TFR in busta paga sì o no, gli esperti del mondo del lavoro si dividono

Nei giorni scorsi il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha presentato la proposta di trasferire in busta paga il trattamento di fine rapporto a partire dal prossimo anno ai lavoratori che ne facciano richiesta. Sempre il lavoratore può scegliere se ricevere la cifra, relativa all’anno precedente, in un’unica tranche a febbraio o rateizzarla lungo l’arco dei 12 mesi. Suddividendo il TFR per mensilità, l’importo percepito si aggirerebbe tra i 40 e gli 80 euro, a seconda del proprio reddito mensile. 
Chi dovrebbe accollarsi il pagamento anticipato del TFR? Secondo la proposta renziana, i soggetti coinvolti sarebbero o un apposito Fondo di anticipo del TFR, costituito da Cassa Depositi e Prestiti e banche, oppure soltanto gli istituti di credito, che opererebbero attraverso l’erogazione di prestiti.
Renzi ha salutato la proposta, che potrebbe essere già inclusa nella prossima Legge di Stabilità, come il simbolo dell’abbandono del cosiddetto «Stato mamma» a favore di una nuova  fase di maggiore autonomia per il lavoratore, che potrebbe disporre liberamente del TFR, incrementando così entrate mensili e consumi.
Cosa dicono gli esperti di lavoro a riguardo? Articolo 36 ha chiesto un’opinione a Pietro Ichino, giuslavorista e senatore PD, e Giampiero Falasca, avvocato esperto di diritto del lavoro e partner dello studio legale DLA Piper. Individuando posizioni non proprio concordi.
Ichino sembra apprezzare la proposta renziana e sostiene la necessità di superare il concetto di paternalismo dello Stato per incentivare il consumo: «il TFR è una forma di risparmio obbligatorio a carico del lavoro dipendente, che esiste soltanto in Italia. L’istituto nasce da un errore commesso dal legislatore nel 1966, quando quella che era una indennità di licenziamento venne trasformata in retribuzione differita. Una forma di paternalismo, che rende la struttura della retribuzione dei lavoratori italiani più complessa e meno trasparente. Inoltre Il TFR obbliga i lavoratori a risparmiare, ma oggi per rimettere in moto la nostra economia abbiamo bisogno di ridurre la propensione delle famiglie al risparmio, di promuovere la loro propensione al consumo». Un consumo però sempre da stabilire, considerato che la «distribuzione» mensile del TFR non porterebbe comunque a un rilevante ingrossamento delle buste paga. 
Certo, esistono secondo Ichino delle controindicazioni: «per le imprese più piccole questa è però una forma di finanziamento preziosa e perderla potrebbe causare danni nella fase della transizione al nuovo regime. Una soluzione però c’è: oggi l’accantonamento per il TFR rende al lavoratore circa l’1,5 per cento ogni anno. Le banche, invece, possono procurarsi denaro dalla BCE a un costo annuo molto vicino allo zero; e hanno il problema di come utilizzare tutta questa liquidità senza rischiare troppo. Si può pensare, dunque, di stabilire che l’impresa a cui il dipendente chieda il TFR in busta paga abbia diritto a un prestito di entità identica, garantito dal Fondo di Garanzia dell’Inps, senza commissioni e a un tasso di interesse inferiore rispetto al rendimento del TFR. Il problema è che questo meccanismo rischia di costare in termini di attrito burocratico; però, se sia la banca sia l’impresa ne hanno un guadagno…».

Centrale sembra essere insomma il ruolo delle banche, anche nel caso in cui si dovessero perdere gli accantonamenti effettuati dalle imprese di grandi dimensioni, gestiti per legge dall’Inps: «se quegli importi non vengono più accantonati è anche l’Inps a perdere una fonte importante di finanziamento. Però qui vale lo stesso discorso fatto prima: poiché quegli accantonamenti danno un rendimento superiore al costo del denaro per le banche, l’Inps, se ne ha bisogno, potrebbe ottenere quello stesso finanziamento dalle banche a un costo inferiore», chiarisce il giuslavorista. 
Tirando le somme Ichino vede più lati positivi che criticità, concludendo che «la cosa migliore è lasciar libera la persona che lavora di scegliere il modo di impiegare queste somme, pari al sette per cento circa del suo reddito. Magari incentivando sul piano fiscale la destinazione alla previdenza complementare. E obbligando le banche a prestare a rischio zero e a tassi molto bassi alle imprese fino alla cessazione dei rispettivi rapporti». 

Non sembra essere dello stesso avviso Giampiero Falasca, che mette sul tavolo una serie di problematiche legate alla proposta di Renzi: «dal punto di vista strettamente teorico, sono favorevole al superamento del TFR come istituto: è figlio di un paternalismo dello Stato che ormai mi pare antistorico. Passando dalla teoria alla pratica, non sono convinto per diversi motivi. 
Il primo riguarda la tempistica: in una fase di profonda crisi come quella attuale, lo sblocco del trattamento di fine rapporto rappresenta un onere eccessivo per le imprese, che difficilmente sarà compensato da prestiti bancari o misure simili, sempre troppo burocratiche per essere accessibili a chiunque». Le stesse aziende, attraverso Confindustria, non si sono mostrate nei giorni scorsi particolarmente entusiaste e Falasca non sembra essere molto fiducioso neppure sulla capacità delle banche di riuscire a far totalmente fronte a questa nuova esigenza. 
Anche se a suo avviso chi ne uscirebbe più svantaggiato sono proprio i giovani: «il sistema ha puntato, meno di 10 anni fa, sul TFR per far decollare la seconda gamba previdenziale, oggi questa scelta viene rimessa in discussione, è un fatto da non sottovalutare: per i giovani, soprattutto quelli con lavori più flessibili, la speranza di una pensione decorosa è legata solo ad una solida previdenza complementare». Va però fatta un’ulteriore importante precisazione: hanno diritto al TFR i lavoratori con contratti a tempo indeterminato, determinato e d’apprendistato ma non i cosiddetti «atipici», come i collaboratori a progetto, per cui già una gran fetta di lavoratori, tra cui numerosi giovani, non è di fatto contemplata nell’ ipotesi renziana. Falasca non ha al momento cifre sul numero effettivo di beneficiari della proposta renziana, ma ipotizza che essa riguarda tutti i lavoratori dipendenti.
L’avvocato esperto di diritto del lavoro non ha poi molta fiducia neppure del fatto che il TFR possa restare a lungo un’«entrata parallela» rispetto alla normale retribuzione mensile: «vedo il rischio che il TFR diventi presto un pezzo della retribuzione, con la conseguenza di essere assorbito nei prossimi rinnovi dei contratti collettivi, determinando nel lungo periodo un impoverimento dei lavoratori. Da ultimo, non mi piace il messaggio che ne viene fuori: sembra che dobbiamo vendere l'argenteria per far fronte alle spese quotidiane»
In che direzione andare allora? Secondo Falasca «la misura alternativa è quella di lasciare tutto come è, il tema del TFR non è una priorità. Se si vogliono mettere più soldi in busta paga bisogna rilanciare la contrattazione di secondo livello potenziando gli incentivi fiscali e contributivi esistenti per la retribuzione di produttività, quella è la strada maestra».
Nei giorni in cui il Jobs Act è entrato nelle aule parlamentari, il dibattito sui temi del lavoro è più che mai acceso e di TFR si sentirà ancora parlare per un bel po’. Così come continueranno a non svanire molte perplessità. Su tutte una non proprio banalissima: se molti lavoratori non hanno già diritto al TFR e chi ne beneficia vedrà aumentare il proprio reddito mensile di una cifra sicuramente non rilevante, si può davvero considerare questo un provvedimento di svolta?

 

Chiara Del Priore

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