Il messaggio di Emma Bonino ai giovani: «Fate politica con la testa e con il cuore, non con la pancia»

Emma Bonino inaugura la prima summer school della Scuola di Politiche: suo è il primo intervento “in plenaria”. Del resto, con un tema come "Dove vai, Europa?", chi meglio di un ex commissario europeo convintamente europeista può dare alla platea di giovani partecipanti alla summer school 2016 uno sguardo largo e approfondito?

emma bonino scuola politiche«Dove va l'Europa» esordisce Bonino: «Il progetto europeo è il grande incompiuto. Dobbiamo capire cosa vogliamo fare per completarlo. Parto dall'intervento di ieri di Juncker che ho ascoltato grazie a Radio Radicale, lo cito direttamente: “Mai prima d'ora ho visto un terreno comune tanto piccolo tra gli stati membri…”».

Terreno comune piccolo e architettura istituzionale debole: «L'Europa così com'è non ha una governance adeguata. E allora che si fa? C'è la strada, spinta da giornali come Libero, di “andarcene” - non s'é capito dove, ma: “andiamocene”. E poi c'è la strada di “che facciamo per renderla più adeguata”». Dopo la batosta di Brexit, la congiuntura politica dei prossimi mesi è complessa: «Abbiamo di fronte un anno pieno di scadenze elettorali: il 2 ottobre il referendum ungherese, poi c'è l'Austria – sempre ammesso che risolvano il problema della colla per i voti per corrispondenza. Poi votano gli olandesi, i francesi, noi, poi i tedeschi». E dunque più che prevedibilmente «ogni governo e ogni capo di stato e di governo avrà più attenzione alle sue vicende nazionali che a immaginare una visione per il futuro dell'Europa».

Naturalmente Emma Bonino giudica «la tentazione dell' “ognuno fa per sé” totalmente inadeguata, perfino per la grande Germania, che nemmeno con la sua forza può sedersi sul serio al tavolo da sola con Cina o Stati Uniti». Senza con ciò negare le enormi difficoltà di questo momento storico: «Viviamo una situazione da interregno: un ordine vecchio che non c'è più e uno nuovo che stenta a nascere. Abbiamo una serie di crisi, interne nostre o esterne nel nostro vicinato, che non sappiamo come affrontare. Si delinea una biforcazione: o la fine del progetto europeo, e il ritorno agli Stati nazionali e nazionalisti molto spesso populisti, oppure la scelta di andare avanti». In che modo? «Se ne può discutere, c'è il dibattito sull'Europa a due velocità, con una serie di problematiche da affrontare come per esempio cosa succederebbe in questo caso alla legittimità del parlamento europeo. O si va avanti o si va indietro. Ma non discuterò sulla parte del “si va indietro”, perché vi ho già detto come la penso».

E come la pensa è chiaro: l'Italia e tutti gli altri Paesi europei senza Unione europea non vanno da nessuna parte. Ma l'Unione si deve risollevare, e adeguarsi alle nuove sfide trovando politiche e strategie comuni: «Noi dal 2008 viviamo una situazione di crisi, nata finanziaria e poi divenuta politica, economica e sociale. Proprio in assenza di una governance adeguata tutte le misure, messe come “pecette” per salvare il salvabile, sono state misure nazionali».

Sono sopratutto due le tematiche che Emma Bonino sceglie di sottolineare: «Non è mai esistita una moneta comune senza politica economica comune, senza un Tesoro e senza una banca di ultima istanza, con la capacità del governo federale di poter salvare o lasciar fallire uno stato, prendendo decisioni politiche». L'euro implementato così, senza un solido quadro di sostegno, è insufficiente: «L'introduzione dell'euro è stata per 10 anni un tale successo – compreso nel nostro paese – che nessuno ha pensato a quello che mancava: avevamo una governance adatta al bel tempo, e al primo temporale ci siamo accorti che non avevamo l'ombrello. Invece ci vuole un Tesoro. Noi manco l'unione bancaria riusciamo a fare!».

E mentre l'Unione europea ha nascosto la testa sotto la sabbia, guardandosi bene dall'affrontare contraddizioni e deficienze nel suo sistema (non solo monetario), il mondo è andato avanti: «Nel frattempo molte parti del mondo hanno cominciato a correre. Un mio amico cinese dice: “Ci avete insegnato per tanto tempo che il mercato è bello e che l'economia di Stato non va bene: adesso che lo abbiamo imparato, non vi piace più perché vi facciamo concorrenza”. Sono nate molte potenze regionali di cui vent'anni fa non avevamo neanche il sentore. Per esempio, il Qatar: chi avrebbe mai detto che sarebbe diventato così centrale, diventando un “soft power”? Oppure l'Arabia Saudita. Ma anche la Turchia 20 anni fa non era una grande potenza regionale. Mentre il mondo correva e cambiava sotto i nostri occhi, l'Occidente si limitava ai convegni sul mondo “che non è più monopolare, poi non è più bipolare, poi adesso è multipolare”…».

Da esperta del mondo musulmano – ha vissuto diversi anni in Egitto, studiando l'arabo e impegnandosi a supporto delle organizzazioni di donne musulmane – Emma Bonino ha anche tracciato a favore degli studenti della summer school un piccolo riassunto della situazione: «Il nucleo dello scontro non è Stati Uniti - Russia, ma uno scontro terribile tutto all'interno della famiglia sunnita, tra la parte wahabita e la parte dei fratelli musulmani. Una guerra geostrategica per obiettivi di primazia. Per il momento lo scontro sciiti-sunniti é sullo sfondo. Se non capiamo questo è difficile trovare il nostro posto, il nostro ruolo e la cura adeguata. Intanto abbiamo centinaia di migliaia di morti e genocidi sconosciuti, come quello dei caldei. Un filone di questo scontro continua anche in Libia, dove si scontrano Tobruk e Tripoli: eppure anche qui non c'è una politica estera europea comune, la Francia sostiene Tobruk, una decina di Paesi sono totalmente indifferenti, gli altri stanno con Tripoli».

A fronte di una situazione di tale complessità, la posizione dell'Unione europea è stata finora caratterizzata da un misto di pusillanimità e disinteresse: «In tutto questo rivolgimento l'Europa è stata ferma: anzi l'Europa è come una bicicletta – se non va avanti non sta ferma, bensì cade». Fuor di metafora: «Non abbiamo nemmeno visto arrivare i problemi, non abbiamo capito che milioni di profughi in Libano, Giordania, Turchia non sarebbero stati lì per sempre, eppure non ci voleva la palla di vetro: la storia insegna che chi fugge dal suo paese all'inizio tende a voler rimanere lì accanto, nella speranza di poter tornare, ma dopo un certo periodo di tempo si sposta, si allontana. Ma quando ciò si è verificato, in Europa non c'era niente di pronto o di preparato».

Insomma, sarebbe bastato studiare un po' per capire che cosa sarebbe successo, e attrezzare di conseguenza una politica europea efficace: invece «le politiche di accoglienza e di integrazione sono di competenza degli Stati membri, così c'è scritto nei trattati. Conclusione: si tenta di far fronte a una “sorpresa”, noi passiamo sempre da una sorpresa all'altra».

Da questa incapacità di prevedere e agire per tempo derivano conseguenze negative, come nel caso della Turchia: «Abbiamo appaltato la sicurezza esterna e la gestione degli immigrati alla Turchia, con un accordo molto criticato – secondo me a ragione – per mille motivi, ma che è riuscito a frenare i flussi» ha spiegato Bonino, concludendo realisticamente «dunque ha raggiunto il suo obiettivo». Ma naturalmente «é una illusione, perché in questo modo noi siamo in qualche modo nelle mani di Erdogan. Non stupisca dunque che siamo così timidi, a parte il colpo di Stato, quando si tratta di parlare di diritti civili, libertà di stampa. Ci siamo messi in una posizione di tale dipendenza che poi è difficile essere più rigorosi su temi che invece ci dovrebbero stare a cuore».

E comunque la situazione migranti è tutt'altro che risolta: «Molti si stanno muovendo dalla Turchia verso la Libia. Arriveremo quest'anno a un po' di più di 150mila sbarchi, ma all'interno del territorio libico sono imbottigliati 5-600mila disperati in arrivo sopratutto da Eritrea, Etiopia e in fuga da Boko Aram, per guerre e persecuzioni, ma anche da Senegal e Niger. Eppure consideriamo che solo un profugo su dieci tenta la strada dell'Europa, gli altri nove restano su territorio africano».

Ma già quei “pochi”, quegli uno-su-dieci, che arrivano in Europa bastano a seminare il panico. «Su questa Europa piovono tutti i giorni segnali negativi, sono molto preoccupata: siamo arrivati “sul bordo della disintegrazione”. Non avrei mai immaginato che saremmo arrivati al muro a Calais: le due più grandi democrazie europee» dice Bonino con un tono a metà tra sconsolatezza e indignazione «di fronte a 10mila disperati pensano bene di alzare un muro. Perché? Perché quei migranti sono disperati. Se fossero 10mila sceicchi, a Londra troverebbero i tappeti rossi».

E il muro di Calais non è un'eccezione: «Ora il Messico, che subisce un muro a nord lato Stati Uniti, ha fatto un muro a sud per frenare chi dal centro-sud America vuole usarlo come corridoio. L'Asia è colpita dalla stessa mobilità, sia per ragioni climatiche sia per difficoltà delle persone. Ci sono sempre più fili spinati, muri che sorgono in Europa e altrove, il problema è globale. Su questa questione si gioca la credibilità dei valori dell'Unione europea».

E anche, da un altro punto di vista, una prova di pragmatismo: «Noi di questi non europei abbiamo bisogno. Perché il declino demografico del nostro paese, di una popolazione che invecchia – l'anno scorso in Italia ci sono stati più morti che nati – porta alla conseguenza che il nostro welfare non è più sostenibile senza una iniezione di forza giovane, lo stesso capita peraltro per Portogallo, Germania, Norvegia e molti altri Paesi. Parlavo con un amico norvegese complimentandomi per il giacimento di petrolio avviato, lui mi ha risposto “se avessimo trovato 50mila infermieri già formati sarebbe stato meglio”».

Invece la gestione del tema immigrazione continua ad essere approssimativa, in Italia in primis: «Noi siamo bravissimi nell'accoglienza, ma dopo? Li lasciamo bighellonare, non abbiamo una politica di integrazione, perché questa politica costa soldi. L'unico paese ad aver fatto una legge in questo senso è la Germania, dicono “devi imparare il tedesco in 6 mesi” ma poi attrezzano corsi di lingua serali e nel weekend».

Emma Bonino si lascia perfino andare a un consiglio di lettura: «Ho appena finito di leggere “C'était le XXe siècle: La course à l'abîme” di Alain Decaux, che racconta il periodo tra le due guerre mondiali, evidenziando tutti i segnali dell'abisso che nessuno volle vedere. Io voglio parlare a voi generazioni future - del resto, il futuro è più vostro che mio - e dirvi: riflettete bene su cosa pensate di volere. Imparate a riconoscere le malattie drammatiche e molto pericolose che sono i razzismi e i nazionalismi. Secondo Hannah Arendt anche episodi piccoli e banali dovrebbero fare da spia di cosa non va; e Mitterand diceva “ricordatevi sempre che il nazionalismo è la guerra”».

Giova, su questo punto, fare un piccolo riassunto delle puntate precedenti: «Neanche 70 anni fa – nella storia, niente  – questo nostro continente era distrutto, anzi autodistrutto. Raso a zero. È stato grazie alla visione federalista degli Stati Uniti d'Europa, di ripartire mettendo insieme con la visione di dove volevamo andare – e con l'aiuto finanziario americano legato a questo processo di integrazione – che siamo diventati il continente più ricco al mondo». Dice proprio così, Bonino: “il più ricco al mondo”. «Non ci piacerà, vorremmo di più: ma lo siamo. Non solo in termini di Pil ma anche di alfabetizzazione, di welfare, di speranza di vita, di assistenza sanitaria».

Un sistema che dunque, pur con tutti i suoi limiti, ha dimostrato di portare benessere e prosperità: «Proprio per questo non ha senso tornare indietro, per difficile che sia andare avanti. Sono federalista non per ideologia ma perché non conosco un sistema al mondo che sia in grado di tenere insieme popoli diversi in democrazia che non sia il sistema federalista».

Il problema adesso è convincere gli Stati membri a comportarsi di conseguenza: «L'ipotesi di una Europa formato Svizzera già sta dimostrando di non andar bene, perché ciascuno va dalla sua parte. Bisogna fare l'interesse di tutti gli europei, non solo dei singoli Stati». Che invece molto spesso attuano un gioco sporco, incolpando l'Europa per ogni problema o provvedimento impopolare: «La Commissione europea viene additata al pubblico ludibrio per responsabilità che sono a mio avviso ascrivibili tutte agli Stati nazionali, diventa capro espiatorio di tutte le inefficienze». E affonda: «A volte essere leader non vuol dire essere “follower”, seguire cioè l'opinione pubblica. È un concetto impopolare in questo momento: è più popolare Salvini. Ma una classe politica deve anche avere il coraggio di essere a volte impopolare - per non avere la certezza di diventare a medio termine anti popolare».

Esempio macroscopico, la questione migranti che occupa in questo periodo le prime pagine dei giornali: «Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Nel 1999 al vertice di Tampere gli Stati si resero conto che serviva una politica di integrazione comune. Si fece preparare una proposta dal commissario Vitorino che la preparò e... venne cacciato: non se ne fece niente». Eppure, ricorda Bonino, «dal 2008 al 2014 l'Europa ha integrato due milioni e mezzo di cittadini non europei ogni anno»; e la sola Inghilterra, «che fa i muri per 10mila disperati, ne ha integrati 500mila nel solo 2014».

Con un messaggio forte e chiaro ai ragazzi: «Fate politica con la testa, con il cuore - che non fa male - e non con la pancia».

Poi partono le domande dal pubblico. Stefano, bolognese in procinto di iniziare la Scuola di politiche 2017, si chiede se «Brexit insegnerà cosa vuol dire essere sbattuti fuori dall'Europa». Bonino puntualizza: «L'Inghilterra non è stata affatto “sbattuta fuori”. Cameron ha chiesto il referendum per ragioni interne di potere nel suo partito, poi ha fatto campagna per il no, ha vinto il sì – e tutti i vincitori si sono dimessi uno dopo l'altro. Infatti non sono certo tutti assatanati a chiedere l'applicazione dell'articolo 50. Prosciugheranno per i prossimi anni le energie della Commissione, ci sono 600 trattati da cui devono uscire, e loro non vogliono certo affrettarsi. L'articolo 50 fu elaborato dopo una crisi per una svolta a destra dell'Austria; fu inserito nel trattato di Lisbona, scrivendolo nella certezza di non doverlo mai applicare. Esso dice che fino ad esaurimento del negoziato tutto rimane come prima, gli europarlamentari inglesi dunque votano anche su materie su cui pensano di uscire, discutono dei nuovi commissari, il che non ha molto senso. E il processo non sarà neanche così veloce. Nel 1986 quando ero ragazza» - all'epoca aveva 38 anni, ed era già alla sua seconda esperienza da eurodeputata - «avevo seguito il distacco della Groenlandia che si era separata dalla Danimarca: fu un incubo, durò più di tre anni. La tecnica negoziale, tipica degli inglesi da sempre, sta avendo luogo anche adesso: gli inglesi non si siedono mai al negoziato se non hanno già negoziato in via informale il quadro generale».

Un metodo che piace poco a Emma Bonino: «Io invece penso che si debba arrivare subito a una chiarezza, il punto di scontro è la libertà delle persone. Con tutto il rispetto degli inglesi, esistono pure gli altri: perché su Brexit hanno votato solo gli inglesi? Questa cosa impatta anche su di noi. Non a caso la nostra Costituzione ha escluso la amnistia, le materie fiscali e i trattati internazionali dalle tematiche che si possono decidere attraverso referendum: nella loro chiaroveggenza i padri costituenti hanno voluto così». Invece Brexit rischia di scatenare un effetto domino: «Sono in preparazione in Europa una trentina di referendum su qualsiasi cosa, dall'uscire dalla Nato a tutto il resto! Ci sono valori che invece non sono contendibili, che non sono a disposizione neanche dalla maggioranza. Sulle materie comunitarie penso che non sia possibile che ognuno faccia un referendum per sé».

E quali saranno le conseguenze della Brexit? «Io non credo che gli inglesi abbiano così fretta di uscire» ribadisce Bonino: «Loro hanno anche 5 milioni di concittadini in giro per il mondo, la maggior parte dei quali in Europa. Credo che sarà un periodo lunghissimo che spero apra anche a qualche riflessione tra chi vuole restare e chi vuole uscire, e le relative conseguenze».

Alessandro chiede se «abbiamo davvero “integrato” 2,5 milioni di non europei ogni anno: la parola integrazione ha un forte significato». Bonino risponde che «l'integrazione non è mai stata facile in nessun momento della storia, in nessuna parte del mondo. Visitando qualsiasi museo della emigrazione italiana ce ne si rende conto. Spesso la integrazione vera inizia con la seconda generazione, quella dei figli che sono andati a scuola. La legge tedesca mi sembra una cosa da esaminare con attenzione».

Anche perché «interi settori dell'economia italiana chiuderebbero senza immigrati: penso all'agricoltura, alle costruzioni, ai servizi alla persona. Che ne abbiamo bisogno dunque non ci piove. Gli italiani non sono più razzisti di altri, ma quello che non sopportano è il disordine su questo tema. Le cifre e le statistiche ci raccontano la realtà, partiamo da lì: a sud del mediterraneo c'è una esplosione demografica senza pari, da 70 milioni che erano pochi decenni fa si stanno avvicinando ai 600 milioni; la Nigeria nel 2070 avrà più abitanti dell'Eurozona. Facciamo funzionare il cervello, e con un po' di cuore che non guasta mai, invece di ripetere con la pancia cose non sostenibili».

La giornalista Letizia Magnani rompe il protocollo – che vuole lo spazio delle domande ai relatori riservato agli studenti della scuola – ponendo una domanda sulla «necessità di laicità: dobbiamo sostenere lo sviluppo di un Islam laico?».

«Sulla laicità sfondi una porta aperta» ribatte Bonino: «ma bisogna capire come li sosteniamo. Credo che i diritti civili, la laicità, la separazione tra politica e religione siano un processo: noi ci abbiamo messo molti anni… e qualche guerra. I musulmani laici esistono, io li conosco tutti quanti. Il modo migliore per sostenerli è non dimenticarli. Pensiamo alla Tunisia: se non si ammazzano li dimentichiamo, se si ammazzano troppo li dimentichiamo. In sostegno alla Tunisia credo che varrebbe la pena mettere qualche risorsa. Bisogna poi sostenere le donne che hanno aperto un dibattito nel proprio Paese: esistono alcune realtà in cui il dibattito su Islam e politica è molto avanzato. Una volta andava molto di moda il dialogo interreligioso, a me sarebbe piaciuto promuovere un dialogo interlaico. Il mondo femminile in tutto il mondo arabo e musulmano è la parte più vivace sulla richiesta di diritti. Già farlo conoscere non è male, sostenerlo è ancora meglio. Purtroppo la svolta di Ennahda» – sancita dalle recenti dichiarazioni del leader tunisino Rached Ghannouchi, in sostanza un “archiviamento dell'Islam politico” – «è passata completamente sotto silenzio: forse perché mancava l'elemento clou della notizia».

Qualche altra breve domanda e risposta, e arriva il momento per Emma Bonino di chiudere l'incontro e correre a prendere il treno. «Ma fatemi dire un'ultima cosa sulla laicità» chiude: «La polemica tra burka e burkini mi fa vomitare. Il limite vero è che la gente deve andare in giro riconoscibile. Quel che non dobbiamo consentire è il velo integrale, quello per cui la persona non è identificabile, anche perché limita l'integrazione. La nostra società è basata sulla responsabilità individuale, ed è ciò che va tutelato. Mi farebbe orrore uno stato che manda dei poliziotti in spiaggia a dirmi che ho il bikini e mi devo rivestire o a quella che ha il burkini che si deve spogliare».

Eleonora Voltolina

tutte le foto sono di Francesco Pierantoni

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