Donna, lavoratrice e madre: in un libro l'esperienza atipica di una expat

Chiara Del Priore

Chiara Del Priore

Scritto il 07 Gen 2015 in Interviste

Non è solo una testimonianza, ma un vero e proprio manuale di istruzioni per studenti e lavoratori espatriati. Vivere all’estero (editore Egea) è un racconto "di vita vissuta" di tre anni lontano dal nostro Paese scritto Francesca Prandstraller, che oggi ha 52 anni ed è docente di organizzazione e risorse umane all’università Bocconi di Milano, città dove vive e si occupa proprio di mobilità internazionale. Incarico ottenuto anche grazie alla perfetta conoscenza della lingua inglese e al possesso di un titolo di studio estero.

Quattordici anni fa - correva l'anno 2000 - la Prandstraller si trasferisce a Washington per seguire il marito manager, scelto dalla sua azienda per realizzare una missione internazionale. All’epoca è una libera professionista e lavora come docente a contratto e consulente. Al momento della partenza deve interrompere le sue attività e negli Stati Uniti non può lavorare, dato che il visto non prevede il permesso di lavoro per i coniugi al seguito di espatriati. Per questo decide di riprendere a studiare, conseguendo il Master of Art alla Georgetown University, prestigiosa università di Washington. Con lei e il marito ci sono le due figlie, allora di 11 e 5 anni, non proprio entusiaste della partenza.

P
er il genere femminile la situazione all'estero non è certo facile, anche perché nella maggior parte dei casi si ritrovano, come l'autrice, ad essere "accompagnatrici". Il numero delle professioniste impegnate direttamente in lunghe trasferte all'estero infatti, anche se è aumentato negli ultimi dieci anni, è comunque ancora molto ridotto: «Le donne sono  ancora troppo poche rispetto al totale degli espatriati. Le barriere sono innanzitutto organizzative: le aziende fanno fatica a scegliere i candidati secondo criteri oggettivi e quindi escludono spesso a priori le donne dalle missioni internazionali. Poi ci sono le difficoltà legate al work life balance, specie dai 35 anni in su, quando sia figli sia genitori anziani diventano ostacoli alla mobilità. E poi sono ancora un'esigua minoranza i partner maschi che si spostano al seguito di mogli in carriera internazionale. In termini di performance nella posizione all'estero invece non ci sono differenze tra uomini e donne, anzi».

Tornando alla storia: la Prandstraller è in America per accompagnare il marito, una condizione come si diceva comune a molte donne: «Per ora l'assoluta maggioranza dei partner al seguito è donna e ha problemi di interruzione della propria carriera e difficoltà di lavorare all'estero per problemi di lingua, di visti, di continuità con quello che faceva prima. Inoltre le donne hanno un impatto diretto con la società estera nella vita di tutti i giorni fin dal primo giorno, senza la mediazione dell'azienda: questo ruolo è molto stressante e può influire in modo positivo o negativo sul benessere dei figli e del partner, e quindi anche sulla performance lavorativa di quest'ultimo».

Il libro raccoglie anche le testimonianze di persone che hanno vissuto o vivono l’esperienza di un trasferimento all'estero, dagli studenti agli auto espatriati, dai manager che vanno in missione internazionale per l'azienda alle famiglie al seguito. Ma se la Prandstraller ha vissuto "di riflesso" la situazione di un manager che va all'estero per un periodo di tempo determinato, con una serie di benefit garantiti dall'azienda del marito, gli auto espatriati sono proprio coloro che non hanno un'azienda al momento della partenza e di conseguenza né uno stipendio né un alloggio garantiti, così come incerta è la data di rientro, a patto che ci sia un ritorno.

Vivere all’estero è un mix riuscito di queste voci e di approfondimenti sociologici legati a tutte le fasi dell’espatrio, dalla preparazione della partenza fino al rientro in Italia. La scelta della formula narrativa «nasce da studi precedenti ma anche dalla voglia di rendere accessibili gli strumenti, le idee e le teorie che circolano in accademia a chi si appresta ad andare a vivere all'estero per un periodo più o meno lungo, studenti compresi». 

E allora, quali sono le principali difficoltà per un espatriato? «Ovviamente ci sono una serie di variabili individuali che influiscono sull'adattamento, come la personalità, l'età, il reddito, la conoscenza della lingua e il supporto familiare e aziendale
». Anche il paese e la città che ospitano l’espatriato influiscono non poco sulla maggiore o minore difficoltà di adattamento. Le differenze tra paese e paese sono evidenti anche nella vita professionale: «Le pratiche lavorative e manageriali sono influenzate dalla cultura, quindi sarà diverso lavorare con manager giapponesi o con americani o indiani», spiega l'autrice. 

Oggi quello degli
expat è un universo complesso e in continua evoluzione. Innanzitutto capire come si compone la «comunità» degli espatriati non è facilissimo: il libro ad esempio non presenta né dati né statistiche, perché in realtà mancano cifre «istituzionali» del fenomeno: «questi dati non ci sono. Il nostro ministero degli esteri non fa questo lavoro. Quelli che abbiamo sono solo numeri su aziende private rilevati attraverso survey di società di consulenza che sono difficili da ottenere perché molto costosi. Anche a me sarebbe piaciuto avere dei dati quantitativi, ma non li ho trovati». 

Inoltre le stesse caratteristiche dell’espatrio sono cambiate rispetto a prima, dove prevalevano periodi lunghi di permanenza all’estero: «Le tendenze attuali parlano di  espatri più brevi, pendolarismo internazionale, gestione di team  e personale multiculturali anche in Italia
» conferma la Prandstraller: «Cresce il numero delle donne, anche se come detto gli ostacoli sono ancora tanti, sia nelle organizzazioni che in famiglia». 

Pur mettendo in luce problemi e difficoltà legati all’espatrio, Vivere all’estero lascia però un messaggio positivo: il trasferimento non è una fase circoscritta nel tempo e nello spazio ma un’opportunità per portare con sé anche al rientro un bagaglio di valori e conoscenze utili per la vita di tutti i giorni. «Sapere cosa significa sentirsi stranieri, affrontare il percorso di adattamento e integrazione, imparare a comunicare in un ambiente estraneo, sono tutti esercizi che ci portano a diventare individui più ricchi, a capire la diversità anche quando la vediamo sotto le finestre di casa nostra e a non cedere né alla chiusura etnocentrica né al relativismo eccessivo». In una fase come questa una conclusione tutt’altro che banale.

Chiara Del Priore

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