Garanzia Giovani: a tre anni dall'avvio dati positivi, ma non tutto è rose e fiori

Marianna Lepore

Marianna Lepore

Scritto il 05 Nov 2016 in Approfondimenti

Garanzia giovanireportYouth Employment Initiative

È stato pubblicato poche settimane fa dalla Commissione Europea il tanto atteso report sulla Garanzia Giovani, a tre anni dal suo avvio. Atteso perché con i numeri cerca di dare una risposta sul funzionamento o meno di questo programma. Un report che evidenzia l’aspetto positivo della Garanzia con la Commissaria per l’occupazione, Marianne Thyssen, che dichiara che questo programma ha fatto la differenza nella vita di più di 9 milioni di giovani. Elemento che, unito alla spinta all’attuazione di riforme importanti nei sistemi educativi dei vari paesi, sembra aver convinto la Commissione a incrementare le risorse per la Youth Employment Initiative  fino al 2020. La Repubblica degli Stagisti ha chiesto a due esperti che già in passato avevano focalizzato la loro attenzione sulla Garanzia Giovani di commentare i punti chiave di questo report.

«Sarei cauta nel dire che la Garanzia Giovani e i soldi della YEI hanno veramente cambiato la vita dei giovani europei. Hanno sicuramente stimolato una riflessione. Ma non tutto è rose e fiori» dice Margherita Bussi, 32 anni, ricercatrice presso l'università di Brighton (UK) e ricercatrice associata presso Etui (Belgio). «E bisogna ricordare che nonostante la lettura globale, alla fine i fondi arrivano a livello regionale e non nazionale e ci sono anche alcuni Paesi, come l’Inghilterra, in cui la Garanzia non è stata attuata. Anche perché la Youth Employment Initiative non finanzia solo la GG, ma tutte quelle misure che hanno un’attinenza con la riduzione del passaggio dalla scuola al mercato del lavoro. Quindi più che aver cambiato la vita, direi che se ci sono le competenze istituzionali per attuare questo piano e i soldi che arrivano dalla YEI, allora sì i risultati possono essere positivi, altrimenti i soldi vengono gestiti sempre nei soliti sistemi».

Anche Francesco Pastore, 50enne professore associato di Economia presso la Seconda università di Napoli e
research fellow dell’Iza di Bonn, è convinto che la lettura data non sia totalmente aderente alla realtà. «In Italia non si può certo dire che la Garanzia Giovani sia stato un successo: le risposte sono state di gran lunga inferiori alle aspettative. Spesso per impreparazione dei nostri centri per l’impiego, oltre che di una difficoltà a creare posti non solo di lavoro ma anche di formazione e di stage. Però, come notava la stessa Thyssen, ha attivato dei meccanismi virtuosi di cambiamento sia culturale che istituzionale. In Italia, per esempio servono politiche attive e soggetti in grado di attuarle. Erano la gamba mancante del libro bianco di Marco Biagi. E finalmente il decreto 150 del Jobs Act ha messo mano alla riforma dei centri per l’impiego, introducendo un’organizzazione di “quasi mercato” che dovrebbe riuscire a farli funzionare in modo più efficiente. L'idea alla base della riforma è che ci deve essere complementarietà nel campo dell’organizzazione fra centri pubblici e privati per l'impiego e concorrenza nell'esecuzione dei servizi di collocamento e di formazione professionale». In pratica, continua a spiegare Pastore, «i centri pubblici coordinano il processo, profilando i disoccupati, assegnandoli a una fascia di bisogno secondo le difficoltà che hanno nel trovare un lavoro e poi dandogli un voucher pari al loro bisogno. E in competizione con i centri privati possono offrire servizi di collocamento e di formazione professionale per riuscire ad assicurarsi i vouchers. Una riforma che dà ai disoccupati la libertà di scelta e spinge tutti a migliorarsi».

Il report della Commissione parla di 1,4 milioni di giovani disoccupati in meno in Europa dal 2013 e 900mila Neet in meno, che secondo Pastore è «un trend positivo, ma più debole di quello che potrebbe. Sia in Italia che in Europa pesa la politica dell’austerità che sta piegando l’azione di molti governi. Certo occorre ridurre la spesa e avviare processi virtuosi. E pensare finalmente a politiche espansive europee accrescendo il grado di innovazione tecnologica delle nostre produzioni. Occorrerebbe qualcosa come un grande Piano di investimenti europei come quello pensato da Jacques Delors, allora presidente della Commissione Europea, ma restato inattuato. I nostri giovani hanno bisogno di un’Europa che investa in modo massiccio su infrastrutture e ricerca e sviluppo».


Anche per Bussi è un trend positivo, ma «è più che altro dovuto alla situazione economica che ai fondi che sono stati erogati. Non ci vedrei una conseguenza diretta tra Garanzia Giovani e diminuzione della disoccupazione giovanile, primo perché è difficile stabilire un legame diretto tra le due cose e poi perché i soldi sono arrivati in ritardo. E se anche la YEI ha aiutato in maniera marginale questo trend positivo bisogna tener conto che i risultati non è detto durino nel tempo. Non solo per mancanza di risorse ma anche perché se non c’è una ripresa economica i giovani che sono entrati nel mercato del lavoro non riceveranno proposte di contratti duraturi e si tornerà alla casella di partenza. Quindi certo, la diminuzione dipende dalle risorse ma soprattutto dal fatto che l’economia deve riprendersi. Non si può andare avanti a furia di bonus occupazionali e tirocini, come nel caso dell’Italia». E soprattutto, come scrive la Commissione europea, è necessario supportare proprio quei giovani che non sono stati coinvolti in nessuna politica di avvicinamento al lavoro.

«Sono fiducioso che l’assegno di ricollocamento funzionerà se attuato in modo appieno perché darà nuovo slancio non solo ai cpi pubblici ma anche a quelli privati e noprofit» aggiunge Pastore: «Ma, naturalmente, occorrerà avere un’economia che cresce. Finalmente in Italia, ora, c’è un mercato del lavoro organizzato alla maniera europea che dovrebbe combattere anche lo scoraggiamento dei più isolati fra i giovani. Ma occorre tempo e crescita economica».

Per Bussi però bisognerebbe definire meglio il segmento dei Neet  e poi attivare le strategie più adatte. Per evitare che a fruire dei fondi di Garanzia Giovani siano persone che solo sulla carta sono “Neet”: la maggior parte di quelli che hanno partecipato al progetto in Italia, infatti, «hanno un diploma superiore o una laurea e quindi sono inseriti nella società. Facendo invece un profiling di tutti i Neet si capirebbe meglio chi sono. E andando molto sul locale si potrebbero dare altre alternative diverse da un tirocinio mal pagato o dal tornare a scuola senza guadagni. Ma considerando il giovane proprio nel contesto sociale e urbano in cui vive».

Un discorso per Bussi legato anche all’età di applicazione della Garanzia, estesa in Italia fino ai 29 anni. Scelta non necessariamente sbagliata, a suo avviso, ma mal applicata, visto che tra i 15 e i 25 si potrebbe avere un problema di formazione, ma dopo quell’età ce ne sono altri, magari anche servizi che mancano come quelli diretti alle giovani madri. Per Pastore, invece, nel caso italiano bisognava includere anche i 30-35enni, ancora più deboli, perché «per loro c’è poco e non è giusto considerando che il fuoricorsismo universitario è fenomeno più diffuso di quanto si creda».

C’è poi un tema cruciale su cui la Repubblica degli Stagisti ha posto più volte l’accento e che viene affrontato anche nel report della Commissione: la qualità delle offerte. L’Europa sottolinea che è fondamentale introdurre dei meccanismi sia a livello nazionale che sovranazionale per essere sicuri che le offerte proposte ai giovani siano di buona qualità. Un problema non solo italiano, ma che riguarda tutti gli Stati membri.
«L'unico monitoraggio valido che si avvicina all'idea di qualità del posto di lavoro è la valutazione a 6 e 12 mesi dalla fine dell'intervento. Gli Stati sono stati invitati ad estendere oltre queste due istantanee temporali», spiega Bussi. «Ma nonostante sia stato sollevato il dubbio dalla Corte dei Conti europea e la Commissione abbia incluso nelle indicazioni per la valutazione della YEI l'aspetto qualitativo, è stata la stessa Commissione ad ammettere, poi, che sta alla buona volontà degli stati fare rapporto sulla qualità delle offerte». Come a dire quindi che non è compito dell'Europa controllare quello che fanno i singoli stati.

 

Di strada, quindi, c'è ancora da farne tanta. «La Garanzia Giovani non è stata quel successo che alcuni pensavano, ma sta mettendo in circolo idee nuove, una cultura diversa del mercato del lavoro. Stiamo mettendo il paese in condizione di offrire ai giovani lo stesso degli altri paesi europei. In sintesi sull’Italia si può dire che, considerato il punto di partenza, si stanno facendo passi da gigante, ma certo non mancano le ombre e i rallentamenti», spiega Pastore. Che sui dati del report - circa la metà dei partecipanti a un intervento della YEI al lavoro sei mesi dopo la loro conclusione - osserva: «Meno della metà non è poco. Il termine di confronto dovrebbe essere quello del job finding dei disoccupati e dei Neet. Se pensiamo che il tasso di ritrovamento di un posto di lavoro per un disoccupato è in Italia attualmente intorno al 20-25%, raggiungere quasi il 50% per chi ha fatto un’esperienza di GG è un grande successo. Mostra come i giovani italiani hanno una gran fame di esperienza lavorativa visto che attualmente sono preparatissimi in termini di conoscenze teoriche ma spesso molto carenti sul piano delle competenze lavorative». Dato che anche Bussi considera positivo soprattutto se confrontato con altri dati e altri anni. Ma ribadendo l'importanza di valutare cosa succede poi nel tempo. «Quello che dà idea della sostenibilità della misura è sapere se un anno e mezzo dopo la persona è riuscita a stabilizzarsi sul mercato del lavoro».

Quello che sicuramente c’è di buono è il fenomeno che si è creato intorno alla dialettica sulla Garanzia Giovani e che l’ha preceduta con riforme che hanno riguardato il mercato del lavoro degli Stati membri. «Anche in Italia la Garanzia si è inserita in un contesto di cambiamento, basti pensare alla legge sull’apprendistato che è del 2012. Ma bisognerà vedere nel tempo se si riusciranno a razionalizzare tutte queste tendenze», spiega Bussi, sicura che per invertire la rotta nelle percentuali di Neet che, in Italia, non tendono a diminuire sia necessario «investire nella scuola e nelle misure di transizione al lavoro. Ma se la ripresa è lenta i giovani con poca esperienza competeranno con gli adulti e quindi il tempo di riassorbimento dei Neet sarà probabilmente più lungo. Per questo sarebbe importante investire nel nocciolo duro di questa categoria, quelli che non ricevono alcun tipo di finanziamento e avvicinarli a varie attività anche di volontariato per ri-immetterli nel sistema». Della stessa idea anche Pastore: «a dispetto del nome, purtroppo le politiche del lavoro non creano lavoro di per se. Non funziona tutto ancora al 100% perché le politiche sono più efficaci quando l’economia cresce. Ma se mancano i posti di lavoro non andiamo lontano».


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