E se da grande facessi l’astronauta?

Felicia Mammone

Felicia Mammone

Scritto il 05 Dic 2016 in Approfondimenti

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Se avete appena concluso un percorso di studi di tipo scientifico, conoscete bene l’inglese e godete di buona salute, da grandi potreste fare gli astronauti. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, per trasformare lo spazio nel proprio lavoro non è obbligatorio un percorso universitario e una carriera lavorativa predefiniti. Parola di chi si è trovato a fare l’astronauta ‘quasi per caso’: Roberto Vittori. «Nel 1998 ero a Pratica di Mare come pilota dell’aeronautica e l’Esa, European space agency, pubblicò il bando per la ricerca di due astronauti. Così, insieme a Paolo Nespoli, passai la selezione» racconta Vittori alla Repubblica degli Stagisti.

Classe 1964, oggi generale di Brigata aerea e ufficiale dell’aeronautica militare,
Roberto Vittori ha all’attivo più di 2000 ore di volo su oltre 40 diversi aeromobili e nella sua carriera ha volato anche tre volte nello spazio: nel 2002 e nel 2005 a bordo della navicella russa Sojuz e nel 2011 con lo Shuttle. «Alcuni miei colleghi, tra cui anche Nespoli, hanno disegnato un percorso pianificando a priori corsi e specializzazioni per arrivare all’obiettivo. Per me invece è stato casuale, certo l’astronauta e il pilota erano figure che mi incuriosivano da bambino, ma non stavo organizzando la vita attorno alla selezione. Sono diventato astronauta quasi per una coincidenza» confessa.

La formazione e il percorso professionale che Vittori aveva alle non erano di tipo aerospaziale: aveva frequentato l’Accademia  Aeronautica italiana e lavorava come pilota collaudatore per il Reparto Sperimentale di Volo dell’aeronautica militare. Ma tutto ciò gli è stato molto utile a superare la selezione Esa. In pratica, dopo una prima valutazione del curriculum a garanzia dell’attendibilità e della conoscenza accademica del candidato, per superare il bando Esa ci sono gli esami di inglese  e i candidati sono sottoposti a importanti test psicoattitudinali oltre che fisici, come prove sotto sforzo, test di resistenza anche per verificare la capacità di adattamento in spazi piccoli. «Andare in orbita significa isolamento, tornare sulla Terra, per un'urgenza e in maniera veloce è molto difficile, ecco perché la selezione punta a individuare persone che stanno bene in salute. Poi le navicelle spaziali non sono molto comode, sono strette e le sollecitazioni sono molto forti. Per vivere nel miglior dei modi possibili in una navicella può essere buono per esempio anche un background operativo da sub, sommozzatore, paracadutista».

Il brevetto da sub e la qualifica di collaudatore di aerei sono titoli che possono aiutare a superare il concorso dell’Esa. Alla selezione del febbraio del 1998, quella a cui partecipò Vittori, si presentarono più di cento candidati per due posti e i test si conclusero dopo 5 mesi. «Arrivare al volo è un percorso, la fine della selezione è un punto di partenza». Sì, perché il candidato che supera il concorso poi inizia un percorso di preparazione al volo lungo due anni.

La principale caratteristica che deve possedere un astronauta è la versatilità: nella selezione si cercano persone che possono passare da un argomento all’altro, dall’elettronica alla chimica ad esempio per condurre esperimenti e studi, e che possano reagire bene a situazioni impreviste, come la rottura di una parte del sistema e la conseguente necessità di ripararlo. «Per quanto si possano studiare i sistemi delle navicelle, fino al più piccolo particolare, e provare in laboratorio gli esperimenti che poi si dovranno fare in orbita, una volta in volo la microgravità rende tutto diverso» spiega Vittori. E solo la versatilità e lo spirito di adattamento che possono far superare al meglio la missione perché «quando arrivi in orbita diventi come i bambini, impacciato nei movimenti: il mondo intorno a te non è adatto al tuo fisico, la microgravità è una variabile che sistematicamente interagisce con qualunque pensiero e logica, ci si inizia a muovere come se si avesse un handicap che si supera solo coordinandosi al meglio».

«La laurea in ingegneria aerospaziale prepara nelle discipline legate alla progettazione di velivoli spaziali e aeronautici
» aggiunge Maria Vittoria Salvetti, preside della Facoltà di Ingegneria aerospaziale di Pisa: «La carriera di astronauta non richiede necessariamente tutte le competenze di un ingegnere aerospaziale, ma richiede doti psico-fisiche che non possono essere fornite dalla nostra Laurea».

Ma prima di partecipare a un bando per diventare astronauta è possibile fare già esperienza nel settore. «Va benissimo frequentare master e fare tirocini» consiglia Vittori. Ad esempio l’Asi, Agenzia Spaziale Italiana, attua programmi di sostegno ai neolaureati e ai giovani ricercatori tramite il finanziamento di borse di studio per la partecipazione a master e a corsi di alta formazione specialistica. L’agenzia inoltre collabora con la Crui, Conferenza dei rettori delle università, per l’organizzazione di stage e tirocini rivolti a laureandi e neolaureati.

L’Esa poi, da marzo di quest’anno, ha attivato The Esa Academy: rivolta agli studenti europei in discipline scientifiche, la scuola di formazione ha integrato il già esistente Hands-on Space Projects per acquisire competenze dirette in ambito aerospaziale con il Training and Learning Programme che propone corsi e opportunità di apprendimento ancora più specifici. Entrando nell’Academy si ha la possibilità di lavorare nelle infrastrutture dell’Agenzia spaziale europea e nel Redu centre in Belgio.

Anche la Nato, North atlantic treaty organization, dà l’occasione di svolgere tirocini a Bruxelles in ambito aerospaziale. Come è successo a Jessica Volterrani che qualche anno fa partecipò al Nato Internship Programme per il 2013 nell’ Aerospace and armament capabilities directorate: proprio alla Repubblica degli Stagisti la giovane ingegnera toscana, oggi 34enne, aveva raccontato di aver fatto pratica nello staff internazionale lavorando alle guide sulle politiche e i regolamenti vigenti negli spazi aerei.

«L’inserimento nel mondo del lavoro dei laureati magistrali in Ingegneria aerospaziale, anche negli ultimi anni di crisi o bassa crescita economica, è molto buono. Da un’indagine statistica a cura di AlmaLaurea risulta che a un anno dalla laurea la percentuale dei laureati che hanno un lavoro oscilla tra il 70-75%, la percentuale di coloro che cercano lavoro è intorno al 10%» dice la preside Salvetti. «I nostri laureati trovano impiego in tutte le industrie aerospaziali italiane e anche in industrie aerospaziali straniere come ad esempio Avio, Thales Alenia Spazio, Alenia Aermacchi, Agusta, Rolls-Royce, Airbus. Trovano inoltre impiego nell’industria meccanica in generale e, in particolare, in quella automobilistica. Un numero significativo di nostri laureati lavora o ha lavorato, ad esempio, in Ferrari produzione e corse. Altri possibili sbocchi sono nel settore navale».

«Invito i giovani a guardare allo spazio e oltre l’atmosfera perché è destinata a diventare volano per l’economia mondiale. Lo spazio è una speranza per il pianeta Terra stesso, per risolvere ad esempio il problema del riscaldamento globale, diventerà un ambiente di lavoro nel futuro» consiglia Vittori. Già adesso negli Usa il settore aerospaziale è in crescita e non è “esclusivo” della Nasa: i voli ormai sono organizzati anche da società private, nascono spazioporti e spazioplani. In effetti in Italia, secondo l’ufficio studi di Intesa San Paolo, tra il 2002 e il 2014 il fatturato delle imprese operanti nel settore aerospaziale è passato da 2.879 milioni di euro a 5.315 milioni, con una crescita del 43% dal 2008 in poi. Il polo aeronautico più produttivo è quello di Varese, con un fatturato di 1.765 milioni di euro e 6.262 impiegati. A seguire i distretti di Napoli, 1.094,4 milioni di fatturato e 6.721 addetti, e Torino, 982 milioni di fatturato e 7.135 impiegati. «È nel mondo universo l’opportunità dei giovani, e tutti dovrebbero andare nello spazio una volta nella vita» chiude il generale Vittori: «Non dimenticherò mai la sensazione provata quando, nel mio primo lancio, guardai fuori dall’oblò e vidi la Terra allontanarsi». E da quando Samantha Cristoforetti è salita alla ribalta mondiale, il sogno di fare l'astronauta è aperto a tutti, senza stereotipi di genere.

Felicia Mammone

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