Giovani alle prese con la scelta dell'università, tra dubbi e opportunità

Giada Scotto

Giada Scotto

Scritto il 07 Set 2017 in Approfondimenti

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Per tanti giovani neodiplomati, dopo le fatiche estive della maturità, è arrivato il momento di confrontarsi con il futuro, chiamati a decidere sulla prosecuzione o meno degli studi e, in caso di risposta positiva, sulle università e facoltà ritenute più idonee alle proprie aspirazioni. Una scelta di certo non facile, se si tiene conto del fatto che, stando ai dati Almalaurea per il 2016, quasi un ragazzo su otto arriva alla vigilia del diploma ancora disorientato, ossia incerto su cosa fare del proprio futuro formativo e professionale: una percentuale che risulta particolarmente elevata negli istituti tecnici (21%), seguiti dai professionali (19%) e infine dai licei, in cui si riscontra solamente un 7% di “disorientati”. 

A tale disorientamento sembra doversi attribuire una scelta “errata” e/o poco consapevole dell’università, come testimonia il fatto che, già dopo il primo anno di corsi, il 14% degli studenti si dice pentito della scelta fatta. Una cifra destinata a peggiorare con l’avanzare del percorso universitario; a distanza di tre anni, l'insoddisfazione rispetto alla scelta compiuta riguarda quasi un quarto degli studenti universitari. Così l’8% di loro, a tre anni dal diploma, abbandona gli studi, mentre il 15% prosegue cambiando però ateneo o corso di laurea.

Di fronte a tanti ripensamenti sembra allora necessario interrogarsi su come i ragazzi compiano la sceltadell’università, quali siano i fattori che entrano maggiormente in gioco nel momento in cui prendono una decisione così importante e quali possano altresì essere gli “strumenti utili” a compiere una scelta più consapevole.

Ad influire particolarmente sulla scelta dell’università e della facoltà, dicono i dati Almalaurea, è il contesto socio-economico e culturale della famiglia: l’iscrizione all’università è infatti nettamente superiore tra i diplomati provenienti da contesti più favoriti (l’83% nel 2015) e quasi un terzo dei laureati ha almeno un genitore in possesso di un titolo universitario. Il contesto familiare non influisce tuttavia solo sul proseguimento degli studi, ma anche sulla scelta del corso di laurea: gli studenti di famiglie con livelli culturali più alti scelgono infatti con più frequenza corsi di laurea a ciclo unico rispetto al cosiddetto 3+2. 

Si può dunque a buon diritto sostenere che la famiglia sia al primo posto tra i fattori che più influenzano i futuri universitari, affiancata però dalla considerazione degli sbocchi occupazionali che, soprattutto in un momento complicato dal punto di vista lavorativo, non smettono di tormentare i ragazzi. A confermarlo sono i dati secondo cui molti giovani scelgono percorsi universitari differenti da quelli attinenti alle materie di studio preferite. E questo pur di avere qualche opportunità in più per il post-laurea. A riscuotere maggior successo tra le aree scelte seppure non in linea con il settore di studi preferito è in primis l’insegnamento (62%), seguito dall’area politico-sociale (58%), da quella relativa all’educazione fisica (37%) e infine dal settore ingegneristico (36%).

Scelte controverse dunque. Ma soprattutto scelte che testimoniano la necessità, per tanti giovani diplomati, di avere qualche “indicatore” a cui affidarsi oltre la passione. Dove reperire queste informazioni utili? L’indagine Almalaurea 2016 può fornire qualche spunto: le lauree che sembrano offrire più opportunità a cinque anni dalla conclusione sono quelle nel settore scientifico, che vede al primo posto medicina, con una percentuale di occupati pari al 95,4%, immediatamente seguita, con il 93,8%, da ingegneria e, al 90,4%, da economia-statistica. Buone ma nettamente inferiori le possibilità per i tanti laureati in lingue, che guadagnano il nono posto con l’80,2% di occupati, seguiti da psicologi e insegnanti, che si fermano al 78-79%. In coda alla classifica i giuristi, con il 72,3% di occupati a cinque anni dal titolo. 

La classifica varia leggermente se, invece di prendere in considerazione la percentuale di occupati, si guarda alle retribuzioni a cinque anni dalla laurea. A conquistare il primo gradino del podio sono gli ingegneri, con uno stipendio mensile netto pari a 1.705 euro, seguiti dagli occupati in ambito scientifico, che guadagnano circa 1.614 euro mensili. Medicina scende qui in quarta posizione, con un netto di 1.552 euro, mentre migliora di il posizionamento dei giuristi, che salgono alla decima posizione con un guadagno di 1.209 euro. Ultimo posto per gli occupati in psicologia, il cui stipendio netto mensile non sembra raggiungere le quattro cifre, fermandosi a 980 euro.

Le indicazioni confermano dunque in gran parte le aspettative: il settore scientifico resta in testa rispetto a quello umanistico sia per sbocchi occupazionali che per retribuzioni, nonostante le cifre di queste ultime restino mediamente basse anche per i primi classificati. Basse ma sempre superiori, mostra l’indagine, a quelle dei non laureati. Se infatti qualche giovane diplomato si stesse domandando, visto la situazione del mercato del lavoro, se vale ancora la pena laurearsi, la risposta che emerge dai dati è «sì»: i laureati continuano infatti ad avere più possibilità di occupazione rispetto ai diplomati e una retribuzione che supera in media del 50% quella di coloro che non possiedono un titolo universitario. 

Ad aumentare poi ulteriormente le chance di trovare lavoro, se affiancati ad una laurea, sono stage e tirocini (chi ne ha svolto almeno uno ha il 60% in più di possibilità rispetto a chi non l’ha fatto) ed esperienze di studio all’estero, che incrementano le opportunità occupazionali del 31%.

Una volta scelta la facoltà tenendo d’occhio i dati occupazionali e le esperienze “collaterali” che possono aumentarne la spendibilità, bisogna però orientarsi anche nella scelta dell’università. Uno degli strumenti più noti sono le classifiche degli atenei che premiano ogni anno le università migliori e peggiori inserendole in una graduatoria generale determinata dai punteggi raggiunti nei vari parametri valutati.

Sull’attendibilità di tali classifiche Repubblica degli Stagisti ha interrogato Alfonso Fuggetta, docente di informatica presso il Politecnico di Milano: «Le classifiche universitarie danno indicazioni di massima e devono essere considerate con grande prudenza, esaminando specialmente i criteri sulla base dei quali vengono costruite
» ammonisce l'esperto: «Le tendenze che indicano sono ragionevoli ma devono, per l’appunto, essere considerate con attenzione». In generale «i ranking internazionali, come QS, sono più solidi e testati mentre, per quanto riguarda quelli fatti in Italia, anche io rimango a volte sorpreso dai risultati che si vedono». 

Se le classifiche si configurano quindi come uno strumento da utilizzare con attenzione e intelligenza, unulteriore aiuto nella valutazione dell’ateneo da scegliere può arrivare, secondo Fuggetta, dalle università stesse, la maggior parte delle quali «offre oggi servizi di supporto alla scelta del percorso di studi, sia con uffici dedicati che con strumenti web». Essenziale è dunque cercare di informarsi il più possibile e non lasciarsi influenzare nella scelta da fattori come la distanza, perché «l’università si frequenta, tendenzialmente, una sola volta nella vita e sceglierne una perché vicina è profondamente sbagliato. Se non ci sono vincoli familiari o di altra natura va scelto l’ateneo che garantisce il miglior corso di studi, e relativo sbocco professionale, per l’indirizzo che si desidera seguire». 

Scegliere l’ateneo migliore, in effetti, sembra sempre ripagare. E, a guardare il report 2015 di Jobpricing (l’osservatorio sulle retribuzioni presieduto da Mario Vavassori), i migliori risultano quelli delle grandi città, dal nome conosciuto e con una tradizione consolidata. Questi infatti, esercitando un buon appeal sul mercato del lavoro, permettono un più rapido inserimento professionale, consentendo così ai giovani di recuperare l’investimento fatto nella formazione universitaria in minor tempo rispetto a quanto accada con le piccole università. Stando ai dati del report, in cima alla classifica degli atenei che garantiscono “maggiori ritorni” si trovano quelli milanesi, con Politecnico, Bocconi e Cattolica che sbaragliano la concorrenza. Bene anche le università di Roma capitanate dalla Luiss, seguita da Tor Vergata e Sapienza, mentre a chiudere la classifica sono le Università di Messina, Cagliari, l’Università della Calabria e quella di Napoli Parthenope.

Se, prima di iscriversi, si vuole infine “sondare il terreno” per avere un parere su facoltà e corsi da chi li ha sperimentati in prima persona, è possibile trovare online anche dei veri e propri “tripadvisor” dell’università, come Unishare e Your academic insight, dove studenti ed ex-studenti condividono la loro esperienza ed esprimono un loro personale giudizio su atenei e singoli corsi frequentati. Uno strumento che riduce la distanza tra “interni” ed “esterni” favorendo il contatto con giovani che, essendosi probabilmente posti le medesime domande qualche anno prima, sapranno forse analizzare proprio quei punti interrogativi, come la qualità della didattica, la tipologia di professori e così via, che affollano disordinatamente la mente dei futuri universitari.

Giada Scotto

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