Lo stage raccontato dai protagonisti: aspettative alte, tutor non sempre presenti, e il sostegno economico della famiglia è ancora essenziale

Scritto il 02 Nov 2026 in Notizie

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«Ho rifiutato l’offerta, ma avrei accettato se fossi stata pagata». Così una ragazza di 23 anni, residente in una regione del Nord Italia, racconta la conclusione del suo stage curricolare: al termine del percorso formativo l’azienda le aveva chiesto, «per coprire la posizione», di prolungarlo. Non quindi un'offerta di assunzione, con un vero contratto di lavoro, ma solo quella di una proroga dello stage. E così la ragazza ha capito perché quell’azienda prendesse, di regola, solo curricolari: «Perché gli studenti, avendo bisogno dei crediti universitari, sono vincolati a rimanere e non possono abbandonare l’incarico all’improvviso». Ma almeno lei, alla proposta di proroga, ha potuto dire di no.

Questa è solo una delle 115 testimonianze racchiuse nella seconda edizione della ricerca «Giovani e stage», i cui risultati sono stati presentati a Milano, alla Fondazione EMiT Feltrinelli, durante l’evento “Best Stage 2026: Voce ai giovani, di nuovo” della Repubblica degli Stagisti. L’indagine è stata realizzata gli studenti del Laboratorio di ricerca sociale qualitativa dell’università Cattolica, coordinati dalla sociologa Cristina Pasqualini con la collaborazione di Eleonora Voltolina, fondatrice della Repubblica degli Stagisti. Ogni studente ha intervistato per circa un’ora un giovane tra i diciotto e i trent'anni con uno stage in corso o concluso negli ultimi 24 mesi, in 79 casi curricolare e in 36 casi extracurricolare (nella prima edizione della ricerca, nel 2023, le esperienze di stage “mappate” erano state 103). Poi questa enorme mole di dati è stata elaborata dalla prof. Pasqualini con una delle studentessa del Laboratorio, Desirée Telli (nella foto qui accanto), e insieme li hanno presentati al pubblico.

Prima dello stage: aspettative alte, ma regole poco conosciute

Alla vigilia le aspettative sono medio-alte per tutti. Una 24enne residente al Nord ricorda così l’inizio del suo stage extracurricolare: «Approcciandomi a una grande realtà multinazionale avevo aspettative elevate: speravo di trovare un ambiente dinamico, di instaurare un rapporto costruttivo con il mio capo per poter crescere». Il progetto formativo individuale è abbastanza conosciuto. Più fragile invece, purtroppo, la conoscenza del quadro normativo – i diritti e doveri dello stagista –, che resta vaga e quasi mai viene approfondita. In generale gli stagisti devono le informazioni di cui dispongono alle sessioni informative all’interno delle università (per i curricolari) o alla ricerca autonoma di contenuti online.

Durante lo stage: tirocinanti seguiti all’inizio, poi lasciati più autonomi

I tutor (cioè le persone che, in ufficio, sono incaricate di seguire la formazione di uno o più stagisti) sono presenti soprattutto all’inizio; poi i ragazzi vengono spesso lasciati in autonomia. Per alcuni è un’evoluzione naturale, come spiega una stagista curricolare 26enne residente in una regione del Nord raccontando come il suo tutor le abbia dato via via «più autonomia. Ma sempre con l’idea che io dovessi imparare, non con l’idea di scaricarmi lavoro addosso». Da altri stagisti ciò viene percepito invece come assenza di affiancamento, o addirittura di mancanza di competenza da parte dei dipendenti veri. Un ragazzo di 25 anni, residente invece nel Centro Italia, del suo stage extracurricolare dice per esempio: «Mi sono trovato a occuparmi di attività che nemmeno il titolare era in grado di gestire. Mancando un vero e proprio affiancamento su queste competenze specifiche, ho portato avanti il lavoro in totale autonomia».

Alla domanda se si siano sentiti trattati come veri dipendenti, la risposta prevalente è sì, ma – forse un po’ a sorpresa – agli stagisti la cosa generalmente non dispiace: vivono lo stage più come un lavoro che come un’esperienza formativa. Non a caso un’analisi lessicale conferma che, nelle trascrizioni delle interviste, i termini legati al lavoro ricorrono più del doppio di quelli legati all’apprendimento e alla formazione. Ma chiaramente c’è qualcosa che non va quando lo stage si confonde col lavoro, perché i due istituti sono profondamente diversi (e, sopratutto, lo stage non si porta dietro tutti quei diritti – a cominciare dalla retribuzione e dai contributi – che sono invece propri dei contratti di lavoro!).

Valorizzati, ma non sempre

Alla sensazione di essere stati valorizzati come persone gli intervistati danno in media 7,7 su 10 (nella prima edizione della ricerca il risultato registrato era stato molto simile, 7,5). Nello specifico il voto è più alto – 8,22 – se si prendono in considerazione solo le risposte dei tirocinanti curricolari, che lamentano quasi solo l’assenza di compenso; il voto medio scende a 7,17 considerando invece solo gli extracurricolari, su cui pesano l’indennità bassa e talvolta atteggiamenti svalutanti dei superiori. Una ragazza di 21 anni, residente in una regione del Nord, alla valorizzazione nel suo stage extracurricolare dà appena un 3 e spiega perché: «Il mio capo si è spacciato per me per contattare influencer e tiktoker». Un caso limite: un datore di lavoro che anziché preoccuparsi di trasferire competenze professionali ha agito cercando di prendere anziché di dare: accortosi della popolarità della sua stagista suoi social network, ha maldestramente provato ad approfittarsene.


Il voto alla sensazione di essere stati sfruttati è per fortuna abbastanza basso, 3,5 su 10 (nella prima edizione della ricerca era ancor più basso, 3,06), anche se la prof. Pasqualini commenta «Basso, sì, ma non inesistente!». Risulta peraltro notevolmente minore – 2,92 –  tra i curricolari, rispetto invece al 3,92 che emerge conteggiando solo le risposte degli extracurricolari. Ovviamente, a sentirsi più sfruttati sono gli stagisti cui viene richiesto di svolgere il lavoro di un dipendente senza però il conseguente riconoscimento economico.

Nel caso dei tirocini curricolari, svolti cioè durante un percorso di studi formalmente riconosciuto, anche i cfu (i crediti formativi universitari) possono diventare una leva. Lo racconta un ragazzo di 21 anni, residente in una regione del Nord, a proposito del suo stage curricolare, avvenuto all’estero: «Han cercato di sfruttare al massimo i ragazzi dello stage, che sapevano che erano lì per un breve periodo, che dovevano lavorare perché sennò non veniva fatta la firma». C’è anche chi mette un limite netto, come una 24enne residente in una regione del Centro Italia, reduce da uno stage curricolare: «Io non vivo per lavorare, ma lavoro per vivere».

Chi paga lo stage

I curricolari non sempre ricevono indennità (per legge, è possibile). La condizione di molti stagisti che fanno questo tipo di percorso è riassunta nel racconto di un ragazzo di 22 anni, del Nord, che ha fatto u curricolare senza indennità né benefit: calcola che per mantenersi gli servissero 800-900 euro al mese. La famiglia gliene passava circa 700. Lavorare non era possibile: «Con lo studio dell’università e lo stage non avrei avuto il tempo per farlo».

Chi ha svolto uno stage curricolare indica in prevalenza un fabbisogno tra 500 e 800 euro al mese, perché spesso gli stagisti-studenti vivono ancora con i genitori. Per lo stesso motivo, anche chi ha fatto stage extracurricolari indica cifre simili, ma stima che per essere veramente autonomi servirebbero 1.500-1.600 euro (nella prima edizione della ricerca la quasi totalità degli stagisti risultava mantenuta dalla famiglia). Tra le criticità indicate ci sono infatti l’impegno non riconosciuto sul piano economico e la difficoltà di sostenere lo stage senza la famiglia: lo stage si trasforma così, attesta la ricerca, in un’esperienza poco inclusiva e non ancora per tutti.

stage lavoro cristina pasqualini ricerca qualitativa stageDopo lo stage: una porta sul lavoro, o su ciò che non si vuole fare

All’utilità di questi percorsi di formazione on the job per entrare nel mondo del lavoro va un voto pari a 7,9 su 10: in particolare chi ha fatto un’esperienza curricolare mette in media 7,64 – anche perché in questo segmento quasi tutti non hanno in mente di essere assunti, ma di tornare agli studi dopo aver terminato lo stage. Invece la valutazione è 8,06 per gli extracurricolari, che vedono nello stage una porta verso l'assunzione. Per qualcuno poi l’utilità è da intendersi all'inverso – come per un ragazzo di 22 anni, residente al Nord, che al momento dell’intervista stava svolgendo uno stage curricolare: «Sicuramente lo stage mi ha aiutato a capire cosa non voglio fare».

Ragazze e ragazzi, Italia ed estero

Le ragazze legano la loro valutazione della valorizzazione ricevuta durante il percorso di stage all’inclusione nelle attività dell’ufficio e all’empatia del gruppo di lavoro, e lamentano lo sfruttamento quando vengono relegate a compiti di segreteria o trattate con paternalismo; i ragazzi misurano invece più in base a fattori come responsabilità, autonomia, disparità economica con i dipendenti. Dalle interviste con giovani del Nord si staglia il racconto di ritmi intensi e scadenze pressanti in ufficio; dalle (non moltissime) testimonianze del Centro-Sud emerge che un ambiente accogliente non è scontato. Le persone che hanno fatto esperienze all’estero –assenti nella prima edizione della ricerca – raccontano in generale grande professionalità e una percezione di sfruttamento molto bassa.

Il bilancio è positivo: lo stage serve, secondo i giovani, ad avere l’opportunità di applicare ciò che hanno studiato, farsi le idee più chiare sul proprio futuro, arricchire il curriculum. E a chi sta per cominciare gli intervistati caldeggiano di farne e di non «abbattersi alle prime difficoltà», per citare le parole di una ragazza di 21 anni.

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