Best stage 2017, ecco i problemi dell'occupazione femminile

Ilaria Mariotti

Ilaria Mariotti

Scritto il 26 Giu 2017 in Notizie

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Ogni anno per la Repubblica degli Stagisti c'è una ricorrenza speciale: è l'evento Best Stage, un'occasione «per fare il punto sullo stato dell'occupazione giovanile in Italia» ha spiegato la fondatrice e direttrice della testata Eleonora Voltolina, fresca di nomina come Ashoka Fellow. Per questa edizione, andata in scena pochi giorni fa a Milano il focus è stato sul mercato del lavoro dal punto di vista delle ragazze: se ne è discusso con esperti del settore tra cui Giuseppe Pierro, dirigente del Miur; Cristina Tajani, assessora alle Politiche del lavoro, attività produttive, commercio e risorse umane del Comune di Milano; Francesca Maria Montemagno, presidentessa dell'associazione Pari e Dispare; Alessandro Rosina, direttore del dipartimento di Scienze statistiche dell'Università Cattolica; Carlo Maria Capé, ad di Bip e presidente di Assoconsult; e Riccarda Zezza, ceo di Maam – maternity as a master.

Ed è proprio quest'ultima a aprire la tavola rotonda raccontando la nascita del suo progetto, oggi diventato una start up sotto forma di piattaforma digitale. Tutto inizia con un libro che scardina la teoria secondo cui la maternità rappresenti un problema per la carriera delle donne invece che un'opportunità attraverso cui crescere e migliorare le proprie competenze. «Specie quelle tanto ricercate dalle aziende come le trasversali: niente come diventare madri rende capaci di gestire il tempo, le eventuali crisi, la capacità di delegare» ragiona Zezza. Un'azienda dovrebbe concepire una lavoratrice madre come una risorsa. «Ancora oggi sento continuamente donne incinte preoccupate di come comunicarlo al proprio capo: perché la verità è che si pensa sia un tradimento». E la riprova sono i dati che dicono che le donne dopo la maternità difficilmente riescono a rientrare in ufficio, «senza che la situazione migliori neppure a tre anni dalla nascita del figlio»

La maternità equivale invece a un master, a acquisire competenze: «Tanti studi dimostrano che la cura intensa di qualcun altro sviluppa competenze, rafforza il cervello, fa tornare la capacità di apprendere come a scuola. Proprio quello che Maam sta cercando di fornire alle aziende clienti: donne che tornano al lavoro più consapevoli e competenti» continua Zezza. Il collegamento tra maternità, bassa occupazione femminile e anche mancata crescita economica c'è anche per il demografo Rosina [nella foto in basso]. «Il nostro Paese si è perso quando ha smesso di investire in politiche di conciliazione tra maternità e lavoro» spiega. «Fino agli anni Sessanta la fecondità era elevata. Nel periodo del boom economico welfare e demografia erano intreccciati tra loro e si sostenevano in modo positivo». Ma a partire dagli anni Ottanta «il Paese si perde e cessa quell'equilibrio che funzionava».

Fino a quel momento «il sistema consentiva ai soggetti di diventare produttori. Poi si è chiuso a difesa della ricchezza prodotta e non ha messo le nuove generazioni e le donne in condizioni di cogliere le nuove opportunità». Il risultato sono stati la crescita del debito pubblico, l'individualismo e un'Italia nel suo complesso bloccata. L'esempio è quello dei Paesi più virtuosi: «Con l'aumento delle donne fuori dalle mura domestiche si è verificata una riduzione del numero di figli. Ma in quei Paesi si è poi investito sulle politiche di conciliazione, facendo in modo di tenere insieme i due elementi». Come in Germania, dove fino al 2006 la copertura di asili nido era bassissima, «peggio che in Italia». Quando se n'è accorta però «ha deciso di investire fortemente: proprio durante la crisi ha puntato sugli aspetti deboli per rialzare il livello di copertura».

Milano è un caso di studio in tal senso. «Benché il tasso di occupazione femminile sia al 60%, il tasso di natalità della città è inferiore a quello atteso o desiderato
dalle donne» rammenta Tajani.
«E lo stesso vale per le donne straniere, che assumono comportamenti sociali simili a quelle delle milanesi abbassando il tasso fertilità quando si inseriscono in mercato lavoro». Di qui l'esigenza di «sviluppare progetti di lavoro agile, una frontiera su cui lavorare attraverso finanziamenti per allargare gli strumenti di welfare aziendale» continua l'assessora. Che ha di recente lanciato l'iniziativa Settimana del lavoro agile, consentendo ai lavoratori milanesi di sperimentare fino a cinque giornate lavorative in modalità smart working senza penalizzazioni. D'altronde, sostiene Tajani, «l'attività lavorativa può essere organizzata con profitto per l'azienda anche senza passare 18 ore in ufficio o presso il cliente».

Fondamentale per migliorare il basso tasso di occupazione femminile sono anche le materie Stem, quelle scientifiche «che saranno sempre più richieste dai lavori del futuro» ricorda Voltolina. Per questo le ragazze non devono restarne fuori. Spesso sono proprio le aziende a trovare difficoltà a reperire profili femminili di stampo scientifico. Lo conferma Carlo Maria Capé, presidente di Assoconsult e ad di Bip, player della consulenza e membro virtuoso dell'RdS network: «Le donne sono molto adatte al mestiere di consulente, in molte cose sono più brave. Oltre a ciò che si può imparare all'università ci vuole intuito». E loro lo hanno. Ma nonostante siano più brillanti e i numeri delle assunzioni annuali del settore della consulenza siano da capogiro («circa 10mila all'anno: il mestiere di consulente dura in genere pochi anni, serve a lanciare sul mercato» commenta Capè), le donne restano in minoranza: «rappresentano il 38%, un tasso che rispetta la quota di presenze all'università».

Per invertire questa tendenza anche al ministero dell'Istruzione qualcosa si muove. «Abbiamo avviato programmi di orientamento per incentivare lo studio di queste materie anche attraverso il sito di Pari e Dispare, parallelo a quello dell'istruzione. Abbiamo chiesto a aziende, ong e enti ricerca di candidarsi per programmi di orientamento» racconta Pierro [nella foto]. «Dall'8 marzo scegliamo aziende testimonial che vadano nelle scuole a parlare e spiegare queste materie», oltre a aver lanciato l'iniziativa del mese delle Stem. Bisogna quindi lavorare sui pregiudizi culturali secondo il dirigente perché in Italia «le materie scientifiche sono affidate per il 70% agli uomini», e lavorare «sulla fase di passaggio di quando si sceglie l'università per evitare che si commettano errori». 


Perché il problema del superamento degli stereotipi di genere è soprattutto culturale. 
Un nodo su cui è al lavoro l'associazione Pari e Dispare presieduta da Francesca Maria Montemagno: «Ogni semestre incontro giovani per la mentorship in cui si cerca di fornire strumenti che non si trovano in nessun manuale». Momenti dedicati alle consulenza, perché «se è vero per esempio che c'è carenza di donne ai vertici è anche perché nel mondo delle startup le ragazze entrano come dipendenti e collaboratrici e non come founder». Un supporto insomma non solo per dare competenze ma anche sviluppare capacità.

Ilaria Mariotti

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