Ricercatori ancora molto precari, ma l'indagine annuale Adi ha qualche buona notizia

Marianna Lepore

Marianna Lepore

Scritto il 13 Dic 2017 in Notizie

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Sono concentrati soprattutto al Nord, prevedono ormai quasi tutti una tassazione, molti senza nemmeno una differenziazione in base al reddito, e rispetto a dieci anni fa hanno subito un calo dei posti disponibili superiore al quaranta per cento: sono questi i numeri della VII indagine annuale dell’associazione dottorandi e dottori di ricerca, l'ADI, su dottorato e Post-Doc. I dati sono stati presentati in Senato qualche giorno fa.

L’indagine, che negli anni si è arricchita di sezioni dedicate
proprio al tema della tassazione sul dottorato e alla rappresentanza dei ricercatori precari nelle università, racconta in primo luogo un dato abbastanza positivo: un trend in aumento dei posti di dottorato banditi che, per il 2017, tornano finalmente ai livelli di tre anni fa con oltre 9mila posti a bando, più del cinque per cento rispetto all’anno scorso. Non sufficiente però a far parlare di dati complessivi positivi: dal 2007 a oggi sono spariti più di seimila posti. E come se non bastasse poco meno della metà di quelli messi a bando si concentra in soli dieci atenei, di cui otto al Nord. Nessuna retromarcia quindi per il sistema di “compressione selettiva”, come denunciato da ADI già nelle precedenti indagini nazionali. I posti quest’anno sono sì aumentati, ma solo in determinate regioni, confermando quindi le diseguaglianze tra nord, centro e sud Italia.

I punti critici riguardano anche la questione tassazione: aumenta, infatti, il numero di atenei statali che la prevedono anche per i dottorandi con borsa, passando dai 19 del 2016 ai 21 di quest’anno. Con un importo medio poco superiore ai 600 euro, ma con fortissime differenze in base alle singole università, passando dagli esigui 100 di quella di Udine
agli oltre 2mila euro per l’università Mediterannea di Reggio Calabria. E come se non bastasse ben dodici atenei non prevedono alcuna differenziazione del contributo in base al reddito.
Una questione, quella della tassazione, da sempre al centro delle richieste Adi. E che si basa su un’incongruenza di fondo sullo status giuridico del dottorando: in Italia, infatti, il dottorando è inquadrato come studente, con la conseguenza per chi rientra nella categoria di ricevere un pagamento dall’università per la ricerca/lavoro prestato ma dover anche versare le tasse di iscrizione all’ateneo. Dopo una dura battaglia l’Adi è riuscita nel 2016 a ottenere l’abolizione delle tasse per i dottorandi senza borsa, che vivevano nel paradosso di pagare una tassa e non ricevere poi alcun emolumento. E ora l’associazione si batte anche per l’abolizione delle tasse per chi una borsa di studio la riceve.

Perché l’Adi sostiene da tempo che la figura del dottorando come “ricercatore in formazione” sia incompatibile con forme di tassazione legate all’iscrizione e alla frequenza dei corsi. Perché o si è studenti e ci si iscrive all’università pagando, o si fa ricerca, quindi si lavora, ed è impensabile pagare una tassa per farlo. Con l’aggiunta poi di non avere una cifra definita in maniera uniforme ovunque: visto che dopo il dm 45/2013 gli atenei sono stati lasciati liberi di decidere in autonomia se esigere o meno un contributo da parte dei dottorandi borsisti. E così ogni ateneo ha introdotto regole diverse, graduando la tassazione in alcuni casi, come a Reggio Calabria, addirittura su 41 fasce Isee, che vanno dai poco più di 500 euro agli oltre 2mila. O finendo in casi, esempio è la Sapienza di Roma, dove si è deciso per l’esenzione completa per tutti gli studenti dei corsi di dottorato.

Ci sono però anche delle buone notizie: diminuiscono i posti di dottorato senza borsa, calando di sei punti percentuali rispetto al 2016 e soprattutto attestandosi al livello più basso tra tutte le rilevazioni fatte da sette anni a questa parte. E in corrispondenza aumentano i posti con borsa: più di otto su dieci, il livello più alto dal 2010. Dei 9mila dottorati messi complessivamente a bando nel 2017, il numero di quelli senza borsa è 1644, pari a poco meno del 18% del totale. In calo rispetto al 2014 quando quelli senza borsa erano il 20% circa.

In Italia, secondo gli ultimi dati disponibili del 2015, ci sono all'incirca 32.800 persone impegnate in dottorati di ricerca, contro i quasi 200mila della Germania e i circa 70mila della Francia. Ma è il rapporto con il numero degli abitanti che salta all’occhio: se la Germania ha circa 2,4 dottorandi ogni mille abitanti e la Francia poco più di 1, l’Italia si attesta alla penultima posizione in Europa con solo 0,5 dottorandi per mille abitanti, seguita solo da Malta in fondo alla classifica.

Ma cosa si fa dopo il dottorato? L'inquadramento più frequente per chi prosegue la carriera universitaria è quello tramite assegno di ricerca. L’indagine ha voluto, dunque, analizzare anche la situazione post dottorato in Italia che resta stabile con poco più di 13mila assegnisti di ricerca. Ma anche in questo caso c’è una forte diseguaglianza per quanto riguarda la distribuzione territoriale: oltre la metà degli assegnisti è, infatti, concentrata al Nord e la restante percentuale si divide quasi equamente tra centro e sud Italia. Non solo, le prime dieci università per numero di assegnisti ne contengono praticamente la metà e tra questi non risulta nemmeno un ateneo del Sud. Continuando l’analisi delle altre figure professionali che un dottorando fortunato ricopre fino a diventare – raramente – un docente universitario, c’è poi la figura del ricercatore a tempo determinato, per cui il quadro generale non si discosta molto da quello degli assegnisti. In questo caso, però, tra le prime dieci università che raccolgono la metà dei ricercatori totali, ci sono anche due atenei del centro sud: La Sapienza di Roma e la Federico II di Napoli.

Nonostante il gran numero di inquadramenti dedicati a vario titolo alla didattica, però, nell’anno in corso si registra un saldo complessivo negativo del personale docente, dato dalla somma di professori ordinari, professori associati e ricercatori a tempo determinato, con un taglio di oltre 900 unità. Il che significa che il piano straordinario per stabilizzare i ricercatori a tempo determinato senior è stato insufficiente, con l’area medica tra quelle più colpite.

Ma sono i dati sul futuro dei ricercatori precari che non fanno ben sperare: perché secondo le stime ADI solo il nove percento degli assegnisti di ricerca potrà avere la possibilità di arrivare a un contratto a tempo indeterminato, mentre oltre il novanta per cento sarà espulso dall’università italiana. Con uno spreco per il sistema universitario non indifferente in termini di soldi investiti senza ritorno – cervelli che finiranno probabilmente all’estero.

E forse uno dei problemi che incide in maniera non irrilevante sull’andamento delle politiche dedicate ai dottorandi e ai ricercatori è la rappresentanza estremamente disomogenea. Nella stragrande maggioranza dei casi delle elezioni delle rappresentanze studentesche nei Senati accademici e nei Consigli di amministrazione di ateneo, così come nei consigli di dipartimento, infatti, i dottorandi sono accorpati alla categoria degli studenti. Nonostante siano due categorie completamente differenti. Non meraviglia, quindi, che i dottorandi non siano rappresentati nella metà degli atenei italiani. Con ovvie ripercussioni sulle scelte e politiche adottate per la categoria. A batterli ci pensano gli assegnisti di ricerca: la categoria in assoluto più penalizzata, tanto da essere rappresentata nei senati accademici solo nell’otto per cento dei casi.

La presentazione dell’indagine è stata però anche l’occasione per sentir ribadire da parte del senatore Francesco Verducci, del Partito democratico, l’intenzione di arrivare a un piano di reclutamento di duemila ricercatori all’anno per cinque anni. E scoprire da Marco Mancini, capo dipartimento università del Miur, che è in corso di revisione il decreto ministeriale 45/2013  sul dottorato. Revisione che era stata chiesta a gran voce dall’Adi, in particolare per ottenere l’esenzione per le tasse per tutti i dottorandi, dopo l’esenzione dello scorso anno per i non borsisti, e costituire un fondo per sostenere la mobilità all’estero dei senza borsa, che non hanno alcun tipo di aiuto economico nemmeno nei periodi di dottorato svolti lontano dalla propria università.

Una categoria, quella dei ricercatori e dottorandi, che esce da questo quadro con le ossa abbastanza rotte, e sopratutto con scarse possibilità di avere un futuro all’interno dell’università.


Marianna Lepore

Nella foto in alto la delegazione Adi davanti al Senato

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