Diritto allo studio, sentenza contro l'università di Palermo: restituite le tasse agli studenti idonei

È arrivata qualche settimana fa la sentenza della prima sezione del Tar del capoluogo siciliano che ha accolto il ricorso delle associazioni studentesche, prima fra tutti l’Unione degli universitari, contro l’ateneo di Palermo colpevole di aver fatto pagare la tassa di iscrizione anche a circa 10mila studenti beneficiari o solo idonei alle borse di studio erogate dall’ente regionale per il diritto allo studio universitario (Ersu). La tassa, tra i 198 e i 220 euro, è stata richiesta in modo errato perché secondo i giudici la normativa regionale prevede chiaramente l’esonero in favore degli studenti vincitori (o idonei) della borsa di studio e l’ateneo non avrebbe alcun potere di incidere su questo punto.

«È una sentenza fondamentale perché va a fissare una questione centrale del diritto allo studio: gli studenti idonei che non ricevono la borsa di studio hanno comunque diritto all’esonero delle tasse» spiega alla Repubblica degli Stagisti Gianluca Scuccimarra, 26 anni, studente di informatica presso l'università degli studi di Parma, dall’ottobre 2013 coordinatore nazionale dell’Unione degli universitari e già in precedenza membro dell'ufficio di presidenza del Consiglio nazionale degli studenti universitari. «È un elemento già presente all’interno della legge ma mancando il decreto attuativo ancora non c’era una formalizzazione completa della norma. La sentenza fissa un importante principio per il diritto allo studio, ma c’è bisogno anche dell’intervento del legislatore per evitare futuri problemi su questo fronte».

Certo non si può subito cantare vittoria, perché bisogna vedere se l’ateneo deciderà di fare appello: in questo caso bisognerà attendere il secondo grado di giudizio. Una volta terminato, se verrà confermata la sentenza di primo grado, l’ateneo sarà costretto a rimborsare tutti gli idonei che non hanno vista assegnata la borsa di studio. E il caso di Palermo potrebbe non essere isolato. Al momento infatti c’è una situazione simile anche all’università di Messina: «Stiamo cercando di raggiungere una soluzione con l’amministrazione» spiega Scuccimarra. «Se anche in questo caso non ci dovesse essere disponibilità, come non c’è stata a Palermo, allora probabilmente troveremo un altro modo per muoverci». Un segnale, quello dei due atenei siciliani, che il coordinatore nazionale definisce «pericoloso» perché replicabile, visto che è stato il primo passo di atenei che hanno subito tagli lineari a causa della quota premiale. Il fenomeno insomma rischia di espandersi: perciò «è fondamentale che ci sia stata da subito un’azione ricorsiva in maniera tale da bloccare anche il principio sul quale vengono chieste queste tasse universitarie ai borsisti».

La vittoria ottenuta contro l’università siciliana non è la prima per l’unione degli universitari: già nel 2012 era stata avviata una causa contro la regione Piemonte, poi vinta, sui soldi destinati alle borse di studio ma mai distribuiti dalla Regione agli enti per il diritto allo studio. E l’anno scorso una vicenda simile , raccontata anche dalla Repubblica degli Stagisti, era accaduta
in Campania. «In quest’ultimo caso non abbiamo fatto un ricorso amministrativo ma solo una denuncia alla Procura della Repubblica: e la Regione, per paura della minaccia di altre azioni, ha iniziato a restituire i soldi agli studenti» riassume Scuccimarra: «anche se alcuni enti per il diritto allo studio continuano a segnalarci che non tutti i fondi gli sono stati ancora trasferiti».

Il coordinatore Udu definisce però questi successi anche delle «sconfitte, perché significa che la rappresentanza studentesca, che è un aspetto fondamentale della vita democratica dell’università, in questo momento o non è rispettata o non viene minimamente considerata all’interno degli atenei». Col risultato che poi si deve ricorrere al tribunale amministrativo. «Non dovrebbe essere così, ma se atenei e ministero non fanno un’operazione di garanzia su queste situazioni assurde noi non ci tiriamo indietro e procediamo con i ricorsi». 

L’Udu, che è una confederazione di associazioni studentesche nata nel 1994 da un gruppo di studenti che hanno realizzato un modello associativo di stampo sindacale, si batte da sempre per garantire il diritto allo studio e permettere anche a chi è privo di mezzi di accedere alla formazione universitaria. Negli ultimi tempi è riuscita attraverso le sue segnalazioni a portare a galla il problema dei fondi delle borse di studio e a far passare, in molte università, anche delle modifiche sull’attuale regolamento tasse, riuscendo a imporre una maggiore progressività e a tenere stabili i contributi per gli studenti con reddito basso grazie a un recupero fondi su quelli con redditi più alti.

Ma non si è occupata solo di tasse universitarie, perché ha fatto anche delle proposte al mondo politico
. Come quelle avanzate durante lo Youniversity.Lab la giornata di ascolto e di confronto con il mondo dell’università e della ricerca organizzata dal Partito Democratico a fine febbraio. «La prima cosa è prevedere degli interventi che vadano a toccare le tre linee d’azione per noi principali: diritto allo studio, tasse universitarie e studenti lavoratori» dice Scuccimarra snocciolando i dettagli: «Lavorare sulle tasse, perché da quando l’ex ministro Profumo ci ha messo le mani non esiste un vero limite all’aumento della tassazione studentesca. Impegnarsi poi sul diritto allo studio, che è in una situazione tremenda, basti pensare che in un anno sono aumentati del 5% gli idonei non beneficiari di borse di studio su scala nazionale. E lavorare, infine, sui diritti dello studente lavoratore, perché è assurdo che questa figura sia riconosciuta in meno della metà degli atenei italiani e non ci sia nessun tipo di regola a livello nazionale sui loro diritti».

Su alcune delle proposte al momento presentate da esponenti politici su determinati temi inerenti l’università, invece, Scuccimarra è piuttosto scettico: «Ci sono un paio di disegni di legge sulle tasse universitarie, qualcuno su parte del diritto allo studio, ma una proposta di riforma o di legge sull’università nel suo complesso non c’è. Anzi, in questo momento non c’è nemmeno nelle linee guida del Partito Democratico. Si è parlato di “costituente dell’università”, ma non c’è ancora mezza idea su cosa significa andare a modificarla, non c’è nessun tipo di programmaticità, gli interventi sono solo emergenziali o periodici».

Per questi motivi il coordinatore nazionale Udu definisce «completamente inconcludente» il primo anno di governo Renzi sotto il profilo del settore universitario. Tanto da arrivare a dire che non «c’è stato alcun tipo di inversione di tendenza rispetto ai danni fatti nei cinque anni di Gelmini e di governo Berlusconi». E lancia una proposta: «Ripartire dalle condizioni materiali degli studenti. Abbiamo bisogno di crescere come Paese e per farlo dobbiamo consentire a sempre più studenti di andare all’università, prendere una laurea ed essere il motore dello sviluppo del Paese» conclude,
«perché siamo convinti che nuovo lavoro non si crea riformando il mercato ma avendo più laureati, innovazione e ricerca».

Comunque la si pensi, il monito del coordinatore nazionale dell’unione degli universitari sembra essere in linea con i dati del rapporto dell’Ocse “Education at a Glance” del 2014 che analizza i sistemi di istruzione di 34 Paesi membri e, senza giri di parole, mostra come investire nel sistema universitario non sia per nulla una priorità per l’Italia che destina al settore una spesa inferiore del 28% rispetto alla media Ocse. Tanto da aver costretto gli atenei a raddoppiare in dieci anni il finanziamento con fondi privati e a racimolare moneta direttamente dalle tasche degli studenti. Gli stessi a cui, poi, con fatica, si danno indietro tasse impropriamente riscosse o si distribuiscono borse di studio a distanza di anni. Motivi che, sommati alla difficoltà di trovare un’occupazione causa crisi economica, ci hanno portato ad essere nel 2012 il quartultimo Paese dell’Ocse e del G20 per tasso di laureati tra i 25 e i 34 anni. Numeri che sfatano il solito luogo comune che ci vorrebbe Paese di “gran dottori”, con troppi laureati che farebbero gli schizzinosi di fronte a lavori di medio e basso livello.  

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