazione tra tirocini extracurriculari e tirocini curriculari. Eppure solo per i primi vige dal 2013 l'obbligo di compenso. Il Mae, anziché bloccare completamente il progetto Mae-Crui, avrebbe potuto limitare
agli studenti l'accesso ai bandi, realizzando esclusivamente tirocini curriculari per i quali non è prevista indennità obbligatoria. Perché il Mae non abbia nemmeno preso in considerazione questa opzione, non è dato sapere: forse gli studenti sono meno “produttivi” e disponibili dei neolaureati, o forse vi era il timore che potesse all'improvviso arrivare un provvedimento legislativo simile anche per gli stage curriculari... Ma qui si va nel campo delle ipotesi. Restando ai fatti, tutto questo blocco totale dei Mae-Crui e degli altri tirocini negli enti pubblici in realtà sarebbe potuto essere evitato, e per motivi ignoti non lo é stato; e ora che la Crui dedica addirittura un report di 74 pagine a tale blocco, deprecando la riduzione delle opportunità per i giovani, inspiegabilmente non dedica una riga a prospettare questa ovvia soluzione. Che peraltro noi come Repubblica degli Stagisti non auspichiamo assolutamente - anzi, per noi il ministero dell'Istruzione dovrebbe al più presto emettere una normativa introducendo una indennità minima obbligatoria anche per gli stage curriculari. Resta però il fatto che la possibile soluzione era a portata di mano, e nessuno l'ha considerata.

stage lavoroMa perché la Crui si spende così tanto per i tirocini? Perché da due anni protesta a viva voce contro le leggi che intendono tutelare gli stagisti, perché ha pubblicato adesso questa indagine, questo tentativo smaccato di influenzare la politica affinché riveda la normativa sullo stage? E qui viene il quinto motivo per il quale tale documento è triste, anzi tristissimo. Perché la Crui in 74 pagine di "trasparenza", numeri e tabelle, evita accuratamente di dire che lei, dalla promozione dei tirocini, ci guadagnava. E non poco. Una importante parte del suo bilancio veniva infatti da lì: la Crui si faceva pagare per accettare le candidature degli studenti e dei neolaureati di ciascuna università. La Repubblica degli Stagisti lo aveva scoperto e scritto già due anni fa: in un articolo del settembre 2012, intitolato molto chiaramente «Tirocini Mae-Crui, la Crui non vuole rischiare che siano cancellati: forse perchè ci guadagna?», avevamo riportato addirittura un tariffario, spiegando come a ogni ateneo la Crui chiedesse un forfait di 1.100 euro se i candidati erano meno di 25, e poi 2.200 euro per 26-50 candidati, 5.200 per un numero di domande di partecipazione compreso tra 51 e 100, e che al di sopra di questa quantità, per ogni 50 candidature veniva richiesta la somma di 1.100 euro.

Ogni ateneo, insomma, pagava migliaia e migliaia di euro alla Crui per permettere ai propri studenti di candidarsi ai bandi Mae-Crui (e con tutta probabilità anche agli altri). Secondo i dati pubblicati nel documento della Crui,
tra il 2004 e il 2012 quest'ultima ha vagliato oltre 158mila candidature, di cui 106mila relative al solo programa Mae-Crui: i conti sono presto fatti.
Questo elemento economico contribuisce dunque a spiegare la foga con cui la Fondazione Crui continua incessantemente a chiedere di rivedere la norma, per ripermettere agli enti pubblici di ospitare stagisti a gratis
.

Peccato che sia la battaglia sbagliata. Quella giusta, quella su cui tutti coloro che hanno davvero a cuore il futuro dei giovani italiani dovrebbero impegnarsi, è quella per convincere il Mae e tutti gli enti pubblici italiani a rivedere i propri bilanci, trovando tra le pieghe i fondi per le indennità degli stagisti. Si tratta di pochi soldi in confronto a bilanci faraonici: la Repubblica degli Stagisti da anni spiega che basterebbero al Mae 4 milioni di euro all'anno (appena lo 0,2% del suo bilancio, che complessivamente ammonta a 2 miliardi di euro all'anno!) per poter ripristinare il programma di stage e ricominciare a offrire ai giovani la possibilità di fare esperienza alla Farnesina e nelle varie sedi diplomatiche. Avendo però stavolta, a differenza del passato, la garanzia di una indennità minima e non dovendo quindi rimetterci di tasca propria. Una azione del genere avrebbe anche il merito di democratizzare questi stage, permettendo anche ai non abbienti di accedervi: mentre finora
essi sono stati riservati solo ai figli di famiglie agiate, in grado di pagare viaggi - a volte addirittura voli intercontinentali - affitti, annessi e connessi. Ovviamente nel suo documento la Fondazione Crui si guarda bene dall'affrontare questo tema, limitandosi ad accennare, nel paragrafo dedicato al fenomeno delle rinunce, che «si potrebbe supporre che lo scenario di crisi economica degli ultimi anni abbia in parte influenzato la scelta dei candidati» ammettendo poco più avanti che «dal 2009 si registra un costante aumento delle rinunce, che si concentra particolarmente sui posti all’estero, dato che potrebbe confermare un legame con l’aspetto economico, aggravato dallo scenario generale di crisi».

Il documento della Fondazione Crui è dunque un tentativo quasi patetico di restaurazione, nascosto all'interno di un report apparentemente innocuo. Ecco i numeri degli stage che abbiamo promosso, guardate quanto siamo stati bravi, i giovani sono stati contenti di fare questi stage, è il messaggio di superficie. Meglio però sapere quel che c'è sotto: e sotto ci sono interessi opachi, una visione retriva dello strumento del tirocinio, e una volontà tenace di evitare, eludere, negare il problema di fondo. E cioè: con quali soldi si mantengono gli stagisti mentre fanno lo stage?

Se il presidente Paleari fosse un semplice impiegato e guadagnasse 1.500 euro al mese, e con grande fatica fosse riuscito a mandare suo figlio all'università, e quel figlio fosse stato bravo al punto da vincere un bando Mae-Crui, come si sentirebbe l'impiegato Paleari all'idea di non potercelo mandare perché quello stage non prevede alcun rimborso? Si fa presto a difendere gli stage gratuiti, quando si hanno abbastanza soldi e abbastanza conoscenze da considerare irrilevante la gratuità.

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