Nuove tutele per gli stage: meno opportunità, ma migliori. Giovani, ci state o no?

Eleonora Voltolina

Eleonora Voltolina

Scritto il 05 Lug 2013 in Editoriali

Capita, quando viene introdotta una nuova legge, che a lamentarsene siano proprio i cittadini che ne risultano beneficiari, o comunque potenzialmente «beneficiandi». Non c'è da sorprendersi, quindi, che da settimane sul wall del gruppo Repubblica degli Stagisti su Facebook vada avanti un dibattito acceso rispetto alle nuove norme sui tirocini extracurriculari in fieri, e sopratutto sull'effetto prodotto dalla novità della «congrua indennità» obbligatoria prevista dalla riforma Fornero, concordata in sede di Conferenza Stato-Regioni e ora in discussione in pressoché tutti i consigli regionali d'Italia.
stage lavoro
La critica che arriva da alcuni giovani - perlopiù aspiranti stagisti che, avendo già concluso il percorso di studi, non possono più accedere ai tirocini curriculari - è semplice: «con questa storia del rimborso obbligatorio le aziende ci chiudono le porte in faccia». In sostanza l'introduzione di una misura economica minima a favore degli stagisti - pochi spiccioli, tra 300 e 600 euro al mese a seconda delle Regioni - viene osteggiata proprio da chi quei soldi potrebbe tra qualche mese percepirli.

Del resto, era prevedibile una reazione di irrigidimento da parte di quelli che tecnicamente si chiamano «soggetti ospitanti», vale a dire le realtà pubbliche, private e non profit che hanno ospitato, ospitano e ospiteranno tirocinanti. Questi soggetti sono stati abituati per un quindicennio a poter godere di stagisti in maniera assolutamente gratuita: la legge precedente, il dm 142/1998, non prevedeva infatti alcun obbligo in questo senso. Gli stage «retribuiti» - definizione comune ancorché sbagliatissima usata per definire quelli per i quali viene erogato un rimborso spese forfettario mensile assimilabile a uno stipendio o meglio, a livello fiscale, «a reddito da lavoro dipendente» - lo sono ad oggi non per legge, ma per generosità, lungimiranza, senso di responsabilità (e talvolta un pizzico di opportunismo) del soggetto ospitante. Una scelta autonoma, dunque, svincolata da obblighi normativi.

Ma qualcosa, si diceva, sta cambiando. Almeno per quanto riguarda i tirocini extracurriculari, quelli svolti cioè al di fuori di un percorso di studi, i provvedimenti più recenti stanno spingendo verso un'altra direzione. Dopo la Toscana, pioniera un anno e mezzo fa con la sua legge regionale, e l'Abruzzo che l'ha seguita a ruota, ci sono stati l'intervento della Fornero e gli accordi sottoscritti da tutte le Regioni in sede di Conferenza Stato - Regioni. Questi accordi prevedono che entro meno di un mese, cioè entro la fine di luglio, ciascuna Regione recepisca le linee guida e introduca dunque l'obbligatorietà di un compenso minimo a favore degli stagisti.

Ed é qui che scatta l'irrigidimento di alcuni soggetti ospitanti. Che, abituati come si diceva a poter disporre di stagisti a piacimento senza il minimo obbligo di corrispondere una indennità economica, adesso puntano i piedi per resistere alla novità. E - chi con le parole chi coi fatti - lanciano un messaggio che suona come una minaccia: «Attenzione perché noi gli stagisti eravamo disponibili ad accoglierli solo se per noi non rappresentavano un costo. Se ora voi inserite l'indennità obbligatoria, noi chiudiamo le porte. E a rimetterci saranno i giovani che non avranno l'opportunità di fare esperienza nelle nostre realtà». Un discorso meschino, ma efficace.

Tanto é vero che i primi alleati di questi datori di lavoro anti indennità sono proprio alcuni aspiranti stagisti. Che si rivoltano contro lo Stato, «reo» di aver previsto una tutela in più che prima non esisteva e che mira a liberarli dall'ingiustizia di dover fare stage senza il diritto di percepire un seppur minimo compenso. È l'annoso problema: abbracciare o rigettare l'antico detto «piuttosto che niente, meglio piuttosto»? I giovani italiani vogliono questa tutela, anche accettando che per un periodo di assestamento le aziende e gli enti riducano le posizioni di stage aperte?

Noi della Repubblica degli Stagisti abbiamo preso una posizione molto tempo fa. L'abbiamo scritta nella nostra Carta dei diritti dello stagista e promossa di fronte a politici, imprenditori, sindacalisti, giornalisti. Secondo noi meglio pochi stage, ma buoni. Realmente formativi. Con un minimo di possibilità di sbocco occupazionale. E sì, con un minimo di indennità che almeno non costringa i tirocinanti a rimetterci di tasca propria. Questo vuol dire una contrazione dei posti di stage? Per noi va bene, perché abbiamo visto cosa ha voluto dire, negli ultimi anni, privilegiare la quantità a scapito della qualità. Il numero degli stage è raddoppiato dal 2005 ad oggi, eppure la percentuale di assunzioni al termine dell'esperienza formativa è precipitata (oggi sta a un misero 10%), e il fronte dei giovani che si sono sentiti sfruttati e che sono usciti delusi dalla propria esperienza di stage si è ingrossato a vista d'occhio.

Dunque, sì, per noi va bene che venga introdotto un compenso obbligatorio per tutti gli stagisti extracurriculari. Anzi, auspichiamo che ne venga introdotto uno anche per i tirocini curriculari e per i praticantati, i tirocini per l'accesso alle professioni. E se questo vorrà dire qualche stage in meno, amen. E se questo vorrà dire qualche realtà che smetterà di ospitare stagisti, amen. Ne faremo a meno, e senza grandi rimpianti. Per noi un'impresa privata o un ente pubblico o uno studio professionale o anche una organizzazione non profit che non è in grado di tirare fuori 300 euro al mese per remunerare uno stagista non solo non è socialmente responsabile, ma non è nemmeno sana. Chi dice che non può permettersi l'indennità probabilmente vuole usare gli stagisti per tappare i buchi e poter disporre di manodopera - o cervellodopera - a costo zero.

C'è chi ritiene che anche queste opportunità siano preziose, perché in un modo o nell'altro, anche se sfruttati, anche se privi di ogni minima tutela economica, i giovani qualcosina lo imparano sempre. Ecco, noi non consideriamo queste opportunità preziose. Le consideriamo al ribasso. Le consideriamo al di sotto della soglia della decenza. E non le rimpiangiamo. Pensiamo che gli stage gratuiti possano essere accettabili solo in due casi: quando sono rivolti a soggetti giovanissimi - minorenni, studenti delle scuole superiori - oppure debolissimi, come portatori di gravi handicap, carcerati, tossicodipendenti.

In tutti gli altri casi, che sono la stragrande maggioranza, vogliamo che i giovani italiani possano accedere a percorsi formativi on the job di qualità, dove l'apporto da loro fornito - ancorché in formazione - venga riconosciuto anche attraverso un minimo di compenso. E voi da che parte state?

Eleonora Voltolina

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