L'ICT un mestiere da maschi? Ma quando mai! «Ragazze, fatevi spazio con tenacia»

Nel panorama del mercato del lavoro italiano, le donne in posizioni apicali non sono moltissime. Specialmente nel campo dell'ICT, l'Information & Communication Technology. Tra i nomi di #DigiWomen, la lista delle donne italiane più influenti nel digitale, spicca quello di Maria Grazia Filippini, direttore generale di Insiel, la prima azienda di proprietà pubblica ad aderire al network di aziende virtuose della Repubblica degli Stagisti: per la precisione, si tratta di una società ICT privata a capitale pubblico, con la Regione Friuli Venezia Giulia quale socio unico. Insiel sarà anche presente, il prossimo sabato 14 novembre, alla Fiera del Lavoro organizzata da Alig-Università di Udine che si terrà al Teatro Nuovo Giovanni da Udine.
Con il direttore Filippini la Repubblica degli Stagisti ha approfondito il tema dello spazio che il mercato del lavoro italiano riserva alle donne nel campo ICT.

stage lavoro insielL'ICT è un "mestiere da maschi"?

L’ICT è il mestiere delle persone, di tutte quelle persone che hanno l’interesse per la materia e non si stancano mai di stare al passo con l’evoluzione tecnologica e dei suoi modelli: uomini e donne possono concorrere in egual misura al successo in questa professione.

Facciamo un passo indietro: perchè le materie scientifiche sono così poco “popolari” tra le ragazze? Pesa ancora troppo il fattore culturale che vorrebbe le donne portate per le materie umanistiche, e poi per i mestieri di accudimento e insegnamento, e gli uomini portati per le materie tecniche?
Di certo il fattore culturale ha ancora un peso importante. In realtà è un peso che grava più sulle famiglie che sulle ragazze - le quali, se lasciate libere di scegliere,  mirano ad avvicinarsi sempre di più alle materie scientifiche. Grande importanza hanno le azioni di orientamento nella scelta dei percorsi di studio. Bisognerebbe sostenere le ragazze ad esprimere le loro capacità logico-matematiche fin da piccole eliminando anche gli stereotipi di genere che sono purtroppo ancora molto presenti e pressanti nella nostra società; basta entrare in un negozio di giocattoli per capire cosa intendo dire.

Lei si è laureata alla fine degli anni Ottanta, a Milano, in Scienze dell'Informazione, cioè Informatica. Perché scelse questa facoltà?
Volete la verità vera? Per fuggire all’egida familiare che mi voleva odontoiatra o medico. Per fuggire dalla dimensione troppo locale della mia città, Brescia, presso la quale erano rappresentate tutte le facoltà universitarie con la sola eccezione di Scienze dell’informazione che ha rappresentato per me l’appiglio per sbarcare nella grande Milano. Di fondo mi sento e resterò un’umanista prestata all’informatica… In ogni caso molte erano le colleghe iscritte ed anche particolarmente  capaci nonché ambiziose. Con una in particolare rivaleggiavo ed entrambe, stimolate dalla competizione, siamo riuscite a laurearci in tempissimo.

Pensa che la situazione delle studentesse italiane, rispetto alla “attrattività” delle lauree scientifiche, sia rimasta immutata da allora?
Ritengo che la situazione sia in mutamento costante,  anche se non siamo ancora al passo con l’Europa. Le ragazze, oggi, vengono incoraggiate dal sistema scolastico e dagli organismi di parità a seguire le proprie attitudini e  ad intraprendere  percorsi di studio scientifici che concludono con grande entusiasmo e successo, sfatando con i fatti la presunta inidoneità alle materie
“Steam”. Poi però spesso il mondo del lavoro, in Italia,  non è abbastanza pronto per accoglierle e può accadere, in linea generale, che cedano e si adattino ricoprire ruoli di  livelli inferiori rispetto al titolo di studio conseguito. 

Cosa potrebbe fare l'università italiana per convincere più ragazze a instradarsi verso queste materie? L'apporto del mondo delle aziende in questo caso potrebbe aiutare, per evidenziare gli sbocchi professionali che queste materie possono offrire?
Credo molto nell’università italiana e penso che possa fare moltissimo: spetta proprio al mondo universitario dare il buon esempio riequilibrando per genere sia il mondo della ricerca, sia quello della docenza per poi arrivare ad un buon 50% tra scienziati e scienziate e ruoli di responsabilità a livelli apicali. A parità di competenze oggi, in questo mondo, c’è ancora un rapporto asimmetrico  e  squilibrato a favore degli uomini e questo non contribuisce ad incoraggiare le donne ad intraprendere impegnative carriere scientifiche. L’università potrebbe anche promuovere la cultura della parità nelle aziende, aiutando i manager  a riconoscere e superare pregiudizi che portano allo spreco di talenti femminili a scapito della produttività. Il settore dell’ICT, da questo punto di vista, si presta perfettamente a sperimentare nuove modalità di gestione delle risorse umane che si avvalgano di processi inclusivi e sostenibili, in grado di valorizzare talenti e diversità che accrescono la competitività delle aziende e possono costituire un buon volano della crescita del Paese. 

Nel suo cv c'è anche una esperienza all'estero, alla Thunderbird University di Phoenix, in Arizona.

Fu una scelta personale concordata con l’azienda dove lavoravo all’epoca, su proposta di un capo davvero illuminato. L’ho vissuta come una grande opportunità: Thunderbird era l’università - mi sia consentito di dire - dei Top Gun.

Come Top Gun?

É il temine che la definisce meglio. É molto lontana dall’immagine che normalmente si ha di una università classica: di fatto era una base militare di addestramento riconvertita in campus universitario. Si trova nel deserto, ambiente arido, temperature elevate. Nel campus, seppur grande, bisognava sperimentare una convivenza molto stretta e non si poteva uscire per un momento di relax. Sarebbe stato difficile con un panorama di solo montagne e terra per chilometri tutto intorno. Solo studio e confronto in situazioni al limite - proprio come top gun - dove viene fuori il carattere, dove si impara a superare i propri limiti.

Un'esperienza dura.
Sì, e, sfidante. Comunità miste fatte di uomini e donne dalle provenienze più disparate. Lingue e culture diverse. Competitività per conseguire il titolo, il certificato … per diventare il leader top gun in aziende globali o multinazionali. Impossibilità di fare squadra in modo profondo, un confronto “uno contro tutti”. Una grande prova di forza, di robustezza ma anche tanta solitudine. Ad ogni modo penso che imparare una lingua differente da quella madre ci arricchisca interiormente. Non si apprendono solo vocaboli ma sensazioni, emozioni, capacità di ragionamento e veri e propri stili di vita diversi. All'estero abbiamo la grandissima possibilità di confrontarci, di comunicare, di non vivere in un contesto autoreferenziale e possiamo renderci conto di essere semplicemente una tessera di quel bellissimo mosaico che ci fa veri cittadini e cittadine del mondo.

Da pochi mesi lei guida come general manager Insiel: dei vostri dipendenti, quanti sono donne? E quante nel management?
Su 690 dipendenti  in Insiel ci sono 236 donne (34,2%) e 454 uomini (65,8%), nella quasi totalità diplomati e laureati, per lo più in materie scientifiche. Su 39 manager ci sono 12 donne e 27 uomini, mentre tra i 25 team leader, figura  a supporto del manager,  troviamo  6 donne e 19 uomini. Un buon punto di partenza, tenuto conto che l’azienda ha superato il 40° anno della sua fondazione. Dal punto di vista organizzativo le donne sono presenti in tutti i comparti aziendali e svolgono ruoli impegnativi come Project Manager, Business Analyst, Software Developer… ma sono presenti anche in profili più  tradizionalmente declinati al maschile, come l’area sistemi o le infrastrutture che vedono la presenza di  donne preparatissime provenienti dalle facoltà di ingegneria, matematica, informatica, fisica.

Quali politiche volete implementare per favorire l'ingresso di più giovani donne in Insiel?

Proprio lo scorso mese Insiel ha aderito alla Carta delle pari opportunità e l’uguaglianza sul lavoro, promossa dall’Unione Europea e dal ministero del Lavoro.  Con questo atto ho inteso trasmettere un segnale forte in azienda sui temi della parità e di attenzione della Direzione sui fenomeni di  discriminazione. Sono state attivate da subito azioni concrete volte a contrastare l’uso sessista del linguaggio nelle comunicazioni aziendali, abbiamo attivato convenzioni con asili nido e ampliato la flessibilità negli orari di lavoro. Prossimamente l’intenzione è di avviare percorsi formativi diretti ai manager sui temi della parità, in quanto sono proprio i manager ad avere la responsabilità di valorizzare le potenzialità dei loro collaboratori e delle loro collaboratrici e di garantirne il ben-essere lavorativo. Per quanto riguarda i processi di assunzione, formazione e sviluppo di carriera, la Direzione HR intende ispirarsi ai nuovi valori aziendali e ai principi di parità di trattamento: le competenze, le esperienze e il potenziale delle persone saranno gli elementi cardine di azione. L’intero processo verrà costantemente monitorato da un osservatorio specifico su queste tematiche.

Nel vostro progetto Insiel4Young, fino ad oggi quali risultati state riscontrando in termini di candidature?
Il progetto Insiel4Young è assolutamente aperto e paritetico da questo punto di vista. La nostra promozione si rivolge in egual misura a ragazze e ragazzi. Di conseguenza si avvicinano all’azienda in maniera libera, e posso dire molto entusiasta, tutte le persone che intendono accedere al mondo del lavoro in questo settore così specifico. Aggiungo che accanto a Insiel4Young è stato attivato anche il progetto Insiel4School, rivolto al sistema di alternanza scuola-lavoro previsto nella riforma della ‘Buona Scuola’. Si sta rilevando un’iniziativa davvero interessante e degna di attenzione in quanto costituisce senz’altro uno strumento molto efficace di orientamento verso le professionalità tecniche. La fase prototipale appena conclusa ha visto la partecipazione di una cinquantina di studenti  e studentesse  del terzo anno di un istituto tecnico, ed un terzo erano ragazze.

Qualche tempo fa al Fortune Brainstorm, una “tech conference” ad Aspen, negli Stati Uniti, la Ceo di YouTube Susan Wojcicki ha contestato il moderatore, che anziché farle domande sulle sue aree di competenza si era dilungato a chiederle come facesse a conciliare lavoro e carriera, con 5 figli. Chi aveva ragione?  Le donne in carriera, specialmente nei campi “maschili”, sono vittime di una sorta di “condiscendenza”?

Non è una questione di torto e ragione, è un atteggiamento che riguarda il costume. La stessa domanda probabilmente l’avrebbe fatta anche una donna. Il punto è che a un uomo certe cose non si chiedono perché nella mentalità comune è solo la donna a dover conciliare il tempo di accudimento con quello del lavoro, un uomo è ritenuto mediamente libero di dedicare la giornata alle sole questioni lavorative.  Ecco, sarebbe stato molto istruttivo e interessante chiedere al moderatore come fa lui a conciliare lavoro e famiglia facendosi dare anche qualche suggerimento pratico… É una trappola mentale di retaggio maschilistico dalla quale è ancora molto difficile uscire.    


Eppure il 97% dei premi Nobel scientifici sono stati finora assegnati solo a uomini...
… in effetti esistono studi che dimostrano che le produzioni, in particolare quelle  scientifiche, vengono giudicate in modo più favorevole se vengono presentate da un uomo piuttosto che da una donna. Bisogna ancora fare dei passi notevoli per contrastare l’antico pregiudizio secondo il quale le competenze delle donne valgono meno di quelle maschili. Molto spesso una donna deve faticare il doppio per affermarsi in quanto può essere costretta a dar prova costante, a se e agli altri, di esserne pienamente all’altezza.   

Parlando alle studentesse di oggi, quale messaggio desidererebbe portare?

Da Ipazia, prima donna scienziata del IV secolo, a Rita Levi Montalcini, alle straordinarie donne che lavorano con impegno e professionalità  nei nostri atenei, la tenacia e l’intelligenza femminile ha illuminato i sentieri dell’umanità in molteplici discipline. Alle ragazze direi che oggi hanno un’occasione straordinaria per valorizzare le doti scientifiche di cui possono essere portatrici. Direi di percorrere con tenacia la strada in cui credono, di farsi spazio, di esprimere liberamente la propria creatività disegnando uno stimolante progetto di vita, scevro da costrizioni mentali e da antichi stereotipi e soprattutto direi loro di accrescere le proprie competenze per essere, a testa alta, protagoniste pel proprio futuro.  

Allora speriamo di avere, nei prossimi dieci anni, tante giovani donne emule di Samantha Cristoforetti?

Samantha è sicuramente per tutti noi orgoglio nazionale e un grande esempio per molte ragazze. A loro voglio dire che non occorre andare nello spazio, bisogna saper far volare la mente per avere, quella che io amo chiamare la big picture, il disegno grande, con la mappa delle proprie capacità e delle variegate opportunità che il mondo, la tecnologia e la scienza ci offrono. Dall’alto gli ostacoli sembrano scomparire e si può puntare dritte all’obiettivo libere da vincoli e da preconcetti. Mi piace citare  Alda Merini: ‘E se diventi farfalla nessuno pensa più a ciò che è stato quando strisciavi per terra e non volevi le ali’.

Intervista di Eleonora Voltolina

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