Gli anziani tolgono il lavoro ai giovani?

Irene Dominioni

Irene Dominioni

Scritto il 07 Giu 2017 in Approfondimenti

DisoccupazioneFestival Generare Futuropensioni

L'innalzamento dell'età pensionabile è una delle cause della disoccupazione giovanile? Se gli anziani vanno in pensione più tardi, cioè, sottraggono opportunità di lavoro ai giovani? No, almeno secondo Alessandra Del Boca e Antonietta Mundo, autrici del libro L'inganno generazionale, di cui si è discusso a Generare Futuro, il festival organizzato qualche settimana fa a Lodi da Linkiesta sui temi del cambiamento e dell'innovazione.

Quando si parla di futuro, infatti, si parla anche di giovani e del quadro che va delineandosi per loro in termini lavorativi, economici e sociali. Attraverso le domande di Eleonora Voltolina, direttore della Repubblica degli Stagisti, il dibattito con le autrici ha ripreso alcuni dei temi centrali del libro, dall'avanzamento tecnologico e le nuove professioni digitali all'istruzione e al sistema previdenziale, sottolineando le criticità e le peculiarità del mondo del lavoro italiano ed avanzando alcune istanze cruciali per il successo dei giovani.inganno generazionale libro

Secondo Del Boca e Mundo la teoria dell'alta disoccupazione giovanile come conseguenza della lunga permanenza degli anziani sul posto di lavoro corrisponderebbe ad un'interpretazione errata: non solo questo non è vero, ma anzi l'occupazione degli anziani andrebbe incentivata per il benessere di tutta la società.

Tanto che Alessandra Del Boca ha affermato di aver «spolpato come un piraña» Tito Boeri, presidente dell'Inps ed economista della Bocconi di Milano, il quale sosteneva che, per ogni posto occupato da un anziano, c'è un giovane che rimane disoccupato. «Non è così: non emerge alcuna prova dell'esistenza di questo spiazzamento, semmai il contrario», cita il libro: «dalla letteratura economica sappiamo che in ogni momento avviene una creazione e distruzione di posti di lavoro simultanea ed enorme».

In altre parole, l'economia è regolata da una buona dose di dinamismo che non conduce mai ad una somma zero dei posti di lavoro, e le opportunità, piuttosto, aumentano al crescere della popolazione attiva, vale a dire non solo i giovani, ma anche gli immigrati e le donne. Inoltre, sottolineano le esperte, giovani e degli anziani sono destinatari di domande di lavoro diverse e non sostituibili tra loro, una differenza che sarà sempre più pervasiva con l'avanzare della tecnologia: i mestieri e le competenze dei nativi digitali sono già molto diversi rispetto a quelli dei loro genitori. Ridurre l'occupazione degli anziani, quindi, non aumenterebbe le opportunità dei giovani e anzi, dovrebbe essere incoraggiata: un ritiro anticipato, infatti, sarebbe destinato ad aumentare il peso contributivo sulle generazioni più giovani, complicando ulteriormente la loro condizione, e a rendere i genitori più dipendenti dai figli, i quali però non potrebbero prendersi cura di loro.

La responsabilità della crisi del lavoro giovanile, insomma, non è tanto da attribuire alle politiche contributive che riguardano le generazioni più anziane, quanto piuttosto alla povertà degli stipendi di oggi e alla difficoltà di incontro tra domanda e offerta
: nonostante una laurea paghi di più nel lungo periodo, sostengono le autrici, gli studi in ambito umanistico sono poco spendibili sul mercato del lavoro, mentre un ingegnere neolaureato, ad esempio, «rimane senza lavoro per due mesi, il tempo di valutare tutte le offerte». Così il problema vocazionale e la scarsità di competenze digitali (in ambito ICT l'Italia è ultima in Europa per numero di laureati) vanno a incidere sulla disoccupazione giovanile.

alessandra del bocaE sul fronte della politica? Del Boca e Mundo sono sostenitrici delle riforme attuate dagli ultimi governi, in particolare del Jobs Act; ma una delle critiche mosse dalle autrici al governo è la decisione di investire attenzione e risorse in ambito lavorativo sulla fascia dei 15-24enni, molti dei quali sono però ancora studenti, piuttosto che destinarle ai Millennials, quei 25-34enni che si ritrovano a soffrire di più, avendo ormai concluso gli studi e senza però riuscire a mettere in piedi un progetto di vita in tempi ragionevoli.

Le due esperte denunciano anche una mistificazione, sui giornali e in tv, dei dati sulla disoccupazione giovanile, elaborati in modo errato: l'attuale stima, divulgata come “il 40%”, comprende una grossa quota di giovani che ancora studiano, la quale finisce per distorcere il quadro. Se calcolata opportunamente, invece, la quota di disoccupazione giovanile si fermerebbe intorno al 10%. Una sottigliezza che effettivamente a più riprese abbiamo cercato di spiegare qui sulla Repubblica degli Stagisti.

Ma del Boca e Mundo mettono in guardia dal cadere nel tranello del conflitto generazionale, giovani disoccupati contro pensionati privilegiati.
antonietta mundoCerto, è vero che il retaggio di ancora precedenti decisioni sbagliate ha pesato fino a qui. Un esempio su tutti: le baby pensioni, che qualche decina di anni fa avevano consentito ai lavoratori di ritirarsi dal posto dopo aver versato appena 10 o 15 anni di contributi. Ma applicare dei correttivi alle pensioni come queste potrebbe essere una soluzione? La proposta era stata avanzata già nel 2013, ma era stata subito accantonata per la sua impopolarità e perché «modificare l'importo di pensioni già in pagamento non sarebbe stato costituzionale».

In altre parole, secondo le due autrici le pensioni non si devono toccare: anche quelle non sorrette da contribuzione adeguata (pensioni calcolate con il metodo retributivo, complessivamente più alte della somma dei contributi versati durante gli anni di lavoro), perché uno Stato non può tradire il patto stipulato con i suoi cittadini. Insomma, se in passato ha permesso a 500mila persone di andare in pensione a 40 anni, ora quelle pensioni non può ridurle per ovviare all'incontestabile errore. «Allora due generazioni di giovani dovrebbero pagare lo scotto di decisioni sbagliate prese quarant'anni fa?» chiede un ragazzo dalla platea. «Non necessariamente», rispondono le esperte: il punto è di focalizzarsi su politiche che aiutino chi davvero ne ha bisogno. In questo senso, secondo loro, si dimostra l'inutilità del bonus ai 18enni, risorse che avrebbero potuto essere meglio spese all'interno delle politiche giovanili.

L'inganno generazionale
porta sostanzialmente un messaggio positivo, che punta ad incoraggiare un patto tra le generazioni guardando insieme al futuro, piuttosto che focalizzandosi sugli squilibri del passato. Le raccomandazioni sono in linea con quelle proposte da più parti: il collocamento efficace dei giovani nella fascia 25-34 verso le opportunità esistenti, l'agevolazione del training on the job e gli investimenti in istruzione e ricerca, che dovrebbero aumentare l'occupabilità del capitale umano nel nostro paese, invece che spingere le persone, come ormai sempre più frequentemente accade, a spostarsi altrove. L'ennesimo richiamo a investire sui giovani per aiutarli ad investire su se stessi: speriamo che qualcuno ascolti, perché in gioco c'è il futuro di tutti, non solo il loro.

Irene Dominioni

Community