Peter Pan non per scelta ma per forza: nelle pagine di «Gioventù sprecata» i motivi che impediscono ai giovani di diventare adulti

Annalisa Di Palo

Annalisa Di Palo

Scritto il 13 Dic 2010 in Approfondimenti

«Mandiamo i bamboccioni fuori di casa», tuonava nell'ottobre 2007 l'ex ministro dell'economia Tommaso Padoa-Schioppa davanti alle commissioni bilancio di Camera e Senato. Definizione discutibile ma concetto valido: arrivata una certa età, bisogna fare un bel passo in avanti e superare la linea che separa i giovani dagli adulti. Ma perché in Italia si fatica a diventare grandi? Se lo chiedono l'economista Marco Iezzi e la giornalista Tonia Mastrobuoni nel sottotitolo del loro libro «Gioventù sprecata» (Laterza, collana Robinson; a destra, la copertina), incentrato su quello che  non è più solo un fenomeno culturale ma un'emergenza sociale che ha radici politiche ed economiche.

Il bamboccionismo è il risultato di un Paese che non ha saputo reagire al cambiamento e ancora si crogiola in miti morenti, come quello dell'istruzione "migliore del mondo". «Ultimi a scuola» si intitola infatti il primo capitolo, dedicato alla scuola pubblica, in cui spicca un dato, ripreso da un’indagine dell’Ocse, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: su 29 Paesi  l'Italia si classifica vergognosamente 26esima per la qualità della formazione scientifica dei suoi quindicenni. Con un successo scolastico ancora legato alla condizione familiare, aggiungono gli autori, e il 97% della spesa totale che va in stipendi - che però paradossalmente sono tra i più bassi d'Europa. Chi prosegue con l'università deve poi mettere in conto la possibilità di stare «A bagno nel feudo dei baroni». Il problema qui non è tanto  la mancanza di fondi, ma la loro pessima gestione: usati per distribuire posti ad hoc, moltiplicare le cattedre attraverso un assurdo «gigantismo universitario» («che prospettive può avere un laureato in Scienza e tecnologia del packaging e uno in Benessere del cane e del gatto»?) e sfornare stipendi da favola a fine carriera. Mentre rimangono in secca servizi allo studente (0,04% della spesa totale) e ricerca.

C'è poi in nocciolo duro della questione: il lavoro. L'Italia si trascina dietro un dato cronico singolare: sebbene sia sotto la media europea per disoccupazione media, primeggia per disoccupazione giovanile. «C'è ancora qualche manager italiano che va in giro gigioneggiando sulla sua condizione di "precario". Con emolumenti da milioni di euro all'anno» ironizzano Iezzi e Mastrobuoni, ma il mito della flessibilità come opportunità  crolla  di fronte alla mancanza di protezione contro l'instabilità lavorativa, ai salari anche qui troppo bassi (1026 euro lo stipendio medio degli atipici calcolato dall'Istat) e all'eccessiva reiterazione nel tempo della condizione, che tiene a bagnomaria la stragrande maggioranza degli under 35. Senza dimenticare la disparità di trattamento pensionistico rispetto alle generazioni precedenti. Un «tradimento compiuto ai danni delle nuove generazioni», il leit motiv del libro.

Difficile così diventare indipendenti, prendere casa e fare figli («Donne a casa, culle vuote» il titolo di un altro capitolo). Tanto più se l'imposta flessibilità si scontra con la rigidità del sistema di credito che, nelle parole del presidente dei Giovani Confcommercio Paolo Galimberti, preferisce «finanziare le garanzie, non le idee». Affitti alle stelle, prezzi delle case sempre alti nonostante la bolla immobiliare, mutui inaccessibili: uno studio di Enrico Moretti, professore di Economia alla University of California e fra i protagonisti del libro, ha evidenziato che degli under 35 italiani oltre tre su quattro rimangono a casa con mamma e papà.

Perché in «Gioventù sprecata» parlano i fatti ma anche le persone. La seconda parte del libro è dedicata alle interviste. Sei mosche bianche, giovani talenti che dicono la loro e spiegano come ce l'hanno fatta in patria: la biologa Chloé Cipolletta; la regista teatrale Emma Dante; Frida Giannini, direttore creativo di Gucci; Michel Martone [nella foto a sinistra], oggi 37enne, diventato professore ordinario a trent'anni ; la scrittrice Valeria Parrella;  il direttore generale della Ducati Motor Filippo Preziosi. Poi sei emigrati, eccellenze nostrane che hanno fatto fortuna all'estero: oltre a Moretti ci sono Paola Antonelli, senior curator al MoMA di New York; il dirigente Onu Ugo Bot; Antonio Giordano, chirurgo e oncologo alla Temple University di Philadelphia; Roberto Isolani, banchiere Ubs a Londra; il vicepresidente della Roche Luca Santarelli, a Basilea.
Infine sei grandi vecchi, nomi prestigiosi, testimoni della guerra e della rinascita del Paese: Gae Aulenti, Andrea Camilleri, Dario Fo, Margherita Hack, Dacia Maraini. E Mario Monicelli [nella foto a destra], che solo pochi giorni fa, il 29 novembre, a 95 anni si è tolto la vita. Con i giovani il regista era stato tutt'altro che tenero - poco solidali, passivi, assuefatti alle comodità - ma l'obiettivo era quello di spronare: «Il ruolo della politica è sempre stato quello di incitare la speranza e di tenervi tranquilli e farvi credere che le cose andranno meglio. Ma la speranza è una truffa. [...] Non bisogna avere speranze, bisogna avere desideri, mete e traguardi da raggiungere». Hanno pareri diversi, i grandi vecchi, e c'è chi comprende e giustifica, ma per tutti rimane l'amarezza di un enorme vitalità che si sta perdendo. «Gioventù sprecata», appunto. Ma se la diagnosi è chiara, qual è la cura? Sono due le parole chiave: riforme e fiducia. Secondo gli autori, «al momento, un'utopia».

Annalisa Di Palo


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