I fuori sede riusciranno a votare alle prossime elezioni? Tutto dipende da un emendamento

Irene Dominioni

Irene Dominioni

Scritto il 11 Ott 2017 in Notizie

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Giovani che vengono da Bari e studiano a Pavia, che da Palermo si trasferiscono a Roma, a Padova da Napoli, a Bologna da Torino. Adulti che lavorano in una regione diversa dalla loro, e magari tornano a casa soltanto per le feste comandate. Sono i “fuori sede”, coloro che, per motivi di studio, lavoro o magari di salute, sono lontani da casa, anzi, per essere più precisi, dal loro comune di residenza. E quando si tratta di votare per le elezioni, sono grane.

Per poter votare dall’estero il meccanismo è già consolidato da qualche anno, e basta essere registrati all’Aire, l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero, per imbucare il proprio voto nella cassetta postale (anche se, va detto, ci sono moltissimi italiani all’estero che non sono iscritti nei suoi registri). All’interno dei confini italiani, però, paradossalmente questo diritto non esiste: il voto è strettamente vincolato alla residenza, e l’unica agevolazione che lo Stato concede ai suoi cittadini è un rimborso spese sulla tariffa intera del treno. Un italiano quindi potrebbe ritrovarsi a dover andare da Aosta a Siracusa, dovendo affrontare 23 ore di treno e un esborso di 200 euro, unicamente per votare. Com’è possibile che per poter esercitare un proprio diritto/dovere (che peraltro sarebbe anche opportuno facilitare, considerando che in Italia abbiamo un’affluenza pari al 60%, stando ai dati delle ultime amministrative) si debba complicare la vita in questo modo ai cittadini?

Se l’erano chiesti, già diversi anni fa, anche i fondatori di quello che nel 2008 è diventato il Comitato Iovotofuorisede, nato proprio per sollevare la questione e consentire il voto in mobilità ai cittadini italiani che vivono lontani dalla propria regione. Dopo una petizione e il contatto con alcuni parlamentari e senatori, negli anni sono state elaborate diverse proposte di legge per rendere possibile l’early vote, la procedura di “voto anticipato” per le elezioni politiche, europee e referendarie per questi soggetti. Ben sei proposte, presentate dai deputati Carmelo Briguglio, Roberto Occhiuto, Federica Mogherini (oggi Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell'UE) e Annagrazia Calabria e dai senatori Francesco Pardi e Stefano Ceccanti, che si erano però risolte in un nulla di fatto, visto il parere negativo del ministero dell’Interno che sosteneva “difficoltà organizzative“ e “rischio brogli e manomissioni” con questa procedura. Ieri, però, la proposta di emendamento alla legge elettorale è stata nuovamente presentata in una conferenza stampa alla Camera da Andrea Mazziotti, presidente della Commissione Affari istituzionali, rimettendo sul tavolo la questione.

«Noi ci battiamo da dieci anni perché questo provvedimento venga attuato, dalla nostra prima petizione abbiamo ricevuto tante promesse, ma non si è mai concretizzato nulla» Stefano La Barberadice Stefano La Barbera, presidente del Comitato Iovotofuorisede. «Ieri abbiamo avuto la conferenza stampa per presentare la proposta, ma a metà giornata è stata emessa la fiducia, quindi l’emendamento è decaduto. Adesso stiamo spingendo perché venga discusso in Parlamento già questo giovedì». Il Comitato ha lanciato proprio oggi una petizione su Change.org perché il governo metta all’ordine del giorno l’emendamento e lo discuta il prima possibile. «Questo è un cambiamento che va introdotto se non vogliamo rimanere indietro rispetto al resto d’Europa. Siamo l’unico paese dell’Unione a non avere ancora una legislazione che consenta il voto in mobilità» aggiunge La Barbera.

Già molti paesi europei, tra cui Danimarca, Francia e Germania, infatti, utilizzano diverse modalità di voto da remoto. In Italia l’ipotesi più plausibile sarebbe quella dell’advanced voting, ovvero la votazione presso una sezione elettorale diversa da quella a cui si è iscritti nel comune di residenza, come già si usa in Danimarca - «un esempio utile di un sistema con cui vota il 5% della popolazione e si conserva la segretezza del voto», specifica il presidente del Comitato. Se dovesse andare in porto, l’emendamento potrebbe essere applicato in due modi: con una modifica alla legge elettorale, oppure attraverso un decreto da parte del governo in cui si regolamentino le modalità di voto in mobilità. «Non chiediamo un meccanismo specifico, ma di interrompere questa “astensione forzata” che vale per un milione di italiani, e parliamo di una stima elaborata per difetto» aggiunge La Barbera.

Sono molte le organizzazioni che hanno già dichiarato il loro appoggio all’iniziativa
. Tra queste, oltre a Iovotofuorisede, anche l’Erasmus student network, i Giovani democratici, la Rete per l’eccellenza nazionale, Skuola.net, l’Associazione dottorandi e dottori di ricerca (ADI), il Comitato Ventotene e l’Associazione nazionale famiglia emigrati. Andrea Mazziotti, che ha presentato la proposta, peraltro, si è distinto per aver promosso in passato diverse proposte di legge, tra cui la riforma dell’articolo 38 della Costituzione per garantire l’equità generazionale delle pensioni, sottoscritta da deputati di maggioranza e opposizione, e il compenso minimo per tirocinanti e praticanti negli studi professionali, con un restyling delle norme elettive per i vertici di alcune categorie professionali e uno “svecchiamento” degli ordini.

Dal Comitato si dicono speranzosi di vedere la misura entrare in vigore entro le elezioni politiche della primavera 2018
. «Il provvedimento era già stato appoggiato da più parti, sappiamo che il Parlamento è favorevole e speriamo che venga approvato in blocco soprattutto dal PD. La nostra richiesta è che non si rimandi più, questa è l’ultima occasione che abbiamo in questa legislatura di attuarlo», incalza La Barbera. Tra gli esponenti che si sono schierati a favore della proposta, Maria Elena Boschi, Anna Finocchiaro e Anna Ascani, dell’intergruppo giovani del Parlamento, con cui “abbiamo un’interlocuzione costante”, specifica il presidente del comitato.

«Le promesse che l’attuale governo ci ha fatto devono essere mantenute. I disegni di legge presentati finora sono quelli che hanno portato all’approvazione del voto all’estero anche per chi ci vive solo temporaneamente, e secondo lo stesso principio chiediamo che venga applicato anche qui». E in effetti, se il problema si può considerare risolto per gli italiani all’estero, oltre 4,8 milioni nel 2016 (nonostante l’iscrizione all’Aire e le tempistiche rimangano un po’ macchinose), basti dire che gli studenti che frequentano l’università al di fuori della propria regione sono ben 349mila (dato Istat del 2015), il che rappresenta solo una parte degli italiani in mobilità in altre regioni.

Dal Comitato, infine, tengono a sottolineare come si tratti di un emendamento tecnico e non politico. «L’early vote in prefettura garantisce segretezza e certezza, libera il diritto di voto e combatte l’astensione», riporta Andrea Mazziotti sul suo blog. E, soprattutto, «l’early vote assicura poi risparmi». Infatti, stando ai dati riportati, i rimborsi delle agevolazioni ferroviarie o marittime hanno richiesto l’impiego di circa 30 milioni di soldi pubblici tra il 2004 e il 2009, mentre la stima del governo sul voto dei cittadini temporaneamente all’estero nel 2011 si fermava a 700mila euro.

Dopo tante vicissitudini e rinvii, sembrerebbe essere arrivato il momento di dare una svolta alla questione, consentendo a tutti, a partire dai giovani, di esprimere il proprio voto anche a distanza, cercando di recuperare un almeno un po’ sul cronico ritardo italiano nello scenario europeo. «La legge elettorale è l’occasione per innovare le procedure di voto. Con l’Italicum abbiamo dato la possibilità di votare all’estero ai cittadini temporaneamente fuori dai nostri confini, come gli studenti Erasmus» incalza Mazziotti. «Ora facciamolo anche per chi studia o lavora a Milano, Bologna o Roma e risiede in un’altra regione. Una scelta di innovazione democratica».

Irene Dominioni

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