Niente assunzione dopo lo stage, la sentenza: per rivendicare un contratto bisogna avere le prove

Marianna Lepore

Marianna Lepore

Scritto il 19 Dic 2022 in Notizie

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Quando uno stage è in realtà un lavoro mascherato, e però poi alla fine del percorso formativo lo stagista viene lasciato a casa, si può provare a far causa: a portare in Tribunale la situazione e cercare di far attestare da un giudice che la collaborazione con l'azienda in questione non aveva i parametri dell'esperienza formativa, bensì quelli del lavoro subordinato. Per farlo, però, è necessario avere in mano delle prove che attestino tutto questo, perché deve essere l’ex stagista a dimostrare tutto.

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha chiarito i limiti di intervento nel caso si voglia intraprendere un’azione legale per richiedere un’assunzione nell’azienda in cui si è svolto uno stage, poi non concretizzato in un posto di lavoro. La sentenza è la numero 25508 del 30 agosto 2022 e arriva a diciotto anni dai fatti giudicati, che risalgono al 2004, quando la disciplina sui tirocini era peraltro un po' diversa da quella attuale. Con questa sentenza la Corte stabilisce che spetta al soggetto che intende rivendicare in giudizio l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato l’onere di fornire gli elementi di fatto corrispondenti alla fattispecie astratta invocata.

«Quando si va davanti a un giudice si devono portare le prove: vinco una causa se convinco il giudice. E per convincerlo della subordinazione devo dimostrare che si è verificata», spiega
alla Repubblica degli Stagisti Antonio D’Amore, professore a contratto di diritto del lavoro presso l’Università Bicocca a Milano: «Devo, quindi, dimostrare che nei comportamenti del datore di lavoro e in questo caso dello stagista si è verificata la subordinazione. Che c’è stato l’assoggettamento ai poteri datoriali, quindi il potere di specificare cosa devi fare, quando, dove. Che sia stato esercitato il potere di controllo del datore di lavoro, ovvero che i compiti siano stati svolti sotto le indicazioni dei superiori, e se questo non è avvenuto che sia stato applicato il potere sanzionatorio, cioè il diritto del capo di richiamarti. Sono compiti che il datore di lavoro esercita normalmente sul lavoratore subordinato e la Cassazione ha ribadito proprio questo concetto».

Per capire il caso bisogna tornare indietro di qualche anno, precisamente al 2004, quando uno studente di un master universitario inizia uno stage di tre mesi, poi prorogato fino a un totale di dieci mesi di tirocinio, presso l’Aquedotto Pugliese spa, per “acquisire conoscenza reale delle funzioni dell’ufficio del personale”. Diciotto anni fa la disciplina in materia di tirocini non era quella attuale e il dibattito su una sua eventuale regolamentazione era cominciato da relativamente poco tempo.

Il testo a cui si rifà questo stage è il decreto ministeriale 142 del 1998, tuttora in vigore, che seguiva alla legge Treu dell’anno precedente, e in cui già all’articolo 1 si precisava che i tirocini formativi e di orientamento servono per agevolare le scelte professionali ma non costituiscono rapporti di lavoro. Come i giudici precisano nella sentenza della Cassazione, lo stesso decreto dell’epoca prevedeva una durata non superiore ai dodici mesi per gli stage per gli studenti universitari, compresi coloro che frequentano corsi di perfezionamento o specializzazione, in cui rientra il caso specifico del giovane ricorrente che stava svolgendo un master presso l’università di Bari. Quindi formalmente tutto regolare: nessuna violazione della normativa per quanto riguarda la durata del tirocinio.  

Quasi sette mesi dopo la fine dello stage curricolare – anche se è bene ricordare che nel 2004 non c’era nessuna differenza a livello normativo tra curricolari ed extracurricolari
dopo aver scoperto che un collega stagista era stato assunto a tempo determinato, l’ex tirocinante presenta «un’istanza di convocazione per un eventuale rapporto di collaborazione professionale e/o lavorativa». In pratica chiede all'azienda di essere convocato per farsi assumere. Non ricevendo risposta presenta una nuova domanda quasi un anno dopo, nel 2006, che viene respinta dalla società. A quel punto il giovane ritenendo, invece, che la sua assunzione fosse dovuta, avvia un procedimento giudiziale davanti al Tribunale, poi proseguito in Corte di appello fino ad arrivare in Cassazione.

I giudici di primo e secondo grado sono stati concordi nel rigettare la richiesta dell’ex stagista, visto che in sede di istruttoria non era emerso nessun indice che mostrasse la subordinazione. Giudizio confermato in seguito anche dalla Corte di Cassazione, che spiega come dovesse essere il tirocinante a fornire gli elementi “corrispondenti alla fattispecie astratta invocata”. Legalese che in soldoni vuol dire che spettava all’ex stagista in fase di ricorso dimostrare perché il suo rapporto con l’ente ospitante in realtà era assimilabile a un rapporto di lavoro subordinato.

«Nel momento in cui si comincia una causa e, in questo caso, si invoca la subordinazione, bisogna dimostrarla. I giudici per prima cosa chiedono alle parti “Come vi siete comportati?” Questo perché davanti al giudice dovrebbero dire la verità e l’articolo 1362 del codice dice che “il comportamento delle parti integra l’interpretazione del contratto”. Quindi nel loro comportamento effettivo le parti mostrano realmente quello che intendevano», spiega il professor D’Amore. «Se questo stagista non ha provato i poteri datoriali, l’assoggettamento al datore di lavoro che si è verificato nei fatti e nei comportamenti è ovvio che la Corte dica no, non ti posso riconoscere la subordinazione».

Il professore aggiunge: «Da questa sentenza si legge che il giudice in primo grado ha interrogato il tutor e il responsabile del personale, quindi persone interne all’azienda in cui c’era lo stagista. Molto probabilmente non avranno avvalorato, né avevano interesse a farlo, la tesi dello stagista. E la Corte ribadisce che è giudice di legittimità, quindi non può valutare il merito della questione che va valutata in primo e secondo grado. E, infatti, va a rivedere le due precedenti sentenze e stabilisce che il ragionamento logico giuridico fatto dai giudici è fondato e per questo respinge il ricorso».

Un altro punto che il professor D’Amore sottolinea è che dalle carte si legge che il giovane ex stagista, terminato il periodo regolare di stage presso l’Acquedotto pugliese, aveva pensato di chiedere un colloquio per essere assunto «perché era venuto a conoscenza che un’altra stagista era stata assunta a tempo determinato. Questa è la chiave di volta: essere assunti a tempo determinato dà una precedenza nelle assunzioni successive a tempo indeterminato, cosa che non dà invece l’aver fatto il tirocinio. Lo stagista, infatti, non ha neanche un contratto, la sua è una convenzione finalizzata alla formazione seppure sul luogo di lavoro. Da qui dobbiamo partire». Il fatto che l'altra stagista avesse avuto un contratto a tempo determinato per un periodo superiore ai sei mesi «secondo quanto previsto dal decreto legislativo 368 del 2001 che all’epoca era in vigore» avrebbe dato poi a questa ex stagista assunta a tempo una «legittimazione a invocare il diritto di precedenza alle assunzioni a tempo indeterminato, come poi forse è avvenuto
quando l’acquedotto pugliese ha bandito il concorso seguente». Ma come siano andate poi le cose non è sicuro: «Dalla sentenza di Cassazione questo non lo sappiamo».

C’è un ulteriore tassello da aggiungere, per quanto sia banale: il fatto che un’azienda abbia assunto post stage un tirocinante e non un altro non ha alcun valore a livello giudiziario, si tratta di una scelta legittima che ciascun datore di lavoro può fare autonomamente e come tale non può essere invocata come “dimostrazione” che avrebbe dovuto essere assunto anche lui. «Dipende dalla libertà negoziale delle parti, se non è piaciuto, non è stato assunto e non ha diritto poi ad alcuna precedenza. È stato lì per un anno, tanto tempo, se alla fine non è stato ritenuto idoneo ecco che non è stato assunto», spiega D’Amore.

E, infatti, la Cassazione stabilisce nella sentenza, «È irrilevante che una collega abbia ottenuto un contratto a tempo determinato dopo la fine del tirocinio» soprattutto se il ricorrente non prova l’esistenza degli indici già richiamati». Ed è proprio riguardo alla presenza di questi elementi che il professor D’Amore lancia un monito: «Quando nel corso di un rapporto che subordinato non è, che può essere uno stage o una collaborazione coordinata, si ha sentore che le cose non stanno andando bene, munitevi delle prove, che siano documentali e testimoniali. Quindi: se vi scrivono delle mail in cui vi ordinano di fare questo e quello, o vi fanno fare cose che vanno oltre i compiti di uno stagista, siete stati richiamati, vi scrivevano continuamente, ecco prendetevele queste prove, perché queste sono quelle da portare davanti al giudice. E poi se ci sono altre persone che hanno lavorato nello stesso ufficio e poi sono andati via: quelli sono possibili testimoni, prendete i nomi. Altrimenti il giudice come si convince senza le prove?».

Quello che è interessante capire a questo punto, al di là della singola sentenza, è se esistano o meno situazioni in cui uno stagista può rivendicare il diritto a un’assunzione alla fine del periodo di tirocinio, pur avendo firmato un contratto di stage in cui si parla di “attività formativa”. «Lo stage ha finalità formativa, ricordiamolo, al termine della quale finisce tutto» conferma il professor D’Amore: «Certo se dopo ti vogliono assumere si apre un altro capitolo. È ovvio che però» mentre lo stage è in corso «se io in quanto soggetto ospitante inizio a farti fare cose che esulano dalla formazione», continua nel suo ragionamento il professor D’Amore, «per esempio ti faccio fare le fotocopie o ti mando in posta a fare dei servizi o ti faccio scrivere delle relazioni che servono per la mia attività, o ti ho mandato dai fornitori, o ti ho richiamato – quindi se la finalità formativa viene snaturata perché tu fai tutt’altro – allora è ovvio che nei fatti si è sviluppato un rapporto di lavoro subordinato. E quindi devi esere pagato e inquadrato come tale. Però è necessario provarlo».  

Quando i fatti sono accaduti era il 2004, due anni dopo è cominciata la causa. Sedici anni per ottenere una sentenza definitiva: è davvero così lungo il normale iter per ottenere una sentenza definitiva? «Normale non è» risponde D’Amore, perché sedici anni «sono veramente tanti anni. I tempi della giustizia in Italia purtroppo sono lenti. In questo caso ci sono voluti otto anni solo per il giudizio di primo grado, poi quattro per il secondo e quattro per la Cassazione. A parte per il primo grado, le altre tempistiche non sono lunghissime».

Questa sentenza, però, non significa che un altro ex stagista magari con una causa simile in corso o con un tirocinio in svolgimento non possa rivendicare un diritto a ootenere un contratto di lavoro una volta concluso il periodo di formazione. Ma bisogna pensarci bene prima di intraprendere una strada del genere. «Se un giovane si rivolgesse a me per avere un consiglio sul procedere o meno con un’azione legale, per prima cosa direi: fammi vedere cosa hai da portare al giudice per convincerlo, le prove che hai tra le mani. Se non ha elementi convincenti non vale nemmeno la pena cominciare una causa. Per questo suggerisco sempre: se vi accorgete che qualcosa non va bene munitevi delle prove. Salvate le mail, per esempio, prima che vi chiudano l’account. Perché la prova documentale non può essere messa in discussione».

 Marianna Lepore

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