Freelance, problemi e soluzioni per il lavoro autonomo secondo Acta

Ilaria Mariotti

Ilaria Mariotti

Scritto il 09 Lug 2018 in Approfondimenti

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Non solo 'riders'. Nonostante siano i fattorini delle consegne a domicilio la categoria di lavoratori autonomi al centro del dibattito degli ultimi giorni, perfino convocata a un tavolo dal neoinsediato governo gialloverde – il vero mondo dei veri freelance è un altro: ben più ampio, e bisognoso di riforme. Lo ha sottolineato ancora una volta Anna Soru, presidente di Acta, l'associazione dei freelance, in una conferenza alla Camera dei deputati in cui sono stati presentati i dati della ricerca europea I-Wire: I lavoratori indipendenti, chi sono e che cosa vogliono, condotta online su un campione casuale di circa 900 freelance appartenenti a otto Paesi europei. Che svolgono oggi attività sempre più fluide, i cosiddetti 'contingent work' come li ha definiti Soru, ovvero lavori caratterizzati da flessibilità e frammentarietà, in crescita con la diffusione delle tecnologie digitali. E in tal senso, per Acta, i riders sono solo una microscopica parte della galassia composta dagli autonomi. 

Presente anche la deputata Cinque stelle Tiziana Ciprini, già deputata nella scorsa legislatura e componente della commissione Lavoro, che ha ricordato come nel Decreto dignità qualche passo in avanti già sia stato fatto. La disattivazione del redditometro, strumento in mano al fisco per la determinazione del reddito, la semplificazione dello spesometro che da ora prevederà un solo adempimento annuale, l'abolizione dello split payment che consentiva il pagamento dell'Iva direttamente per mano della pubblica amministrazione in caso di acquisti di beni e servizi. Tutte misure pensate «per semplificarvi la vita» ha chiarito Ciprini, e nello specifico per lo split payment finalizzate a «lasciare maggiore liquidità in tasca ai professionisti», penalizzati secondi i 5 Stelle dal mancato incasso dell'Iva.

Forse però a perderci davvero sono solo i più ricchi tra gli autonomi oggi attivi, un esercito che conta in Italia circa 3,5 milioni di lavoratori, vessati – come il sondaggio ha messo in luce – soprattutto dai bassi compensi
: in quasi tutti i Paesi la stragrande maggioranza ha guadagni al di sotto dei 30mila euro annuali. In Italia è così per oltre il 70 per cento tra questi, con una fetta pari al 23% che sta addirittura sotto i 10mila euro l’anno. Con queste cifre il regime fiscale adottato sarà quello della partita Iva dei cosiddetti minimi, che per definizione esclude il versamento dell'Iva e rimane fuori quindi dai recentissimi provvedimenti.


È pur vero che i compensi dei freelance sono difficilmente controllabili perché – ha sottolineato Soru – «essendo assimilati alle imprese sfuggono alla contrattazione collettiva, alle tabelle tariffarie e sono soggetti solo all'andamento del mercato». Per cercare di migliorare la propria condizione retributiva i freelance si trasformano sempre più spesso in 'slash workers', vale a dire lavoratori che esercitano più professioni allo stesso tempo. In Italia, secondo i dati della ricerca, il 54% svolge più di tre attività alla volta (il 26 “solo” due), a parimerito con gli altri paesi Ue. «Un lavoro solo non basta a mantenersi» si legge nella ricerca, e inoltre «è il mercato a richiedere flessibilità e le professioni stesse a avere confini sempre meno definiti». Altro tema è quello della discontinuità lavorativa, che interessa ancora una volta più della metà del campione di intervistati.

Non ci si trova poi di fronte a un gruppo marginale. «Il lavoro del futuro sarà sempre meno dipendente e sempre più intraprendente» ha ribadito Ciprini citando il libro Lavoro 2025, basato su una ricerca commissionata l'anno scorso dal Movimento Cinque Stelle, secondo cui si lavorerà «sempre più per obiettivi e team, con lavoratori chiamati a autogestirsi e mansioni ripetitive sempre più soggette a automazione».

La soluzione insomma qual è? Intervenire soprattutto sul welfare, partendo proprio da quel reddito di cittadinanza di cui tanto si discute e che – secondo Soru – potrebbe applicarsi «per garantire tutti i lavoratori esclusi dal sistema di welfare attuale nelle situazioni di malattia grave, disoccupazione, maternità»
. Lo spauracchio dell'assenza totale di reddito è infatti sempre dietro l'angolo per gli autonomi. Caso emblematico la maternità, non sempre riconosciuta alle lavoratrici da tutte le casse previdenziali: una delle principali ad esempio – la Gestione separata Inps – richiede di aver dichiarato almeno 15mila euro annuali per versare un'indennità. Una soglia elevata per le freelance, che mediamente percepiscono guadagni minori. 

Le proposte di Acta non finiscono qui. Urge anche «eliminare la distinzione tra autonomi e dipendenti nella definizione della no tax area, attualmente pari a 4.800 euro per gli autonomi, contro gli 8mila dei dipendenti» scrivono nel documento, e potenziare la formazione visto che «l’assegno di ricollocazione è riservato ai soli dipendenti». E ancora, creare più nidi e servizi alle famiglie a vantaggio di tutti i cittadini, senza invece «far piovere sul bagnato con incentivi pubblici a carico di tutti e diretti al welfare aziendale». Una politica che secondo Soru andrebbe a «avvantaggiare chi già lo è, ovvero i dipendenti». E poi le pensioni, per cui servono più investimenti onde evitare un futuro di pensionati in povertà «dove sarà evidente la disparità tra chi ricade in un regime prevalentemente retributivo e chi invece afferisce al sistema contributivo puro, tra cui soprattutto i giovani, sfavoriti anche da carriere lavorative tardive e discontinue».

Ci sono anche idee nuove da realizzare nell'immediato. Una è quella di «mantenere la copertura del welfare per un anno agli ex dipendenti che diventano autonomi». E iniziare a «computare tutti gli anni lavorati, anche quando il versamento contributivo è stato inferiore al minimale, ai fini del raggiungimento della soglia del numero di anni necessario per il pensionamento». Acta lancia pure una proposta forte: «Per contrastare il dilagare del lavoro gratuito e semigratuito» si legge ancora in calce allo studio, «introdurre un salario minimo orario e abbandonare completamente lo strumento dello stage extra curriculare» favorito da un programma come Garanzia giovani «pensato non per aumentare gli occupati ma per finanziare gli stage».

Quante di queste proposte verranno recepite da Lega e CinqueStelle e portate nell'attività legislativa ancora non si sa. Per ora la deputata Ciprini ha ammesso che sono i lavoratori freelance quelli che più «vanno incontro allo sviluppo e alle esigenze attuali, con una legislazione che invece resta indietro» e che dovrà essere aggiornata. E si è detta «aperta a interfacciarsi con associazioni e rappresentati di categoria per dare una risposta ottimale alle esigenze reali». 


Ilaria Mariotti

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