Trentenni italiani, la sottile linea rossa tra umili e umiliati nel libro «Giovani e belli»

Chi sono i trentenni italiani? Come vivono, cosa sognano, quanto guadagnano? Concetto Vecchio, giornalista di Repubblica, ha provato a scoprirlo. Si è messo sulle loro tracce, li ha intervistati, osservati, seguiti. Ne è venuto fuori un libro-reportage, Giovani e belli, sottotitolo «Un anno fra i trentenni italiani all'epoca di Berlusconi», pubblicato da Chiarelettere e uscito in libreria il 9 aprile.

Concetto Vecchio, nel suo libro il mondo dei giovani italiani appare come fratturato in due: da una parte quelli che si fanno il mazzo, dall'altra quelli a cui le opportunità cadono in testa dal cielo, come le belle parlamentari descritte nel capitolo «Forza Gnocca».
È così: peccato che nel secondo gruppo ci sia una piccolissima minoranza, e che la stragrande maggioranza sia rappresentata da chi fa una fatica enorme. Ho voluto anche smascherare la favola secondo cui Berlusconi metterebbe al potere i giovani: ma quali giovani? Quelli belli, telegenici e con un buon cv, da piazzare in parlamento prestissimo, senza che abbiano né
vocazione né esperienza politica. Volevo raccontare questo mondo perchè poi fuori ce n’è un altro, fatto di altri ragazzi, che possono contare solo sul proprio talento e a cui le opportunità sono precluse, costretti a una vita di stage e concorsi. E sottolineo che il libro è uscito quando ancora non erano scoppiati il caso Noemi e quello delle veline candidate alle Europee!
Nel capitolo «Toghe sfruttate» tocca il tema del praticantato per diventare avvocato.
Questo capitolo è nato ascoltando le storie di tanti amici e conoscenti che venivano utilizzati dagli studi legali come portaborse, galoppini, spesso a zero lire. Ho cercato storie significative e ne è emerso uno spaccato desolante e moralmente ripugnante, sopratutto considerando che questi studi fatturano moltissimo. È sicuramente il risultato di un atteggiamento culturale italiano secondo cui i giovani bisogna tenerli un po' bassi,  in una condizione  subalterna,
della serie «è già tanto che impari un lavoro».
Come Sandra, che a 34 anni quando fa il colloquio in uno studio legale ha «l'ardire di chiedere a quanto ammonterebbe il rimborso spese» e si sente rispondere «Veramente noi pensavamo a un praticante, a un giovane da non pagare...». Ma come si può modificare questa situazione?
Ho paura che i giovani l'abbiano accettata: non si vedono all'orizzonte tentativi di riscossa, è come se vivessimo in Paese cloroformizzato. Durante la stesura del libro parlavo con ragazzi che mi raccontavano condizioni di vita durissime, e però dicevano tutti «Vabbè, in Italia è così…». Il sentimento dominante è l’accettazione dell'esistente. Sicuramente c'è chi cerca di cambiare la situazione, si dà da fare, si impegna nel volontariato e nella politica - ma la maggioranza sta altrove. Il dato saliente è che i giovani non sono riusciti a
«fare rete»: nel Sessantotto [al quale Vecchio ha dedicato il suo primo libro, Vietato obbedire] ci fu un'intera generazione che si coalizzò e riuscì a far saltare il tappo. Questa invece è una generazione di individualisti: e lì sta la ragione della sua debolezza.
Un capitolo si intitola «Dottori d'illusioni» e punta il dito contro il sistema universitario italiano che funziona per cooptazione e dove va avanti solo chi si può permettere di lavorare gratis, col risultato che moltissimi cervelli scappano.
Investiamo pochissimo in ricerca e istruzione: il nostro sistema di reclutamento dei cervelli è inadeguato. Se non si proviene da una famiglia abbiente e con un buon network di conoscenze, è ben difficile trovare uno spazio in questo mondo. Quando uno dei ricercatori che ho intervistato, che oggi vive in Olanda, si è lamentato col suo professore, quello gli ha risposto desolato: «Fare lo studioso è da figli di papà». Il che è agghiacciante, perchè se uno dimostra di avere i numeri lo Stato dovrebbe sostenerlo, non costringerlo ad emigrare! All'estero i giovani vengono pagati meglio e rispettati di più come persone: i professori magari aiutano i nuovi arrivati anche su cose pratiche, come la ricerca di una casa. Ve lo immaginate uno dei nostri baroni a fare la stessa cosa?
C’è sempre la retorica del «La gavetta l’abbiamo fatta tutti…»
Certo, bisogna farla: ma a condizioni dignitose, non a 500 euro al mese! È giusto essere umili, imparare lavorando, consumarsi le suole delle scarpe, ma non si deve per forza accettare di essere umiliati e mortificati. Però i giovani dovrebbero anche darsi una mossa, e non limitarsi a dare la colpa al sistema. Se la situazione è così grave e compromessa c'è anche una loro responsabilità, che sta nell'individualismo esasperato: ognuno pensa solo a se stesso. Anche l’utilizzo di Internet, da Facebook in giù, nasconde un pericolo: convincersi che si possa fare rete stando davanti al proprio computer, senza uscire di casa. Questo non è abbastanza, io lo vedo anche nel mio lavoro: trovare una notizia al telefono è molto diverso da cercarla per strada. Anche per scrivere il libro ho dovuto scarpinare, conoscere le persone, impegnarmi per ottenere la loro fiducia. Non basta stare davanti al computer.
Nel libro c’è anche la storia di Annarita, laureata in lettere, che lavora per tre anni come redattrice cocopro in una casa editrice per 600 euro al mese e poi si sente fare la proposta: tramutiamo il tuo contratto in uno stage a 500 euro al mese. Sa se ha denunciato questo comportamento scorretto?
No, non lo ha fatto. Probabilmente perchè non si è sentita tutelata, perchè ha pensato magari che la sua denuncia avrebbe potuto nuocerle.
Lei ha fatto stage nella sua vita?
Io ho cominciato a lavorare giovanissimo, nel 1990, e gli stage ai miei tempi non c'erano. Ho avuto una grande alleata, la vocazione: è da quando so leggere e scrivere che voglio fare il giornalista. È stata la mia fortuna. A 19 anni mi presentai alla redazione del Giornale di Sicilia, ebbi fortuna e mi presero subito per dei contratti a termine. Poi fui assunto in un giornale locale, la Cronaca di Verona, dove feci il praticantato. A Repubblica sono arrivato a 35 anni, dopo una gavetta di quindici anni nei giornali locali: e questo mi aiuta a tenere i piedi per terra.
Come vede gli stagisti che passano nella sua redazione?
Quelli che arrivano dalle scuole di giornalismo più serie, come l'IFG, la Luiss, la Cattolica sono molto preparati. Secondo me chi è veramente bravo ce la fa: però essere bravo vuol dire anche avere un buon carattere, essere maturo, sapersi comportare adeguatamente. Non bisogna nascondersi che questi sono anni molto duri per la stampa: ormai è dannatamente difficile entrare in un giornale. Nessuno ti regala niente, e oggi la sfida è più ardua che mai: occorre un supplemento di determinazione.
I «giovani» che racconta nel libro hanno circa trent'anni. Il «giovane e bello» che ha ispirato il titolo, Gianni Chiodi, oggi presidente della Regione Abruzzo, ne ha addirittura 48. Oggi si è giovani in eterno?
In Italia pare proprio di sì. Lo vedo anche su me stesso: quando vado a presentare i libri mi dicono «Ah, ma lei è giovanissimo!», ma io non credo proprio di essere giovanissimo: ho 38 anni! È un altro degli aspetti della regressione in atto nel nostro Paese: Chiodi viene ritenuto giovane, ma dobbiamo chiederci: da chi? Da Berlusconi, che è un settantaduenne!

Eleonora Voltolina

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