Referendum, un voto che cambia anche il mondo del lavoro

Eleonora Voltolina

Eleonora Voltolina

Scritto il 29 Nov 2016 in Editoriali

centri per l'impiegoleggi regionali su stagenormativa stagepolitiche attive del lavoro

Se ne parla davvero troppo poco, ma per i giovani che andranno a votare domenica 4 dicembre sul quesito referendario costituzionale uno dei temi cruciali che dovrebbe pesare nella scelta – ben più delle ideologie di partito, che finiscono per inquinare e distrarre dagli argomenti di merito – è il contenuto delle modifiche che la riforma apporta alle competenze in tema di lavoro.

In effetti,
per ciascuno di noi nell'infinito dibattito c'è un doppio livello di coinvolgimento e di opinione.  Il primo livello è quello sui temi più grandi e notiziabili, su cui ognuno ha un'idea di massima, una posizione. È giusto o sbagliato diminuire il numero dei parlamentari? È giusto o sbagliato superare la forma di bicameralismo “paritario” evitando che la stessa legge debba essere approvata da ciascuno dei due rami del Parlamento? È giusto o sbagliato intervenire sulle modalità di partecipazione dei cittadini alla produzione legislativa, modificando le regole del quorum per i referendum?

stage lavoro eleonora voltolinaPoi c'è un secondo livello che definirei più “pratico”, in cui si analizzano i costi/benefici rispetto ad alcuni argomenti particolarmente importanti per la vita quotidiana di ciascuno, in modo da fare una più che legittima valutazione sulle proprie priorità e i propri interessi.

Per me per esempio, che dirigo una testata che si occupa di occupazione giovanile e mercato del lavoro, questo livello riguarda il caos che si è creato, negli ultimi 15 anni, con la ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni a livello costituzionale.

Per capire di cosa parliamo: circa mezzo milione di persone, prevalentemente – ma non solo – giovani, fanno stage ogni anno in Italia. Lo stage è diventato il principale anello di congiunzione tra formazione e lavoro, e – a torto o a ragione – anche il maggior strumento di politiche attive del lavoro.

Dunque da una parte abbiamo mezzo milione di persone che hanno bisogno di uno strumento – lo stage – normato in maniera chiara, semplice, che possibilmente garantisca un trattamento equo allo stagista ed eviti abusi e sfruttamento.

Dall'altra abbiamo la Costituzione attuale. Che dice che, pur essendo le norme generali sull'istruzione e la previdenza sociale competenze esclusiva dello Stato, non lo sono le politiche attive sul lavoro e la formazione professionale.

Risultato. Negli ultimi anni, grazie anche a una particolare sentenza della Corte costituzionale, si sono consolidate 21 normative diverse sugli stage. 21 normative diverse: e parliamo solo di quelle per i percorsi extracurriculari. Un tirocinante di Milano ha diritti e doveri diversi da un tirocinante di Torino, di Roma, di Palermo. Cambia la durata massima dello stage. Cambia la possibilità o non possibilità di farlo in aziende prive di dipendenti. Cambia la cifra minima dell'indennità mensile, in alcune Regioni questo minimo è 300, in altre arriva a 600. Non sono inezie, sono aspetti fondamentali.

Ventuno leggi diverse sullo stesso argomento: non è delirante?

Questo frastagliamento del quadro normativo e delle strategie di politiche attive del lavoro ha creato dei mostri, complicando e rallentando anche programmi di respiro europeo come Garanzia Giovani.

Questo merita una riflessione aggiuntiva. Garanzia Giovani era ed è un progetto europeo, finanziato con fondi europei, comunicato a livello europeo e poi implementato da ciascuno Stato a suo modo. Noi – ça va sans dire – abbiamo avuto una ventina di implementazioni della Garanzia Giovani, con differenze abissali tra Regione e Regione. Così abbiamo avuto giovani fruitori di serie A, di serie B e perfino di serie C (basti pensare agli under 30 calabresi, che hanno visto attivarsi la GG nella loro Regione solo l'anno scorso). La “regia” avrebbe dovuto essere affidata al ministero del Lavoro, ma che regia forte può esistere di fronte a interlocutori che rivendicano ciascuno la propria inappellabile competenza esclusiva in materia di politiche attive e formazione?

Per non parlare dell'istituto “diabolico”, della competenza legislativa concorrente
, secondo cui su alcuni temi il legislatore statale fissa – dovrebbe fissare – i principi generali di una certa materia, e ciascuna Regione detta – dovrebbe dettare – la disciplina organica della medesima materia, nel rispetto dei principi generali fissati dalla legge nazionale.


Tra le materie devolute al regime di competenza concorrente nell'ultima riforma del titolo V, nel 2001, c’è anche la “tutela e sicurezza del lavoro”. Cosa voglia dire la definizione, non lo si sa esattamente. Le molte incertezze interpretative suscitate da queste parole hanno prodotto volumi di carta, indirizzati alla Corte costituzionale, che si è a più riprese pronunciata asserendo che la competenza in materia di “tutela e sicurezza del lavoro” voglia dire che le regioni siano titolate a regolare il mercato del lavoro: l’incontro tra domanda e offerta, i servizi per l’impiego, le politiche attive del lavoro – con la programmazione e il coordinamento di iniziative volte ad incrementare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, gli incentivi alle assunzioni di soggetti appartenenti a fasce deboli o svantaggiate, i sostegni alla nuova imprenditoria giovanile e femminile, i lavori socialmente utili, le politiche per l’inserimento al lavoro di soggetti disabili o svantaggiati, i tirocini formativi e di orientamento.

Su tutti questi temi, 21 bocche diverse che possono dire la
loro. 21 orientamenti differenti. 21 organizzazioni diverse dei servizi offerti ai cittadini. 21 regolamentazioni.

La nuova formulazione dell'articolo 117 della Costituzione prevede che «previdenza sociale, ivi compresa la previdenza complementare e integrativa; tutela e sicurezza del lavoro; politiche attive del lavoro; disposizioni generali e comuni sull'istruzione e formazione professionale» siano di nuovo di competenza statale.

Dal punto di vista del mio lavoro quotidiano, della tutela dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro, del monitoraggio dell'occupazione giovanile, questo è senz'altro un ottimo motivo per votare sì. E sono del parere che dovrebbe esserlo anche per i molti giovani che con grandissima difficoltà tentano di trovare il loro posto nel mercato del lavoro italiano.



* l'articolo prende spunto dall'intervento di Eleonora Voltolina all'evento “Riformisti, milaneSì e di sinistra - Incontro sulle ragioni del Sì al Referendum Costituzionale del 4 dicembre” che ha avuto luogo a Milano, al Teatro dal Verme, domenica 27 novembre

Community