84mila via dall'Italia nel 2021, 35mila sono giovani: «In Italia messi in riserva»

Ilaria Mariotti

Ilaria Mariotti

Scritto il 15 Dic 2022 in Notizie

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L'onda lunga della pandemia si abbatte anche sugli espatri, e così per il secondo anno consecutivo le partenze degli italiani verso l'estero segnano un calo. Gli espatriati 2021, si legge nel rapporto Italiani nel mondo – giunto alla diciassettesima edizione e pubblicato poche settimane fa – «sono stati 83.781, la cifra più bassa rilevata dal 2014, quando erano stati più di 94mila». Il trend di decrescita era già presente, ma l'impatto dell'emergenza sanitaria è stato più forte nella fase successiva rispetto a quella iniziale dello scoppio del Covid («si è trattato di una frenata dolce, diventata però brusca nei dodici mesi successivi»), facendo contrarre del 23% le iscrizioni all'Aire, l'anagrafe degli italiani all'estero che ha contato nel 2022 25.747 connazionali in meno sull'anno prima. Rispetto al 2020 la discesa diventa invece più marcata, raggiungendo il 36%.

Il dato potrebbe però essere viziato: 
«Il primo problema che indicano gli italiani all'estero quando si chiede loro il perché non risultino iscritto all'Aire è quello dell'interruzione dell'assistenza sanitaria» segnala all'evento di presentazione dello studio curato dalla Fondazione Migrantes Toni Ricciardi [nella foto], coautore della pubblicazione, storico dell'emigrazione specializzato nell'emigrazione italiana in Europa che insegna all'università di Ginevra ed è appena stato eletto alla Camera in quota Pd.

Molti italiani, pur di mantenere in patria il cosiddetto medico di base, necessario più che mai in tempi di emergenza sanitaria, decidono cioè di spostarsi in maniera non ufficiale, sottraendosi all'obbligo di registrazione all'Aire.
Con il risultato che i flussi di mobilità irregolari, da sempre esistenti, «possano essere aumentati». Non bisogna dimenticare poi, si legge nel rapporto, «anche tutti quelli che partono per progetti di mobilità di studio e formazione» per i quali l'obbligo di iscrizione all'Aire non sussiste e che dunque sfuggono al conteggio.

Ma al di là della esaustività dei dati, il numero di espatri resta comunque massiccio. E soprattutto permane il desiderio dei giovani di abbandonare il paese. L'identikit di chi se ne va dall'Italia resta infatti quello di un giovane, prevalentemente maschio (il 54,7% del totale), tra i 18 e i 34 anni (41,6% che diventa 23,9% tra i 35 e i 49 anni), celibe o nubile (66,8%), che va a vivere in un paese europeo in quasi l'80% dei casi.

Sono sopratutto i giovani ad andarsene: quasi 35mila degli 84mila che hanno spostato la residenza all'estero nel 2021 sono infatti under 35. Hanno fatto e spese della pandemia «che si è abbattuta su di loro con tutta la sua gravità, rendendoli una delle categorie più colpite dalle ricadute sociali ed economiche». La mobilità è così irrefrenabile «perché l’Italia ristagna nelle sue fragilità e ha definitivamente messo da parte la possibilità per un individuo di migliorare il proprio status durante il corso della propria vita, accedendo a un lavoro certo, qualificato e abilitante». I giovani sono confinati per anni come «riserve di qualità e competenze», mentre il tempo scorre, denuncia il rapporto. Non c'è da stupirsi quindi se in oltre un quarto di secolo, dal 2006 al 2022, «la mobilità italiana è cresciuta dell’87% in generale, del 94,8% quella femminile, del 75,4% quella dei minori e del 44,6% quella per la sola motivazione 'espatrio'».

Il nodo resta sempre quello del mancato ritorno di chi parte. E quindi della perdita di una popolazione giovane che fa le valigie e non solo va, ma rimane all'estero. All'origine, como sottolinea il rapporto, c'è «un tasso di occupazione per i 15-29enni pari, nel 2020, al 29,8%, e quindi molto lontano dai livelli degli altri paesi europei», che sfiorano il 50%. E al di sotto di tredici punti rispetto all'occupazione dei 45-54enni. La storia dunque si ripete.

Dal punto di vista geografico non ci sono differenze sostanziali perché a dire addio all'Italia sono i giovani di tutte le regioni, quasi a pari merito con poco più di 45mila ragazzi provenienti del Nord, contro i 38.757 del centro sud, nonostante qui la disoccupazione colpisca maggiormente. Anzi, è proprio la 'ricca' Lombardia la regione che si spopola di più secondo il rapporto, seguita dal Veneto.

L'Italia «è strutturalmente caratterizzata da mobilità in partenza e in arrivo» aggiunge Delfina Licata, sociologa e curatrice del rapporto, restando dunque un paese di emigrazione, e che non si è mai trasformato nel suo contrario,
cioè un paese di immigrazione. Una frase che si sente dire ma che «è smentita dai fatti» commenta il dossier, perché dal nostro paese si continua a partire in cerca di fortuna. Tanto che la comunità degli italiani all'estero ha raggiunto i 5,8 milioni di iscritti ufficiali all'Aire, di cui 1,2 milioni in età compresa tra i 18 e i 34 anni, superando i 5,2 milioni di stranieri che risiedono invece sul territorio nazionale.

Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è intervenuto sulla questione con un messaggio inviato all'evento di presentazione: «Il nostro paese, che ha una lunga storia di emigrazione,
deve aprire una adeguata riflessione sulle cause di questo fenomeno» ha detto «e sulle possibili opportunità che la Repubblica ha il compito di offrire ai cittadini che intendono rimanere a vivere o desiderano tornare in Italia».

Una risposta, a dire il vero, la dà proprio lo studio: da tempo ormai «i giovani italiani non si sentono ben voluti», si legge del Rim 2022. L'unica scelta «per la risoluzione di tutti i problemi esistenziali (autonomia, serenità, lavoro, genitorialità) è l’estero». Si crea così una spaccatura sempre più marcata tra due comunità di italiani: «una demograficamente in caduta libera che risiede e opera all’interno dei confini nazionali e un’altra, sempre più attiva e dinamica, che però guarda quegli stessi confini da lontano».

Ilaria Mariotti 

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