Disoccupazione giovanile: alla ricerca dell'età più rappresentativa

Sul tema della disoccupazione giovanile è il caso di fare un po’ di chiarezza. Come la Repubblica degli Stagisti ha spiegato in un articolo di qualche mese fa, quando i giornali e le televisioni diffondono la notizia secondo cui un terzo dei giovani tra i 15 e i 24 anni è senza lavoro riportano un’informazione solo parziale.
Innanzitutto, e giustamente, questo dato esclude l’ampia fetta di popolazione che tra i 15 e i 24 anni studia ancora: non considera cioè i giovani che effettivamente non stanno cercando lavoro perché ancora a scuola o all’università, conteggiati tra gli inattivi.
Poi non è forse sufficientemente chiaro che quando si parla di un terzo dei disoccupati in quella fascia di età ci si riferisce al tasso di disoccupazione, ovvero all’incidenza di quanti sono realmente in cerca di lavoro sul totale della forza lavoro, che non include tutti i cittadini italiani, bensì solo gli occupati e coloro che sono attivamente in cerca di occupazione.
Il tasso di disoccupazione è la percentuale che viene diffusa mensilmente dall’Istat e
l’ultimo dato conosciuto è quello di novembre 2012, pari al 37,1%.Sul totale della popolazione nella fascia d’età 15-24, invece, i giovanissimi in cerca di lavoro a novembre 2012 sono 641mila, ovvero solo il 10,6% del totale, poco più di un decimo. Affermare dunque che un giovane su tre è “senza lavoro” è fuorviante. Nei titoli di giornale sarebbe più corretto strillare “uno su tre, tra i giovani in cerca di lavoro, non lo trova”.
«I media spesso privilegiano i titoloni alla precisione e completezza dell’informazione» spiega alla Repubblica degli Stagisti Francesca Della Ratta, ricercatrice dell’Istat. «Noi cerchiamo di evitare che diffondano presso l’opinione pubblica informazioni inesatte. A tal fine da qualche tempo, nel nostro comunicato stampa, indichiamo sia il tasso di disoccupazione sia la percentuale dei giovani senza lavoro sulla popolazione totale nella corrispondente classe d’età». 
Ci si può tuttavia chiedere perché l’Istat prenda in esame questa fascia d’età per fotografare la situazione occupazionale dei giovani. In Italia, ancor più che nel resto d’Europa, questa fetta di popolazione sembra poco indicativa dal punto di vista lavorativo sia perché ancora moltissimi sono inseriti in percorsi di istruzione, sia perché nel nostro Paese si diventa adulti (cioè indipendenti dal punto di vista economico) ben più tardi dei 24 anni. E allora l’Istat, per i suoi comunicati mensili, non potrebbe fare riferimento a una fascia d’età giovanile che più realisticamente sia alle prese con la ricerca di un inserimento lavorativo, tra i 18 e i 29 anni o tra i 18 e i 35 anni?
«La fascia d’età 15-24 è uno standard europeo per il tasso di disoccupazione, per questo lo utilizziamo nei nostri comunicati mensili» continua la Della Ratta,
ricordando però che «su base trimestrale esistono altri dati per i giovani tra i 25 e i 34 anni e per quelli tra i 18 e i 29 anni». Effettivamente, nella banca dati Istat, è possibile reperire tutte le statistiche relative alle diverse fasce d’età, ma solo ogni tre mesi.
«Il fatto più importante da considerare è che, indipendentemente dalla fascia d’età che vogliamo considerare, tra 8 e 11 giovani, su 100 che cercano lavoro, non riescono a trovarlo» spiega Donato Speroni, giornalista economico ed ex dirigente dell’Istat. «I media danno un risalto eccessivo al dato mensile dei disoccupati tra 15 e 24 anni, ma non credo che sia difficile per l’Istat calcolare la fascia tra i 18 e i 29 anni, più indicativa, e includere i dati nel comunicato mensile». Speroni aggiunge che «in tutti i paesi sviluppati la stragrande maggioranza dei giovani fino a 24 anni non lavora, quindi può darsi che la scelta di questa età convenzionale sia anche il frutto di un’arretratezza europea». 
E c’è un’altra considerazione da non sottovalutare. Dando risalto solo ai dati  sulla disoccupazione giovanile tra i 15 e i 24 anni, i media rischiano di danneggiare coloro i quali hanno un’età compresa tra i 25 e i 35 anni, doppiamente esclusi: sia dal mondo del lavoro sia dalle statistiche. Considerati già vecchi dagli istituti di statistica (su cui spesso si basano le politiche di un Paese) eppure senza la possibilità di entrare stabilmente nel mondo del lavoro a causa della crisi. 
Stando a quanto risulta alla Repubblica degli stagisti, l'Istat, nelle sue più recenti rilevazioni, ha introdotto una domanda per risalire al numero di stagisti in Italia, ma il dato è ancora in corso di verifica, cioè i tecnici devono valutare se ha qualche consistenza numerica oppure no, anche in relazione con altre fonti. Il dato dovrebbe riferirsi solo gli stagisti non retribuiti. Francesca Della Ratta afferma di non poter rispondere su questo punto, ma dichiara che «Eurostat ha stabilito che gli stagisti con rimborso spese o buono pasto, quindi anche con corrispettivo non monetario, devono essere considerati tra gli occupati a tempo determinato». Gli altri, fino ad oggi, sono stati considerati disoccupati o inattivi a seconda che abbiano o non abbiano cercato attivamente lavoro nella settimana di riferimento. Esistono però anche casi di stagisti considerati fino ad oggi tra gli occupati qualora abbiano svolto almeno un’ora di lavoro pagato nella settimana di riferimento: anche se magari si trattava solo del lavoretto serale per pagarsi lo stage senza compenso.
Se e quando sarà diffuso, il dato sugli stagisti riguarderà solo quelli sfruttati al 100%, ma non la gran massa di tirocinanti che ha la fortuna di avere almeno un rimborso spese. Ma come si fa a considerare occupati ragazzi che vivono a Milano o a Roma, dove solo l’affitto costa 500 euro, e ricevono 300-400 euro al mese di rimborso spese o, magari, solo un buono pasto al giorno? Considerare gli stagisti come una nuova entità autonoma delle statistiche è un passo importante, ma ci sarà da discutere sui criteri per entrare a far parte di questa entità. 
Un’ultima considerazione è di Donato Speroni, che sottolinea la  necessità di mettere in evidenza il divario percentuale tra giovani uomini e giovani donne con un lavoro: «Quelli sulle donne e sul Mezzogiorno sono dati veramente impressionanti, che meriterebbero un’accurata riflessione». Tra i 18 e i 29 anni il tasso di occupazione, ovvero la percentuale di occupati sull’intera popolazione, è del 45,8% per gli uomini e del 33,7% per le donne nel terzo trimestre del 2012. Nel Mezzogiorno il dato è del 33,7% di uomini e del 21,2% di donne occupate. Anche tra i 25 e i 34 anni è molto preoccupante il dato del 34,5% di donne meridionali occupate. Il tasso di disoccupazione tra i 18 e i 29 anni è del 22% su base nazionale e del 36,1% tra le donne del sud Italia.
La corretta raccolta, diffusione e interpretazione mediatica dei dati sulla disoccupazione giovanile è importante e su di essa si giocherà buona parte della campagna elettorale in vista delle politiche di febbraio. Il problema dell’accesso dei giovani al mondo del lavoro dovrebbe essere il principale tema del dibattito politico. Sarà così? La Repubblica degli stagisti farà la sua parte e vigilerà sulla correttezza dei dati statistici diffusi e sulla credibilità delle promesse dei politici.

Antonio Siragusa


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