Tasse in calo per gli studenti universitari, ma restano grandi differenze tra Nord e Sud

Marianna Lepore

Marianna Lepore

Scritto il 01 Gen 2017 in Notizie

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Quanto costa andare all’università? In tempi di crisi economica per le famiglie diventa sempre più difficile sostenere le spese necessarie per mantenere uno o più figli all’università. E allora l’indagine dell’Osservatorio Nazionale Federconsumatori sui costi degli atenei pubblici italiani torna utile per capire dove orientarsi e soprattutto quali differenze ci sono lungo lo Stivale.

In linea generale, le tasse universitarie portano via da 158 a 3.890
euro, a seconda di quale ateneo si scelga e soprattutto di quale sia il reddito dello studente (o della sua famiglia) e il conseguente inserimento nelle fasce Isee che vanno dalla più bassa, fino a 6mila euro, alla più alta, oltre i 30mila.

La ricerca
, pubblicata un paio di mesi fa, ha cercato di dare un quadro il più possibile completo suddividendo l’Italia in tre macroaree geografiche e poi esaminando per ciascuna di queste le tre regioni con il maggior numero di studenti: Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Puglia, Sicilia. In ognuna di queste regioni sono state considerate due università, scelte in base alla grandezza, e di cui sono stati analizzati gli importi previsti per cinque fasce di reddito Isee.

I dati raccolti
raccontano quello che sarebbe facile dedurre, ovvero che gli atenei del Nord sono più cari rispetto a quelli del Sud con una differenza particolarmente accentuata per le fasce medio basse. Uno studente di prima fascia, quindi fino a 6mila euro di reddito, in Veneto paga in media 624 euro contro i 456 del suo omologo a Palermo, con una differenza del 27% che sale ulteriormente se si prendono in considerazione le singole università di Verona e Palermo.

La differenza Nord - Sud è costante: l'importo medio per gli appartenenti alla prima fascia, infatti, è negli atenei settentrionali oltre l'8% più alto di quello applicato nel Mezzogiorno. Ma, un po’ a sorpresa, le rette più basse sono richieste dalle università del centro Italia che, ad esempio nel caso della prima fascia di reddito, chiedono circa la metà delle somme previste negli atenei del nord.

Come si spiega questo grande divario? È dovuto principalmente alle importanti modifiche introdotte nei sistemi di calcolo delle tasse, in particolare nelle università dell’Emilia Romagna, dove sono state inserite agevolazioni economiche per le prime tre fasce di reddito. Specie  nell’università di Parma, tra le due prese in considerazione nella regione, si è passati da sei fasce contributive dell’anno accademico precedente alle 24 di quello attuale e gli studenti con un Isee inferiore ai 23mila euro sono stati esentati totalmente dal pagamento di tasse e contributi universitari. Quindi chi rientra in questa categoria deve versare solo la tassa regionale. Ecco spiegato perché quest’ateneo che nell’anno accademico 2015-2016 aveva ottenuto il primato di più caro tra quelli presi in considerazione, quest’anno è, invece, con la sua media dai 158 ai 1600 euro, tra quelli con rette più basse.

Se poi lo studente preferirà una facoltà scientifica piuttosto che una umanistica, allora dovrà mettere in conto di spendere, almeno per alcune università, un po’ di più. Per quanto riguarda la prima fascia di reddito, infatti, si vanno dai circa 80 e 70 euro in più per gli atenei del Salento e la Federico II di Napoli ai poco più di 30 de La Sapienza di Roma, con un aumento che va dai tre ai sette punti percentuali.

In questo quadro c’è una buona notizia che val la pena ricordare: rispetto agli importi delle tasse del 2015, nell’anno accademico iniziato ci sono state delle diminuzioni tra il 4 e il 14% per le prime quattro fasce di reddito, con il picco della più alta riduzione per gli appartenenti alla terza fascia, cioè quella con un Isee tra i 10 e i 20mila euro. Diminuzioni che però, comunque, difficilmente arrivano davvero a fare la differenza, e aiutare le famiglie che in tempi di crisi devono affrontare lo sforzo economico di pagare gli studi dei figli.

Anche il report ci tiene a sottolineare che nonostante tutto le rette restano alte e, soprattutto, che il metodo di calcolo degli importi in base al reddito non risolve i problemi connessi all’evasione fiscale. Motivo per cui il figlio di un evasore riuscirà ad usufruire di agevolazioni e rette più basse, pur non avendone bisogno, a differenza del figlio di un operaio che potrebbe trovarsi a pagare di più. E come se non bastasse riuscirebbe difficilmente a conciliare un eventuale lavoro con la frequenza universitaria. L’ultimo rapporto Istat sugli studenti universitari pubblicato mostra, infatti, come negli ultimi dieci anni (dal 2005 al 2015) sia dimezzato il numero degli studenti lavoratori che, l’anno scorso, erano appena il 2% del totale.

Un quadro, quindi, solo parzialmente positivo. Perché poi alle cifre delle tasse universitarie vanno aggiunti i libri di testo e, nel caso dei fuorisede, anche tutte le altre spese necessarie per vivere lontano da casa. Costi che Federconsumatori aveva analizzato durante lo scorso anno accademico, in un rapporto in cui definiva “esorbitanti” le spese sostenute dalle famiglie dei circa 600mila studenti fuorisede. Obbligati a pagare tra gli 8mila e gli oltre 9.600 euro annui per coprire tutte le spese di vita lontano da casa.

Tempi, quindi, un po’ duri per le famiglie che devono mantenere i figli all’università. Se, da una parte, possono festeggiare una parziale riduzione delle tasse, dall’altra devono affrontare i costi comunque alti per gli studenti fuorisede oltre, poi, a confrontarsi con un mondo del lavoro che non sempre è pronto ad accogliere e quindi a mettere effettivamente a frutto gli anni di studio universitario.

A questo punto, però, non può mancare un confronto con l’estero, anche questa volta abbastanza deludente per il nostro Paese. I dati arrivano dal National student fee and support systems in European higher education 2016/2017  di Eurydice, la rete che raccoglie, aggiorna e diffonde informazioni sulle politiche e l’organizzazione dei sistemi educativi europei. Il rapporto offre una panoramica comparativa delle tasse e dei sistemi di sostegno per gli studenti nei 33 paesi che fanno parte della rete Eurydice. Ed evidenzia come l’Italia sia tra i paesi in cui meno di un terzo degli studenti ottiene borse di studio, elemento che sommato alle alte tasse universitarie rende i giovani totalmente dipendenti dall’aiuto economico familiare. Meglio di noi fa la Spagna, con quasi il 29% di studenti beneficiari di borse di studio, e decisamente meglio Germania, Danimarca e Svezia dove non sono previste tasse e le borse di studio arrivano a coprire, come nel caso svedese, quasi nove studenti su dieci.


Marianna Lepore

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