JobsAct, arrivano le richieste dei lavoratori parasubordinati e autonomi

Marianna Lepore

Marianna Lepore

Scritto il 09 Giu 2014 in Articolo 36

È il lavoro la questione più importante in questo momento in Italia. Lo è in particolare per le nuove generazioni - alle prese con contratti di lavoro sempre più precari e la prospettiva di non avere una pensione in futuro - e per le donne, da sempre ai margini nel mercato del lavoro italiano e negli ultimi tempi sempre più svantaggiate da una discriminazione connessa alla loro età e possibilità di avere figli.
Da qui, dalla questione lavoro, parte il disegno di legge delega in corso di esame in commissione lavoro al Senato che si concentra sulla riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per l’impiego e delle politiche attive come anche sul sostegno alla maternità e sul riordino dei rapporti di lavoro. Eppure, nonostante l’impegno a cercare di sbrogliare una matassa complessa, alla fine anche questa volta troppi soggetti sono rimasti fuori dalla normativa. In particolare i lavoratori autonomi, cioè i tanti che spesso non per scelta ma per necessità iniziano la libero professione.
È proprio di questi soggetti che si occupa Alta partecipazione, rete delle associazioni di giovani, precari, professionisti che rappresenta più di 50 gruppi e associazioni ed è promossa da Giovani democraticiAssociazione 20 maggio, Associazione Lavoro & Welfare Giovani. Una loro delegazione ha incontrato a fine maggio il sottosegretario al ministero del lavoro Teresa Bellanova, ed è stata chiamata la settimana scorsa per un’audizione in Commissione lavoro al Senato: oggi chiuderà il cerchio presentando ufficialmente la propria proposta di Statuto delle attività professionali. L’obiettivo è mettere all'attenzione della politica le obiezioni e le proposte che l’associazione fa sulla Legge delega e in particolare alzare il livello di attenzione nei confronti del mercato del lavoro autonomo su tre livelli fondamentali: compensi – redditi, diritti - prestazioni, previdenza.
Se questo è il primo obiettivo, il secondo è quello che va al nocciolo del problema "dimenticato" dalla legge delega: gli ammortizzatori sociali. L’articolo 1 comma 2 parla infatti di «universalizzazione del campo di applicazione dell’Aspi, con estensione ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa», ma l’estensione universale targata Renzi sarebbe, secondo Alta Partecipazione, solo sulla carta: perché continuerebbero ad essere esclusi ancora tantissimi lavoratori. «Resta tagliato fuori circa il 20% dei parasubordinati, secondo dati Istat del 2012, quindi non è una vera universalizzazione» spiega ad Articolo 36 Andrea Dili, 42 anni, portavoce dell’Associazione 20 maggio. «Per questo motivo chiediamo di estendere l’Aspi a tutti i parasubordinati: cocopro, partite iva, autonomi». Alta partecipazione calcola che una estensione del genere costerebbe un po' meno di 50 milioni di euro annui e per coprirne i costi propone un sistema che riporti equità intergenerazionale, attraverso un "contributo di solidarietà generazionale" tra chi continua a lavorare pur ricevendo una pensione e chi invece non riesce a sostenersi con il reddito di cui dispone. Si tratterebbe di un divieto parziale di cumulo per quei pensionati che hanno pensioni nette superiori a quattro volte il minimo ma continuano a lavorare, e quindi ad avere un reddito aggiuntivo, attraverso un prelievo del 30% sulla quota di pensione che eccede il massimale, le cui risorse finirebbero in un fondo destinato ai giovani.  Un prelievo di questo tipo, secondo il documento presentato da Alta partecipazione, avrebbe «un gettito non inferiore ai 145 milioni di euro l’anno, in grado di finanziare sia il congelamento dell’aliquota al 27% sia la cosiddetta una tantum per le partite iva».
Se in questo modo si potrebbe cercare di ovviare alla limitazione degli ammortizzatori sociali ai soli cococo, ci sarebbero però ancora molti soggetti che non rientrerebbero nel sistema e che dalla legge non sono stati presi in considerazioni: i professionisti iscritti alle Casse professionali degli ordini, particolarmente colpiti dalla crisi. «I tassi previdenziali si sono ridotti in maniera drammatica e non garantiscono prestazioni assistenziali adeguate, ad esempio per la maternità o la malattia» spiega Dili. Per questo motivo le associazioni federate in Alta partecipazione suggeriscono di creare «un fondo interprofessionale con una contribuzione volontaria differenziata tra committente e lavoratore ma agevolata da deduzioni fiscali». Il fondo mutualistico «potrebbe costituirsi per spinta negoziale ma, in caso di necessità di circoscrivere la platea, si potrebbe dedicare il fondo ai lavoratori senza dipendenti né collaboratori e senza mezzi d’impresa con un reddito lordo inferiore ai 30mila euro».
Ci sono poi ulteriori problemi se ad essere libero professionista è una donna, perché l’indennità di maternità prevista dalla legge viene corrisposta solo nel momento in cui la lavoratrice autonoma si astiene dal lavoro nei mesi seguenti al parto. La legge non prende cioé in considerazione che per un libero professionista astenersi totalmente dal lavoro per cinque mesi equivale a perdere molti clienti/committenti, probabilmente costretti a trovare altrove un sostituto. Per questo motivo Alta partecipazione propone di erogare l’indennità di maternità ma lasciare libertà di scelta sull’astenersi o meno dal lavoro, permettendo alle donne di scegliere di regolare i tempi di maternità e le modalità di conciliazione.  
C’è poi un’altra questione che è stata evidenziata nell’audizione in Senato e di cui Articolo 36 aveva già parlato illustrando il testo del Jobs Act: l’introduzione di un compenso orario minimo. «Se in questo momento la contrattazione collettiva dice che la segretaria del mio ufficio costa 11 euro l’ora, nel momento in cui sarà introdotto un compenso orario  minimo che vale per tutti i settori per legge, allora sarà necessariamente più basso» spiega Dili, aggiungendo: «in Commissione lavoro me lo hanno confermato, sarà sui 5-6 euro». Alta partecipazione teme dunque che l'introduzione del salario minimo
 verrebbe usata solo per abbassare ancora di più il costo del lavoro. Le aziende, infatti, potrebbero decidere di uscire dall’organizzazione datoriale a cui aderiscono e di pagare il proprio dipendente cinque euro l’ora, rispettando pienamente la legge. «In questo modo faremo concorrenza alla Romania: questa forse è la linea del Paese, ma non la mia», dice il portavoce di Alta partecipazione, preoccupato sopratutto per un ribasso eccessivo delle tariffe minime dei lavoratori autonomi: «Se è giusto che i minimi salariali siano determinati in una contrattazione collettiva a cui partecipano le associazioni di riferimento, dovrebbe essere altrettanto giusto che il compenso di un autonomo, a parità di prestazione, non possa essere inferiore a quello di un lavoratore dipendente. Concetto che, invece, non sembra uscire dal testo del decreto». 

C’è poi un altro tema che Alta partecipazione evidenzia nel suo commento sulla legge delega: l’apprendistato. Che questo contratto possa essere il metodo giusto per inserire i giovani nel mercato del lavoro è stato detto più volte eppure sono i dati a dimostrare che nonostante il sistema di incentivi previsti dalla legge, ad oggi sono ancora pochi i contratti di questo tipo che vengono attivati. «Da prima della crisi» dichiara Dili ad Articolo 36 «lo Stato spende 2miliardi 250 milioni di euro per incentivare l’apprendistato, ma non si raggiunge un numero di assunzioni stabili superiori al 20%, con molti apprendisti che interrompono dopo i primi 18-24 mesi. Quindi buttiamo l’80% degli incentivi, dandoli ai datori di lavoro per abbattere il costo dell’apprendistato. A questo punto sarebbe meglio regalarglieli». Il vero problema starebbe, infatti, nella distribuzione di questi incentivi, concentrata quasi nel 90% nei tre anni di apprendistato. Ma poiché il sistema in questo modo non sembra funzionare e visto che anche in fase di stabilizzazione ci sono spese per le aziende, la proposta di Alta partecipazione è di spostare una parte di questi incentivi solo alla fine, al momento della stabilizzazione dell’apprendista.
I temi portati alla ribalta da Alta partecipazione sono molti: Dili è ottimista sulle risposte del Governo, e spera che l’attenzione ricevuta fino ad ora venga tradotta in atti concreti e che i lavoratori autonomi possano, finalmente, smettere di essere sfavoriti. «Attualmente gli autonomi sono penalizzati dal punto di vista fiscale, basti guardare le detrazioni irpef, dal punto di vista previdenziale così come per i diritti socio-assistenziali. Forse è arrivato il momento di aiutarli, perché sono quelli che in tempi di crisi vanno a crearsi il lavoro. Se alle parole vorranno far seguire i fatti dovranno fare questo. Altrimenti rimarremo sulle nostre posizioni». La parola passa quindi al Governo: dalle modifiche che saranno introdotte nella legge delega si capirà se si ha intenzione o meno di accogliere le obiezioni di Alta partecipazione e aiutare i  lavoratori autonomi.

Community