Laurea in lingue, ecco gli sbocchi lavorativi piu' gettonati

Giada Scotto

Giada Scotto

Scritto il 09 Apr 2018 in Approfondimenti

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Un titolo che permette di viaggiare, di entrare in contatto con altre culture, di mediare tra mondi differenti: di diventare, insomma, vero cittadino del mondo. È questa la prospettiva che rende attrattiva la laurea in lingue, sempre più gettonata tra gli studenti alle prese con la scelta dell’università; se quasi dieci anni fa il numero di iscritti alle triennali linguistiche ammontava a quasi 12mila studenti, nell’ultimo anno accademico si arriva a circa 26mila, secondo l’anagrafe Miur. Un “più che raddoppio” che non può passare inosservato, nonostante i dati dell’ultimo rapporto Almalaurea attestino il settore linguistico tra quelli con il più basso tasso di occupazione e di retribuzione: a un anno dal titolo magistrale risulta occupato solo il 68% dei laureati, con uno stipendio netto mensile che non arriva a mille euro; le cose migliorano un po' a cinque anni dalla laurea, quando il tasso occupazionale tocca l’80%, sebbene la retribuzione mensile raggiunga a fatica i 1200 euro.

Eppure soprattutto nel nostro Paese «la conoscenza delle lingue resta ancora limitata e una solida preparazione può risultare per questo particolarmente spendibile» riflette Leonardo Buonomo, coordinatore del corso di laurea in Lingue e letterature straniere dell’università di Trieste, al primo posto nell’ultima classifica
Censis per la didattica – «un risultato lusinghiero, raggiunto grazie all’attenzione dedicata alla formazione linguistica e culturale dei nostri studenti, al lavoro sui testi in lingua originale e alla collaborazione tra docenti di lingua e letteratura», tutti parametri da controllare e tenere bene in conto al momento della scelta di un ateneo.

Ma quali sono le possibilità che si aprono a un futuro studente di lingue al momento della scelta del corsodi studi? Per quanto riguarda la laurea triennale, le opzioni sono essenzialmente due, sebbene si possano riscontrare differenze da ateneo a ateneo: il corso in lingue e letterature / culture straniere, il più tradizionale, di stampo linguistico e letterario, e quello in traduzione e mediazione linguistica, che mira a formare più specificatamente traduttori e mediatori interlinguistici e interculturali.

Due corsi simili ma fino a un certo punto, così come risulta anche dagli sbocchi occupazionali, che appaiono più “indeterminati” e dunque anche variegati per il primo corso di studi e più chiari per chi invece sceglie la strada della traduzione: «Un laureato in lingue e letterature straniere può trovare occupazione nell’editoria, ad esempio come redattore per lingue straniere, ma anche in enti turistici e internazionali; può inoltre lavorare nelle aziende, soprattutto negli uffici addetti all’import-export, o puntare all’insegnamento, nel qual caso sarà poi però necessario il titolo magistrale e il Fit, il vecchio tirocinio formativo attivo» spiega alla Repubblica degli Stagisti Renata Londero [nella foto a destra] , docente di lettura spagnola e membro dell’Associazione laureati in lingue dell’università di Udine. Per i laureati in traduzione e mediazione si aprono invece le porte della traduzione a 360 gradi: «possono lavorare nell’ambito della traduzione dei testi letterari o turistici, ma anche di quelli più specificatamente tecnici, come i testi economici e giuridici».

Se la laurea triennale fornisce però delle buone basi, la magistrale, pur prevedendo i medesimi sbocchi occupazionali, fornisce agli studenti di entrambi i corsi di laurea competenze più specifiche, «ed è per questo che consiglio di proseguire, soprattutto agli studenti del primo corso di studi, poiché il secondo risulta già un po’ più professionalizzante». Anche per la professione di traduttore o interprete, però, la laurea magistrale è fortemente consigliata, come sottolinea Tiziano Angelo Leonardi [nella foto in basso] , presidente dell’Associazione nazionale italiana traduttori e interpreti: «Il quadro europeo delle qualifiche prevede che, per esercitare queste professioni, si abbia il titolo magistrale. Per questo resto perplesso quando alcune università dicono agli studenti che basta una triennale».

Traduttore e interprete non indicano tuttavia la stessa professione e la consapevolezza di quale dei due percorsi s’intende intraprendere è fondamentale per fare delle buone scelte: «Normalmente le facoltà di lingue sono più votate alla traduttologia, quindi al codice scritto, ed è per questo che consiglio di controllare l’offerta formativa dei vari corsi di laurea su internet», così da scegliere il percorso più adatto: «Un aspirante traduttore dovrà seguire sicuramente lezioni di filologia e traduttologia ma, rispetto al collega aspirante interprete, ha la strada più spianata; dopo la laurea magistrale infatti può già iniziare a lavorare» anche se «il mio consiglio è quello di chiedere, di legarsi magari ad un’associazione come la nostra, che può aiutarlo a muovere i primi passi, anche semplicemente fornendogli delle informazioni» dice Leonardi. Per un aspirante interprete, invece, le chances occupazionali aumentano con un master post-laurea magistrale «che conviene fare all’estero».

Nel settore pubblico le opportunità per interpreti e traduttori si riscontrano soprattutto nella pubblica amministrazione, di cui fanno parte organi come il ministero degli Esteri e quello dell’Interno, ma anche nelle istituzioni europee, «che bandiscono spesso concorsi in cui vengono richieste lingue poco comuni ma appartenenti al gruppo europeo, come il danese o il neo-ellenico» evidenzia Leonardi. Nel privato invece a farla da padroni sono i grandi organismi multinazionali, a cui si affiancano altre possibilità: «Una è quella del traduttore letterario, sebbene il percorso sia reso difficoltoso dal fatto che molte case editrici hanno già un loro circuito di traduttori collaudati; un’altra strada è poi quella per un traduttore di lavorare da freelance, aprendo uno studio tramite cui si pone sul mercato per un settore specifico, ad esempio come traduttore in ambito giuridico, per il quale però sono chiaramente richieste anche competenze di diritto».

Ma, scelto l’ateneo e lo specifico corso di laurea, quali lingue studiare? Ogni ateneo permette infatti agli studenti di scegliere due, a volte tre, lingue da approfondire; ma se Londero suggerisce di «abbinare una lingua a maggiore diffusione con una più “di nicchia” tra quelle dell’Unione europea», Buonomo consiglia invece l'opposto, e cioè di «abbinare l’inglese a un’altra lingua a larga diffusione, come spagnolo, francese o tedesco, che rappresentano una carta importante da giocare nel mondo del lavoro».

Qualora la curiosità spingesse poi a guardare verso le lingue orientali, sempre più gettonate dai giovani iscritti, è bene prendere in considerazione prima di scegliere il fatto che «per conoscerle bene è necessaria una più lunga permanenza all’estero, indispensabile per avvicinarsi a culture così lontane dalla nostra» avverte Leonardi. Fermo restando, però, che un periodo all’estero serve a tutti in questo tipo di laurea, non solo per l’apprendimento della lingua, ma anche per una vera e propria «acquisizione della forma mentis».

Un fattore da non tralasciare al momento della scelta della lingua è poi senza dubbio anche il territorio in cui si opera, poiché la domanda proveniente dal mercato del lavoro varia molto anche a seconda delle attività e del turismo che caratterizzano ciascuna area: «In una regione come la nostra, ad esempio, la conoscenza di una lingua minore come lo sloveno può aprire molte porte» evidenzia Buonomo, e per fare qualche ricerca di questo tipo è sufficiente rivolgersi per esempio alla camera di commercio locale, che può dare qualche dritta.

Ma, se si punta in alto, il lavoro non finisce qui: se la conoscenza di più lingue, accompagnata da un soggiorno all’estero, può essere considerata già un buon biglietto da visita, «le possibilità di trovare lavoro aumentano infatti considerevolmente se, a questi, gli studenti affiancano altre conoscenze, come l’informatica, il marketing o la capacità di muoversi con disinvoltura nel terreno dei social network», conclude Buonomo.


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