Neet, i Peter Pan ai margini del mondo del lavoro: come farli uscire dall'immobilità?

Irene Dominioni

Irene Dominioni

Scritto il 11 Nov 2016 in Approfondimenti

alternanza scuola-lavoroNeetuniversità Cattolica

«In fondo qui nessuno ci ha promesso nulla» è una frase emblematica e rappresentativa di una generazione di giovani scoraggiati, che faticano a trovare lavoro e non hanno fiducia verso il futuro. Una presa di coscienza nei confronti di istituzioni che non danno strumenti per costruirsi un progetto di vita. La frase è vera e l'ha pronunciata una neolaureata in procinto di partire per cercare lavoro all'estero rivolgendosi a un suo professore, Francesco Botturi, prorettore dell'università Cattolica. In essa in cui si racchiude in gran parte il senso della questione dei Neet: per definizione, giovani che non studiano, non lavorano e non hanno partecipato a nessun corso di formazione nell'arco delle ultime 4 settimane.

Eurofound
, la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, segmenta questo enorme bacino in re-entrants, ovvero quelli che hanno appena concluso gli studi e stanno cercando lavoro, i disoccupati di breve e lungo periodo, gli inoccupati per ragioni familiari e quelli affetti da disabilità o problemi di salute. Per i media e l'opinione pubblica, sono più spesso semplicemente identificati come “bamboccioni”. Ma, a parte qualche caso, è improbabile che si possa raggruppare sotto un'unica etichetta 2,2 milioni di giovani in Italia, il 22% della popolazione tra i 15 e i 29 anni. Sono i Peter Pan del lavoro, destinati a rimanere per sempre ragazzi e mai a crescere? Sono questi i temi trattati al primo convegno italiano sui Neet, svoltosi qualche giorno fa all'Università Cattolica di Milano con il coinvolgimento di esponenti del governo, del mondo accademico e di quello imprenditoriale.

Secondo qualcuno il rischio di un'adolescenza infinita c'è: «Abbiamo creato una generazione seduta», dice Valentina Aprea, assessore all'Istruzione della Regione Lombardia durante il suo intervento. Poiché la stabilità economica e l'autonomia fuori dal nido arrivano sempre più tardi, i ragazzi trovano rifugio nel nucleo familiare. E se la prima ragione di un così alto numero di Neet è strutturale, legata alla mancanza di posti di lavoro, all'inefficienza del sistema scolastico nel fornire competenze professionalizzanti e all'incapacità delle aziende di valorizzare i giovani talenti, è possibile che nella vita di un giovane Neet giochi un ruolo anche l'autocommiserazione. Innescata ovviamente da cause esterne, pone il rischio che l'assenza prolungata di un'opportunità lavorativa spinga a interrompere la ricerca e isolarsi dalla società. Comportando la perdita sia di un elemento di forza lavoro, sia di un cittadino, poiché lo sconforto spesso intacca anche la partecipazione civica (dalla fiducia nelle istituzioni al voto).

In questo senso si parla di costi sociali del fenomeno dei Neet. Dal versante economico, i numeri parlano chiaro: l'impatto dell'inoccupazione pesa per il 2% del Pil nazionale, una delle percentuali più alte in Europa. Soprattutto qui si focalizzano i media: «Non lavorano né studiano: i Neet costano 36 miliardi di euro» titolava il Corriere della Sera il 2 novembre; «Senza i 'Neet' il Pil italiano crescerebbe di 8 punti percentuali» (AdnKronos, 31 ottobre); «I Neet (giovani non occupati e non scolarizzati) valgono mille miliardi di dollari» (Il Sole 24 Ore, 1 novembre). Il senso che se ne coglie è che la colpa sia quasi loro, ed è benzina sul fuoco: i Neet registrano minori livelli di autostima, soddisfazione di vita e felicità rispetto ai coetanei che studiano o lavorano e gli “scoraggiati”, che ormai hanno smesso di cercare, sono il 15%. Di più, per fortuna, quelli propensi a lavorare, al punto da essere disposti ad accettare qualsiasi impiego, se gli venisse offerto subito: oltre la metà degli uomini e quasi un terzo delle donne. Nonostante il nostro primato per numero di Neet, gli “attivabili” in Italia sono uno su cinque, il doppio rispetto alla media europea.

Ma le strategie giuste per impiegarli non prendono ancora piede. Secondo Alessandro Rosina, demografo dell'Università Cattolica e curatore del Rapporto Giovani nonché autore del libro Neet. Giovani che non studiano e non lavorano, nella questione ci sono due grandi ordini di problemi: da un lato, le carenze su tutto il percorso di transizione tra la sc
rosinauola e il lavoro; dall'altro, una serie di fattori culturali, come la grande estensione del lavoro sommerso e la disponibilità di protezione dei genitori, che spingono i giovani a rimanere a casa per un tempo molto più lungo rispetto, per esempio, ai Paesi nordeuropei.

«La Garanzia Giovani ha dato principalmente due risultati positivi: ha posto il tema della disoccupazione giovanile fortemente al centro dell'attenzione mediatica e governativa, e ha promosso la collaborazione tra il settore pubblico e quello privato» prosegue Rosina, sottolineando come però il programma non abbia dato finora i risultati sperati. «Garanzia Giovani ha intercettato 1 milione di Neet, ma ne restano fuori ancora tanti». Moltissimi passano le giornate a casa, davanti al computer e sui social network. Il programma Neetwork di Fondazione Cariplo ha cercato così di rintracciarli attraverso il sito e due campagne Facebook. Il progetto, attualmente in corso d'opera, propone a ragazzi tra i 18 e i 24 anni con licenza media e disoccupati da almeno 6 mesi un tirocinio remunerato presso organizzazioni no profit sul territorio lombardo e punta a coinvolgere 1000 giovani.

«Occorre attivarli per valorizzarli e consentire loro di rendersi forza di crescita per il Paese» aggiunge Rosina: pena la totale invisibilità e l'impossibilità di recuperarli e impiegarli. La rassegnazione ha diversi volti, è quel “in fondo qui nessuno ci ha promesso nulla” in cui molti sicuramente si riconoscono. C'è chi va all'estero per cercare lavoro, altri si chiudono in casa, mentre qualcuno invia il curriculum a tappeto, in una “iperattività disorientata” che serve più come alibi per gli altri che come strumento efficace per trovare un impiego, sottolinea Walter Nanni di Caritas.

Oltre alle misure per incentivare l'occupazione, ne occorrono di preventive. La transizione tra la scuola e il lavoro è poco fluida, il mondo dell'istruzione non è in grado di fornire competenze professionali specifiche e manca una corrispondenza fra le capacità e le richieste. «Abbiamo giovani preparatissimi dal punto di vista delle conoscenze teoriche, ma assolutamente scarsi da quello delle competenze pratiche» osserva Roberto Proietto, responsabile dell'ufficio scolastico regionale lombardo. Tant'è che molti non sono capaci di valorizzarsi e 'vendersi bene' quando fanno una domanda di lavoro: ben il 74% non sa definire la propria competenza professionale, e questo vale soprattutto nel caso di chi ha profili di studio migliori.

«Il nostro sistema scolastico è rigido e vecchio, legato a discipline che vengono impartite in modo uguale a tutti, in percorsi blindati verso cui gli studenti si trovano a dover adattare le proprie aspirazioni», aggiunge Proietto. «Bisogna introdurre la cultura del lavoro già nella scuola per insegnare ai ragazzi che alcune capacità si sviluppano meglio nel lavoro che non sui banchi. La legge 107, che ha reso l'alternanza scuola-lavoro obbligatoria, è un provvedimento rivoluzionario, poiché inserisce finalmente il tema delle competenze nel mondo dell'istruzione. E, a patto di un organico potenziato, in futuro si potranno anche introdurre le materie opzionali».

«Nella selezione del personale, le competenze trasversali sono tanto importanti quanto quelle tecniche» osserva Tommaso Valle, direttore della comunicazione di McDonald's Italia. Il progetto di alternanza dell'azienda coinvolgerà fino a 10mila giovani nei suoi 500 e più ristoranti in Italia tra il 2016 e il 2017, con estensione fino al 2019, per insegnare quelle “soft skills” che a scuola non si apprendono, come la disciplina, la costanza, la relazione con gli altri e la capacità di lavorare in gruppo, il problem solving e il desiderio di imparare, per preparare meglio i giovani ad entrare nel mondo del lavoro. E non solo a metterci piede, ma ad avere successo.

«I nostri giovani sono in panchina», chiude Rosina attingendo a una metafora calcistica: «Ma non possiamo metterli in campo come raccattapalle. Dobbiamo allenarli bene per farli diventare giocatori e attaccanti, per far capire loro di essere risorse, non vittime». E se è vero che il governo, la scuola e l'università non possono promettere nulla, sono questi stessi attori però ad avere la responsabilità di creare almeno un'aspettativa nei giovani, la stessa che tanti, oggi, hanno verso l'estero e che li spinge ad emigrare pur senza certezze. Per stimolarli a rialzarsi da soli e convincerli che Peter Pan è solamente il protagonista di una storia per bambini.

Irene Dominioni

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