Giovani disposti a tutto pur di lavorare. E non disdegnano neppure i mestieri manuali

Ilaria Mariotti

Ilaria Mariotti

Scritto il 31 Lug 2017 in Notizie

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A differenza di quello che si tende a credere, «i giovani sono disposti a tutto pur di lavorare, anche a farlo in nero». A denunciare questa stortura è Annamaria Parente [nella foto sotto], capogruppo Pd in commissione Lavoro al Senato, parlando dei risultati del report 'Lavoro Consapevole' presentato nei giorni scorsi alla Camera dei deputati. L'indagine è stata elaborata dal Censis in collaborazione con AssolavoroJobsinaction, think tank del mercato occupazionale, e ha coinvolto un migliaio circa di 15-34enni.

La fotografia è quella di una platea che per la quasi totalità accetterebbe, pur di essere occupata, anche un lavoro molto diverso da quello per cui ha studiato, oppure lavori discontinui e perfino manuali e pesanti.

«Sono soprattutto le donne a essere disponibili», prosegue Parente; una caratteristica di tutti gli intervistati è che manifestano interesse «non tanto per il reddito quanto proprio per il lavoro in sé». Anche perché «avere un lavoro che piace e corrisponde alle proprie aspirazioni» è secondo il 30% degli intervistati una delle «chiavi che rendono felice una persona». Il motivo è che «è soprattutto al lavoro che si affida il compito di realizzare e sostanziare un progetto di vita» conferma lo studio. O forse anche perché – come osserva Giuseppe De Rita, presidente del Censis, al dibattito di presentazione
«oggi i giovani possono contare su un livello di consumo non paragonabile al passato». «Andare a New York può costare 100 euro», per questo secondo De Rita il reddito potrebbe scemare nella graduatoria degli interessi. Sono giovani che scelgono il lavoro più che per denaro «per desiderio e ambizione personale» gli fa eco Stefano Scabbio, presidente di Assolavoro.

«Dopo l'attenuazione della caduta dell'occupazione dei giovani nel 2015, nel 2016 in Italia per la prima volta aumentano gli occupati di quasi un punto» si legge nello studio. Una crescita che vale soprattutto per i laureati, «a conferma del ruolo dell'istruzione quale fattore protettivo». In agguato ci sono però le cifre sul tasso totale di disoccupazione per questa fascia di età, che è del 17,6%, e quello dei Neet, per cui l'Italia vanta un triste primato in Europa e che si colloca a quota 21,8%. Un dato che trova il proprio riflesso nelle modalità di ricerca di un'occupazione: oltre la metà di chi è occupato dichiara di essersi rivolto a amici e parenti per trovare lavoro, anche se Internet e app restano l'azione principale di ricerca (le usa il 64%). E non a caso lo stesso gruppo di occupati ritiene
per oltre la metà «il network» come uno degli elementi che contano davvero nella ricerca di un lavoro. Chi non è parte dei circuiti socialmente più importanti è penalizzato, e resta a spasso.

Il lavoro è percepito come il fulcro delle ingiustizie sociali
: «l'indagine è nata anche per far luce sul perché in Italia si cerca lavoro soprattutto tramite canali informali, a differenza di altri paesi, specie anglosassoni» spiega Marco Baldi, curatore del report. 
Per Gianluigi Petteni, responsabile del settore lavoro della Cisl, «bisogna creare un sistema di presa in carico proprio per chi è figlio di nessuno e vive una maggiore insicurezza»Con l'obiettivo di «investire in questo ambito, in modo selettivo».

Questa la direzione da prendere confermata da
ll'opinione dei partecipanti alla ricerca, secondo cui a pensarlo è un giovane su tre, a prescindere dal ceto di provenienza l'accesso all'impiego è garantito «solo chi è in possesso delle conoscenze giuste». Lo stesso livello di iniquità si percepisce anche riguardo la ricchezza: un terzo di quelli che provengono da famiglie disagiate ritengono il reddito «molto alto per pochi e sotto il livello di sopravvivenza per troppi».

Ma nonostante questa rappresentazione, «nei giovani non si riscontra rancore» commenta De Rita. Per questi figli «del ceto medio e di un'Italia dall'ascensore sociale bloccato», c'è sì frustrazione, ma essa non sfocia in un'accusa contro i padri: «Come potrebbero avere rancore per i padre che non vanno in pensione?».


Se è infatti vero che gli intervistati giustificano un tasso di disoccupazione giovanile superiore alla media europea con il mancato «incontro tra domanda e offerta di lavoro», a pesare più di tutto «lo spostamento dell'età pensionabile» e quindi la scarsità di posti liberi per i giovani. E non sono certo scuse se solo un microscopico 0,6% dei disoccupati ammette di provare disinteresse nei confronti del lavoro (cifra che sale al 3% per gli inattivi), mentre quasi la metà dichiara di fallire nell'intento di trovarne uno, nonostante pratichi una ricerca attiva.

Una delle strade per uscirne secondo Scabbio di Assolavoro è seguire l'esempio dei paesi con il minor tasso di disoccupazione giovanile in Europa, la Germania e la Svizzera, dove si può contare su «ottimi sistemi di apprendistato e alternanza scuola-lavoro». E poi, propone Alessio Rossi, presidente di Confindustria giovani, puntare tutto su una «decontribuzione totale dei nuovi assunti under 30». Perché «è tempo di dare segnali forti, e qui non è questione di delineare una politica per le imprese bensì per le famiglie: sono i loro figli che si andrebbe ad assumere».

Se il «lavoro negato» è percepito come «la maggiore delle ingiustizie sociali, superiore per gravità ai divari di ceto, di reddito, di mancanza di servizi» come riporta Parente nell'introduzione all'indagine, la lotta dei nostri giorni «diventa la promozione del diritto all'accesso, un concetto che racchiude uguaglianza di opportunità e valorizzazione dei talenti». Dunque politiche attive per il lavoro, ma che siano comprensibili e «visibili»: solo il 30% degli intervistati riconosce di sapere esattamente cosa siano!


Ilaria Mariotti 

 

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