Party con Sve, una festa per il ventennale del servizio volontario europeo

Ilaria Mariotti

Ilaria Mariotti

Scritto il 14 Dic 2016 in Notizie

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Una sala piena di giovani, entusiasmo alle stelle, risate e emozioni: 'Party con Sve', l'evento organizzato dall'Agenzia nazionale giovani al Maxxi di Roma – presentato da Federico Taddia di Radio24 - ha celebrato la settimana scorsa il ventennale del servizio volontario europeo, uno dei pezzi del programma Erasmus+.

Dunque non l'Erasmus vero e proprio, bensì uno strumento «molto più inclusivo», come lo ha definito nel suo intervento Giacomo D'Arrigo, presidente dell'Ang, perché non richiede l'iscrizione all'università. «Consente a chiunque di andare fuori e non solo conoscere la lingua ma anche capire il mondo». Ci si avvicina alla realtà dell'associazionismo e alle questioni sociali più delicate, dalle case famiglia ai progetti per disabili. E le spese non sono tutte a proprio carico ma si può contare su vitto, alloggio, assicurazione, pocket money mensile e formazione predisposta dall'associazione che ospita il volontario con l'intermediazione della diverse agenzie nazionali.

I ragazzi che hanno partecipato sembrano sprizzare energia da tutti i pori: all'incontro sono stati suddivisi in gruppi e hanno raccontato la propria esperienza mettendo in scena piccole rappresentazioni teatrali. C'è Riccardo, volontario a Tbilisi in Georgia, che si è «avvicinato ai valori della tolleranza e della crescita». C'è un giovane dall'Emilia Romagna, «con una carriera facile nello studio legale di mio padre». Su consiglio di un amico è partito per Cipro e adesso «si sta arricchendo dentro». Perché, dice, «non c'è niente di più preoccupante di un futuro sicuro». C'è il ragazzo timido, «che si è arruolato per un progetto di inclusione per disabili in Danimarca». E adesso è trasformato, «sa parlare alla folla». E poi Susanna, che dopo una laurea in Lettere non aveva le idee molto chiare, e così ha aderito allo Sve, destinazione Francia: «Dopo l'assistentato in lingua adesso ho un lavoro vero e proprio come addettta alla relazione clientela».

Perché se c'è qualcosa che il volontariato trasmette (diventando poi un fattore prezioso quando si cerca lavoro) sono quelle «competenze trasversali che trovi in contesti informali in cui ti confronti con altri e diventi protagonista di qualcosa che ti mette al centro» ha sottolineato Alessandro Rosina, ordinario di Demografia e esperto di problematiche giovanili. È nel Rapporto Giovani che cura annualmente che si occupa di quel fenomeno per cui l'Italia vanta un triste primato, e cioè il numero di Neet, gli inattivi sotto i 30 anni.

Ce ne sono milioni, benché quella sala del Maxxi rimandi un'immagine completamente diversa delle nuove generazioni: «Abbiamo una narrazione pubblica che enfatizza le tinte fosche, e dipinge i giovani come superficiali, passivi e individualisti» spiega. Invece «quando trovano una proposta i risultati si vedono, diventano accesi e intraprendenti. Ribaltano la situazione». Sulla stessa linea anche Pablo Rocas, giornalista Rai: «Il Paese è raccontato come negativo e depresso e si pensa che i giovani stiano solo davanti a Facebook a trollare». E ammette che è «in difetto anche la tv pubblica per non aver colto questi altri aspetti e non averli raccontati finora». 

Sono soprattutto le donne a aderire allo Sve (70%), e i laureati (65%), secondo il sondaggio 'Sve-liamo l'Europa' condotto dall'Ang su 500 ex volontari. Si scelgono soprattutto Francia e Spagna (25%) e se ne esce con un forte bagaglio linguistico (per l'80% che dichiara di aver imparato almeno una lingua), mentre per circa la metà degli intervistati lo Sve ha permesso di capire quale strada intraprendere nella vita, ha aiutato a sviluppare se stessi ed è stato uno strumento utile per trovare lavoro.

Del fatto che lo Sve debba avere un riconoscimento istituzionale si dice convinta anche Sofia Corradi [nella foto]. Questa appassionata 82enne è considerata 'mamma Erasmus' perché ideatrice del progetto europeo e per questo insignita recentemente di un premio da parte del Re di Spagna e del presidente del Parlamento dell'Unione europea Martin Schulz. «All'inizio non volevano riconoscermi nulla» ricorda. «Dicevano che volessi andare alla Columbia University a divertirmi» rivela, «e ho lavorato 18 anni per ottenere che gli studi all'estero fossero riconosciuti in patria per la laurea». Adesso tocca allo Sve, che ha bisogno «dell'istituzionalizzazione dei crediti di formazione extra scolastici». Occorre andare avanti in questa direzione, perché l'Erasmus nacque come «progetto per favorire la pace e la comprensione internazionale» evidenzia la Corradi. Un obiettivo che – ricordando anche che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, «fu proprio dalla vendita all'asta dei rottami di carri armati e aerei abbattuti che si ricavarono i fondi per le prime borse di studio» – sembra
cruciale anche adesso.

Ilaria Mariotti 

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