Laurea in ingegneria e lavoro quasi assicurato, ma attenzione alla scelta dell'indirizzo

Giada Scotto

Giada Scotto

Scritto il 07 Dic 2017 in Approfondimenti

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Se prendersi una laurea significa fare un investimento, investire tempo, impegno e denaro con la speranza di aprirsi una buona strada per il futuro, i diplomati che decidono di intraprendere un percorso di studi in ingegneria sembrano proprio aver fatto centro. La laurea in ingegneria risulta infatti una garanzia anche in tempi di crisi, con un tasso di occupazione, a un anno dal conseguimento del titolo, pari all’84,9%. Una percentuale destinata a crescere a cinque anni dalla laurea, con ben il 93,4% di ingegneri occupati, superati solamente dai medici, il cui tasso di occupazione sfiora il 94%. Ma non è tutto: secondo i dati dell’ultimo rapporto AlmaLaurea la maggior parte degli ingegneri ha un contratto a tempo indeterminato (il 75,5% dei casi) e una retribuzione da far invidia agli altri colleghi laureati, con poco meno di 1700 euro mensili.

I giovani che hanno deciso di puntare sulla "facoltà vincente" sono stati nell'ultimo anno accademico quasi 42mila (il 40,5% degli immatricolati dell'intera area scientifica), ma le ragazze non arrivano a 10mila. La maggior parte di queste risultano iscritte al Politecnico di Milano, che si conferma l'ateneo più "women-friendly". Ma se i numeri continuano ad attrarre tanti neodiplomati, prospettando un percorso tutto rose e fiori, a rovinare o, perlomeno, complicare i piani degli aspiranti ingegneri è la sostanziale differenza in termini di garanzia d’occupazione - e di retribuzione - tra gli indirizzi di studio a disposizione.

Nonostante il 2016 abbia registrato la più elevata domanda di laureati in ingegneria degli ultimi sedici anni (26.540 secondo i dati raccolti dal centro studi del Consiglio nazionale degli ingegneri), infatti, i valori si mostrano tutt’altro che omogenei: ad essere particolarmente richiesti sono gli ingegneri meccanici ed energetici (con una retribuzione media netta mensile a cinque anni dal titolo di 1.790 euro), nonché quelli del settore informatico (1.703 euro), elettronico (1.744 euro) e delle telecomunicazioni (1.652 euro), con un aumento della domanda di oltre il 20% rispetto al 2015.

Soffrono invece i laureati degli indirizzi civile e ambientale (le cui retribuzioni medie si fermano a 1.490 euro), che hanno visto ridursi il numero di opportunità lavorative del 5,5% rispetto al 2015: «È vero che la parte più consistente dei laureati in questi ambiti svolge la propria attività lavorativa in qualità di liberi professionisti» si legge nel rapporto del Consiglio nazionale «ma è pur vero che il dato negativo è l’indicatore di un contesto generale in cui il settore delle costruzioni e delle opere pubbliche, dopo anni di profonda crisi e di tagli di spesa consistenti, sta evidenziando solo ora limitati segnali di ripresa».

E il maggior calo nelle assunzioni di questi due profili si riscontra al Sud: quasi un quarto in meno. Un dato che riflette una più generale disparità tra Nord e Sud nella domanda di lavoratori con competenze ingegneristiche, con circa due terzi delle assunzioni localizzate nelle regioni settentrionali: basta pensare che Lombardia e Piemonte coprono da sole il 40% del totale di assunzioni in Italia, con oltre 10mila opportunità lavorative rivolte per lo più a ingegneri dell’area elettronica e dell’informazione, ma anche a ingegneri gestionali, industriali e dell’area mista. Cresce invece la richiesta di profili informatici ed elettronici nel Centro Italia e in particolar modo nel Lazio dove, delle 4mila assunzioni totali, più della metà è riservata a questi due profili.

Un divario netto, dunque, che non colpisce soltanto il mondo delle imprese ma anche quello dell’università. Al momento di scegliere l’ateneo a cui scriversi, infatti, le future matricole si trovano davanti un panorama ben chiaro: secondo la classifica delle facoltà di ingegneria italiane selezionate dalla guida Censis-Repubblica per il 2017 ad occupare le prime quattordici posizioni sono università del Centro-Nord, con in testa l’università di Modena e Reggio Emilia, seguita dal Politecnico di Torino e da quello di Milano. I primi due atenei del Sud si trovano al 15esimo e 16esimo posto, e sono rispettivamente l’università di Catanzaro e quella di Cagliari.

«La classifica della didattica Censis si basa su due indicatori in relazione ai quali i corsi di laurea triennali di ingegneria di Cagliari risultano a volte più, a volte meno competitivi» ha spiegato a Repubblica degli Stagisti Corrado Zoppi, presidente della facoltà di Ingegneria dell’ateneo cagliaritano: «per quanto riguarda l’internazionalizzazione, infatti, Cagliari è seconda, avendo il nostro ateneo e, in particolare i corsi di ingegneria, una tradizione al riguardo consolidata e in espansione; ma è 31esima per ciò che riguarda la progressione di carriera dello studenteuna problematica abbastanza radicata nei corsi di ingegneria di Cagliari, dove il tempo medio della laurea triennale è stato, nel 2015, di poco inferiore ai sei anni, mentre quello dei corsi di ingegneria di diverse università del Centro-Nord è inferiore di circa un anno e mezzo». Per questo motivo «già dall'anno scorso il coordinamento didattico della facoltà ha  cercato di indirizzare la questione, e l'offerta formativa di  quest'anno ha riorganizzato i corsi di matematica e fisica del primo anno cercando di rendere meno gravoso il carico didattico delle matricole».

Questo perché «la lentezza della progressione della carriera ha effetti molto negativi sia sul numero di studenti iscritti in corso che sul numero di laureati magistrali e, in cascata, fa sì che gli stessi corsi di laurea magistrale risentano di un numero minori di iscritti
» spiega Zoppi «proprio perché i laureati triennali sono molti meno di quelli che potrebbero e dovrebbero essere. Su questo aspetto gli atenei del Centro-Nord hanno iniziato a lavorare molto prima di noi e ciò ha portato a questa classifica piuttosto deludente sui corsi di Ingegneria degli atenei del Sud».

E il passaggio da uno step all’altro risulta in effetti un problema serio se si considera che meno della metà dei laureati triennali (il 47,6%) intende proseguire con la laurea magistrale, secondo i dati AlmaLaurea.Eppure la specialistica sembra dare decisamente più chances di una “semplice” triennale: «I nostri laureati magistrali hanno un’aspettativa di lavorare in maniera stabile, a cinque anni dal titolo, di circa l’80%. Questa aspettativa è invece decisamente più bassa per quanto riguarda i laureati triennali» conferma Zoppi.

A rendere più ghiotto il proprio curriculum agli occhi delle aziende è poi, accanto al titolo magistrale, una precedente esperienza lavorativa (specifica per la mansione o almeno nello stesso settore), necessaria in oltre due terzi delle assunzioni e considerata decisamente più rilevante rispetto a un ulteriore titolo di studio quale dottorato o master, richiesto in meno del 20% dei casi. Un fronte su cui gli studenti di ingegneria sembrano però dover migliorare, fermandosi a poco più del 56% la percentuale di laureati che hanno avuto esperienze lavorative durante gli studi. Laureati che non si fanno invece cogliere impreparati sulle altre due competenze più richieste dal mondo delle imprese, quella informatica e quella linguistica. Secondo i dati AlmaLaurea, infatti, la maggior parte dei neo-ingegneri ha una buona conoscenza della rete e dei programmi del pacchetto Office, nonché una conoscenza “almeno buona” dell’inglese (80 laureati su 100), considerato ormai un must in molte tipologie di lavoro, anche se i numeri scendono notevolmente se si guarda alla conoscenza di altre lingue, tedesco in primis

Ma quali sono, in fin dei conti, i settori a cui questi laureati possono puntare una volta terminati gli studi e fatto bagaglio di tutte le “plus-competenze” necessarie? Al primo posto si trovano il settore dei servizi e quello dell’industria: «Lo sbocco privilegiato per gli ingegneri dipendenti resta l’impresa di grandi dimensioni, ossia con più di cinquanta dipendenti» fanno infatti sapere dal centro studi del Consiglio nazionale di categoria. Molto più ristretta risulta invece la quantità di assunti negli studi professionali e nel settore delle costruzioni, dove però è molto elevata la quantità di liberi professionisti e consulenti e prevale, quindi, la domanda di lavoro autonomo rispetto a quello dipendente.

Giada Scotto

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