Voto impossibile per studenti Erasmus, la rabbia dei 25mila da Facebook a Palazzo Chigi

Chiara Del Priore

Chiara Del Priore

Scritto il 22 Gen 2013 in Notizie

È partito da una pagina Facebook, lanciata lo scorso 11 gennaio, il dibattito sulla (im)possibilità di votare all'estero per chi si trova temporaneamente lontano dalla sua residenza, per esempio perchè sta facendo un Erasmus. Un problema sempre esistito, ma che da qualche settimana a questa parte ha attirato l’attenzione di media, istituzioni e politica, tanto da far scendere in campo la Crui, molti partiti politici e il presidente del consiglio Mario Monti.
In vista delle prossime elezioni politiche, i 25mila studenti che attualmente si trovano all’estero per un progetto Erasmus denunciano l’impossibilità di esercitare il diritto al voto. La distanza dalla propria città di residenza è tale da non permettere di tornare a casa durante il weekend per andare alle urne e attualmente non sono previste agevolazioni sui trasporti che possano facilitare gli spostamenti. Il secondo “intoppo” è di tipo legislativo. Alcune disposizioni in vigore prevedono la possibilità di votare dall’estero per corrispondenza, ma a determinate condizioni. Innanzitutto è necessario essere iscritti, alla data del 31 dicembre 2012, all’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti
all’estero. Per farlo, però, è indispensabile essere residenti all’estero da un periodo di tempo superiore ai 12 mesi. Condizione impossibile per gli studenti Erasmus: gli scambi all’estero durano al massimo un anno.
Una seconda possibilità per esercitare il voto fuori dall’Italia è prevista dal decreto legge n.223 del 18 dicembre 2012, che sancisce il diritto di votare per corrispondenza per «appartenenti alle Forze Armate e alle Forze di Polizia, temporaneamente residenti all’estero per motivi di servizio o di missioni internazionali; dipendenti di amministrazioni dello Stato, temporaneamente all’estero per motivi di servizio, qualora la durata di permanenza prevista sia superiore a tre mesi e inferiore a 12 mesi; professori e ricercatori universitari, in servizio presso istituti universitari e di ricerca all’estero per una durata complessiva di almeno sei mesi e non superiore a dodici mesi, che, alla data di entrata in vigore del decreto del presidente della Repubblica di convocazione dei comizi, si trovino all’estero da almeno tre mesi». È evidente che gli Erasmus non rientrano in queste categorie.
Da qui una petizione online, rivolta al ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri. Provocatoria l’immagine che accompagna la petizione, un rotolo di carta igienica con su scritto: «Ecco quanto vale il mio voto». L’appello, che a oggi ha
quasi 12mila sostenitori, rivendica il diritto al voto e chiede al ministero di impegnarsi per garantirlo anche agli Erasmus. Nei giorni scorsi il ministro si è limitato però a ribadire che la normativa attuale non prevede nessuna possibilità per chi studia all’estero, chiudendo così la porta a qualsiasi soluzione.
La voce degli studenti non resta però isolata. Venerdì scorso dal proprio sito la Crui si è schierata a fianco degli Erasmus, chiedendo al ministro degli Esteri Giulio Terzi un incontro per discutere del problema. Ministro che, proprio ieri ha aperto alla possibilità di un accordo che preveda per gli studenti che si trovano all’estero il voto per corrispondenza, già contemplato in altri stati europei.
Alle dichiarazioni della Conferenza dei rettori si affiancano quelle (numerosissime) provenienti dal mondo della politica. Partiti ed esponenti delle istituzioni ingaggiano una vera e propria lotta a suon di tweet e comunicati, abbracciando la causa degli Erasmus. Una delle voci più autorevoli in campo è stata quella del presidente del Consiglio Mario Monti che attraverso una nota diffusa domenica 20 gennaio sul sito di Palazzo Chigi chiede ai titolari di Viminale e Farnesina di fare il possibile per gli italiani all’estero per motivi di studio. Monti, schierandosi in prima persona, ha di fatto «gelato» la risposta sbrigativa data i giorni precedenti da Anna Maria Cancellieri. Nella giornata di domenica, anche il Partito Democratico torna sul problema tramite un comunicato di Marco Meloni, responsabile Università e ricerca, Laura Garavini, componente della commissione Politiche europee e candidata alle prossime elezioni nella circoscrizione Europa, e Maria Chiara Carrozza, candidata capolista alla Camera in Toscana.
Meloni spiega alla Repubblica degli Stagisti il problema: «La questione principale è la presenza di un rete consolare in grande difficoltà dopo anni di tagli: gestire la temporanea iscrizione di militari e ricercatori è relativamente semplice perché si tratta di poche persone. Gestire, ad esempio, l’iscrizione degli Erasmus all’Aire comporterebbe, invece, una mole di lavoro molto più importante». Questa è, invece, la soluzione lanciata dal suo partito:
«La nostra proposta è di inserire gli studenti Erasmus o overseas, nonché stagisti e giovani lavoratori precari, ufficialmente registrati in un’università estera o con un regolare contratto di stage o lavoro, nell’elenco dei cittadini temporaneamente all’estero ammessi al voto. Ora si valuta la possibilità di offrire uno sconto sul 70% dei voli: oltre che essere costosa questa proposta è difficilmente implementabile per gli studenti che stanno effettuando scambi in altri continenti». Anche se sarebbe comunque meglio di niente. Come ha affermato la commissaria Ue all'Istruzione Androulla Vassiliou, «gli studenti all'estero non dovrebbero essere svantaggiati e dovrebbero essere trattati come i militari in missione e gli insegnanti che lavorano all'estero». 
Ma se gli studenti Erasmus sono sul piede di guerra, le cose per chi studia fuori sede in Italia non vanno meglio. Più di un anno fa la Repubblica degli Stagisti aveva parlato delle difficoltà di voto per gli studenti che frequentano università al di fuori della propria regione di residenza, sollevate grazie a una petizione lanciata su un blog da un gruppo di studenti siciliani trapiantati a Torino per motivi di studio. Sulla scia del dibattito sollevato per gli Erasmus, i giovani di «Io voto fuori sede» decidono ora di tornare più che mai a farsi sentire attraverso un comunicato che ribadisce come al momento neppure per i fuori sede, in numero nettamente superiore – sono circa 800mila – rispetto agli Erasmus, nulla è stato concluso. La battaglia continua anche su Twitter, dove è stato lanciato l’hashtag #iovotofuorisede.
Negli ultimi anni sono arrivate in Parlamento diverse proposte di legge, fino all’ultima, il ddl del senatore dell’Idv Francesco Pardi, presentato a ottobre 2012, che propone anche in Italia l’adozione del modello danese, prevedendo il voto presso la città dove si studia o lavora. Nel caso del nostro Paese l’idea è la registrazione presso la prefettura della città e la possibilità di esprimere in quella sede la propria preferenza, un mese prima del voto. Le schede elettorali sarebbero poi spedite alla circoscrizione di pertinenza e scrutinate insieme alle altre i giorni successivi alle elezioni. La discussione di questa proposta, iniziata in Commissione Affari costituzionali, si è purtroppo arenata concludendosi in un nulla di fatto.
Oggi, insomma, quasi un milione tra studenti Erasmus e fuori sede rischiano ancora una volta di vedere negato il proprio diritto al voto. Dopo tante parole e nessun provvedimento, si attende ora il Consiglio dei Ministri, convocato per oggi pomeriggio. All’ordine del giorno il tema del voto a distanza. Che si tratti di esprimere la propria preferenza per corrispondenza o beneficiare di agevolazioni economiche per raggiungere più facilmente il seggio, poco conta. L’importante è che almeno uno dei quelli che ora sembrano solo meri slogan elettorali si trasformi quantomeno in un’azione concreta per consentire di esercitare un diritto di tutti.

Chiara Del Priore 

 

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