Disoccupazione giovanile, in Italia è la più persistente: per sei su dieci va oltre l'anno

L'Italia batte un triste record mondiale: i suoi giovani disoccupati sono tra quelli che restano tali per più tempo in tutto il mondo. La notizia arriva dal Global Employment Trends for Youth 2015, il report che analizza l'andamento mondiale della disoccupazione giovanile pubblicato dall'Ilo, l'Organizzazione mondiale del lavoro. E il risultato è chiarissimo: superata da Croazia e Bulgaria, l'Italia detiene il triste primato insieme alla Grecia di 15-24enni senza un'occupazione per più di un anno consecutivo. Con una tendenza in crescita, perché se nel 2012 questa condizione riguardava circa la metà della popolazione sotto i 24 anni senza un impiego, due anni dopo la percentuale è salita al 60%. L'essere a spasso diventa una situazione cronica, senza speranza. Tanto che gli analisti dell'Ilo parlano di «una disoccupazione di lungo periodo che sta diventando un fenomento strutturale» per alcuni paesi come l'Italia e la Grecia.

Per capirne la portata basta un confronto con la media Ue, i cui giovani senza lavoro sono poco meno di uno su tre, la metà rispetto all'Italia. La stessa Spagna non arriva a tanto. Sotto il tasso medio europeo si attestano per esempio Francia, Belgio, lo stesso Portogallo. C'è chi come la Germania e il Regno Unito è poco sopra il 20%, senza contare i soliti virtuosi del Nord (Finlandia, Svezia, Danimarca, Norvegia), tutti molto più in basso. Tradotto significa che in Italia non avere un lavoro a vent'anni può tradursi in uno stigma perenne. Una condizione molto pericolosa, come fa notare alla Repubblica degli Stagisti Massimiliano Mascherini, research manager all'Occupazione presso Eurofound: «Se la disoccupazione di breve periodo è quasi naturale nella transizione scuola-lavoro, è con quella di lungo periodo che si creano danni rispetto alle future prospettive occupazionali, fino al rischio di un lifelong disengagment dal mercato del lavoro». Cioè un distacco dalle prospettive professionali per tutta la vita.

Quello dell'Italia è però un caso talmente circoscritto - solo la Grecia vanta percentuali analoghe - che gli esperti del rapporto minimizzano, facendo un paragone con la condizione perfino più pesante degli adulti: «Per loro i valori di disoccupazione di lungo termine s
ono maggiori, con una media Ue del 52% in crescita di più di dieci punti sul 2008». Tutto sommato farebbe più paura questo dato, se non fosse che gli italiani fanno ancora peggio, scalzando ogni indicatore per gli under 24. E i primati negativi per l'Italia non finiscono qui. «Grecia, Italia, Portogallo e Spagna hanno sperimentato aumenti del tasso di disoccupazione giovanile tra il 2010 e il 2014 tra i dieci e i venti punti percentuali» ricorda il report, «ben al di sopra della media Ue, che è stata di circa un punto». La quota per questi paesi si è attestata sopra il 21%, e la tendenza è stata verso la decrescita. Per tutti, tranne per l'Italia,
 l'unica a veder crescere il numero dei suoi disoccupati sui 32 paesi analizzati.

Insomma finora a poco sembrerebbero valsi per ora gli sforzi dei vari governi che si sono succeduti negli ultimi anni, anche se a onor del vero bisogna sottolineare che gli effetti di Garanzia Giovani non possono ancora rientrare in queste rilevazioni, dato che il programma è stato lanciato a maggio del 2014 e ha cominciato a dispiegare i suoi effetti solamente a partire dalla fine del 2014.

Nel frattempo però i Neet, i giovani inattivi, si sono moltiplicati. Anche qui il nostro paese è isolato: è superato solo dalla Grecia (dove comunque sono il 20% contro il nostro 22), mentre gli altri 'pigs' – Spagna, Portogallo, Irlanda – ne contano sempre di meno. È questa la categoria più a rischio secondo Mascherini: «Se andiamo a disaggregare la popolazione dei Neet, vediamo che in Italia un quarto di loro è un long-term unemployed, mentre un restante 14% è uno scoraggiato». Se si sommano però le due quantità «arriviamo a concludere che circa il 40% dei Neet italiani è a alto rischio di disengagement».

Solo da una visione più complessiva, inquadrata a livello globale, arriva qualche speranza. Innanzi tutto perché – ed è questo il principale esito del rapporto – i giovani disoccupati stanno diminuendo. Se erano 76 milioni con il picco della crisi, adesso sono calati di 3 milioni. Una discesa che – a sorpresa – è iniziata ben prima degli anni di recessione: nel 2004, osservano dall'Ilo, «la disoccupazione giovanile era sopra il 40%, oggi è inferiore di cinque punti». E infatti i senza lavoro under 24 agli inizi degli anni Duemila erano ben di più che ora, a quota 78 milioni. Adesso siamo all'incirca al livello del 1998.

Dunque non è vero che per i giovani sia questo il periodo più nero in assoluto. Chi, nel mondo, aveva vent'anni o giù di lì nel 2002 se la passava decisamente peggio. E c'è anche un elemento da non sottovalutare: in circa vent'anni, dai primi anni Novanta a oggi, la forza lavoro attiva si è molto contratta - dal 59 al 47%, sottolinea lo studio. «Ma il principale fattore dietro il calo è la tendenza delle nuove generazioni a proseguire negli studi» ragionano gli analisti. E questa è senz'altro una buona notizia. 


Ilaria Mariotti 

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