Quando l'eredità genitori-figli è un peso: un libro spiega perché l'Italia soffre di «immobilità diffusa». Con qualche idea per cambiare

Annalisa Di Palo

Annalisa Di Palo

Scritto il 09 Nov 2010 in Approfondimenti

Homo faber fortunae suae dicevano gli antichi, ma l'uomo è davvero artefice del proprio destino? Quando si parla di opportunità - di istruzione, lavoro, futuro - non tutti hanno in mano le stesse carte. La linea di partenza è mutevole: qualcuno eredita delle zavorre, altri invece viaggiano sospettosamente spediti. Al centro del problema c'è la famiglia di origine e la ricchezza economica, culturale e sociale che da questa si eredita: una vera e propria discriminante in Italia, che traccia il profilo di un Paese immobile, dove l'esistente si perpetua ed è difficile crescere e conquistare posizioni migliori.

Questa la tesi sostenuta nel libro «Immobilità diffusa» (Il Mulino, collana Studi e Ricerche), sottotitolo «Perché la mobilità intergenerazionale è così bassa in Italia». Perché «la situazione famigliare - titolo di studio, occupazione e ricchezza dei genitori - predetermina in molti casi il destino dei figli». A partire dalla scuola per arrivare al lavoro. In barba all'articolo 3 della Costituzione e alla sua auspicata «rimozione di ostacoli di carattere economico e sociale che [...] impediscono il pieno sviluppo della persona». Le 310 pagine del volume, molto tecniche, sono il risultato di una ricerca commissionata dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali che ha coinvolto una ventina di sociologi ed economisti coordinati da Daniele Checchi, docente di Economia dell'istruzione e Economia del lavoro all'università Statale di Milano (a fianco nella foto).

I primi capitoli sono un focus sul sistema di istruzione. Pur ammettendo un aumento di mobilità scolastica, l'analisi descrive una scuola sostanzialmente classista, in cui i figli di genitori più ricchi e/o acculturati sono avvantaggiati rispetto agli altri: scelgono «indirizzi secondari "migliori"» (i licei piuttosto che gli istituti tecnici), hanno  maggiori probabilità di ottenere titoli alti, migliore rendimento, minori percentuali di abbandono. E si scopre che nel successo scolastico a fare la differenza sono più i fattori socio-economici -  lavoro svolto ed agiatezza dei genitori - che quelli culturali, come il loro titolo di studio.

Lo stesso vale in fatto di lavoro. I "figli di papà" trovano più facilmente il primo impiego, grazie alle conoscenze della famiglia (un "legame forte") e possono contare su una solida rete di protezione in caso di insuccesso, mentre gli altri si rivolgono ad amici e conoscenti ("legami deboli"), con risultati più scarsi e zero ammortizzatori. Parlando di imprenditoria poi, si scopre che l'azienda è sempre più un affare di famiglia che in famiglia si cerca di tenere, e le barriere all'ingresso per gli estranei sono alte. Con poche eccezioni, come gli ingegneri e gli architetti.

Che fare per invertire la rotta? Si arriva così all'ultima parte del volume,  in cui gli autori indicano le soluzioni: politiche sociali e riforme. Cioè: sostegno alla formazione sin dalla scuola primaria; istituzione di un biennio unificato nella scuola secondaria per rimandare il momento cruciale della scelta di indirizzo; creazione di un'«anagrafe degli studenti» che tenga traccia delle carriere studentesche e, con l'incrocio di dati, garantisca interventi finanziari anche in assenza di una domanda diretta. Più borse di studio e prestiti universitari, sul modello della graduate tax: non una tassa per lo studente, ma un prestito da restituire una volta laureati. E ancora: accesso a prezzi contenuti nel mercato delle case in affitto, sviluppo dei canali informali di ricerca del lavoro, sostegno alla disoccupazione.

Del resto non si tratta solo di giustizia sociale: in gioco c'è anche la crescita economica del Paese. Come scrive nella prefazione Raffaele Tangorra, direttore generale per l'inclusione e i diritti sociali al ministero, «una società che si prende cura dei suoi "cittadini in crescita" fin dalla più tenera età, supportandoli negli anni della formazione e aiutandoli a superare le barriere [...] che derivano dalla condizione familiare, è socialmente più giusta e anche economicamente più efficiente».


Annalisa Di Palo
 

 

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