Stage in fabbrica raccontati in un libro al vetriolo: «Mi sento già molto inserito» di Mauro Orletti

Eleonora Voltolina

Eleonora Voltolina

Scritto il 20 Ago 2009 in Approfondimenti

C'è chi nello stage vede un modo per arricchire il curriculum. Altri lo fanno con la speranza di entrare nel mondo del lavoro. Precari e disoccupati lo considerano una manovra di avvicinamento verso l'agognato contratto. Mauro Orletti, trentenne abruzzese, ha usato il suo come ispirazione per scrivere un romanzo. Autobiografico, ovviamente: Mi sento già molto inserito, sottotitolo «Cronache dalla fabbrica (dis)integrata», pubblicato dalla casa editrice Zandegù all'inizio di quest'anno.
La grande azienda metalmeccanica di Torino presso cui
il protagonista, laureato in giurisprudenza, va a fare due colloqui e infine prende servizio  – l'immaginaria Società Anonima Veicoli Industriali  – ricorda (volutamente?) la Fiat. Significativa  la pagina che racconta la telefonata in cui l'incaricata del recruitment chiama per proporre lo stage: «La psicologa dice che non rientra nella politica aziendale assumere con contratti a tempo indeterminato dice che preferiscono proporre uno steig di sei mesi al termine del quale si deciderà sul da farsi, dice che è il modo migliore per tutelare l'azienda e sopratutto lo stagista. Il neolaureato infatti non sa bene cosa lo aspetta, quale tipologia di lavoro dovrà svolgere, in che ambiente si troverà ad operare. Lo steig è la soluzione ideale per maturare un'esperienza di lavoro, mettere alla prova le proprie capacità, instaurare rapporti di tipo professionale con esperti del settore e, sulla base di tutto questo, decidere del proprio futuro. Dice la psicologa». Una versione subito confutata  dalla replica del protagonista: «Senta, le dico, voi assumetemi a tempo indeterminato e vedrete che, se mi fa schifo lavorare in Sav-I, mi dimetto senza preavviso dopo una settimana. Lo steig, dal mio punto di vista, è una soluzione pessima». Così per convincere il recalcitrante candidato la psicologa rinnega in due minuti l'essenza stessa dello stage, faticosamente costruita e ribadita nel corso di oltre dieci anni da legislatori, professori e imprenditori: «Con una vocetta un po' offesa un po' imbarazzata mi dice Ma guardi, deve comunque considerarlo un lavoro vero e proprio. Riceverà 800 euro al mese e avrà un orario di lavoro prestabilito, otto ore al giorno, dovrà timbrare il suo tesserino magnetico come ogni altro dipendente e... insomma, come un vero lavoro».
Ma il rimborso spese è tentatore, il prestigio dell'azienda grande, e quindi Orletti-De Filippis accetta. Dall'osservatorio privilegiato
del settore Risorse umane comincia ad osservare i processi di assunzione, licenziamento e trasferimento di operai e dirigenti, le logiche spesso slegate dal merito e incatenate invece ad oscuri meccanismi di cooptazione e lobbying sindacale, l'organizzazione del lavoro pensata non per ottimizzare i risultati ma per ribadire le gerarchie.
Lo stagista-narratore è un fiume in piena, usa neologismi e irride gli inglesismi  specialmente quelli del mondo imprenditoriale, perchè «la manfrina linguistica non agevola» e «il colletto bianco usa l'inglese per segnare il confine fra lavoratore pensante e maestranza» – scrivendo iuman risorsis al posto di human resources, oppure menegment anzichè management. E, appunto, steig al posto di stage: «Lo steig, parliamoci chiaro, non è mai un vero steig. In Italia siamo messi così che per lavorare ci tocca pagare il pizzo alle università, agli organizzatori dei master, ci tocca lavorare gratis per la cosca industriale e siccome lo sappiamo bene che funziona così, stiamo zitti e ringraziamo il padreterno o la madreterna o quello che è per quello che dà». Con chiosa rivoluzionaria: «Però perdio se chiedo due ore di permesso, considerato che arrivo al lavoro alle 8 del mattino e non esco prima delle 7 di sera, perdiosantissimo non rompetemi i coglioni sennò a uno, per dire, gli viene in mente di essere sfruttato e allora si sa come vanno queste cose ti nasce una specie di coscienza di classe e allora poi son cazzi perchè vivalarivoluzioneproletaria». La rivoluzione degli steigisti?

Eleonora Voltolina

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