Per risollevare l'economia bisogna ripartire dalle donne

Non tutto ciò che conta si può contare, e viceversa. Un gioco di parole con cui Albert Einstein, uno che di conti se ne intendeva, voleva sottolineare una verità un po' paradossale: il valore a volte non si può quantificare. Valore inteso come importanza, rilevanza, e non appunto come misura quantitativa.
È l'assunto di base da cui partono l'economista Elena Sisti e la trentenne Beatrice Costa
ricercatrice sulle politiche di genere per Actionaid, per rispondere alla domanda "Quanto vale il lavoro delle donne?". Stando all'economia ufficiale - quella del Pil, delle statistiche, dei numeri - molto meno di quello maschile, ma l'economia reale racconta tutt'altra storia: le donne reggono il mondo, come recita il titolo del libro (Altraeconomia, 116 pagine, a fianco la copertina). Lavorano complessivamente più degli uomini, ma il loro lavoro fuori casa è svalutato - nonostante per accedervi abbiano fatto più fatica - e quello tra le pareti domestiche non riconosciuto. Per di più proprio in tempi di crisi - spesso derivanti da un'impostazione prettamente maschile dell'economia - sono le donne ad andarci di mezzo per prime, sobbarcandosi il surplus di fatica richiesto. Il volume vuole affermare il ruolo cruciale delle donne ma anche indicare che un altro modo è possibile. «Intuizioni femminili per cambiare l'economia», è appunto il sottotitolo, intuizioni che nascono da dodici conversazioni con altrettante esperte, donne tenaci e preparate ma per la maggior parte poco note - e quindi eccole: sono l'economista Ann Pettifor, la giornalista Monica D'Ascenzo, la sociologa Manuela Naldini, Francesca Bettio docente di politica economica e ideatrice del portale Ingenere, e ancora Paola Villa, Liana Ricci, Silbia Macchi, Stefania Scarpoini, fino all'editorialista di Io Donna del Corriere della Sera Marina Terragni e alla stessa Beatrice Costa. Il risultato è una panoramica "con gli occhiali rosa" che ripensa in termini economici i più diversi ambiti della vita: economia, ambiente, politica, comunicazione, sviluppo e sostenibilità.
Innanzitutt
o va esplicitato che (diversamente da quanto ritengono organismi pure autorevoli come l'Ilo, l'International Labour Organization dell'Onu) una persona economicamente attiva non necessariamente è impegnata in un'attività economica retribuita, in un lavoro formale, contrattualizzato o meno. È una definizione che non può che stare stretta, alla donna come all'uomo. «Perché le cose cui viene attribuito un prezzo tramite lo scambio sul mercato devono avere un valore superiore a quelle che non hanno un prezzo, tanto più se tra queste ultime risultano esserci la cura dei figli e dei malati, la produzione di cibo , la manutenzione e la pulizia della casa?», si chiedono le curatrici del volume. Del resto economia, dal greco, vuol dire "legge della casa". Del lavoro di cura quotidiana delle donne non c'è però traccia nelle statistiche ufficiali; e non è questione da poco, perché «se non ci sono i dati, non ci sono i problemi, non ci saranno le politiche», affermano Sisti e Costa.
Al di là del mancato riconoscimento, ci sono poi potenzialità messe a tacere. Capacità di mediazione, ricostruzione, lungimiranza, cura delle relazioni: sono alcune delle caratteristiche tipicamente femminili che, ricerche alla mano, costituirebbero una quanto mai necessaria iniezione benefica all'economia globale. Mencession, fusione inglese delle parole "uomini" e "recessione": questo è il termine con cui non a caso negli Stati Uniti hanno definito la recente crisi. «Sono in molti a credere che essa sia stata causata da una visione "al maschile" del mondo, che ha come caratteristiche una più alta propensione al rischio, una concentrazione maggiore sull'individuo rispetto alla comunità e una minore spinta a tenere conto del futuro nelle decisioni».
Eppure le donne sul lavoro fanno ancora tanta manovalanza e pochissima dirigenza. In Italia nei consigli di amministrazione delle società quotate in Borsa rappresentano un misero 2% - questo quando è stata da poco approvata la legge che prevede almeno di decuplicare la cifra: il 20% a partire dal 2012 - e il Gender Equity Index del Social Watch, indice di parità sessuale che tiene conto di istruzione, partecipazione economica e politica, ci classifica al 72esimo posto - subito dopo Paesi come Grecia, Slovenia, Cipro e Repubblica dominicana. A questo punto le tanto discusse quote rosa sembrano alle autrici «un male necessario, per un periodo di tempo transitorio, per poter cambiare la cultura del paese», abituando alla presenza delle donne sulle poltrone che contano.
Presenza che aiuterebbe senz'altro a mettere in campo i cambiamenti. A sviluppare un sistema di welfare che supporti attivamente le famiglie, ad esempio, sia in termini monetari con assegni o detrazioni fiscali sia di servizi e qui si parla di asili nido aziendali, periodi di congedo per i padri, potenziamento statale dell'apparato di assistenza agli anziani (oggi più che altro
«badantato» assistenzialistico). Ma la sfida vera è innanzitutto cambiare la cultura e la percezione del ruolo della donna nell’economia, e realizzare questo cambiamento senza cadere nel tranello della lotta tra sessi, come è avvenuto in passato con le teorie femministe. A essere ripensato deve essere innanzitutto il rapporto uomo-donna: non competizione, ma collaborazione, un equilibrio in cui le diversità vengano valorizzate in modo virtuoso per creare un benessere misurabile non solo in termini monetari.

Annalisa Di Palo

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