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Dis-Coll ora anche per assegnisti e dottorandi di ricerca, ma l'Inps non sa dire quanti ne hanno finora usufruito

Dopo una battaglia durata due anni, ora anche i dottorandi e gli assegnisti di ricerca potranno contare sulla Dis-Coll, l’indennità di disoccupazione introdotta dal decreto legislativo 22/2015 e rivolta ai collaboratori coordinati e continuativi iscritti in via esclusiva alla gestione separata dell’Inps.Precedentemente prorogata fino al 30 giugno 2017 dal decreto milleproroghe, la misura è stata resa strutturale ed estesa ad assegnisti e dottorandi con borsa di studio attraverso il disegno di legge 2223/B sul lavoro autonomo approvato in via definitiva dal Senato lo scorso 10 maggio scorso e in vigore dal 1° luglio 2017.Ma a quante persone è stata finora utile la Dis-Coll? La Repubblica degli Stagisti lo ha chiesto all'Inps, che tuttavia in oltre un mese non è stato in grado di fornire i dati precisi sui percettori dell'indennità dal 2015 a oggi. Provando a dedurre i primi dai dati contenuti nell’Osservatorio sui lavoratori parasubordinati dell’Inps, nel 2015 il numero di collaboratori ammontava a 1 milione 111.684, a cui vanno sottratti i sindaci e gli amministratori (503mila), i borsisti e gli assegnisti (52mila), nonché i collaboratori non iscritti alla gestione separata in via esclusiva.  Ma questo ci dice solo che la platea potenziale della Discoll era di poco meno di mezzo milione di persone: non ci dice quanti, di quel mezzo milione, abbiano effettivamente usufruito di questo ammortizzatore sociale.Sembra bizzarro parlare dell'estensione di una misura senza poter avere dall'ente preposto all'erogazione di quella misura dati specifici sull'utilizzo che ne è stato fatto finora; ma le cose in Italia sembrano andare così, nel senso inverso a quell'accountability tanto invocata. In ogni caso, pur non sapendo con precisione quanti ne abbiano usufruito negli anni passati, ora la Discoll è stata estesa a nuove categorie. Il decreto ha abrogato uno dei requisiti per la sua fruizione, ovvero la necessità che il soggetto possa far valere, nell'anno solare in cui si verifica l'evento di cessazione dal lavoro, un mese di contribuzione oppure un rapporto di collaborazione di durata pari almeno a un mese e che abbia dato luogo a un reddito almeno pari alla metà dell'importo che dà diritto all'accredito di un mese di contribuzione. Restano invece invariati gli altri due requisiti: lo stato di disoccupazione al momento della domanda; e l’aver versato almeno tre mesi di contributi alla gestione separata tra il 1° gennaio dell'anno solare precedente la data di cessazione dal lavoro e il giorno di disoccupazione.L’entità della Dis-Coll ammonta al 75% del reddito medio mensile, a condizione che esso sia pari o inferiore a 1.195 euro. Nel caso invece in cui superi questa cifra, l’indennità di disoccupazione sarà pari al 75% del predetto importo, incrementato del 25% della differenza tra il reddito medio mensile e il predetto importo. In ogni caso, l’ammontare dalla Dis-Coll, stando alle disposizioni attualmente in vigore, non può superare i 1.300 euro mensili, con importo ridotto progressivamente del 3% al mese a partire dal quarto mese di fruizione dell'ammortizzatore. La durata massima di percezione è di sei mesi. Per provvedere al finanziamento della Dis-Coll, è stato disposto un aumento dello 0,51% per l’aliquota della gestione separata Inps. Dunque dal 32,72% si passerà al 33,23%.La domanda per ottenere la Dis-Coll va presentata all’Inps per via telematica entro 68 giorni dalla data di cessazione del contratto di collaborazione e l’indennità di disoccupazione spetta a decorrere dall’ottavo giorno successivo alla data di cessazione del rapporto di lavoro se la domanda è presentata entro l’ottavo giorno o, qualora sia presentata successivamente a tale data, dal primo giorno successivo alla data di presentazione.L’estensione della Dis-Coll ad assegnisti e dottorandi con borsa di studio ha rappresentato un piccolo grande successo per il mondo del precariato universitario. «È una vittoria anche simbolica, che afferma la dignità di due categorie che hanno tenuto in piedi la didattica e la ricerca nell’ultimo decennio» commenta Claudia Pratelli, responsabile nazionale Scuola di Sinistra italiana e precedentemente membro del Direttivo nazionale Flc Cgil (Federazione lavoratori della conoscenza), in prima linea nella battaglia per l’estensione della Dis-Coll «e di cui era stata messa in discussione la natura lavorativa della prestazione». Ricordiamo infatti che due anni fa il ministro del lavoro Giuliano Poletti aveva dichiarato: «La finalità del dottorato non è quella di eseguire prestazioni lavorative dietro pagamento di un compenso ma di consentire al beneficiario della borsa di studio di dedicarsi ad attività di studio e di ricerca utili a perfezionare il proprio bagaglio di conoscenze».Ma l’estensione della Dis-Coll «è solo il primo passo di una battaglia più ampia, visto che la legge esclude partite Iva, dottorandi senza borsa, borsisti di ricerca con borse post lauream o date da fondazioni ed enti privati», precisa Pratelli. Inoltre la previdenza sociale non basta a risolvere i problemi dell’università italiana. «Secondo i dati dell'ultima Indagine Adi su Dottorato e Post-Doc 2016, dei 13.725 assegnisti di ricerca italiani il 93,5% è destinato a essere espulso nei prossimi anni dall’università», aggiunge l'ex sindacalista.«La Dis-Coll è una condizione necessaria, ma non risolve il problema strutturale del finanziamento del sistema universitario, del reclutamento e del turnover», le fa eco Giuseppe Montalbano, segretario nazionale dell’Adi (Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani) che, insieme alla Flc-Cgil ha portato avanti le istanze dei precari dell’università «perchè riguarda figure che non hanno più uno sbocco e, finito il sussidio, probabilmente fuggiranno all'estero. Per questo il giorno stesso dell’approvazione della legge abbiamo lanciato la nuova campagna #ricercaèfuturo: il nostro impegno non finisce qui». Insomma, il rinnovo e l'estensione della Dis-Coll rappresentano una boccata d'aria, ma anche una soluzione ancora troppo magra per una categoria che vive nella precarietà di lavoro e di futuro.Rossella Nocca

Nuove linee guida sui tirocini, le scelte al ribasso della Conferenza Stato-Regioni impatteranno sugli stagisti

Nuove linee guida in materia di tirocini. Sono arrivate (inaspettate, a dire il vero) lo scorso 25 maggio dalla Conferenza Stato Regioni, e contengono parecchie modifiche rispetto alla vecchia versione, quella del gennaio 2013, dalla quale sono discese tutte le normative regionali che dal 2013 ad oggi hanno regolamentato diritti e doveri degli stagisti extracurriculari.Ma quando, e su impulso di chi, è stato stabilito di aggiornare le linee guida? La Repubblica degli Stagisti lo ha chiesto ad Antonella Catini, avvocatessa in forza alla Presidenza del consiglio e responsabile del Servizio Sanità, lavoro e politiche sociali della Conferenza Stato-Regioni; Catini ci ha indirizzato verso Marinella Colucci, dirigente della direzione generale per le Politiche attive, i servizi per il lavoro e la formazione del ministero del Lavoro, e direttamente coinvolta nella stesura materiale delle nuove Linee guida.«D'accordo con le Regioni e Province, nel corso degli incontri tecnici che si tengono, di norma, mensilmente sulle politiche attive del lavoro e alla luce delle esperienze dei tirocini in Garanzia Giovani. Riteniamo che lo strumento sia molto attenzionato e per tale motivo abbiamo deciso di rivederne la disciplina, fermo restando la competenza esclusiva delle regioni in merito costituzionalmente prevista» è la risposta di Colucci: «Il nuovo testo è stato  scritto – nel vero senso della parola – unitamente ai colleghi delle amministrazioni regionali, nel corso di un lavoro tecnico durato diversi mesi, mettendo a fattor comune le problematiche emerse in questi primi anni di implementazione del tirocinio. È stato un lavoro lungo e al quale tutti gli attori coinvolti – ministero del Lavoro, Anpal, regioni e province autonome – hanno collaborato per garantire un salto di qualità nella regolamentazione. Abbiamo avuto incontri periodici a livello tecnico con i colleghi delle regioni e province autonome, poi la proposta è passata al vaglio dei rappresentanti politici. Il processo è durato poco meno di un anno».A una prima analisi comparata dei due testi emergono alcune differenze. In particolare è stato deciso di portare da 6 a 12 mesi la durata massima dei tirocini formativi e di orientamento: perché?  «Abbiamo aggiornato il testo  e cercato di rendere più omogeneo il percorso per tutti» dice Colucci. Vale la pena ricordare che la precedente versione delle linee guida aveva differenziato i tirocini extracurriculari in due grandi filoni: quelli extracurriculari di formazione e orientamento, attivati nei primi 12 mesi dopo il conseguimento dell'ultimo titolo di studio (per i quali era stata indicata una durata massima di 6 mesi) e quelli extracurriculari di inserimento / reinserimento lavorativo, che comprendevano tutti gli stage attivati su persone che avessero concluso gli studi da oltre 12 mesi (per i quali la durata massima era 12 mesi). Si sarebbe potuto decidere di “omogeneizzare” sui 6 mesi, anziché sui 12. La conferenza Stato-Regioni su questo punto ha preso una decisione in maniera deliberata, la domanda dunque resta: chi – tra le regioni, o dal governo – ha spinto perché vi fosse una omogeneizzazione verso i 12 anziché verso i 6?Un altro aspetto non positivo per gli stagisti riguarda l'indennità minima mensile, che resta ferma a 300 euro. Nel 2013 in realtà le Regioni avevano prodotto un documento separato ma allegato alle Linee guida, in cui attestavano la volontà di quantificare in 400 euro anziché 300 l'indennità minima. Questa revisione sarebbe potuta essere l'occasione giusta per ratificare questa volontà, e innalzare a 400 euro l'indennità minima: ciò avrebbe spinto le Regioni più “tirchie” a rivedere al rialzo le proprie normative. Invece no. «Sull'indennità non ci sono novità rispetto al testo precedente. Non si può prevedere indennità inferiore a 300 euro» commenta laconica Colucci. In un certo senso è vero: 300 era, 300 rimane. Ma in un altro senso la novità c'è: ed è che il documento in cui le Regioni si impegnavano a considerare 400 euro come soglia minima è stato ignorato, e di fatto sotterrato.Ma il passaggio più preoccupante e potenzialmente dannoso di queste nuove linee guida sta nel penultimo paragrafo dell'articolo 6: che, rispetto ai limiti numerici, dispone che «non c'è cumulabilità tra tirocini curriculari ed extracurriculari». Cosa vuol dire? Che se io ho un'azienda con 100 dipendenti, posso ospitare 10 stagisti al massimo. È sensato no? Certo che lo è: deve esserci un numero massimo di stagisti in proporzione all'organico aziendale. Questa frase però specifica che io azienda con 100 dipendenti posso ospitare 10 stagisti extracurriculari, e in più posso anche ospitare altri stagisti: basta che siano curriculari. E quanti? Non si sa, dato che non vi è una normativa aggiornata e specifica per i curriculari – noi come Repubblica degli Stagisti la sollecitiamo da anni al ministero dell'Istruzione. «Nel confronto tra gli operatori è emersa l'esigenza di questo chiarimento, sempre per creare un minimo comun denominatore su tutto il territorio nazionale» specifica Marinella Colucci «fermo restando che la disciplina dei tirocini curriculari è espressamente fuori dal provvedimento in esame». In realtà, è ben evidente che il “minimo comun denominatore” sarebbe potuto consistere nello specificare che le due tipologie di tirocinio dovessero essere cumulabili: aver specificato che al contrario non lo siano è una decisione deliberata. Che non sarà indolore.Le nuove linee guida sviluppano invece il paragrafo che parla delle sanzioni, cioè di ciò che succede se qualcosa durante il tirocinio non va per il verso giusto (all'articolo 14 “Misure di vigilanza, controllo ispettivo e disciplina sanzionatoria”). Tutti sanno quanto sia stato difficile in questi decenni riuscire a monitorare adeguatamente questo aspetto e sanzionare gli abusi. Ma ragionevolmente cosa possono fare gli ispettori del lavoro rispetto agli abusi se sono in numero così scarso e anche, bisogna dirlo, scarsamente formati rispetto agli stage e alle modalità specifiche attraverso cui riconoscere prontamente le violazioni delle – diverse – leggi regionali?«L'impianto sanzionatorio nazionale è già previsto dalla normativa vigente» commenta Colucci: «Si è fatto un passo avanti, prevedendo una base comune per le eventuali sanzioni da parte delle regioni. Si è inoltre incentivata una maggiore sinergia e scambio di informazioni tra regioni e ispettori del lavoro dell'INL, a maggior tutela dei tirocinanti».Eppure le domande restano: è ragionevole pensare che anche le Regioni possano attuare controlli, e se sì, affidandoli a chi? E poi: chi dovrebbe essere incaricato di comminare le sanzioni che indicate nelle linee guida, e cioè il divieto progressivamente più duraturo di ospitare tirocinanti nelle aziende all'interno delle quali si sono verificati abusi? Un giudice del lavoro?Una novità invece interessante, sulla carta, è quella che vieta di essere contemporaneamente soggetto promotore e soggetto ospitante di uno stage (articolo 4, ultimo paragrafo). Con la Repubblica degli Stagisti siamo stati i primi a focalizzare questa fattispecie, indagando questa pratica sul territorio del comune di Milano nel corso di un monitoraggio effettuato cinque anni fa per conto dell'assessorato al lavoro del Comune, raccogliendo dati dai principali soggetti promotori di stage sul territorio, prime fra tutte le università. Questa pratica infatti è assolutamente tipica delle università, che attivano stage non solo presso soggetti ospitanti esterni, ma anche al proprio interno. Nella nostro monitoraggio avevamo individuato una sola università milanese che per propria policy prevedeva esplicitamente l'impossibilità di attivare tirocini al proprio interno, realizzando appunto quella fattispecie di coincidenza tra tra soggetto promotore e soggetto ospitante. Peccato però che, come giustamente ricorda Marinella Colucci, «occorre tener presente che i tirocini curriculari sono esclusi da questa regolamentazione». E dato che questa fattispecie – coincidenza tra soggetto promotore e soggetto ospitante – riguarda essenzialmente gli studenti universitari, che sono stagisti curriculari, sembra chiaro che questa nuova prescrizione avrà un raggio d'azione piuttosto limitato. Un elemento che si prefigura invece come significativo, e che avrà un ampio raggio d'azione, è la possibilità sancita dalle nuove Linee guida di svolgere stage in aziende prive di dipendenti (articolo 6). Finora questo punto era rimasto non specificato, e quindi alcune regioni avevano esplicitamente vietato questa pratica (come la Toscana). Altre, come la Lombardia, l'avevano esplicitamente ammessa. E altre infine avevano mantenuto questo aspetto non specificato. «Il testo è stato discusso e condiviso tra tutti gli attori, nella consapevolezza di creare un filo comune minimo tra tutti, onde garantire parità di trattamento su tutto il territorio nazionale» ribadisce Colucci. Anche qui è ben evidente che il “filo comune minimo” sarebbe potuto consistere nello specificare che gli stage in aziende prive di dipendenti non fossero possibili: aver specificato che al contrario lo sono è un'altra decisione deliberata. In questa nuova versione delle linee guida, come del resto anche nella precedente, vi è un esplicito riferimento alla necessità di verificarne periodicamente e sistematicamente l'efficacia. Ma, appunto, l'obbligo sussisteva già nelle linee guida del 2013, e non è stato granché rispettato nei quattro anni intercorsi da allora ad oggi. Le normative che sono discese dalle linee guida del 2013 non state sufficientemente monitorate dalle regioni e un'inversione di tendenza pare poco probabile.Come nel 2013, però, queste Linee guida non hanno alcun valore di per sé. Devono essere declinate in atti normativi dalle singole Regioni. Infatti «Le Regioni e province autonome, laddove necessario, recepiscono con propri atti le presenti linee guida entro 6 mesi dalla data di adozione in sede di Conferenza Stato Regioni» (questa data per la cronaca è dunque il 25 maggio 2017).Si tratta, in effetti, del tallone d'Achille delle linee guida: esse non sono prescrittive, e le Regioni possono tranquillamente scegliere di normare questa materia in maniera differente da quanto concordato. Ciò peraltro è specificamente ammesso nelle linee guida stesse, ma con la dicitura che vincolerebbe le regioni a poter porre delle condizioni differenti solo in un'ottica di miglioramento e quindi di maggior tutela dello stagista («Le linee guida indicano taluni standard minimi di carattere disciplinate la cui definizione lascia, comunque, inalterata la facoltà per le Regioni e province autonome di fissare disposizioni di maggior tutela»). Ma chi determina cosa voglia dire maggior tutela per una stagista? Se per esempio una regione come il Veneto pone a nove mesi la durata massima di un tirocinio extracurricolare di inserimento / reinserimento lavorativo, ciò è un elemento che tutela maggiormente gli stagisti, oppure un elemento che può invece essere inteso come un danno per uno stagista, che in Veneto dunque non può effettuare stage di durata superiore a nove mesi? O, altro esempio, il fatto che in Campania la proporzione tra i dipendenti e gli stagisti sia doppia rispetto a quanto previsto dalle linee guida e da tutte le altre regioni italiane, e che equivalga al 20% dell'organico anziché al 10%, è una condizione di maggior tutela per lo stagista? La verità è che non vi è uno strumento coercitivo da parte della conferenza Stato regioni per sanare le normative divergenti, anche quando è evidente che le disposizioni siano di minor, anziché maggior, tutela.Non resterà che aspettare il 25 novembre e vedere come le 19 Regioni (più le due Province autonome di Trento e Bolzano) recepiranno queste nuove linee guida.Eleonora Voltolina

Aggiornamento delle linee guida in materia di tirocini: ecco le novità

Risale a pochi giorni fa la seduta della Conferenza Stato-Regioni che ha portato all’approvazione delle nuove “Linee guida in materia di tirocini formativi e di orientamento” che rivedono e aggiornano quelle delineate nell’accordo del 24 gennaio 2013. Intento di tale revisione è, si legge, «superare le criticità emerse nei primi anni di attuazione delle discipline regionali» ed «affrontare adeguatamente anche le problematiche che hanno riguardato l’attuazione della misura “tirocini” nell’ambito del programma Garanzia giovani». La garanzia di qualità dei tirocini è stata infatti indicata dalla Commissione europea, nell’ambito della strategia Europa 2020, come una priorità, considerato come questi risultino uno «strumento di orientamento professionale per i giovani» nonché di «primo accesso al mercato del lavoro», agendo sulla «fluidità della transizione scuola-lavoro» ed incrementando «la mobilità geografica e settoriale, in particolare dei giovani». Per tali motivi si è resa necessaria una ridefinizione delle norme relative ai tirocini, nonché un’implementazione di tutte quelle misure atte a rafforzare la vigilanza sulla loro qualità e «genuinità», al fine di far emergere eventuali forme fittizie di lavoro subordinato.Prima di sottolineare tutti i cambiamenti e le novità introdotte dalle nuove linee guida, è tuttavia necessario ricordare che tali disposizioni riguardano esclusivamente i tirocini extracurriculari, ossia quei tirocini formativi e di orientamento o di inserimento/reinserimento lavorativo rivolti a soggetti in stato di disoccupazione (compresi coloro che hanno completato i percorsi di istruzione secondaria superiore e terziaria), lavoratori beneficiari di strumenti di sostegno al reddito in costanza di rapporto di lavoro, lavoratori a rischio disoccupazione, soggetti già occupati che siano in cerca di altra occupazione e soggetti disabili e svantaggiati. Una delle modifiche più significative rispetto alla vecchia regolamentazione riguarda la durata del tirocinio: se, infatti, secondo l’accordo del 2013, la durata massima variava a seconda della tipologia di tirocinio (6 mesi per quelli formativi e di orientamento e 12 mesi per quelli di inserimento/reinserimento lavorativo), adesso, con le nuove linee guida, il tetto massimo diviene per tutti 12 mesi. Resta invece immutata la regolamentazione dei tirocini per disabili, la cui durata complessiva può arrivare fino a 24 mesi. Un’altra novità arriva invece con l’introduzione di una durata minima del servizio, assente nel vecchio regolamento: secondo le nuove direttive, infatti, il tirocinio non può durare meno di 2 mesi, ad eccezione, si precisa, di quello svolto presso soggetti ospitanti che operano stagionalmente, per i quali la durata minima è ridotta ad un mese. Il nuovo accordo tenta di mettere in evidenza aspetti precedentemente “trascurati”; si legge così, in aggiunta rispetto al vecchio documento, che «il tirocinio può essere interrotto dal soggetto ospitante o dal soggetto promotore in caso di gravi inadempienze da parte di uno dei soggetti coinvolti. In caso di interruzione del tirocinio da parte del tirocinante, quest’ultimo deve dare motivata comunicazione scritta al tutor del soggetto ospitante e al tutor del soggetto promotore; il tirocinio può essere altresì interrotto dal soggetto ospitante o dal soggetto promotore, in caso di impossibilità a conseguire gli obiettivi formativi del progetto». Novità anche per quanto riguarda i soggetti promotori, con l’introduzione di tre nuovi soggetti abilitati all’attivazione dei tirocini: le fondazioni di istruzione tecnica superiore (ITS), l’Anpal (l'Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, che naturalmente nel 2013 non esisteva!), e i soggetti autorizzati all’intermediazione dall’Anpal stessa. Se, tuttavia, non si danno differenze riguardo l’attivazione di tirocini regionali, le cose cambiano quando si tratta di mobilità interregionale: non tutti gli enti promotori saranno, infatti, abilitati a promuovere tirocini presso soggetti ospitanti situati al di fuori del territorio regionale. Tale autorizzazione riguarda solamente i servizi per l’impiego e le agenzie regionali per il lavoro, gli istituti di istruzione universitaria statali e non statali abilitati al rilascio di titoli accademici e dell’Afam (Alta formazione artistica, musicale e coreutica) e le fondazioni di istruzione tecnica superiore.Inoltre il medesimo soggetto non potrà più fungere, in relazione ad uno stesso tirocinio, da soggetto promotore e soggetto ospitante, rendendo necessari due diversi enti: il primo, adibito all’attivazione del progetto, ed il secondo, atto alla realizzazione del progetto stesso. Per chi si affaccia per la prima volta al mondo “tirocini”, bisogna sapere che, per poterne svolgere uno, è necessario non aver avuto alcun rapporto di lavoro, di collaborazione, o un incarico (prestazioni di servizi) con il medesimo soggetto ospitante per il periodo di tempo che concerne i due anni precedenti all’attivazione del tirocinio. Nuova è tuttavia la clausola per cui è possibile attivare un tirocinio nell’ipotesi in cui il tirocinante abbia svolto prestazioni di lavoro accessorio per il medesimo soggetto ospitante per non più di 30 giorni, anche se non consecutivi, nei sei mesi precedenti l’attivazione. Il numero di tirocini attivabili contemporaneamente all’interno di una medesima azienda varia, chiaramente, in proporzione alle dimensioni dell’unità operativa. Le cifre restano le stesse del passato, ma a cambiare è la modalità di conteggiare i dipendenti di ciascuna unità: non si tratta più soltanto degli assunti a tempo indeterminato, ma anche di coloro che possiedono un contratto a tempo determinato. Per i soggetti ospitanti con unità operative aventi più di 20 dipendenti a tempo indeterminato, si aggiunge una novità: l’attivazione di nuovi tirocini, se supera la quota di contingentamento del 10% già prevista, è subordinata alla quantità di contratti di lavoro subordinato della durata di almeno 6 mesi (in caso di part-time deve essere pari almeno al 50% delle ore settimanali previste dal contratto collettivo applicato dal soggetto ospitante) stipulati a favore dei precedenti stagisti.La nuova regolamentazione amplia nella giusta direzione sia i compiti del soggetto promotore sia quelli del soggetto ospitante.  Oltre a favorire l’attivazione del tirocinio, ad individuare un tutor per il tirocinante e a provvedere alla predisposizione del progetto formativo (PFI), infatti, il soggetto promotore dovrà, d’ora in poi, assumersi il dovere di «segnalare al soggetto ospitante l’eventuale mancato rispetto degli obiettivi contenuti nel PFI e delle modalità attuative del tirocinio, nonché ai competenti servizi ispettivi i casi in cui vi siano fondati motivi per ritenere che il tirocinante venga adibito ad attività non previste dal PFI o svolga comunque attività riconducibile ad un rapporto di lavoro». Raddoppiano i compiti del soggetto ospitante, che dovrà adesso trasmettere al soggetto promotore le comunicazioni effettuate e le comunicazioni di proroga, di interruzione e di infortuni; garantire, nella fase di avvio del tirocinio, un’adeguata informazione e formazione in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, e mettere a disposizione del tirocinante tutte le attrezzature idonee e necessarie allo svolgimento delle attività assegnate. «Nell’ambito delle attività di monitoraggio e valutazione si pone particolare attenzione alla rilevazione di eventuali elementi discorsivi presenti nell’attuazione dell’istituto quali, a titolo esemplificativo: cessazioni anomale, attività svolta non conforme al PFI, impiego di tirocinanti per sostituire personale sospeso/licenziato o concentrazione dell’attivazione di tirocini in specifici periodi dell’anno». Per le «violazioni non sanabili», ossia nei casi in cui il tirocinio sia attivato senza il rispetto delle condizioni e dei limiti stabiliti, è prevista l’intimazione della cessazione del tirocinio e l’interdizione per 12 mesi, rivolta al soggetto promotore e/o a quello ospitante, dall’attivazione di tirocini. In caso di «violazioni sanabili», ossia di inadempienza dei compiti assegnati ai soggetti promotori, ai soggetti ospitanti o ai tutor, è invece previsto un invito alla regolarizzazione, senza alcuna sanzione. Se rimasto inascoltato, l’invito sarà tuttavia seguito dalle medesime sanzioni previste per le violazioni non sanabili. Rendere i tirocinanti più tutelati non significa tuttavia ridurne il numero. Ad un aumento dei doveri e delle accortezze da parte dei soggetti promotore e ospitante corrisponde, infatti, l’aumento del numero di tirocinanti assegnabili contemporaneamente a ciascun tutor: si passa da 3 a 20. E sopratutto, all'articolo 6 nel penultimo paragrafo viene specificato che, rispetto ai limiti numerici, “non c'è cumulabilità tra tirocini curriculari ed extracurriculari”. Questo è un aspetto molto rilevante e non certo positivo: rende molto incerta la definizione di uno “sforamento” del numero massimo di stagisti ospitabili contemporaneamente (posto che i tirocini curriculari, come denunciato a più riprese negli ultimi quattro anni dalla Repubblica degli Stagisti, non hanno più una propria normativa ad hoc e si devono basare sul dm 142/1998 ormai desueto e in alcune parti palesemente in conflitto con le nuove normative regionali). E apre le porte a un abuso dello strumento del tirocinio, quantomeno dal punto di vista numerico.Ora le Regioni hanno 6 mesi per adeguare la propria normativa alle nuove linee guida: la deadline è dunque 25 novembre 2017.Giada Scotto

Avete mai fatto uno stage all'estero? Se sì, due ricercatori vi chiedono una mano

Un sondaggio online per dare voce a tutti coloro che hanno fatto un'esperienza di stage all'estero, e hanno voglia di raccontarne i lati positivi e quelli negativi. Lo hanno ideato due ricercatori, l'italiana Valentina Cuzzocrea, attualmente junior fellow presso il Max Weber Kolleg für kultur und sozialwissenschaftliche Studien dell'università tedesca di Erfurt, e l'irlandese David Cairns, che lavora presso il Centre for Research and Studies in Sociology dell'università di Lisbona, in Portogallo.Una veloce batteria di domande, a cui si risponde naturalmente in forma anonima, che la Repubblica degli Stagisti invita a compilare a chiunque abbia svolto almeno uno stage fuori dall'Italia (anche anni fa!).

«La survey è inscritta all'interno di un percorso di ricerca che vuole investigare i processi di mobilità geografica in relazione ai giovani in contesti europei» racconta Cuzzocrea, che studia i problemi legati al precariato e ai tirocinio dal 2002, quando con una tesi di laurea sul lavoro interinale e i giovani cominciò a occuparsi di questi temi. La survey è un approfondimento di un lavoro iniziato con il volume “The Consequences of Mobility”, dove un capitolo era infatti focalizzato sugli internships.«Vogliamo reperire dati empirici esistenti che riguardino le esperienze dei giovani» spiega la ricercatrice alla Repubblica degli Stagisti: «Abbiamo in mente di fare qualche intervista semistrutturata o in profondità più avanti, ma per ora l'obiettivo è, con la survey, di avere un panorama descrittivo empirico entro cui collocare successivi approfondimenti». C'è tempo fino a fine giugno per partecipare: sulle prime elaborazioni dei risultati della survey i due ricercatori baseranno un articolo che prevedono di presentare a fine agosto al convegno biannuale dell'associazione europea di Sociologia all'interno del research network “Youth & Generation”, di cui proprio Valentina Cuzzocrea è la coordinatrice.Per quanto riguarda i tirocini, «non vedrei grossi problemi se si trattasse di esperienze che iniziano e finiscono - 1, 2 tirocini al massimo a testa – e che insegnano qualcosa. Di fatto invece, in contesti come spesso quelli italiani, l'aspetto formativo può mancare del tutto. Questo è gravissimo ma va inserito in un contesto di culture del lavoro genericamente scarsamente interessato alla crescita collettiva e al lavoro di gruppo e più orientato verso particolarismi e favoritismi che hanno poco a che fare con la formazione e anche con la produzione/raggiungimento di obiettivi».Con questa survey Cuzzocrea e Cairns vogliono indagare «come a questo scenario di generale difficoltà e precarietà si aggiungano ulteriori difficoltà legate ai continui spostamenti per la rincorsa  di questa o quell'altra opportunità di internship, spesso in città diverse, in Paesi diversi». Senza però dimenticare – «non vogliamo essere ciechi» – che talvolta queste esperienze sono utili ai fini professionali: «Con questo tipo di occasioni si possono aprire prospettive: per fare un esempio personale, io sto divertendo molto durante il mio “anno tedesco”!» confida Cuzzocrea.Rispetto a svolgere un tirocinio in un paese diverso dal proprio, uno dei temi principali è l'incertezza su quale sia la legge da seguire: quella dove ha luogo lo stage, verrebbe da dire, ma a volte questo vuol dire che lo stagista “rinuncia” a dei diritti e delle garanzie che gli sarebbero assicurati se facesse lo stage nel suo Paese. «Questo aspetto in effetti è già emerso. Di fatto noi vogliamo discutere criticamente l'“imperativo alla mobilità” e le “promesse della mobilità”, che corrispondono alla logica europea secondo cui basta spostarsi dove c'è un lavoro, e in questo modo si risolvono i problemi di disoccupazione in Europa».«È fondamentale mettere in primo piano la dignità dei giovani» conclude Valentina Cuzzocrea «e riconoscere gli sforzi che questi fanno per vedersi riconosciuti con un proprio ruolo nella sfera pubblica. Questo può significare diverse cose, dal reddito di cittadinanza a altre forme di sostegno economico mentre si cerca la propria strada».Se volete contribuire al suo approfondimento scientifico… Fate il questionario!

Uscito il bando 2017 per il Servizio civile: oltre 47mila le opportunità per i giovani

È finita l’attesa per i tanti giovani che, come ogni anno, decidono di mettersi in gioco con entusiasmo nel Servizio civile. Qualche giorno fa è uscito infatti il bando ufficiale 2017 – con scadenza il 26 giugno – che, seguendo la tendenza degli ultimi anni, mette a disposizione un numero sempre crescente di posti: 47.529 saranno quest’anno i volontari che potranno essere coinvolti in progetti di Servizio civile nazionale in Italia e all’estero. Dopo il record assoluto del 2006 – con 57mila posti a disposizione – e il successivo crollo dell’iniziativa nel 2012, le cifre del programma hanno infatti, già dal 2014, ripreso a crescere, toccando la soglia dei 30mila posti nel 2015 e dei 50mila quest’anno. «Questi numeri sono la prova concreta» afferma il ministro del lavoro Giuliano Poletti «della volontà di rilanciare questo importante istituto del nostro Paese che suscita grande interesse tra i giovani, pronti a mettersi in gioco per questa esperienza di crescita umana, di impegno solidale e di cittadinanza attiva di alto valore morale e sociale». Fondamentale è infatti, prosegue il ministro, «offrire questa opportunità a tutti i ragazzi che vogliono misurare le proprie capacità per realizzare qualcosa di utile per sé e per gli altri, che li renderà consapevoli di non essere solo cittadini italiani ma anche europei».Per chi non conoscesse ancora il programma, bisogna dire in primis che il Servizio civile è rivolto a ragazzi e ragazze tra i 18 e i 28 anni che siano cittadini italiani o degli altri paesi dell’Unione europea, oppure cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti in Italia. Il progetto, che può esser fatto una sola volta nella vita, ha una durata di 12 mesi e mette a disposizione dei giovani le attività più disparate, che spaziano dal settore dell’assistenza a quello dell’ambiente, dell’educazione e della promozione del patrimonio artistico e culturale. A sostenere economicamente ciascun volontario sarà un assegno mensile di 433,80 euro, a cui si aggiungeranno, per i volontari impegnati nella realizzazione di progetti all’estero, un’indennità giornaliera e un contributo giornaliero per le spese di gestione ed attuazione dei progetti, vitto e alloggio, diversificati però, come evidenziato nel bando, in base al “costo paese” in cui i volontari sono impegnati (si tratterà comunque di una somma che varia dai 13 ai 15 euro per l’indennità e dai 24 ai 30 euro per il contributo). Anche le spese di trasporto per i viaggi di andata e ritorno dall’Italia al paese estero, si legge sul bando, saranno anticipate dall’ente che realizza il progetto e rimborsate poi dal Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale. Per chi volesse candidarsi, c’è ancora quasi un mese di tempo. La scadenza per l’invio delle domande è infatti fissata alle ore 14 del 26 giugno e scegliere il progetto per cui candidarsi è piuttosto semplice: sul sito del Servizio è infatti possibile visionare rapidamente l’elenco di tutti i progetti disponibili in Italia e all’estero e, una volta scelto quello d’interesse, consultare l’homepage del sito dell’ente promotore per avere tutti i dettagli. È infatti all’ente promotore stesso che i candidati dovranno poi inviare la propria richiesta di partecipazione entro la data di scadenza del bando. «È possibile presentare una sola domanda di partecipazione per un unico progetto di servizio civile nazionale» specifica il bando, e «la presentazione di più domande comporta l’esclusione dalla partecipazione a tutti i progetti». Dando un’occhiata alla rassegna dei progetti, si legge che quelli attivati in Italia dagli enti inseriti nell’Albo nazionale sono quest’anno 1.793, per un totale di 25.516 volontari, mentre quelli all’estero ammontano a 94, con l’impiego di 788 ragazzi. 2.907 sono poi i progetti presentati dagli Enti iscritti negli Albi regionali e della province autonome, per ulteriori 21.225 opportunità. A portare così in alto le cifre sono, tra gli altri, la Caritas, che mette a disposizione 181 progetti in quasi tutte le regioni d’Italia e 6 iniziative all’estero (in Asia ed Africa), ed Amesci che, oltre alla mobilitazione di 989 volontari in quasi tutt’Italia, propone progetti anche in Bulgaria, Spagna e Bosnia-Erzegovina. Al primo posto per il numero di volontari nel nostro paese si trova però Anpas, con ben 2.784 volontari ripartiti in 98 progetti, seguita da Arci servizio civile, con 2.233 volontari in Italia per 292 progetti. Tra le regioni con più occasioni spicca la Sicilia, con 3.206 posti messi a disposizione da comuni e associazioni, ma tante sono le possibilità anche in Campania, con i 105 posti disposti dal Consorzio di cooperative sociali Prodos e i 62 della Gis onlus. Nel Lazio risaltano, tra le altre, le 242 opportunità offerte da Roma capitale e le 198 attivate dal Cesv (Centro servizi per il volontariato). In Toscana 134 posti fanno invece capo al Centro nazionale per il volontariato, mentre 101 sono quelli offerti dal Comune di Firenze. Anche nel resto d’Italia comuni e province fanno – discretamente – la loro parte: in Piemonte 259 posti dal Comune e 121 dalla Provincia di Torino, mentre 124 dalla Provincia di Cuneo; in Veneto 76 vengono dal Comune di Venezia e 133 dall’Associazione comuni della marca trevigiana; in Liguria 50 dal Comune di Genova, e in Lombardia 105 dall’Associazione dei comuni del Lodigiano. Sempre in Lombardia spiccano però maggiormente i 412 posti offerti dall’Associazione Mosaico e i 1.157 dell’Anci (Associazione nazionale comuni italiani).Ci sono attività di tutti i tipi, di modo che ciascuno possa scegliere di mettersi in gioco nell’area d’intervento che sente più affine ai propri valori. Per coloro che desiderano impegnarsi nel sociale è possibile, per esempio, partecipare alla promozione di centri di aggregazione per bambini e giovani, operando in strutture che favoriscono l’attività sportiva come momento di socializzazione e integrazione, oppure collaborare nell’assistenza ai disabili, partecipando ad attività di assistenza scolastica o doposcuola o ad attività ludico-ricreative. Per chi invece preferisce lavorare alla promozione del patrimonio artistico e culturale sono presenti, tra gli altri, programmi di valorizzazione del sistema museale pubblico e privato, che prevedono la raccolta di materiali utili ad ampliare gli archivi museali ma anche attività di marketing volte ad informare ed attrarre turisti e locali. Anche chi sogna d’impegnarsi nell’ambiente, infine, non resterà deluso: qui alcuni progetti sono incentrati sulla prevenzione e il monitoraggio dell’inquinamento delle acque o la tutela e la salvaguardia di parchi e oasi naturalistiche, tramite operazioni di sensibilizzazione ma anche interventi pratici come il censimento delle specie protette.Tante sono dunque le possibilità per i giovani di fare «un’esperienza di cittadinanza attiva e di solidarietà sociale» ma anche un percorso di «crescita personale» tramite l’acquisizione di «conoscenze e competenze pratiche». Di non poco conto, vista la giovane età della platea a cui il Servizio è rivolto, è anche la possibilità che quest’ultimo consente – ove previsto dal progetto – di conseguire «crediti formativi riconosciuti nell’ambito dell’istruzione e della formazione professionale» ma anche nelle università, qualora le attività svolte nel corso del Servizio risultino «rilevanti per il curriculum di studi». Il Servizio civile non è tuttavia la sola opportunità messa a disposizione dal Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale, sottolinea il sottosegretario al Lavoro Luigi Bobba: «Al contempo viene portata avanti l’istruttoria di altri bandi, tra cui quello relativo a 960 volontari per l’accompagnamento dei grandi invalidi e dei ciechi civili e quello riguardante circa mille volontari da coinvolgere in progetti finalizzati a migliorare la conoscenza dell’educazione alimentare e alla tutela del territorio, attraverso lo strumento dell’agricoltura sociale». Sono inoltre previsti, sempre per il 2017 «bandi per ragazzi da impegnare in progetti finanziati con il programma “Garanzia giovani”». È per questo, conclude Bobba, «che ci sono motivi di soddisfazione sia per il numero di giovani che potranno essere coinvolti in progetti di Servizio civile sia per l’importanza sul piano sociale dell’attività svolta». Per qualunque altra informazione inerente il Servizio civile e gli altri progetti del Dipartimento è comunque possibile visitare il sito o rivolgersi all’URP al numero 06 67792600. Giada Scotto  

Buon compleanno Erasmus: si fa festa per i 30 anni del programma europeo più amato dai giovani

È stata una grande festa dell’Europa ma anche e soprattutto dei giovani quella organizzata dall’Agenzia nazionale giovani all'inizio di maggio presso le Officine Farneto di Roma. L’iniziativa “La formula dell’Europa”, nata nell’ambito dell’ottava edizione della Settimana europea della gioventù e della celebrazione dei 30 anni di Erasmus, ha infatti permesso a 200 ragazzi provenienti da ogni parte d’Italia di arrivare nella Capitale per festeggiare e conoscere meglio i valori, le idee e i progetti messi a disposizione non soltanto dal programma Erasmus ma soprattutto dalla sua versione ampliata, Erasmus+, pensato per tutti coloro, universitari e non, che sono animati dal desiderio o dalla curiosità di fare un programma di scambio europeo.Tanti, oltre ai giovani, anche i volti noti che hanno portato parole d’incoraggiamento e testimonianze in favore di un’Europa e di una gioventù europea unita, che trova nei programmi di mobilità e di scambio un valore e un arricchimento imprescindibile: dal Sottosegretario di Stato al Ministero del Lavoro Luigi Bobba alla campionessa olimpica di fioretto Elisa di Francisca, che sul podio di Rio 2016 anziché quella italiana ha scelto di sventolare la bandiera europea: «Volevo mandare un messaggio per far capire alle persone che non bisogna avere paura gli uni degli altri ma essere uniti, perché è l’unione a far paura».Due giornate di festeggiamenti, dunque, ma anche di approfondimento e di riflessione all’insegna dei temi che la Commissione europea ha scelto come caratterizzanti quest’edizione delle Settimana europea della gioventù, ossia la solidarietà, la partecipazione e la cittadinanza. Per condividere tutto questo, per «invitare i giovani a mettersi in gioco, a provarci, a vedere il bicchiere mezzo pieno», dice il presidente Giacomo D’Arrigo, l’Ang ha scelto di affiancare all’illustrazione dei vari progetti messi a disposizione da Erasmus+ il racconto delle storie di coloro che, grazie a uno scambio europeo o a un’esperienza all’estero, sono riusciti a cambiare la propria vita, trasformandola in un’opportunità per se stessi e per gli altri. I changemaker, così sono stati chiamati questi giovani che, scrive l’Ang, «hanno ispirato il cambiamento», hanno rischiato e, nel loro piccolo, hanno vinto.C’è Marco Meloni, un ex volontario Sve che ha lavorato nei quartieri più poveri di Rosario per costruire case di emergenza a coloro che non potevano permetterselo: «Ciascun abitante aiutava a costruire la propria casa ma anche quella del vicino, così da costruire un quartiere migliore». Lì ha sperimentato i valori di una «democrazia partecipativa», di «una società dove il mio è anche un po’ il nostro e il nostro è anche un po’ il mio» e chiede adesso, alla fine del suo intervento «Se il sogno fosse collettivo, non sarebbe forse più forte? Non ci farebbe sentire meno soli? Allora appassionatevi anche ai sogni degli altri!». C’è Michele Tranquilli, che dopo alcuni campi di volontariato in Tanzania è riuscito a dar vita alla rete solidale Youaid, grazie alla quale sono stati costruiti nel paese una scuola, un ospedale e una fabbrica, e c’è Susanna Vita, che con il Servizio civile nazionale e uno Sve in Francia ha capito che «la mobilità è vivere la vita con entusiasmo» ed esorta i giovani ad «attivarsi, a lasciarsi alle spalle le paure, perché questa è un’esperienza che cambia la vita».Le testimonianze sono accomunate da un punto fondamentale: un programma di scambio non permette d’incrementare e migliorare soltanto le cosiddette hard skills, ossia le proprie competenze tecniche specifiche, ma soprattutto le soft skills, cioè tutte quelle capacità che ineriscono alla persona stessa, al suo modo di essere e di relazionarsi. Fare un programma di mobilità, mettersi in gioco con uno dei progetti Erasmus+, dice Lara Mastrogiovanni, rappresentante dell’Italia a Bruxelles per la Settimana europea della gioventù, è «lo strumento migliore per scoprire se stessi e costruire la vita che vuoi veramente vivere»; è stato infatti Erasmus+ a «permettermi», continua «di trasformare le mie passioni nel mio lavoro».I progetti messi a disposizione da Erasmus+ sono in costante crescita e il “+” accanto a Erasmus fa capire come questo programma non sia diretto soltanto agli universitari ma sia invece, sostiene D’Arrigo, «molto di più», dando «la possibilità a tutti, indipendentemente dalla scolarizzazione, di incrociare quella dimensione europea che forse, altrimenti, non avrebbero incontrato». Oltre al Servizio volontario europeo (Sve), che da vent'anni permette ai giovani tra i 17 e i 30 anni di vivere fino a 12 mesi all’estero operando in un’organizzazione no-profit, è stato presentato all’evento di Roma il Corpo europeo di solidarietà, un’iniziativa lanciata nel settembre 2016 dal presidente della Commissione Europea Jean-Claude Junker, che prendendo struttura e principi dello Sve mette a disposizione dei ragazzi dai 17 (ma devono averne compiuti 18 per poter iniziare un progetto) ai 30 anni progetti di lavoro o di volontariato nel proprio paese o all’estero. La durata dei progetti varia da 2 a 12 mesi e le attività proposte spaziano dal settore dell'istruzione a quello dell'assistenza sanitaria, dell'integrazione sociale e della protezione ambientale. L'unico requisito necessario alla candidatura, oltre quello dell'età, riguarda la residenza: per potersi candidare bisogna infatti risiedere legalmente o essere cittadini di uno degli stati membri Ue o di Norvegia, Islanda, Turchia, Liechtenstein ed ex repubblica jugoslava di Macedonia.Per chi fosse interessato, gli step da compiere per candidarsi sono piuttosto semplici: bisogna registrarsi sul portale e compilare l'apposito form indicando dati personali, il tipo di progetto al quale si è interessati (se a un'esperienza di lavoro, di tirocinio o di volontariato) e l'ambito d'interesse. Dopodiché si inserisce il proprio Cv. Saranno a questo punto le organizzazioni accreditate che, accedendo alla banca dati del Corpo, selezioneranno i candidati ritenuti più idonei, lasciando poi a questi ultimi la possibilità di accettare la proposta da loro sentita più vicina. A seconda del tipo di progetto varia chiaramente anche il tipo di compenso: i volontari non percepiranno alcuna retribuzione, ma potranno beneficiare di una copertura completa per quanto riguarda le spese di viaggio, vitto e alloggio, di un'assicurazione medica e di un pocket money giornaliero per far fronte alle piccole spese; i lavoratori avranno invece un contratto di lavoro e verranno retribuiti in base al tipo d'inquadramento all'interno dell'organizzazione promotrice, al relativo contratto collettivo nazionale e alle norme in materia di retribuzione del paese in cui presteranno servizio. È consigliato per questo consultare la pagina web  aggiornata con tutte le info sulle disposizioni per ciascun paese.I giovani che si sono iscritti sul portale a partire da dicembre 2016 sono già 30mila ma l’obiettivo, fanno sapere i responsabili dell’Ang, è quello di arrivare a 100mila giovani iscritti entro il 2020.L’atmosfera che si respira nel corso dell’evento sembra in effetti poter confermare queste speranze. Tanti giovani che mostrano entusiasmo e voglia di condividere, di scambiarsi storie e di programmare insieme il futuro.È Luigi Bobba a sottolineare come «anche in questo periodo così faticoso e pieno di insidie e pericoli per l’Europa, i giovani vedono nello stare insieme più possibilità che nel dividersi. Programmi come Erasmus e Erasmus+ aiutano a sconfiggere i sentimenti di divisione attraverso l’imparare un’altra lingua, l’entrare in contatto con un’altra cultura e lo svolgere un’esperienza di studio, di lavoro o di volontariato in un altro paese». Trent'anni fa, ricorda il sottosegretario, i giovani che avevano iniziato a studiare anche in un altro paese dell’Unione Europea erano poco più di 3mila; adesso si parla addirittura di una “generazione Erasmus”, con 3 milioni e mezzo di giovani che hanno fatto l’Erasmus e 9 milioni di persone coinvolte complessivamente con i vari progetti del programma Erasmus+, che continua ad arricchirsi di nuove possibilità.Tanti sono stati gli interventi e le testimonianze pro-Europa e pro-mobilità europea anche nella seconda giornata dell’evento, con un “talk show” condotto dal conduttore televisivo e commentatore sportivo Pierluigi Pardo che ha visto protagonisti, tra gli altri, un gruppo di ragazzi del comune di Rieti che, grazie ad uno scambio europeo, ha avviato un progetto di riqualificazione urbana nel proprio paese, e Fabrizio Bitetto, direttore di garagErasmus,una fondazione che mira a riunire coloro che hanno avuto esperienze internazionali con l’obiettivo di facilitare la ricerca lavorativa all’estero e di dare la possibilità di «influire sulle politiche a livello europeo a chi l’Europa l’ha proprio vissuta».E ciò che l’Ang ha tentato di fare con “La formula dell’Europa” è stato proprio questo: dare voce ai giovani, riunire, raccogliere per condividere, per sviluppare una coscienza europea, un’attenzione per l’Europa che, sottolinea D’Arrigo, «oggi più che mai ha bisogno di forza».L’evento romano – informano i responsabili dell’Ang – pur essendo l’evento nazionale ufficiale, non sarà tuttavia l’unico a celebrare i 30 anni di Erasmus e i progetti di scambio di Erasmus+: eventi e festeggiamenti saranno infatti organizzati in Italia e in Europa per tutto l’anno e basta andare sul sito ufficiale di Erasmus 30 della Commissione Europea per conoscere le prossime attività o segnalare i futuri eventi a livello locale.Giada Scotto  

European Job Days, la piattaforma per colloqui di lavoro online in tutta l'Unione Europea

Nata nel 2011 all’interno del già affermato network europeo Eures e finanziata dall’Unione Europea, la piattaforma digitale European Job Days si inserisce in maniera originale nel panorama dei servizi messi a disposizione di giovani – e meno giovani – per la ricerca di opportunità lavorative nei 28 paesi dell’Ue. A contraddistinguerla è infatti la possibilità d’iscriversi e partecipare gratuitamente a eventi di selezione e reclutamento che si tengono non soltanto “on-site” – cioè in qualche città dell’Unione – ma anche online, senza la necessità di doversi spostare, parlando con imprenditori e potenziali datori di lavoro tramite chat o seguendo l’evento in diretta grazie al livestreaming.Gli European Job Days sono dunque vere e proprie giornate di recruiting, in cui domanda e offerta s’incontrano personalmente (on-site, appunto) o virtualmente al fine di facilitare e velocizzare, ma anche rendere più efficace, il processo di conoscenza e selezione. Le offerte sono rivolte sia a lavoratori già in possesso di una certa esperienza, sia a giovani che si affacciano per la prima volta al mondo del lavoro. Le posizioni aperte riguardano infatti vere e proprie figure professionali ma anche stage e apprendistati per ragazzi alla prima esperienza, dando così la possibilità a tanti giovani di fare un percorso formativo che possa in futuro valorizzare anche il proprio CV. Per chi fosse interessato a candidarsi, la procedura è piuttosto semplice: bisogna andare sulla pagina del progetto, creare un profilo con dati personali e curriculum vitae, e selezionare poi gli eventi ai quali si intende partecipare.Per visualizzare le prossime giornate di recruiting basta cliccare sulla sezione “events”, dove risultano al momento un online “job day” organizzato da Cork, in Irlanda, il 4 maggio, un online e onsite job day a Treviri il 4-5 maggio, un online job day organizzato dalla Camera di Commercio francese in Germania il 30-31 maggio e un online job day a tema Germania il 1° giugno.Cliccando invece sulla casella “jobs” è possibile visionare tutte le opportunità lavorative e l’evento di recruiting corrispondente a ciascuna di esse. La stessa prassi vale per i datori di lavoro, che dovranno però chiaramente inserire, al posto del curriculum vitae, i dati e le caratteristiche della propria azienda e del candidato ricercato, e scegliere poi il prossimo evento a cui prendere parte. Compiuto questo primo step, non resta che recarsi in loco, qualora l’evento scelto si svolga solamente on-site, o collegarsi in rete, laddove vi sia la possibilità di assistere alle presentazioni e comunicare con gli eventuali datori di lavoro comodamente da casa: la piattaforma EJD ha infatti apposite chat rooms in cui datori di lavoro e lavoratori possono scrivere, porre quesiti o filmare le loro domande durante gli eventi, ricevendo risposte istantanee, un po’ come su Skype.Ad agevolare le intermediazioni, gestendo direttamente la piattaforma e rimanendo sempre a disposizione di chiunque – imprenditore o lavoratore – necessiti di maggiori informazioni online e onsite è lo staff Eures che, pur essendo supportato e diretto a livello europeo dall’Eco (Ufficio europeo di coordinamento), si occupa di amministrare sempre più autonomamente il progetto. È infatti grazie all’interazione e alla collaborazione degli staff Eures dei vari paesi membri che gli EJD vengono continuamente organizzati e supportati in ogni loro fase.Requisiti per partecipare? Ce n’è solo uno: essere cittadini europei. O meglio, cittadini di uno dei 28 paesi membri Ue o di Islanda, Norvegia, Liechtenstein e Svizzera, che hanno potuto aderire ugualmente al progetto in quanto facenti parte dell’Efta (Associazione europea di libero scambio). A differenza del programma Il tuo primo lavoro Eures (YfEj) – disponibile per giovani dai 18 ai 35 anni – quindi gli EJD non pongono limiti di età (nel form da compilare al momento della creazione del profilo è presente anche la categoria 55+), e permettono un contatto lavorativo tra richiedente e offerente semplice e diretto.Stando ai numeri presenti al momento sul sito, le aziende registrate sulla piattaforma sono 2.218 (di cui 96 italiane), le offerte attive 1.810 e quelle “archiviate” 9.175. La maggior parte delle opportunità riguarda i settori del turismo e dell’ospitalità, ma anche dell’ingegneristica e della sanità: si cercano cuochi, camerieri, baristi, infermieri, ingegneri, elettricisti. Insomma, ce n’è – quasi – per tutti.Secondo i dati pubblicati sulla brochure informativa del progetto i cittadini europei che, a partire dal 2011, hanno trovato lavoro in un altro stato membro grazie a questa piattaforma sono circa 2mila. Le opportunità di lavoro all’interno dell’Ue, stando ai dati Eurostat, non mancano: ci sono circa 2-3 milioni di posti di lavoro che attendono di essere “occupati”, anche se il tasso medio di disoccupazione si attesta intorno al 10%. «Promuovere attivamente la mobilità lavorativa» si legge sulla brochure «è dunque anche un aiuto alla risoluzione dello squilibrio, nei nostri mercati di lavoro, tra domanda e offerta».Dal report annuale sulla mobilità lavorativa all’interno dell’Ue per il 2014 emerge come in testa ai paesi più quotati tra quelli in cui cercare lavoro ci sia (com’era facilmente prevedibile) la Germania, con 2,5 milioni di lavoratori provenienti da Ue ed Efta. Al secondo posto la Gran Bretagna, con 2 milioni, seguita dal milione e mezzo della Spagna e dall’Italia che si piazza, con 1,2 milioni, al quarto posto. Un’Italia che però è, contemporaneamente, anche tra i Paesi da cui proviene la maggior parte di coloro che cercano lavoro: il 10% infatti sono italiani, superati solamente da polacchi e romeni, entrambi al 18%.EJD si presenta però come un’iniziativa che può e deve ancora crescere, soprattutto per quanto riguarda la “pubblicizzazione” degli eventi: «In futuro dovrà esser fatto un utilizzo maggiore dei “Facebook events”, una pagina che, tra le altre cose, informi gli utenti Facebook sulle prossime occasioni e permetta a lavoratori, datori di lavoro e staff Eures di comunicare su una bacheca in cui è possibile scambiarsi messaggi» sostiene Denis Vandercruyssen, che si occupa proprio di questo all’interno dell’Eco: «Presto sarà inoltre attivata una pagina FAQ, frequently asked questions» scrivono sulla brochure «che offrirà risposte mirate a domande specifiche». Per coloro che fossero interessati, la pagina web è comunque costantemente aggiornata con i prossimi eventi di recruiting e mette a disposizione degli utenti un helpdesk per richieste e informazioni.  Giada Scotto

Flop Garanzia Giovani in Campania, mobilitazione per denunciare i pagamenti in ritardo e molte altre criticità

Le storie  sono molto diverse: «Ci sono quelli che hanno finito il tirocinio e hanno avuto ritardi nei pagamenti, ragazzi inseriti in graduatoria ma esclusi senza motivi validi dalla Regione, altri che hanno cominciato lo stage senza aver mai stipulato il Piano di intervento personalizzato con l’insicurezza, quindi, di non ricevere una misura tra quelle previste del PIP e magari svolgere un tirocinio non pagato» racconta alla Repubblica degli Stagisti Carlo Leonangeli, 28 anni, fondatore del gruppo Facebook «Garanzia Giovani Campania Vogliamo i nostri soldi». In comune hanno i tempi di attesa: lunghissimi.«Ti iscrivi al portale e già hai problemi, dopo mesi vieni contattato dal cpi, poi devi cercarti i tirocini. E le graduatorie arrivano dopo altri mesi ancora: un processo lungo di cui a volte non sai nulla. Nemmeno se sei entrato in graduatoria». Tutto decisamente in antitesi con gli obiettivi della Garanzia, che mirava in quattro mesi dall’iscrizione del giovane alla sua collocazione in un progetto, mentre in Campania dopo quattro mesi si è ancora alla fase di registrazione. «Questo progetto come è stato realizzato qui non è risolutivo del problema della disoccupazione» dice sconfortato Carlo.Per questo l'altroieri, venerdì 21 aprile, i ragazzi del gruppo Facebook, con il sostegno degli attivisti dell'associazione sindacale Clap Napoli - Camera del Lavoro Autonomo e Precario, hanno organizzato un sit in davanti alla sede della Regione, come primo atto  per cercare di attirare l’attenzione dei politici e risolvere i loro problemi.Dopo una lunga attesa sotto al palazzo della Giunta regionale, una delegazione dei giovani manifestanti è stata ricevuta da alcuni dirigenti. «Abbiamo ricevuto risposte abbastanza vaghe e la conferma, da parte loro, della pessima organizzazione del progetto, con la confusione e le accuse di reciproca responsabilità tra Regione Campania, centri dell’impiego e Inps. Abbiamo però strappato un risultato: la disponibilità da parte degli organi competenti della Regione a risolvere le problematiche di ogni singolo ragazzo», raccontano i giovani usciti dall’incontro. Che hanno quindi deciso di continuare il loro lavoro di informazione e mobilitazione.Tutto comincia quando Carlo Leonangeli condivide la sua storia relativa al programma e, contattato da un ragazzo che sta facendo una tesi sulla Garanzia, pensa «di riunire tutti quelli che in Campania hanno avuto problemi con questo piano. Ci siamo incontrati varie volte per raccontare le nostre storie e dare vita a questo comitato partecipanti alla Garanzia Giovani». Un progetto che secondo Carlo non ha funzionato a dovere. «Alla pagina Facebook “Garanzia Giovani Campania. Vogliamo i nostri soldi” ad oggi sono iscritte un centinaio di persone, ma siamo qui per ottenere maggiore visibilità: sappiamo che ci sono molti altri ragazzi in questa situazione e vogliamo dimostrargli che è possibile ottenere delle risposte».Ecco perché si sono presentati davanti alla sede della Regione Campania e con megafoni, striscione, slogan e volantini hanno ravvivato le strade del Centro direzionale. Urlando di essere «giunti al bivio dell’insostenibilità» e di aver scelto «di mutare la nostra rabbia e unirci in forma collettiva. Sperando che con il nostro esempio, tanti come noi in giro per la Campania e l’Italia si pongano le stesse domande e rivendichino i propri diritti e le proprie garanzie».Che a Carlo non sono state date, visto che la sua esperienza si è chiusa con un pugno di mosche. «Tramite la Garanzia ho fatto un corso di formazione di livello molto basso come tecnico hardware, nessuna indennità o rimborso» racconta alla Repubblica degli Stagisti. «Poi sono stato selezionato per un tirocinio presso il tribunale di Napoli ma sono stato rifiutato. Il mio corso è finito a maggio 2016. E solo a ottobre è arrivata una nota agli uffici che diceva che è possibile ricevere una sola politica attiva, senza che io lo sapessi o qualcuno me lo avesse mai detto». Altrimenti, con tutta probabilità, Carlo non avrebbe accettato di fare il corso di formazione proposto.La rabbia dei giovani è tanta: nella lettera che leggono sotto la sede del consiglio regionale dicono che «I tirocini sono una specie di incubo che ci insegue dai tempi delle scuole. Ce li hanno presentati da ragazzini quale necessario strumento di formazione per trovare un lavoro, ma si configurano come veri e propri lavori, con turni da otto ore al giorno dal lunedi al venerdì. Questioni concrete come diritti, malattie, ferie o continuità di reddito sono molto lontani. Il problema è alla radice: di questo parlate quando dite lavoro?» Perché alla fine in pochissimi ne hanno trovato uno dopo questi tirocini per cui, in alcuni casi, hanno aspettato oltre un anno per ricevere l’indennità di partecipazione.Simona Cifariello, 28 anni, è da quattro mesi in stage come responsabile marketing social media per una ditta che vende prodotti all’ingrosso per la casa. «Non ho visto ancora alcuna indennità di tirocinio e alle richieste di sollecito mi è stato detto di decidere di andare avanti sapendo che i tempi saranno lunghi o rinunciare a due mesi dalla fine. Ho continuato: non sarebbe professionale a livello di curriculum interrompere uno stage e in sede di un nuovo colloquio motivarne il perché». Simona però è quasi fortunata: il suo stage non è molto lontano da casa e il suo datore di lavoro le eroga 50 euro al mese come rimborso spese viaggio, «ma è una sua concessione, non c’è scritto da nessuna parte». Una situazione talmente negativa che la ragazza si pente «di aver partecipato alla Garanzia giovani: questo tempo che spreco avrei potuto usarlo in maniera diversa».Come ha fatto, ad esempio, Roberta Fausta Ilaria Visone, 28 anni, che ha avuto un’esperienza brevissima con il programma europeo – da settembre a novembre 2015 – per poi abbandonare dopo essersi vista assegnare una supplenza. «Sono qui per solidarietà: il mio stage era presso un’agenzia di tour operator a Napoli. Ho ricevuto l’indennità dopo un anno e quattro mesi. Sono qui a supporto di chi sta vivendo lo stesso incubo». Ci tiene a sottolineare che il suo nome intero è senza virgole, perché sono state le virgole mancanti a farla penare così a lungo per ricevere i soldi. «Ho chiesto spiegazioni ad Arlas, all'Inps, all'assessore Palmieri. Dicevano che a causa dei miei tre nomi non potevano darmi il rimborso per questioni burocratiche. Ancora non capisco perché, visto che il codice fiscale è univoco! Solo dopo aver raccontato la mia storia alla stampa nazionale, l’assessore si è messa a disposizione e alla fine ho ottenuto la mia indennità». Una soddisfazione di poco conto, visto che oggi definisce la sua esperienza «Garanzia sfruttamento giovani».E il 25 aprile i giovani saranno presenti alla Festa della liberazione dei Beni Comuni, alla mostra d’Oltremare, con un Info Point per condividere le proprie storie. Infine una nuova riunione, da fissare, per confrontarsi e organizzare le prossime iniziative. L’obiettivo è cercare soluzioni. Per provare a cambiare qualcosa ed evitare che questa sia una «Disgrazia giovani, solo sfruttamento ed illusione», come recitava lo striscione orgogliosamente mostrato durante la manifestazione. Dopo l’incontro di venerdì ora è partita una raccolta delle singole storie, attraverso  l'indirizzo email disgraziagiovani [chiocciola] libero.it.La strada non sarà in discesa, visto che perfino la Corte dei conti europea ha recentemente affermato che la Garanzia Giovani, così com'è attuata, non corrisponde alle aspettative iniziali. Anzi, ha rilevato «una mancanza di strategie con tappe intermedie e obiettivi chiari per raggiungere tutti coloro che necessitano di offerte di lavoro, istruzione o formazione». Aggiungendo che «il costo globale e la disponibilità di fondi non sono stati valutati dagli Stati membri e la scarsa qualità dei dati disponibili ha reso difficile valutare i risultati».La Corte europea dice quello che i giovani campani già sanno: questa iniziativa volta a favorire l’occupazione giovanile ha apportato finora un contributo limitato. Gli oltre 200 giovani che in poche settimane hanno iniziato a condividere le loro storie e delusioni, non hanno però più voglia di aspettare. Vogliono risposte. Dovrà essere la politica ora a fornirle.Marianna Lepore

Padri sempre più attivi e presenti, ma il mercato del lavoro è poco pronto a valorizzarli: e allora «Diamo voce ai papà»

Cambiano pannolini, preparano pappe, prendono i bimbi al nido: è un dato di fatto che il ruolo dei papà si sia modificato negli ultimi anni. Eppure troppo spesso è come se la necessità di conciliare vita e lavoro, e le trasformazioni che la paternità comportano sull’uomo, fossero un tema in secondo piano su cui non soffermarsi. Ne è esempio il fatto che ad oggi non sia prevista una legislazione uniforme: negli ultimi anni c'è stato un vero e proprio balletto di giorni per la durata del congedo obbligatorio (vale a dire: separato e in aggiunta a quello per la madre) e di quello facoltativo (in alternativa, cioè attingendo ai giorni di congedo materno). In particolare, notizia degli ultimi giorni è che per i papà di bimbi nati nel 2017 il congedo facoltativo non ci sarà, come ha precisato l'Inps sul suo portale: la misura per l'anno 2017 non è stata rifinanziata.Sofia Borri, direttore generale di Piano C, è indignata. Già in partenza «il congedo obbligatorio di 2 giorni è un compromesso rispetto alla proposta iniziale, che ne prevedeva 15 lavorativi, un compromesso dovuto al fatto che le risorse necessarie per attivare la misura sono importanti e, alla resa dei conti delle tante priorità, sono mancate. Un compromesso mal digerito da chi, come noi di Piano C, è convinto che la diffusione della cultura della genitorialità condivisa così come l'aumento della partecipazione socioeconomica delle donne siano un'urgenza che attiene al presente e al futuro del nostro paese. Un'urgenza che parla di lavoro, crescita economica, parità di opportunità».A Piano C, associazione di co-working nata per rispondere alle esigenze di conciliazione delle donne italiane,  infatti si pensa che ci sia un aspetto troppo poco analizzato: il ruolo dei papà. Da qui parte l'idea di un sondaggio nazionale in partnership con Alley Oop – Il Sole 24 ore, Maam – maternity as a master, Generali Italia e Ikea che ha indagato la gestione vita-lavoro, l’identità e i desideri dei papà italiani. Risultato: la campagna Diamo voce ai papà, basata su un assunto fondamentale: la costruzione di nuovi modelli di equilibrio tra vita e lavoro deve coinvolgere tutti i portatori di interesse. Non si possono quindi tralasciare gli uomini, che vanno anzi coinvolti per ascoltarne bisogni e desideri.La campagna, presentata a metà marzo alla Camera dei deputati, è stata costituita da più fasi. Nella prima, condotta da luglio a settembre 2016, sono stati coinvolti solo gli uomini della community di Piano C. Questa fase è servita per stimolare i papà a parlare di sé e raccogliere informazioni da usare in seguito. In particolare nella terza fase, quando con i risultati raccolti si è deciso di lanciare un sondaggio a livello nazionale.L’indagine è partita a fine novembre 2016 ed è durata tre mesi, coinvolgendo quasi 1.500 papà, oltre il 30 per cento tra i 40 e i 45 anni, la maggior parte con due figli e quasi la metà con bimbi piccolissimi, fino a 2 anni. Ne esce una visione della paternità come esperienza molto positiva in termini di felicità, crescita personale e apertura mentale verso il futuro. Una volta padri, gli uomini sviluppano più pazienza, una migliore gestione del tempo e una maggiore capacità di problem solving. Non mancano però le conseguenze a questo nuovo “lavoro”: il peso di maggiori responsabilità, anche finanziarie, e la ricerca di un nuovo equilibrio nell’organizzazione quotidiana. Nonostante questo, solo quattro papà su dieci pensano che la paternità significhi ridimensionare le proprie ambizioni professionali. Anzi, sono più attenti di prima alla propria stabilità lavorativa proprio in funzione delle necessità della famiglia. E badano di più agli orari per dedicare la giusta attenzione ai figli.A usare i congedi sono in particolare i papà più giovani, sotto i 40 anni. Sia per passare più tempo con i figli sia per condividere con la compagna la gestione della quotidianità. Tra quelli che, invece, non l’hanno usato – la maggioranza del campione - la motivazione principale è perché lo ha usato interamente la madre. Ma praticamente tutti, quasi il 90 per cento, sono d’accordo con la proposta di congedo obbligatorio di paternità per due settimane retribuito al 100% entro i primi cinque mesi di vita del figlio. Con addirittura due su dieci convinti che dovrebbe essere anche più lungo.Questa prima analisi mette in evidenza come il problema della conciliazione tra vita lavorativa e familiare esista anche per gli uomini. Per questo Piano C ha voluto eseguire un’ulteriore ricerca su questo tema e sulle opportunità di congedo parentale a disposizione per gli uomini. In questo caso gli intervistati da Doxa sono stati 215 papà con almeno un figlio tra gli 0 e i 10 anni, la maggior parte tra i 35 e i 45 anni e la stragrande maggioranza lavoratori dipendenti.Da questa analisi si è scoperto che ben sette papà su dieci sono a conoscenza del congedo parentale e quindi della possibilità di usufruire di 180 giorni retribuiti al 30% nei primi otto anni di vita del bambino, e otto su dieci sanno anche che questo diritto può essere usufruito da entrambi i genitori. Tra il dire e il fare, però, c’è l’abisso – perché, pur a conoscenza della legge, i papà non l’hanno usata. Soltanto un quinto degli intervistati, infatti, ha usufruito del congedo parentale e non per tutti i figli. A farlo in particolare i papà del Nord est e del Sud e la scelta, alla fine, non ha avuto per ben nove casi su dieci ripercussioni sul lavoro.L’analisi non si ferma, però, soltanto ai papà “virtuosi” che hanno scelto il congedo. Ma anche a chi non l’ha fatto. Così si scopre che il principale motivo è, semplicemente, che sono le madri o i nonni a occuparsi della gestione della quotidianità. Tre papà su dieci, però, vorrebbero usare il congedo parentale ma non possono o perché lo usa interamente la madre o perché temono ripercussioni sul lavoro. Nonostante questa eventualità si sia raramente manifestata per chi l’abbia fatto. La stragrande maggioranza è però convinta che usare questo congedo sarebbe un’opportunità per avere più tempo da dedicare al figlio.Per quanto riguarda invece il congedo obbligatorio di due giorni per i padri retribuito al 100% da usare entro i primi cinque mesi di vita del bambino, solo un papà su due è a conoscenza di questo diritto e solo un quinto del campione ne ha usufruito. Probabilmente «perché è più facile semplicemente prendere ferie quando nasce tuo figlio», lanciando quindi un messaggio decisamente sbagliato, spiega Riccarda Zezza, Ceo di Piano C. In realtà poi sette papà su dieci trovano molto apprezzabile che ci sia questo diritto, sia per aiutare la neo mamma dopo il parto ad alleggerire i nuovi compiti sia perché lo ritengono un momento importante nella vita del genitore. E quasi tutti sceglierebbero la possibilità di un congedo di almeno 15 giorni. Ma c’è un altro motivo per cui i padri non sono a conoscenza dei loro diritti ed è il continuo cambiamento, fatto da un anno all’altro, dei giorni disponibili di congedo che crea grande confusione. «Non aiuta minimamente a diffondere la misura e a far sì che i padri in modo sempre più massiccio ne facciano uso e lo richiedano» spiega Sofia Borri alla Repubblica degli Stagisti. «E per giunta diffonde l’idea di una misura eccezionale, non necessaria, che può variare a seconda del momento politico e non vitale per il futuro della nostra società. Il rischio è che si pensi che sia una misura non necessaria quando invece la nostra campagna Diamo voce ai papà ci racconta di una voglia di protagonismo dei padri a cui l’obbligatorietà del congedo permette di autorizzarsi a prendersi il loro spazio e a rivendicare del tempo con i propri figli».E infatti i papà sono convinti, sette su dieci, di non essere abbastanza tutelati sul luogo di lavoro. Tanto che il 90% vorrebbe che gli venissero concesse agevolazioni lavorative, part time o telelavoro, per riuscire a passare più tempo con i figli piccoli.Cosa raccontano quindi questi dati? Lo spiega bene Zezza: i papà, come le mamme, dimostrano «che la paternità ha migliorato molte delle loro competenze. Prima fra tutte la pazienza, che però si declina in tante competenze trasversali, essenziali anche sul lavoro, come la capacità di ascolto, di attesa, di gestione del tempo». Se quindi i padri stanno imparando a stare al passo con i tempi, è la società invece a rimanere indietro e a non vedere che grazie alla paternità gli uomini scoprono di sbagliare e di continuare ad apprendere e, proprio per questo, sul lavoro possono avere una marcia in più.Lo studio evidenzia che è necessario un riposizionamento del tema della conciliazione che non deve essere solo per la donna e che deve coinvolgere anche i luoghi di lavoro, le scuole, le istituzioni. La novità dell’ultima legge di bilancio che prevede per il 2018 non due ma quattro giorni di astensione obbligatoria dal lavoro per i padri lavoratori dipendenti si pone quindi in questa direzione. Ma come Sofia Borri fa notare, «quattro giorni di congedo di paternità obbligatorio entro i primi cinque mesi di vita del bambino sono pochissimi». Senza contare che il continuo cambiamento nel corso degli anni dei giorni obbligatori e facoltativi per i papà sono segno del fatto «che al di là delle dichiarazioni manca una volontà precisa di intraprendere in modo chiaro la strada della condivisione della gestione della cura familiare. Il tutto è segno che non è chiara la necessità dell’introduzione di queste misure come leva per agire su varie emergenze, dalla disoccupazione delle donne alla crisi della natalità alla crisi economica». Insomma nuovamente «una politica miope che non capisce che non stiamo parlando di “solo” due giorni in più o in meno di congedo per i padri, ma stiamo parlando di futuro».I quattro giorni introdotti per il 2018 obbligano, però, il mondo del lavoro a considerare la paternità come un fenomeno naturale. Che quindi non va ignorato. Perché, come dimostra il sondaggio, solo parlandone, diffondendo e condividendo le immagini dei nuovi padri, si può provare a distruggere un po’ di pregiudizi e a valorizzare tutti i ruoli all’interno delle famiglie.Marianna Lepore

3.500 aziende già iscritte al Registro nazionale per l'alternanza scuola-lavoro, ma c'è ancora molto da fare

Fornire alle scuole una mappa delle imprese disposte ad ospitare gli studenti per un’esperienza formativa curriculare. È l’obiettivo del Registro nazionale per l’alternanza scuola-lavoro, lanciato a fine 2016 per rafforzare l’asse scuola/imprese.L’elenco è gestito dalle Camere di commercio d’intesa con il Ministero dell’Istruzione (Miur), quello dello Sviluppo economico (Mise) e quello del Lavoro. Come si legge nell’“Intesa istitutiva” del 12 dicembre 2016, esso nasce «al fine di favorire l’individuazione, da parte dei dirigenti scolastici e dei responsabili degli enti formativi, delle imprese e degli enti pubblici e privati disponibili all’attivazione dei percorsi di alternanza scuola-lavoro e di apprendistato di primo e terzo livello, nonché la stipula di apposite convenzioni, allo scopo di potenziare il raccordo tra scuola e mondo del lavoro».Il Registro nazionale per l’alternanza scuola-lavoro è costituito da due parti. La prima è un’area aperta e consultabile gratuitamente da tutti gli utenti della rete, che permette di accedere alla lista delle imprese, degli enti pubblici e degli enti privati che offrono percorsi di alternanza scuola-lavoro e apprendistato. L’utente può consultarla mediante vari criteri di ricerca: “nome/parola chiave”, “provincia percorso”, “attività economica prevalente” e “figura professionale”. Per ogni soggetto ospitante si possono conoscere il numero massimo degli studenti ammissibili e i periodi dell’anno in cui è possibile svolgere l’attività. La seconda parte del registro è invece la sezione speciale riservata a imprese, enti pubblici, enti privati e professionisti, e istituti scolastici. Tale area consente la condivisione di informazioni più dettagliate relative all’anagrafica, all’attività svolta, ai soci e agli altri collaboratori, al fatturato, al patrimonio netto, al sito Internet e ai rapporti con gli altri operatori della filiera delle imprese che attivano percorsi di alternanza o di apprendistato.L’iscrizione al Registro nazionale per l’alternanza scuola-lavoro è aperta a tutti i soggetti iscritti al Registro Imprese: imprese individuali, società di capitali e di persone, enti pubblici e privati, professionisti. Per essere inseriti bisogna iscriversi online, quindi attendere l’e-mail di conferma nella propria casella Pec (posta elettronica certificata). Ad oggi il registro conta 3.520 strutture iscritte, per un totale di 83.747 posti disponibili (nel momento in cui scriviamo) nei settori più disparati: coltivazioni agricole; commercio all’ingrosso; attività editoriali, creative, artistiche e di intrattenimento; produzione di software e consulenza informatica; attività di servizi finanziari, legali e contabilità; pubblicità; istruzione; servizi di assistenza sociale etc.I numeri sono ancora bassi, se si pensa che nell’anno scolastico 2015/16 le strutture ospitanti erano state 151.200, e 652.641 gli studenti coinvolti, provenienti da 5.911 istituti. In realtà l’iniziale ritrosia da parte delle aziende è da attribuirsi al dubbio che si dovessero far carico delle spese di iscrizione. Tuttavia, con l’approvazione del decreto legislativo per la riforma delle Camere di Commercio, è stata definitivamente chiarita la gratuità dell’iscrizione, e ora l’elenco si sta progressivamente popolando.Un altro scoglio alla diffusione del registro può essere quello dell’informazione. In che modo e in quale misura il mondo delle imprese è messo a conoscenza di questo strumento? «Unioncamere ha predisposto una campagna di comunicazione con vari strumenti, che ha previsto tra l'altro uno spot radio che è stato diffuso per un paio di settimane nel mese di ottobre» spiega alla Repubblica degli Stagisti Alessandra Altina dell’ufficio stampa: «È stato inoltre realizzato un kit per la comunicazione, che è stato messo a disposizione delle Camere di commercio e che le Camere hanno utilizzato autonomamente per i loro eventi o per le loro iniziative sul territorio». Vi sono anche strumenti online, come la “Guida per l’impresa”, una sintesi normativa e pratica sul funzionamento del Registro per l’alternanza; e le pagine informative disponibili sui siti delle Camere di commercio.E le associazioni di categoria che ruolo hanno? Nell’ambito dell’incontro “Alternanza scuola-lavoro. Risultati, problematiche, obiettivi”, tenutosi il 28 marzo scorso presso il Miur, Gabriele Toccafondi, sottosegretario di Stato con delega all’alternanza, ha fornito alcuni numeri sul raccordo tra scuola e imprese: «Sono stati già firmati circa 60 protocolli nazionali e 70 regionali con le rappresentanze di categoria e altri accordi continuano a essere stipulati». Ad esempio il Protocollo d’intesa con Confindustria, che ha assunto l’impegno di incrementare il numero di aziende associate disponibili all’alternanza attraverso un piano rivolto al coinvolgimento delle Pmi. Sulla stessa linea il Protocollo d’Intesa con Confartigianato, che si è impegnata a informare i propri associati sulle opportunità offerte dall’alternanza, a promuovere servizi a supporto dell’ampliamento delle imprese ospitanti nonché a svolgere iniziative di monitoraggio e valutazione delle attività di alternanza, per misurarne l’efficacia.E dal “fronte scuola”? Ai dirigenti scolastici – come stabilito dall’art.40 comma 1 della legge n.107/2015 (“La Buona Scuola”) – è affidato il compito di individuare le imprese e gli enti più idonei ad ospitare gli studenti del proprio istituto, quindi di stipulare con essi apposite convenzioni. Infine, al termine di ogni anno scolastico, essi sono tenuti a redigere una scheda di valutazione sulle strutture in questione, evidenziando il potenziale formativo nonché le eventuali difficoltà incontrate durante la collaborazione. Ma i dirigenti scolastici in questione sanno di potersi servire del Registro per l’alternanza scuola-lavoro? Proprio al fine di evitare che scuola e impresa restino due mondi slegati, il Miur – d’intesa con l’Agenzia nazionale per le Politiche attive del lavoro (Anpal) – ha stabilito l’invio alle scuole di 1.000 tutor esperti, incaricati di fare da collante tra istituti superiori e aziende.L’anno scolastico 2017/18 segnerà il passaggio dalla fase sperimentale dell’alternanza scuola-lavoro a quella strutturale, che coinvolgerà ben 1,5 milioni di ragazzi all'anno. Proprio per supportare questo decisivo frangente, il Miur ha ufficializzato lo stanziamento di 140 milioni di euro di fondi per il Pon 2014-2020 sull’alternanza scuola-lavoro (adesioni entro il 20 giugno 2017), in integrazione ai 100 milioni l’anno dati alle scuole, per favorire lo sviluppo di progetti di alta qualità (in filiera, in rete, in mobilità). Tra le novità annunciate per il prossimo anno scolastico ci sarà la Carta dei diritti e dei doveri degli studenti in alternanza, che fra le altre cose introdurrà la possibilità per i ragazzi di esprimere la propria valutazione sulle aziende. Inoltre il ministro Valeria Fedeli ha comunicato che «il ministero del Lavoro e il Miur istituiranno una cabina di regia per monitorare e sostenere la qualità e l’innovazione dell’esperienza».Per facilitare questo compito sarà lanciato un portale specifico sull’alternanza. «Integrerà il sito dell’alternanza scuola-lavoro dove sono presenti gli aspetti normativi e le buone pratiche, per stimolare progetti di qualità» ha spiegato Fedeli «e per vigilare sul corretto svolgimento dell’iter formativo. Sarà infatti anche lo strumento attraverso il quale si potranno segnalare, quasi in tempo reale, a scuole, uffici scolastici Regionali, e anche al Ministero, le discordanze su qualità e percorsi dell’alternanza». Il ministro ha poi aggiunto: «Laddove venissero segnalate attuazioni improprie, interverremo per rimuoverle. Anche se la maggior parte delle iniziative di alternanza scuola-lavoro sono positive, qualcuno ci ha segnalato che ci sono aziende che chiedono soldi per l’alternanza: questa cosa non esiste».Il vero banco di prova, per il registro e per l’intero progetto dell’alternanza scuola-lavoro, sarà insomma il prossimo anno scolastico, che già si preannuncia particolarmente “caldo”.Rossella Nocca