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A Perugia la prima edizione degli Stati Generali dei giovani: l'associazione dei direttori HR fa il punto su formazione e lavoro

Come sta cambiando la fase di passaggio dalla scuola al lavoro? Attraverso quali canali arrivano i giovani italiani al mondo del lavoro, come si muovono, come - e con quali competenze - entrano in contatto con le imprese? Si tratta del tema più importante di tutti: senza una buona transizione formazione-lavoro, senza un buon tasso di occupazione e senza una prospettiva per i giovani di trovare un impiego degno e degnamente retribuito in tempi ragionevoli, dopo aver concluso gli studi, nessun Paese sopravvive a lungo termine. Lo sa bene Aidp, associazione che raggruppa 3mila direttori del personale in Italia, che per domani – giovedì 1 dicembre – ha convocato a Perugia la prima edizione degli “Stati generali dei giovani”: una intera giornata di dibattiti e riflessioni sui tre temi chiave (istruzione, formazione e lavoro) per tracciare «scenari, prospettive e investimenti per il nostro futuro».L'idea è venuta ad Adriana Velazquez, vulcanica 42enne manager italo-argentina presidente di Aidp Umbria [qui a fianco, in una foto di qualche giorno fa insieme al Gruppo Giovani dell'associazione], che ha voluto pensare in grande progettando nella sua Regione di adozione, dove vive e lavora da molti anni, un evento che “normalmente” avrebbe avuto luogo a Milano, oppure a Roma. «Ma anche Perugia è perfetta, abbiamo una posizione centrale e un tessuto imprenditoriale vivace!» spiega Velazquez: «Puntiamo a far diventare questi Stati generali dei giovani un appuntamento biennale di Aidp, facendone di Perugia la sede permanente».Una città a vocazione spiccatamente giovanile, con quattro istituzioni formative di alto livello (l'università di Perugia, l'università per Stranieri, il Conservatorio di musica Francesco Morlacchi e l'Accademia di belle arti) che però negli ultimi anni ha un po' sofferto: «Abbiamo avuto una ricaduta negativa dopo il terribile fatto di cronaca del 2007» aggiunge Velazquez facendo riferimento all'omicidio di Meredith Kercher, la studentessa inglese uccisa nella casa che aveva affittato a Perugia (per il quale sono stati condannati e poi assolti Amanda Knox e Raffaele Sollecito, giudicato colpevole Rudy Guedé). Anche alla luce di questo è ancor più rilevante «la buona notizia: abbiamo registrato quest'anno un +36% nelle iscrizioni di giovani».I giovani tornano a farsi attrarre da Perugia, insomma, e Perugia proprio da loro riparte. La prima edizione di questi "Stati generali", ospitata nella Sala dei Notari del bellissimo Palazzo dei Priori, si rivolge a un pubblico formato sopratutto da universitari, neolaureati ma anche studenti di scuole superiori: «Siamo riusciti “miracolosamente” a coinvolgere anche i ragazzi di alcune scuole terremotate, abbiamo un pullman che porterà da Norcia oltre 50 giovani» dice con orgoglio Velazquez. A questo pubblico Aidp offrirà una giornata densissima di contenuti e anche interattiva: i partecipanti avranno la possibilità di incontrare i soci di Aidp Umbria e i rappresentanti delle aziende presenti ai desk nella Sala dei Sindaci di Palazzo dei Priori, per  «avere un primo contatto con il mondo del lavoro». Tra le aziende disponibili vi sono Aboca, Articolo 1 srl, Gi Group, Manpower, Orienta spa e Randstad Italia.I quattro dibattiti in programma, tutti strutturati con una parte introduttiva iniziale e poi una tavola rotonda, focalizzeranno in particolare ciascuno un aspetto. Dopo una introduzione ai lavori della presidente nazionale di Aidp, Isabella Covili Faggioli, il primo panel della mattinata alle 09:30 partirà trattando il tema de «Il talento dei giovani per lo sviluppo sostenibile dell’economia e della società». Si comincerà con una introduzione di Romano Benini, giornalista e autore tv esperto di lavoro e docente alla università La Sapienza, che intervisterà il coordinatore del Centro Studi Aidp dedicato alla presenza giovanile nel mondo del lavoro, David Trotti. Poi spazio a una tavola rotonda sulla «presenza giovanile nel mondo del lavoro», moderata da Serena Santagata del gruppo Giovani di Aidp Umbria, che coinvolgerà il presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria Umbria Marzio Presciutti Cinti, la presidente dei Giovani Imprenditori di Confcommercio Toscana Simona Petrozzi, il presidente di Eurodesk Italy Ramon G. Magi, e Alfredo Mattiroli di International Fashion Consulting.Anche il secondo panel della mattinata, «Dopo gli studi, il lavoro: percorsi e competenze. Cosa vogliono le aziende» sarà suddiviso in due parti. La prima avrà una introduzione di Luca Ferrucci, docente del dipartimento di Economia dell'università di Perugia, e una intervista ad Adriano Bei, dirigente del Servizio Istruzione e Formazione professionale della Regione Umbria. La seconda parte sarà la tavola rotonda «Dopo la scuola e l’università ,il gap fra la domanda e l’offerta di lavoro ...» condotta e moderata dalla giornalista Eleonora Voltolina, esperta di lavoro e fondatrice della Repubblica degli Stagisti oltre che presidente dell'associazione Italents (dedicata al tema dei giovani “expat”). A dialogare con Voltolina e rispondere alle domande dei giovani ci saranno l'HR & Communication director di Umbra Cuscinetti Beatrice Baldaccini e poi Luigi Torlai, HR manager di Ducati, e Antonio Guarrera, HR manager di Aboca spa. Prima della pausa pranzo, spazio anche per una mezz'ora di presentazione del lavoro di Aidp Giovani con Enrico Perasso, referente per la Liguria.Dopo pranzo, alle 14, si passerà al tema dei «Lavori del futuro. Giovani e innovazione. Start-up. Investimenti. Idee e strumenti», con l'introduzione di Stefano Cianciotta, docente di Comunicazione all'università di Teramo, che ispirerà il suo intervento «Allenarsi per il lavoro che verrà» al suo libro «Allenarsi per il futuro» (scritto un paio d'anni fa a quattro mani con Pietro Paganini). Sarà poi la volta di Cristiano Radaelli, presidente di Anitec Confindustria, che presenterà eSkills for Job, un progetto focalizzato sui giovani e sulla promozione delle competenze digitali. La tavola rotonda, moderata da Alessandro Belli del consiglio direttivo di Aidp Umbria, coinvolgerà Stefano Di Giulio, HR business partner di Nestlé Italia (una delle “storiche” aziende aderenti al network virtuoso della Repubblica degli Stagisti!), il founder di ItaliaCamp Luigi Mazza, la segretaria generale di Unioncamere Umbria Giuliana Piandoro e Marco Tili, direttore generale di Gepafin, società finanziaria partecipata dalla Regione Umbria.Ultimo panel della giornata, quello dedicato a «Giovani e non profit. Opportunità nel Terzo settore. Crowdfunding. Sviluppo e cooperazione». Qui Aidp ha affidato l'introduzione a Paolo Nicoletti, presidente di Etimos Foundation, e per la tavola rotonda ha riunito i punti di vista del presidente del Forum degli oratori italiani, Don Riccardo Pascolini, del portavoce del Forum Regionale Giovani dell'Umbria, Gabriele Biccini, e poi di Donatella Boccali della Fondazione Marisa Bellisario e Marcella Loporchio, CrowdMentor di Aidp Puglia. A moderare Sylvia Liuti, vicepresidente di Aidp Umbria.Un evento importante in una Regione, l'Umbria, che ha oltre 130mila giovani tra i 15 e i 29 anni residenti sul suo territorio, e vede ogni anno l'attivazione di circa 6mila tirocini (con un tasso di trasformazione in lavoro però tra i più bassi d'Italia, fermo al di sotto del 7%). Con l'auspicio che possa “oliare” la cinghia di trasmissione tra formazione e lavoro, e aiutare il “matching” tra aziende in cerca di nuovo personale e giovani in cerca di lavoro.

Ragazze, niente deve impedirvi di studiare materie scientifiche: scienziate e giornaliste in campo contro i pregiudizi

Nell’anno accademico 2015/16 le facoltà scientifiche si sono attestate per la seconda volta in cima alle preferenze dei giovani italiani. Secondo i dati dell’Anagrafe nazionale studenti (Ans), il 36% dei nuovi iscritti hanno optato per l’area scientifica, preferendola all’area sociale (34%), a quella umanistica (19%) e a quella sanitaria (11%). Il sorpasso era avvenuto l’anno prima, quando le immatricolazioni nell’area scientifica (34,45%) avevano superato di misura quelle nell’area sociale (34,31%).Un cambiamento epocale, se si pensa che dieci anni prima le facoltà dell'area sociale – tra cui rientrano Giurisprudenza, Scienze politiche, Economia e Psicologia – registravano un +13% su quelle scientifiche (42% contro 29%). In un decennio gli immatricolati di queste materie sono passati da 91mila a quasi 100mila. Questo, nonostante la riduzione del numero di immatricolazioni totali, dalle 318mila del 2005/06 alle 276mila del 2015/16. Insomma, le materie Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics) – nonostante la crisi di fiducia generale verso l'università – fanno sempre più presa sulle nuove generazioni, soprattutto alla luce dei maggiori sbocchi occupazionali, oltre che degli stipendi mediamente più alti. Si stima infatti che nel 2020 in Europa si creeranno 900mila posti di lavoro solo nel settore Computer science.Ma la rivincita dei numeri riguarda anche le donne? Da questo punto di vista esiste ancora un gap di genere. Nell’anno accademico 2015/16 l’area scientifica è stata scelta solo dal 37% delle donne contro il 63% degli uomini. Esattamente le stesse percentuali di dieci anni prima. Dunque non è cambiato proprio nulla in un decennio? La Repubblica degli Stagisti lo ha chiesto a Sveva Avveduto, già direttrice dell' Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) e attiva nell’associazione Donne e Scienza: «In realtà qualcosa è cambiato. Ci sono molte più donne ingegnere e chimiche, per esempio. In generale oggi le donne laureate sono più degli uomini: il problema si registra soprattutto nell’accesso al mondo del lavoro». Avveduto ha trattato questo tema in due volumi scritti a più mani, Portrait of a Lady e Scienza, genere e società. Prospettive di genere in una società che si evolve. Emblematici i dati riguardanti le donne e la ricerca. Qui, se al grado iniziale di carriera si registra quasi una parità di genere (48% di donne), subito dopo subentra la sperequazione: solo nel 39% dei casi le donne diventano primi ricercatori, nel 24% dirigenti di ricerca e appena nel 17% dei casi direttori di istituti di ricerca e di dipartimento.Ma quale potrebbe essere la soluzione per infrangere il famoso “soffitto di cristallo”?  «Quella fisiologica presume un enorme quantità di anni» afferma la dirigente di ricerca Irpps-Cnr «quindi forse sarebbe meglio imporre un obbligo di equilibrio di genere, come è stato fatto negli enti pubblici e nei consigli di amministrazione. Le quote di genere sono un modo per forzare la situazione, ma almeno far sì che si possa sbloccare in breve tempo».Tante le iniziative a livello internazionale e nazionale per promuovere la parità nell’accesso alle carriere scientifiche. Una delle più significative è l’Ada Lovelace Day, una giornata mondiale in onore delle donne scienziate e dei risultati da esse ottenuti. Ada Lovelace, figlia del poeta Byron, collaborò con Charles Babbage alla nascita del primo algoritmo “per computer” al mondo, nell’Ottocento, ed è quindi considerata la prima programmatrice informatica della storia. In coincidenza con l’International Day of Women and Girls in Science 2016, il Miur, attraverso il portale Noi siamo pari, ha lanciato “Le studentesse vogliono contare - Il mese delle STEM”, un’iniziativa rivolta alle scuole per contrastare il divario di genere attraverso una serie di attività: percorsi di formazione e didattica specifica, giochi logico-matematici, convegni.Ma nonostante l’impegno per promuovere la parità e i successi raggiunti nei secoli dalle donne in campo scientifico, nel 2016 ancora restano in piedi molti pregiudizi. A tal proposito ha fatto discutere un recente articolo del matematico Piergiorgio Odifreddi su Repubblica, in cui si legge: «Le donne scienziate sono comunque meno di quante ci si potrebbe aspettare. Ad esempio, quest’anno nessuna donna ha vinto un premio Nobel. E fino allo scorso anno l’hanno vinto 16 nella pace, 15 in letteratura, 12 in medicina, 4 in chimica, 2 in fisica e 1 in economia. Inoltre, 2 donne hanno vinto finora il premio Turing per l’informatica, 1 la medaglia Fields in matematica e nessuna è mai stata campionessa mondiale di scacchi. Una progressione discendente, che sembra indicare come l’attitudine femminile sia direttamente proporzionale alla concretezza e indirettamente proporzionale all’astrazione».È davvero solo questione di attitudine? Sveva Avveduto stronca questa interpretazione: «Le ragioni sono tante, ma tra queste non c’è assolutamente l’attitudine all’uno o all’altro tipo di studio. La questione è soprattutto culturale e composta di norme sociali e stereotipi che subiamo sin da quando siamo bambine, con l’imposizione della scelta della Barbie e non dell’aeroplanino, del rosa e non dell’azzurro».Anche l’immagine della società proposta dai media contribuisce ad alimentare gli stereotipi di genere. Secondo il Global Media Monitoring Project 2015, uno studio internazionale sulla copertura delle notizie da parte dei media, questi ultimi dedicano molta più visibilità agli uomini rispetto che alle donne. «In Italia le voci femminili nei mezzi di informazione rappresentano solo il 18%, percentuale che scende al 10% per quanto riguarda le fonti esperte in area Stem» conferma alla Repubblica degli Stagisti Giovanna Pezzuoli, giornalista dell’Associazione Gi.U.Li.A. (Giornaliste Unite Libere e Autonome) e co-ideatrice – insieme alla collega Luisella Seveso e a Monia Azzolini dell’Osservatorio di Pavia Media Research – del progetto 100 donne contro gli stereotipi.Dall'inizio di novembre è online 100esperte.it, una banca dati virtuale che raccoglie 100 nomi di esperte nell’area STEM fra accademiche e professioniste, selezionati con criteri di merito (pubblicazioni, brevetti, incarichi), territorialità e interesse giornalistico, dal Centro Genders di Milano, e passati al vaglio di un Comitato scientifico. Il progetto, che si avvale della collaborazione della Fondazione Bracco e della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, nel 2017 dovrebbe allargarsi ad altri settori a predominanza maschile: economia, finanza, storia e archeologia.«La nostra speranza è quella di contribuire entro il 2020, anno in cui sarà pubblicato il prossimo Global Media Monitoring Project, a raddoppiare il numero di donne esperte interpellate dai media» dice Giovanna Pezzuoli, e la sfida di “100 donne contro gli stereotipi” va ben oltre il piano mediatico: «Il nostro progetto vuole essere uno strumento per incentivare le ragazze a scegliere una carriera nell’area Stem, proponendo modelli positivi di donne che ce l’hanno fatta, professioniste in gamba che lavorano ad altissimi livelli e che, nella maggior parte dei casi, hanno anche famiglia». Ma perché oggi una ragazza dovrebbe avere interesse a prendere in considerazione le materie scientifiche? «Perché sono settori strategici per lo sviluppo del paese, dove c’è meno disoccupazione, dove si fa carriera in modo più chiaro, per titoli e meriti, e dove chi ottiene dei risultati quasi sempre viene premiato». Non proprio fattori di secondo piano.Rossella Nocca

Lavorare (ben pagati!) nella cooperazione, 6 dicembre ultimo giorno per presentare domanda per il JPO Programme

C'è tempo fino a martedì 6 dicembre per provare a partecipare al prossimo JPO Programme (Italian associate experts and junior professional officers programme), il programma di cooperazione multilaterale organizzato dalla Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo del ministero degli Esteri in collaborazione con il dipartimento Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite.Per i partecipanti al JPO un contratto di un anno, rinnovabile per un secondo, di importo annuale di circa 45mila euro, presso organizzazioni internazionali del settore della cooperazione, con inquadramento contrattuale equivalente al livello iniziale della categoria dei funzionari delle Nazioni Unite.Non è ancora fissato il numero di posti disponibili; l'anno scorso erano stati 18, presi d'assalto da ben 2.484 candidati. Possono inviare il cv persone di età non superiore ai 30 anni (nati dopo il primo gennaio 1986, per i laureati in medicina sono invece ammessi candidati nati dopo il primo gennaio 1983), di nazionalità italiana e con un'ottima conoscenza della lingua inglese. I candidati devono aver conseguito una laurea specialistica, magistrale a ciclo unico o triennale con un master.La domanda può essere presentata esclusivamente online, collegandosi all'applicativo presente sul sito UN/DESA. Anche quest'anno il processo di selezione inizierà a dicembre/gennaio con l'analisi e la scrematura delle domande per concludersi a settembre del prossimo anno con i corsi di formazione destinati ai candidati selezionati.Chi invece è già stato selezionato definisce il JPO Programme come «il programma più prestigioso di inserimento per giovani all’interno dell’Onu». A raccontare la propria esperienza alla Repubblica degli Stagisti è Andrea Milan, 30 anni, nato e cresciuto a Caltanissetta e attualmente a New York, dove sta svolgendo il JPO presso UN Women, organismo delle Nazioni Unite per la promozione dell’uguaglianza di genere. «Ho una laurea triennale e una specialistica in economia a Ferrara, con tre esperienze all’estero durante gli studi: un anno all’Università di Birmingham in Inghilterra, un semestre al Middlebury College negli Stati Uniti e un tirocinio al Dipartimento per gli affari economici e sociali dell’Onu, UN|DESA appunto, a New York. A giugno 2016 ho conseguito un dottorato di ricerca in Governance and Policy Analysis all’università di Maastricht in Olanda. Seguivo il programma già dal 2009 quando ho svolto il tirocinio all’Onu a New York. La mia supervisor era proprio una JPO tedesca, e lei, come tanti altri colleghi, mi parlò benissimo del programma».Da lì la decisione di provare a partecipare e il superamento della selezione, grazie anche all'esperienza all’estero: «sia la mia preparazione universitaria sia le mie competenze ed esperienze pregresse mi hanno permesso di candidarmi per il JPO con un curriculum di respiro internazionale. Iniziare il JPO dopo un paio di esperienze all’interno del sistema Onu mi ha permesso di adattarmi velocemente al nuovo contesto e credo mi abbia anche messo in condizione di contribuire immediatamente al lavoro del mio ufficio».Ogg Milan è perfettamente integrato sia nel contesto lavorativo sia cittadino di New York: «La mia è un’ottima esperienza, New York ospita il quartier generale dell’Onu per cui è un ottimo posto per sviluppare le competenze e il network per lavorare all’interno del sistema Onu nel lungo periodo. Sono contentissimo di lavorare per UN Women, l’ente delle Nazioni Unite per l'uguaglianza di genere e l'empowerment femminile e di occuparmi di migrazioni, uno dei temi chiave del dibattito globale. A livello di abitudini di vita, New York è una città meravigliosa e che offre opportunità che forse nessun’altra città al mondo può offrire, sia dal punto di vista culturale che dal punto di vista sociale e sportivo».Quali sono i consigli utili a chi vuole provare a intraprendere questo percorso? «Consiglierei due cose. Primo, andare a fondo nella conoscenza di due o tre lingue, possibilmente tra quelle ufficiali dell’Onu (arabo, cinese, francese, inglese, russo, spagnolo). Conoscerle a livello intermedio serve poco, bisogna conoscerle a un livello tale per cui ci si possa lavorare in maniera professionale. Secondo, durante gli anni dell’università, sviluppare competenze ed acquisire esperienze che vadano al di là del curriculum accademico. Migliaia di giovani italiani hanno ottimi curriculum accademici, e molti di loro sono interessati al programma JPO. Spesso, quello che fa la differenza tra un profilo e un altro nella selezione per programmi come il JPO sono le esperienze ed attività extracurriculari».A questo punto non resta altro che collegarsi al sito, provare a candidarsi e aspettare i primi mesi del prossimo anno quando saranno resi noti gli esiti delle selezioni.Chiara Del Priore

Alliance for YOUth, risultati oltre le aspettative per il progetto di Nestlé sull'occupazione giovanile

Sono le aziende a dover rimettere in moto l'occupazione giovanile e Nestlè – colosso dell'alimentare e membro del circolo virtuoso RdS – sta facendo la sua parte con la Alliance four YOUth. Partito nel 2014 a corollario dell'iniziativa Nestlè needs YOUth, questo è il progetto con cui il gruppo si è impegnato a contrastare la disoccupazione delle nuove generazioni creando per loro opportunità – almeno 5mila nelle intenzioni iniziali – in Italia e in tutta Europa. È nato così un network di duecento aziende, di cui 14 nel nostro paese (tra loro Accenture, BNP Paribas, Gi Group, Nielsen).A distanza di due anni il bilancio supera le attese: 1500 posizioni attivate tra stage, percorsi di alternanza scuola lavoro, e assunzioni vere e proprie (il 50% del totale) solo in Italia. Quota che sale a 6.500 se si guarda anche al resto delle imprese 'alleate'. In Europa, dove le aziende coinvolte sono state oltre 200, le offerte di lavoro e stage sono salite a 115mila. Numeri importanti anche per una multinazionale come Nestlé a cui fanno capo 436 stabilimenti e circa 335mila collaboratori, mentre solo in Italia le sedi sono 12 con 5mila dipendenti e 2,3 miliardi di fatturato nel 2015.Anche se per arginare l'esercito di disoccupati al di sotto dei 30 anni – ora al 37% in Italia – serve il contributo non solo dell'imprenditoria ma anche dello Stato. «Non si possono creare posti di lavoro senza le aziende ma queste da sole da sole non possono farcela» ha evidenziato Leo Wencel, capo mercato di Nestlé Italia, intervenendo all'evento romano celebrato alla Residenza Ripetta per festeggiare il primo traguardo del progetto. A raccontare la propria esperienza anche alcuni dei giovani che ne hanno usufruito - come Anna Pitto, 26 anni e community manager dei Baci Perugina - Demetrio Latella, che sviluppa software in Bnp Paribas, Paola Modena, 27enne e veterinaria in Inalca.Puntare sui giovani del resto è un atto strategico per le aziende – quantomeno quelle più lungimiranti. Lo ha ricordato il vicepresidente di Giovani Confindustria Vincenzo Caputo: «Le aziende con giovani in organico investono di più, hanno competenze nuove, esprimono più imprenditoria femminile e sono più internazionali». Per questo indirizzare le scelte politiche a favore dell'occupazione giovanile sarebbe «la soluzione a tanti problemi», considerando che «i Neet pesano sull'1,4 per cento del Pil». Si potrebbe iniziare da quei profili che non si riescono a trovare, e che sono «60mila non soltanto nel digitale» evidenzia Caputo.  «In Italia c'è una grande ignoranza digitale» gli fa eco Silvia Vianello, docente di marketing alla Bocconi «perché esportiamo profili con competenze elevate e importiamo candidati meno specializzati». Ma il giro di posti lavoro vuoti è enorme, «un buco del 22 per cento nel digital». Mancano per esempio profili «per un advertising avanzato o per le web structure». Un problema originato dal «fossato tra grandi aziende e università» a cui fa cenno Oscar Pasquali del ministero dell'Istruzione, e a cui si sta cercando di rimediare con l'alternanza scuola lavoro messa a regime con la riforma della Buona scuola. Ma in un mondo che evolve tanto in fretta, «la formazione non è come una volta» spiega la Vianello, «oggi il compito del docente è insegnare a aggiornarsi, a stare al passo con i tempi».Un concetto su cui ragiona anche il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, ospite d'onore dell'evento: «Bisogna immaginare quello che succederà in futuro, analizzare il problema in riferimento a masse grandissime: tenere a mente che spuntano nuove professioni ma ci sono anche tre milioni di disoccupati». Una visione d'insieme indispensabile in un'era in cui «la condizione di vita delle persone è diversa dal passato, una volta superata la concezione statica del lavoro» che ci ha accompagnato per decenni. E «nessuno da solo può fare i conti con grandi cambiamenti». Stato e aziende insieme insomma. Mentre nel frattempo si allargano gli orizzonti del progetto di Nestlè. Per il 2020 l'obiettivo è arrivare solo all'interno della multinazionale a 20mila posizioni per under 30 in tutta Europa, 230mila nell'ambito dell'Alliance. Come dice l'adagio, chi ben comincia è a metà dell'opera: e il primo triennio di Nestlè needs YOUth e Alliance four YOUth ha dato addirittura più frutti del previsto.Ilaria Mariotti

L'exponential recruting arriva all'università di Palermo: il racconto di due giovani che così sono entrati in Bip

Un modo completamente nuovo di fare un colloquio di lavoro: una procedura iper-accelerata che porta i candidati a passare un'intera giornata con i selezionatori, impegnandosi in attività di gruppo eclettiche. La Repubblica degli Stagisti aveva raccontato questa novità inventata dalla società di consulenza Bip sulla base del “design thinking”, chiamata “exponential recruiting”, già lo scorso giugno, in occasione del primo evento sperimentale di questo tipo all'università di Trento. Da allora c'è stata un'altra tappa, a metà settembre al Politecnico di Milano (da cui è stato tratto anche un bel video), e una terza avrà luogo a Palermo proprio oggi, martedì 25 ottobre: su una settantina di candidati, sono stati selezionati 24 profili a cui verrà data la possibilità di partecipare. Ma com'è vivere quest'esperienza dal di dentro? La Repubblica degli Stagisti lo ha chiesto a due ragazzi per i quali la tappa milanese di “exponential recruiting” ha rappresentato l'occasione di entrare in Bip - una delle aziende che fanno parte dell'RdS network, assicurando ottime condizioni di stage e abbracciando una filosofia che pone la responsabilità sociale al centro della costruzione del rapporto con stagisti e giovani dipendenti. «Mi ero candidato con l’aspettativa di entrare in una società di consulenza, un’ottima palestra per la carriera lavorativa» racconta Stefano Viganò, 26enne ingegnere gestionale di Renate, in provincia di Monza-Brianza: «La giornata di exponential recruiting è stata molto bella e interessante: una forma di selezione che non avevo mai provato e che mi ha coinvolto parecchio». Stefano è arrivato di fronte ai recruiter di Bip con una buona conoscenza del portoghese (grazie a un Erasmus di sei mesi a Coimbra, in Portogallo) e una piccola ma significativa esperienza lavorativa, uno stage di sei mesi svolto tra la fine della triennale e l'inizio della specialistica presso Brooks Brothers. Ma nell'exponential recruiting, ancor più che il curriculum, valgono le doti relazionali, le risposte a stimoli imprevisti, la capacità di far emergere all'interno del team le proprie doti. Un impatto nuovo. «Mi sono candidata all’opportunità di Bip tramite il Career Service, il nostro canale di contatto con le aziende. Avevo letto sul portale di questa opportunità e l’ho colta» racconta Gloria Perrini: «Speravo di essere scelta: in fondo è stata pur sempre una competizione in cui mi sono messa in gioco». 25 anni, originaria di Taranto e cresciuta in Sicilia, a 18 anni Gloria ha fatto fagotto ed è salita a Milano, si è iscritta al Politecnico e qui ha fatto triennale e specialistica, intervallando allo studio alcuni periodi all'estero - in Inghilterra e Olanda - per imparare bene le lingue. Anche lei aveva già all'attivo uno stage - in GDF Suez, oggi Engie - che le è servito per raccogliere materiale per la sua tesi di laurea specialistica, dedicata ai modelli di business nella generazione distribuita di energia approfondendo il caso dello Shared Solar. Ma in cosa si differenzia l'exponential recruiting da una serie di colloqui tradizionali? Avendo già sostenuto colloqui di selezione in passato, Stefano ha potuto confrontare i metodi: lui per esempio aveva già svolto «lavori di gruppo con discussioni» in precedenti colloqui, ma le «richieste improvvise durante i lavori di gruppo da risolvere in poco tempo» sono state una novità assoluta.  «Mi hanno colpito in particolare la presenza degli antropologi, il clima sereno» dice Gloria: «l’organizzazione delle attività e le empathy card» che vengono usate per approfondire la conoscenza dei candidati dal punto di vista personale, per indagare cosa è importante per loro nella vita di tutti i giorni. «Dei selezionatori di Bip ricordo sopratutto il sorriso. Penso che anche solo la mimica facciale aiuti a mettere a proprio agio le persone e a motivarle; allo stesso tempo con le informazioni che ci fornivano sui lavori di gruppo, sullo scopo della giornata e sull’azienda trasmettevano un’ottima energia, per spingere a dare il massimo». Il Politecnico, nell'aprire il bando per le candidature, aveva mantenuto il riserbo sulle modalità di svolgimento dell'exponential recruiting; così per i ragazzi tutta la giornata è stata un susseguirsi di sorprese. «Le uniche informazioni che avevo erano che sarebbe stato un assessment dalle 9 alle 17» conferma Gloria: «Il giorno prima dell’evento però ho letto sulla Repubblica degli Stagisti un articolo sull’Exponential avvenuto a Trento. L’articolo non specificava le attività, ovviamente, però sottolineava la particolarità di questa tipologia di colloquio e che i ragazzi scelti avevano ottenuto e firmato il contratto in giornata».  Un effetto sorpresa in grado di scatenare effetti positivi: «Nel mio gruppo di lavoro c’era collaborazione: secondo me il fatto di non essere preparati alle attività della giornata» riflette Gloria «fa sì che si crei un clima di empatia tra i partecipanti». Alla fine della giornata tutti hanno ricevuto un sms con l'esito della selezione. «Fare il colloquio e la sera poter dire ai tuoi genitori, che ti hanno supportato moralmente ed economicamente durante il percorso universitario fuori sede, di avere un contratto in mano è davvero molto emozionante e soddisfacente. Ed efficiente!» nota Gloria. Lei e Stefano hanno iniziato il 10 ottobre il loro stage in Bip, insieme ad altri giovani: «Siamo stati accolti dalla recruiter che ci ha dato tutte le informazioni necessarie per iniziare» ricorda Gloria: «Ed è venuto a darci il benvenuto uno dei tre co-fondatori dell’azienda: un gesto inaspettato che ho apprezzato molto». «Nei primi giorni in sede mi hanno mandato del materiale da leggere relativo al progetto dove sarei stato inserito» racconta Stefano: «Sono ancora nella fase iniziale in cui sto capendo di che lavoro si tratta. In questi giorni sono stato a fianco ad alcune persone e ho visto quello che stanno facendo, in modo da farmi un’idea dei progetti che Bip sta svolgendo presso il cliente. Ho iniziato a fare i primi lavori con Excel e PowerPoint. Il mio referente lo vedo tutto il giorno… e alcune volte sono seduto vicino a lui!» «Nella mia giornata tipo per ora comincio con un incontro mattutino con il mio referente di progetto, per definire gli obiettivi e le attività da fare durante il giorno. Poi partecipo a riunioni con il cliente, preparo documenti, e faccio un training con i colleghi» aggiunge Gloria: «Quella dell'exponential recruiting è stata un’esperienza divertente, il tempo è volato. È una simulazione a tutti gli effetti di un ambiente di lavoro: dovrebbero farla tutti i neolaureati». Tutti tutti ancora no, ma certamente per i 24 dell'università di Palermo che lo faranno oggi sarà un'occasione del tutto particolare.

Parlamento e Corte dei Conti Ue, bandi aperti per quasi 100 tirocini da 1200 euro al mese: oltre la metà dei candidati proviene dall'Italia

C’è ancora tempo per candidarsi a un’esperienza formativa nelle istituzioni europee per il 2017. Le prossime scadenze riguardano i bandi per i tirocini alla Corte dei Conti europea (31 ottobre) e per i tirocini di traduzione al Parlamento europeo (15 novembre), rivolti in particolare a chi ha fatto studi economici e linguistici.La prima deadline si riferisce ai tirocini presso la Corte dei Conti europea di Lussemburgo, organismo la cui missione – come si legge sul sito ufficiale – è quella «di contribuire a migliorare la gestione finanziaria dell'UE, promuovere la trasparenza e il rispetto dell'obbligo di rendere conto della gestione dei fondi UE e fungere da custode indipendente degli interessi finanziari dei cittadini dell’Unione». Ogni anno l’European Court of Auditors organizza tre sessioni di tirocini, che partono rispettivamente il 1° febbraio, il 1° maggio e il 1° settembre, e hanno una durata massima di cinque mesi. I posti messi a disposizione annualmente sono circa 50.Le candidature per la prima sessione del 2017, che partirà il 1° febbraio, resteranno aperte fino al 31 ottobre. I candidati selezionati riceveranno un rimborso spese mensile di 1.120 euro. I requisiti per partecipare alla selezione sono: il possesso della nazionalità di uno degli Stati membri dell'Unione europea, salvo deroga concessa dall'autorità che ha il potere di nomina; il possesso del diploma di laurea triennale o l’aver completato almeno quattro semestri di studi universitari in un settore che rivesta interesse per la Corte; il non aver già beneficiato di un tirocinio (retribuito o non retribuito) presso un’istituzione o un organismo dell'UE; il possesso di una conoscenza approfondita di una delle lingue ufficiali dell'Unione europea e la conoscenza soddisfacente di almeno un'altra. Inoltre i candidati sono tenuti a fornire un estratto recente del casellario giudiziario e un certificato di idoneità fisica. Per candidarsi a un tirocinio occorre compilare l’application form in lingua inglese o francese.La seconda deadline, il 15 novembre, riguarda il bando per i tirocini di traduzione per titolari di diplomi universitari al Parlamento europeo. Ogni anno l’Istituzione attiva quattro sessioni di tirocini, con inizio il 1° gennaio, il 1° aprile, il 1° luglio e il 1° ottobre, e della durata massima di tre mesi. Il bando in scadenza a metà novembre riguarda la sessione del  1° aprile 2017 e prevede l’attivazione di circa 70 tirocini, che si svolgeranno a Lussemburgo e saranno rimborsati con un compenso mensile di 1.252,62 euro.Per candidarsi a questa opportunità occorre possedere la cittadinanza di uno Stato membro dell'Unione europea o di un paese candidato; aver compiuto 18 anni alla data d'inizio del tirocinio; aver completato, entro la data limite per la presentazione dell'atto di candidatura, studi universitari di una durata minima di tre anni, sanciti da un diploma; avere una perfetta conoscenza di una delle lingue ufficiali dell'Unione europea o della lingua ufficiale di uno dei paesi candidati e una conoscenza approfondita di altre due lingue ufficiali dell'Unione europea; non aver usufruito di un tirocinio o di un impiego retribuito di più di quattro settimane consecutive a carico del bilancio dell'Unione europea. Chi è in possesso di tali requisiti può compilare l’application form in lingua inglese o francese.Inoltre il Parlamento europeo mette anche a disposizione dei tirocini di formazione alla traduzione per diplomati maggiorenni che, nell’ambito del proprio piano di studi, intendano svolgere un periodo formativo da uno a tre mesi presso l’Istituzione. Il rimborso mensile in questo caso è di 307,20 euro. Le candidature vanno sempre presentate entro il 15 novembre attraverso l’application form.  Anche questi tirocini, come altre opportunità formative nell’Unione europea, sono particolarmente ambiti dai giovani italiani. «Nel 2016 abbiamo ricevuto circa 5mila richieste di tirocinio» dice alla Repubblica degli Stagisti Damijan Fiser, addetto stampa della la Corte dei Conti «e il 60% di queste provenivano da italiani, seguiti da spagnoli e greci». Idem nel caso dei tirocini di traduzione, come conferma Jorge Quaresma della Direzione generale della traduzione: «Nel 2016 3.636 candidati su 6.940, pari al 52%, erano italiani. E addirittura nel 2015 delle 8.572 candidature pervenute ben 5.230, ovvero oltre il 60%, provenivano dall’Italia!».I tirocini presso la Corte dei Conti e il tirocini di traduzione presso il Parlamento europeo rappresentano due valide opportunità per approfondire le materie di studio attraverso una formazione pratica dal respiro internazionale. Sui social network  si possono trovare gruppi di ex tirocinanti che condividono la loro esperienza formativa - es. European Court of Auditors Trainees (Sept '16 - Jan '17) – e a cui poter sottoporre domande e dubbi. Anche in questi istituzioni europee, come nelle altre, non esiste la possibilità di uno sbocco occupazionale diretto post tirocinio, in quanto le assunzioni avvengono attraverso i concorsi generali organizzati dall’Ufficio europeo di selezione del personale (Epso). Si può tuttavia provare a ricoprire incarichi a termine come agenti temporanei, andando a occupare posti vacanti in attesa dei vincitori concorso, o come agenti contrattuali ausiliari (per sostituzioni malattia e maternità).Rossella Nocca

Finti tirocini, come far valere i propri diritti?

Il principio in base al quale i tirocini non possono coprire rapporti di lavoro subordinato – e sopratutto non si possono fare quando si sa già svolgere quella determinata mansione – riguarda molti giovani in giro per l’Italia: la recente sentenza della Corte di Cassazione sugli stage, di cui ha parlato la Repubblica degli Stagisti qualche giorno fa, offre un’arma in più per difendere i propri diritti.«È una sentenza molto importante non solo perché sancisce una volta per tutte che il tirocinio non può nascondere un lavoro subordinato» commenta alla Repubblica degli Stagisti Andrea Brunetti, responsabile delle politiche giovanili della Cgil «ma anche che avere una competenza pregressa è incompatibile con l’idea di percorso formativo propria del tirocinio». In altre parole, uno stage non può servire a imparare una competenza che si possiede già.Eppure non si sa quanti “Alessandro Rinaldi” – il nome del giovane che ha intentato la causa sulla quale la Cassazione si è appunto pronunciata – ci siano in Italia. Il ministero del Lavoro non ha, a livello nazionale, una statistica che conteggi quante e quali siano le controversie relative a stage e tirocini.In ogni caso l’attività vertenziale è molto ridotta nei numeri. «Il numero di vertenze di questo tipo è statisticamente irrilevante» conferma alla Repubblica degli Stagisti Marco Locati dell’Ufficio vertenze della Camera del Lavoro di Milano: «e riguarda soprattutto il post tirocinio, quando magari un contratto di apprendistato non si traduce in un’assunzione».Per quanto il principio giuridico sia importante, il punto è come farlo valere. «Spesso i tirocini vengono svolti in aziende molto piccole» evidenzia Brunetti: «i ragazzi sono impauriti e, in molti casi, non c’è una formazione diffusa in azienda su quello che dovrebbe essere il tirocinio formativo».La Cgil si occupa da anni di tirocini che, sia nel settore pubblico che nel settore privato, sempre di più nascondono rapporti di lavoro subordinato. «Con il blocco del turnover nella pubblica amministrazione» riflette Brunetti «alcuni tirocini vengono utilizzati per tamponare una parte di posizioni che non possono essere strutturalmente rinnovate».«Per quanto non possa dare cifre esatte, nel settore privato stiamo cominciando ad avere dell’attività vertenziale» continua Brunetti: «Nelle nostre Camere del Lavoro ci sono gli sportelli SOL (Servizi di Orientamento al lavoro) e Nidil (Nuove identità di lavoro) che possono informare il tirocinante sui propri diritti e, se ce ne sono le condizioni, iniziare una vertenza».Questo per quanto riguarda il percorso “sindacale”. Ma che succede a chi volesse andare per via giudiziaria? «Chi imbocca questa strada deve sapere che sarà molto dura» ammonisce Laura Noferi, l'avvocatessa di Alessandro Rinaldi: «Non solo da un punto di vista economico, ma anche psicologico: su chi intenta causa verranno dette delle cose spiacevoli che chi ha un po’ di amor proprio difficilmente accetterà. La parte avversa cercherà in tutti i modi di dimostrare che il tirocinante era un peso per l’azienda, mettendone in dubbio la capacità professionale, la qualità del lavoro e la buona fede».E possono volerci molti anni per ottenere ragione. Il Tribunale di Arezzo, per esempio, in primo grado diede torto a Rinaldi. «In casi come questo è difficile provare che ci sia stato effettivamente un rapporto di lavoro mascherato» spiega l'avvocatessa alla Repubblica degli Stagisti: «L’unica possibilità è trovare dei colleghi che siano disposti a parlare. Nel nostro caso i testimoni erano tutte persone che avevano lasciato l’azienda da tempo e che quindi potevano esprimersi liberamente».Quanto costa una causa di questo tipo? Secondo le tabelle parametriche rese obbligatorie dal decreto ministeriale 55/2014 (Decreto Orlando), una causa del valore di quella di Rinaldi – più di 8mila euro – costa 5.131 euro dal primo grado alla Cassazione, fermo restando che ogni avvocato può chiedere l’onorario che crede. Infatti, mentre il decreto Orlando stabilisce delle tabelle che danno un orientamento generale agli avvocati, è vero che queste sono applicabili sole quando avvocato e cliente non si mettono d’accordo, prima di cominciare l’azione legale.A questi costi vanno aggiunti quelli che la normativa definisce “spese di giustizia”. Regolate dal Testo Unico sulle spese di giustizia (Dpr 215/2002) e modificato dalla legge 208/2015, le spese di giustizia tra le altre cose consistono in un “contributo unificato” che chi intenta una causa dovrebbe pagare. La tabella di riferimento è quella delle cause civili, anche se le cause di lavoro vedono un’agevolazione del 50% rispetto alla cifra prevista per le altre controversie.Ne consegue che una causa come quella di Rinaldi è costata 118 euro in primo grado, 178 euro per il ricorso in Appello e 237 euro per la Cassazione. A questo vanno aggiunte le spese di notifica dell’atto, che sono abbastanza ridotte e dipendono dal numero dei destinatari degli atti notificati e dalla distanza chilometrica. Le spese di giustizia sono comunque “prenotate a debito”: significa che le spese sono anticipate dall'erario e che le parti in causa non pagano nulla fino alla fine del giudizio, quando i giudici decideranno a chi spetta il pagamento delle spese legali.La conseguenza di questo serie di spese, reali o probabili che siano, è che «oltre l’aspetto psicologico di un processo, bisogna tenerne in considerazione anche l’aspetto economico: se un ragazzo non ha una famiglia solida alle spalle non può permettersi una causa che si trascina per anni. Per questo, quando ci sono le condizioni» consiglia Noferi «è sempre meglio cercare un accordo extragiudiziale».«In effetti molte delle vertenze individuali» conferma Brunetti «finiscono con una transazione economica». Però, prima della vertenza c’è un percorso di informazione e di sensibilizzazione che va fatto, soprattutto nelle aziende. «È positivo che ci siano delle aziende che ospitano tirocinanti» conviene Brunetti «però è anche necessario che le condizioni vengano contrattate dal sindacato ed è necessario che delegati e dirigenti sindacali siano adeguatamente formati e sensibilizzati».Si tratta di un percorso in salita, anche per un’organizzazione strutturata come la Cgil – che ha lanciato numerose campagne di sensibilizzazione sul tema. L'ultima è “Tirocini, vediamoci chiaro”, un questionario sull’auto percezione dei tirocinanti che dovrebbe aiutare il sindacato a capire un fenomeno sfuggente e complesso come quello degli stage.«Arrivare alle piccole aziende è complicato: stiamo cercando di raggiungere quantomeno le società più grandi» conclude Brunetti: «Dobbiamo investire sempre di più in formazione e prevenzione. Consiglio ai tirocinanti di venire in Camera del lavoro quando percepiscono che qualcosa, nel loro tirocinio, non va come dovrebbe. Se non altro potranno informarsi sui loro diritti e, con i nostri sportelli, valutare il da farsi».Francesco Piccinelli Casagrande

Due miliardi in arrivo nel 2017 (forse) per rifinanziare la Garanzia Giovani

L'Unione europea fa abbastanza per contrastare la disoccupazione giovanile? La domanda si intreccia inevitabilmente con la sorte della Garanzia Giovani, l'iniziativa di matrice europea avviata nel 2014 proprio per aiutare i Paesi europei con più alti tassi di inattività tra gli under 30. Un paio di settimane fa la Commissione europea, durante sessione plenaria, ha presentato il suo documento di revisione di medio termine del quadro finanziario pluriennale. E c'è stato uno spazio anche per anticipare l'intenzione di proseguire l'esperienza di Garanzia Giovani. Lo strumento principale per finanziare Garanzia Giovani è la Youth Employment Initiative, che al suo avvio aveva avuto una dotazione specifica di 3,2 miliardi di euro più altri 3,2 del Fondo sociale europeo. Su questa base finanziaria nel 2014 era stata avviata la Youth Guarantee: inizialmente i soldi erano pensati per essere usati nell'arco di 7 anni, ma quasi subito (e principalmente grazie all'impegno italiano) era stato approvato un front-loading dei fondi.  Ottenuto l'ok a utilizzare tutti i fondi nei primi due anni, cioè 2014 e 2015 (con effetti che perdurano anche nel 2016), ci si era però resi conto che la GG restava al palo: da qui la battaglia di alcuni parlamentari europei, tra cui il giovane italiano Brando Benifei del Pd, per far approvare un deciso aumento della quota di pre-finanziamento (dall'1% al 30%). I programmi Garanzia Giovani infatti non partivano, nei vari Paesi interessati, perché Stati e regioni non riuscivano non avevano il cash per anticipare il 99% delle spese legate ai progetti. Da quando la quota di prefinanziamento è stata approvata, il meccanismo di Garanzia Giovani in tutta Europa ha cominciato a girare: a rilento, ma sembra che stia funzionando. Quanto? Come? Con quali disparità? Finalmente, dopo tante domande, stanno anche per arrivare le risposte. Il 12 ottobre la Commissione pubblicherà il molto atteso report sui risultati di Garanzia Giovani e Youth Employment Initiative. Si tratta di un report di medio termine, a cura della DG Employment della Commissione, che finalmente racconterà come e dove sono stati spesi i soldi, dove sono stati usati meglio, che impatto hanno avuto in termini occupazionali e cos'hanno hanno portato in termini di ammodernamento del mercato del lavoro dei Paesi membri.  Le anticipazioni all'interno del documento sul quadro finanziario pluriennale sono positive: in quella sezione si legge che il programma Youth Employment Initiative sta avendo successo, «incrementando significativamente le opportunità per i giovani». Benifei si dice moderatamente ottimista: «Nell'ultimo anno c'era stato un umore piuttosto grigio sulla possibilità di rifinanziare la Youth Employment Initiative: sembrava che gli Stati beneficiari non fossero in grado di utilizzare questi fondi». Gli stati “finanziatori netti”, cioè quelli che contribuiscono più degli altri al bilancio UE, come ad esempio Germania, e che finanziano dunque lo YEI senza beneficiarne – non avendo, fortunatamente per loro, livelli preoccupanti di disoccupazione giovanile e di Neet – erano comprensibilmente irritati. «La Commissione deve dimostrare che questi fondi stanno funzionando: e a questo punto sembra proprio che stia scommettendo sul programma». Cosa che non era affatto scontata.  Resta però il nodo sulla quantità di soldi che verranno messi sul piatto per questo rifinanziamento. Nella proposta della revisione di medio termine si parla di un miliardo di euro di fondi specifici YEI e un altro miliardo tratto dal Fondo sociale europeo 2017-2020.  In sostanza, vorrebbe dire circa un terzo del finanziamento precedente: «Certo, è un bene che si parli di questi due miliardi», commenta Benifei, «perché avremmo potuto averne anche zero». Ma il periodo di riferimento è stato aumentato – da due a tre anni – e i fondi sono stati diminuiti. Tuttavia i Paesi beneficiari dello YEI da 20 si riducono a 15: aumentando dunque la dotazione finanziaria effettiva per quegli Stati con un tasso di disoccupazione giovanile attualmente superiore al 25%.Pur non potendo parlare di un vero e proprio taglio ai fondi – essendo di fatto un'aggiunta alla disponibilità originariamente stanziata – questa riduzione “di fatto” di risorse annue per i programmi YEI fa infuriare anche lo European Youth Forum: «Senza volontà politica e finanziamenti per attuare efficacemente la Garanzia giovani, la disoccupazione giovanile in Europa continuerà» si legge in un comunicato: «La Garanzia Giovani ha i suoi difetti, ma gli Stati membri ne stanno gradualmente migliorando l'attuazione e milioni di giovani ne hanno beneficiato direttamente con un lavoro, un periodo di formazione o un apprendistato». Secondo lo Youth Forum l'attenzione concreta – leggi: i soldi – verso il target dei giovani è ancora troppo scarsa: «I nostri studi hanno dimostrato che solo l'1,8% del bilancio Ue si rivolge direttamente ai giovani. Tuttavia essi sono il gruppo più a rischio di povertà ed esclusione sociale in tutta l'Unione, e la disoccupazione giovanile a luglio ha toccato il 18,8%». Insomma «non è più il tempo per le belle parole», come riassume Johanna Nyman, presidentessa dello Youth Forum: «Abbiamo bisogno di risposte, di nuovi investimenti nei giovani». Benifei promette battaglia: «Durante le negoziazioni, Parlamento e Consiglio europeo dovranno accordarsi sui soldi. Noi avanzeremo una rivendicazione ragionevole: la proposta di tutto nostro gruppo politico, l'Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici, sarà quella di chiedere una allocazione finanziaria maggiore, per riuscire a incidere maggiormente sulla crisi occupazionale». E il documento della Commissione europea previsto per il 12 ottobre non sarà il solo: a breve dovrebbe essere ultimato anche un report del Parlamento europeo sulla implementazione della Youth Employment Initiative che potrebbe contenere delle raccomandazioni di tipo politico in questo senso. E differenza del report della Commissione, quello del Parlamento conterrà solo un'analisi dei dati ufficiali, ma anche istanze provenienti da altre fonti, e una lettura più politica dell'intera iniziativa. Stiamo a vedere.Eleonora Voltolina 

Lavoro a voucher, tutto quello che bisogna sapere

Cosa sono i voucher, come funzionano, che garanzie danno? Sempre più spesso capita, anche ai giovani, di sentirsi proporre questa modalità di inquadramento-pagamento per lavorare. Ecco il vademecum della Repubblica degli Stagisti.Il voucher è un contratto di lavoro? Non è un contratto. È una modalità di inquadramento che può essere utilizzata solo in caso di lavoro accessorio, cioè occasionale. Il voucher, in concreto, è un tagliando (simile a uno scontrino) che rappresenta il compenso che una persona (chiamato in gergo tecnico “prestatore/lavoratore”) riceve da parte di un privato o azienda (chiamato “committente/datore di lavoro”) per una specifica prestazione lavorativa. Il valore “standard” è di 10 euro lordi all'ora, di cui al lavoratore ne arrivano 7,5 netti; il resto consiste in una quota di contributi (1,3 euro, pari al 13%) che confluiscono nella gestione separata Inps, una quota di Inail (per l'assicurazione anti-infortuni: 70 centesimi di euro) e infine 50 centesimi (il 5%) come commissione che l'Inps trattiene per sé.Da quando esiste la modalità di lavoro a voucher? Il lavoro accessorio è stato introdotto nell’ordinamento italiano nel 2003, con il decreto legislativo n° 276 (la cosiddetta “legge Biagi”). Inizialmente previsto solo per alcune categorie di percettori, utilizzabile solo per determinati settori lavorativi e con un ammontare massimo annuo di compensi piuttosto basso, è stato progressivamente esteso (in particolare nel 2005, nel 2012 e nel 2015).Cosa c'entra il lavoro a voucher con il Jobs Act? Quasi nulla, dato che la normativa esisteva già da oltre un decennio. Nel Jobs Act, con il decreto legislativo 81/2015, sono state introdotte solo due novità. Da un lato è stato ulteriormente incrementato il limite annuo dei compensi, fissandolo in 7mila euro; resta però il limite dei 2mila per singolo committente. Dall'altro lato è stato introdotto il divieto di usare i voucher nell'ambito dell'esecuzione di appalti di opere o servizi. Nel recente decreto con le “Disposizioni integrative e correttive del Jobs Act” è stata inoltre rafforzata la tracciabilità  dei voucher, prevedendo che i committenti almeno 60  minuti prima dell'inizio della prestazione di lavoro accessorio debbano comunicare alla sede territoriale dell’Ispettorato del lavoro, mediante sms o email, i dati del lavoratore, il luogo e la durata della prestazione. Chi può offrire lavoro tramite voucher? Praticamente tutti possono essere “committenti”: la normativa permette di usare questa modalità alle famiglie, agli enti senza fini di lucro, ai soggetti non imprenditori, alle imprese familiari, agli imprenditori agricoli, agli imprenditori operanti in tutti i settori, ai committenti pubblici (ma non in caso di appalti, v. sopra).Chi può percepire voucher? Tutti. In particolare, i pensionati, gli studenti tra i 16 e i 25 anni nei periodi di vacanza e poi durante tutto l'anno nei weekend, compatibilmente con gli impegni scolastici (attenzione, i minorenni devono avere un'autorizzazione alla prestazione di lavoro da parte dei genitori). Possono lavorare a voucher i percettori di prestazioni integrative del salario o sostegno al reddito (come per esempio i cassintegrati, o chi percepisce indennità di disoccupazione o si trova in mobilità), i lavoratori con contratto part-time (ovviamente non presso lo stesso datore di lavoro presso cui sono dipendenti!), gli inoccupati, i lavoratori autonomi, i lavoratori dipendenti pubblici e privati. Anche gli stranieri possono naturalmente lavorare a voucher se hanno un permesso di soggiorno che consente lo svolgimento di attività lavorativa, compreso quello per studio, o se sono in possesso di un permesso di soggiorno per “attesa occupazione” (il compenso da lavoro accessorio viene incluso nel conteggio per il permesso di soggiorno). «In base a quanto disposto dalla vigente normativa» si legge sul sito dell'Inps «è possibile utilizzare i buoni lavoro in tutti i settori di attività e per tutte le categorie di prestatori».Dove si riscuotono i voucher? La particolarità del voucher è che non c'è uno scambio diretto di denaro tra committente e lavoratore. Il committente acquista il voucher, lo attiva tramite una procedura telematica sul sito dell'Inps e lo consegna al lavoratore al termine della prestazione. Il lavoratore può riscuotere il voucher quando vuole, dal secondo giorno successivo alla fine della prestazione, presso tabaccherie, uffici postali, sportelli bancari abilitati. I buoni lavoro restano generalmente validi 2 anni.Quando non andrebbe proposto/accettato l'inquadramento con voucher? Ogni qual volta la prestazione lavorativa non abbia carattere di occasionalità. Per intenderci: si può essere pagati in voucher se di tanto in tanto si dà una mano in un bar, non se ci si lavora tutte le sere. Non va accettata la modalità dei voucher se il datore di lavoro vuole utilizzarla per mascherare un rapporto in nero, facendo figurare solo una piccola parte delle prestazioni (pagandola appunto coi voucher) e mantenendo il resto in nero. In definitiva, non va mai usata questa modalità quando il buonsenso consiglierebbe di fare un normale contratto di lavoro.Perché ultimamente si parla di “boom dei voucher”? Perchè il numero di persone coinvolte in questa tipologia di lavoro è cresciuto molto negli ultimi anni: nel 2008 solo poco più di 24mila persone erano state impiegate in questa maniera, nel 2015 sono state quasi 1 milione e 400mila. L'importo lordo medio riscosso annualmente da ciascun lavoratore ha raggiunto il valore massimo nel 2011, con 677 euro; nel 2015 è stato di 633 euro. In generale, i settori nei quali l'uso del voucher risulta più significativo sono il commercio (14,9%), il turismo (14,4%) e i servizi (11,4%); i lavori domestici rappresentano solamente il 4,2% del volume dei voucher, e le manifestazioni sportive/culturali solo il 3,7%. Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna sono le tre regioni dove i voucher vengono più utilizzati.Quali sono i rischi del voucher? Il rischio principale è che si sostituiscano i normali contratti di lavoro con i voucher, privando i lavoratori dei diritti e delle tutele legate a un contratto (retribuzione, contributi più alti, tutela in caso di malattia e maternità, ferie pagate, tfr...). In particolare secondo i dati raccolti dal ministero del Lavoro sono due i settori nei quali questo rischio è più concreto: il commercio e il turismo. In particolare è utile guardare quanti lavoratori retribuiti con voucher avevano avuto nei tre/sei mesi precedenti un rapporto di lavoro con lo stesso datore di lavoro: nel caso del turismo oltre il 15% dei lavoratori pagati a voucher erano stati in precedenza dipendenti (nei 6 mesi precedenti) dello stesso datore! In questo caso si verifica l'effetto opposto alla ratio della normativa che ha istituito i voucher: anziché contribuire a far emergere il lavoro nero, i voucher vengono utilizzati per sbarazzarsi del contratto, impiegando gli stessi lavoratori attraverso la modalità molto meno tutelante del voucher.Il voucher è una tipologia di lavoro giovanile? Non propriamente, ma coinvolge molti giovani. Su 1 milione e 400mila percettori di voucher nel 2015, quasi un terzo  – cioè poco meno di 432mila – aveva meno di 25 anni.  Si tratta, per stessa ammissione del ministero del Lavoro, di una «sovra-rappresentazione rispetto alla struttura dell’occupazione italiana», in quanto «il 31% dei prestatori si colloca infatti tra gli under 25». Non sono però purtroppo disponibili dati specifici su come, dove e in quali attività venga impiegata questa così rilevante quota di giovani “lavoratori a voucher”.Quanto è diffuso il voucher nel mercato del lavoro italiano? Le persone che “lavorano a voucher” rappresentano, secondo i dati del ministero del Lavoro, una percentuale che oscilla tra il 2% e il 4% del totale delle persone che lavorano in Italia. Bisogna però considerare che non tutti coloro che svolgono attività pagate a voucher hanno solo questo reddito. Nel 2014, per esempio, su 1 milione circa di persone che hanno lavorato a voucher vi era un 10% di pensionati, un 28% di persone con un altro lavoro come dipendenti, e un 17% di cassintegrati o percettori di altri sussidi di disoccupazione.

Legittimo lo stage solo per chi deve davvero imparare un mestiere: ora lo dice anche la Cassazione

Il suo stage non era un vero stage, perché lui non stava imparando; anzi, già prima di cominciare il tirocinio sapeva fare quello per cui era formalmente "in formazione". L'inquadramento corretto sarebbe stato un normale contratto di lavoro: per questo il Tribunale ha decretato che Alessandro Rinaldi, oggi 31 anni, debba ricevere dall'impresa che lo aveva fatto fittiziamente figurare come stagista 8736 euro di risarcimento. E pochi giorni fa la Cassazione, ultimo grado di giudizio previsto dal nostro ordinamento, ha confermato la sentenza.La storia comincia dodici anni fa. Corre l'anno 2004 e il diciottenne Alessandro inizia un tirocinio formativo presso la società Consulta srl di Montevarchi, nell’Aretino. Una volta terminato il tirocinio, ad aprile 2005, fa causa alla società. Il caso dopo 10 anni di battaglie legali finisce in Cassazione. E questa, con la sentenza n° 18192 del 2016, pochi giorni fa ha stabilito che un tirocinante che svolge una mansione sulla base di una professionalità pregressa e che lavora come un dipendente ha diritto ad essere inquadrato secondo la contrattazione collettiva del lavoro e non come tirocinante. «Il convincimento maturato dalla Corte (d’Appello di Firenze, ndr) è fondato non solo sul riferimento a precisi indici sintomatici della subordinazione» scrive la Suprema Corte «ma altresì sul riscontro del possesso da parte del lavoratore di una pregressa professionalità emergente dagli specifici compiti svolti e dal ruolo assunto nell’azienda».La sentenza conferma integralmente quanto deciso nel 2011 dalla Corte d’Appello di Firenze che, nel merito, dimostrava come le mansioni di Alessandro Rinaldi in azienda fossero a tutti gli effetti quelle di un lavoratore dipendente. «Tramite un amico avevo ottenuto dei contatti con l’azienda Consulta, che stava lanciando una nuova testata giornalistica, ViaRoma100.net» racconta alla Repubblica degli Stagisti: «Visto che ero appassionato di programmazione e di web, mi fu proposto un tirocinio con la possibilità di guadagnare una percentuale sui clienti che ci avessero richiesto dei siti Internet». L’azienda è una piccola società di consulenza che, oltre al sito Internet ViaRoma100.net, creava siti per clienti esterni. La società è in concordato preventivo dal giugno 2015. Lo stage, il cui soggetto promotore era il centro per l’impiego di Montevarchi, non prevedeva rimborso spese; tuttavia alcuni documenti richiamati dalla sentenza di secondo grado dimostrano come Alessandro potesse ottenere delle percentuali sui lavori svolti per clienti esterni.«Sotto questo aspetto» riporta la sentenza d’Appello «il contenuto del doc. 3C, nel quale il Rinaldi viene interpellato per un certo lavoro con la prospettiva di “guadagnare un centone”, dimostra ulteriormente come egli non fosse un peso, ma una risorsa per la Consulta».Secondo quanto riportato da documenti e da testimoni, il “finto” stagista non solo non riceveva disposizioni per risolvere i problemi tecnici che di tanto in tanto si verificavano, ma era lui a spiegare cosa fare a colleghi e supervisori. Da questo, i giudici di secondo grado hanno dedotto che Alessandro non avesse alcun bisogno di formarsi in azienda, visto che, per esempio, era l’unico in ufficio a conoscere il linguaggio Php.In Appello è stato anche messo in evidenza come, con una mail, nell’agosto 2004, l’azienda avesse richiamato Rinaldi dalle ferie tramite Alberto Sordi – un altro socio di Consulta – nonostante il ragazzo non avesse alcun titolo per essere in ufficio il primo settembre di quell’anno. Infatti, secondo quanto racconta Alessandro Rinaldi, l’azienda ha formalizzato il tirocinio solo una volta resasi conto del fatto che in caso di un’ispezione non sarebbe stata in grado di giustificare la presenza di una persona in più in ufficio. Nonostante Appello e Cassazione abbiano dato torto alla sua azienda, l'ingegner Luciano Zippi –  socio di Consulta e marito della titolare – continua a essere convinto che «un diciottenne non è in grado di lavorare anche se può avere delle conoscenze scolastiche di una materia». Inoltre secondo Zippi lo stagista «lavorava su un’attività dell’azienda marginale in termini di fatturato». Di diverso avviso Rinaldi che ricorda come anzi, al tempo, il sito web fosse stato addirittura presentato presso il Comune di Montevarchi e lui fosse stato pubblicamente ringraziato per il lavoro svolto allo sviluppo del portale. Già fin dai primi mesi di stage, hanno appurato i giudici d’Appello, il ragazzo era diventato un vero e proprio punto di riferimento in azienda viste le sue competenze. Sulla base di questo presupposto, la sentenza di secondo grado aveva riconosciuto che avrebbe avuto il diritto ad essere inquadrato come impiegato di 5° livello del contratto nazionale del commercio, nonostante il primo grado – discusso ad Arezzo –  avesse dato ragione a Consulta srl.Cinque anni dopo il giudizio d’appello, però, il ragazzo non ha ancora ricevuto il risarcimento dovuto. Difficoltà dell’azienda e una querela verso la rappresentante legale – che non avrebbe compilato correttamente la lista dei beni mobili del pignoramento – stanno rendendo molto complicato ottenere gli oltre 8.736 euro che gli sono stati riconosciuti, a cui se ne aggiungono 2900 euro per spese e onorari. Ma il punto centrale, al di là degli strascichi, è che l’ultima sentenza della Cassazione afferma il principio che non si può mascherare con un tirocinio formativo un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato. Eppure Zippi è ancora convinto delle ragioni dell'azienda di cui è socio: «La Corte d’Appello fece un discorso sulla disoccupazione, come se io potessi risolvere da solo il problema della disoccupazione in Italia» riflette, e su Rinaldi aggiunge: «Lui era solo un tirocinante, al massimo sarebbe potuto diventare apprendista, aveva una conoscenza della materia forse scolastica. Le cose le imparava, in azienda, tanto è vero che non credo che abbia fatto più questo lavoro». In effetti l'ex stagista si è allontanato dal settore informatico-editoriale: dall’agosto 2011 lavora ad presso l’USL Toscana Sudest come tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro. «Dopo quell’esperienza ho cambiato settore perché sono rimasto scottato» confessa: «Ho fatto per due anni l’elettricista e poi mi sono rimesso a studiare laureandomi nel 2009». Adesso verifica che nei luoghi di lavoro vengano applicate le norme igieniche e contro gli infortuni. «Sono capitato qui per una congiunzione astrale» conclude «ma ora lavoro per difendere i lavoratori dalle ingiustizie. Avrei voluto che qualcuno lo avesse fatto per me più di dieci anni fa».Francesco Piccinelli Casagrande